Castelli di Cultura: Eventi, Saggi e Racconti dal Patrimonio della Valle d'Aosta 2009

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Questa pubblicazione, intitolata "Castelli di Cultura: Tra Lettura e Scrittura" e supplemento della serie "Mélange", documenta e celebra gli eventi "Castelli di Cultura 2009" e la "Settimana della Cultura 2009", organizzati dalla Biblioteca Comunale di Saint-Pierre. Il documento è una ricca antologia che include estratti letterari di diversi autori come Gianni Nuti, Luigi Guicciardi, Tersilla Gatto Chanu, Serge Quadruppani, Davide Cassani e Giacinta Baudin, che affrontano temi che vanno dalla tragedia al mistero, dalle tradizioni popolari alle riflessioni contemporanee. Presenta inoltre saggi sul ruolo delle immagini nella storia e biografie dettagliate, in particolare quella di Joséphine Teppex Duc, figura chiave nella difesa della lingua e cultura valdostana. L'opera pone un forte accento sul patrimonio culturale e storico della Valle d'Aosta, con riferimento a luoghi come il Castello Sarriod de La Tour, la Fiera di Sant'Orso e le tradizioni locali, promuovendo la lettura, il dialogo interculturale e la valorizzazione del territorio.

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Testo Originale Estratto
CASTELLI
DI CULTURA

TRA LETTURA
E SCRITTURA

Saint-Pierre e Sarriod de la Tour

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Supplemento al N. 3 di “Mélange” - Dicembre 2009


Testo Originale Estratto
CASTELLI DI CULTURA
Tra lettura e scrittura

CASTELLI
DI CULTURA

TRA LETTURA
E SCRITTURA

Saint-Pierre e Sarriod de la Tour

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE


Testo Originale Estratto
CASTELLI DI CULTURA
TRA LETTURA E SCRITTURA

Foto di copertina:
Bibliotèque communale

Impaginazione, fotolito e stampa:
Tipografia La Vallée - Aosta

SAINT
PIERRE
BIBLIOTECA
COMUNALE

AMMINISTRAZIONE
COMUNALE DI
SAINT-PIERRE


Testo Originale Estratto
CASTELLI
DI CULTURA

TRA LETTURA
E SCRITTURA

Saint-Pierre e Sarriod de la Tour

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
....................................................................
C'è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
E lezioni difficili,
brutte, belle e così così.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
Quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso

GIANNI RODARI
(Una scuola grande come il mondo,
in Il libro degli errori, Einaudi, Torino,1993)

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Testo Originale Estratto
Castelli di Cultura 2009, è stata l'occasione di incontri tra
autori e lettori, dove il raccontare e l'ascoltare hanno dato
vita a momenti di scambio culturale con la consapevolezza
che quanto detto sarà prezioso per tutti.

Auguri per un lieto Natale e un felice 2010

LAURA GLAREY
Assessore alla Cultura del Comune di Saint-Pierre


Testo Originale Estratto
È passato un altro anno e siamo a rinnovare il nostro incontro attraverso il
profumo della carta fresca di stampa che ospita i regali degli autori coinvolti
nella rassegna 2009 di Castelli di cultura e due sintesi delle proposte fatte nel
corso della settimana della cultura 2009 svoltasi nel mese di aprile: a tutti la
nostra più sincera gratitudine.
Sulle pagine di Mélange troverete le ipotesi sul futuro della rassegna. Con
questa piccola introduzione, invece, vorrei ringraziare quanti hanno permesso
a Castelli di cultura di sopravvivere nel tempo con un impegno economico
(amministrazione comunale) e personale (commissione di gestione, pro loco...)
e concedermi alcune riflessioni, per argomentare e colorare di speranza i mici
personali auguri e quelli di tutti i membri della commissione di gestione.
Poco tempo fa, nel corso di un seminario di lavoro tenuto a Torino dal titolo
Narrazioni multilingui e biblioteche interculturali nelle scuole, il prof. Vinicio
Ongini (esperto di intercultura, scrittore e piacevole narratore) raccontava un
aneddoto significativo. Ricordando i primi flussi migratori in Italia, provenienti
principalmente dall'Albania, descriveva un'iniziativa promossa in una scuola
per favorire la lettura di libri in un'ottica interculturale; l'iniziativa era consistita
nel preparare una valigia piena di libri sia albanesi sia italiani da far circolare
nelle classi con alunni stranieri inseriti. Data la significatività del momento - in
quel periodo di avvio della tematica - fu invitato l'ambasciatore albanese, gli
si chiesero di aprire la valigia insieme ai bambini della scuola e gli proposero
di scegliere, tra i libri presenti, quale rappresentasse quello della sua infanzia:
scelse Pinocchio. Ora, che Pinocchio sia il libro non religioso più tradotto e
stampato nel mondo è risaputo, ma ciò che stupisce di questo aneddoto è
come la dimensione culturale non possa che essere interculturale, poiché la
conoscenza, la narrazione, i linguaggi, le lingue sono di fatto, e storicamente,
interdipendenti e intrecciati.
Ciò che vorrei augurare allora – prendendo a prestito le parole di Alex Langer in
un suo scritto famoso – attraverso le pagine di questo piccolo tradizionale libro
che ogni anno si introduce con molta umiltà nelle vostre case, è che il 2010 si
apra verso un futuro amico [che] ha a che fare anch'esso con la conciliazione o con
la convivenza; [...] la convivenza tra culture, la convivenza
tra gruppi di persone che non si identificano, pur vivendo nello stesso territorio.
[...] Oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico è
proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore
di ponti del dialogo, della comunicazione interculturale o interetnica.

GERMANO DIONISI
Presidente della Commissione di gestione della biblioteca


Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

GIANNI NUTI
9 maggio 2008 ore 21 Castello Sarriod de La Tour

E' nato ad Asti nel 1964 da famiglia lucchese e vive a Sarre (Aosta).
Musicista, pedagogista, musicologo, scrittore si occupa di didattica
e psicologia della musica, è ricercatore di Didattica Generale presso
l'Università della Valle d'Aosta, dove insegna anche Metodologia del
gioco di ruolo e tecniche di animazione e Psicologia della Musica. Ha
diretto dal 2003 al 2008 la Scuola SFOM, di Formazione e Orientamento
Musicale della Fondazione Istituto Musicale della Valle d'Aosta e
numerosi progetti di formazione superiore finanziati dal Fondo Sociale
Europeo. Attualmente è Presidente della stessa Fondazione e Direttore
delle Politiche Sociali nell'Assessorato alla Sanità, Salute e Politiche
Sociali della Regione Autonoma Valle d'Aosta.

Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

DA QUEL TIEPIDO
MATTINO DI MARZO

Non c'è più tempo.
Devo andare.
Il concerto sta per finire ed io, a passo svelto, riesco a raggiungere
la sala in meno di dieci minuti.
La borsa di plastica l'ho presa, eccola nella tasca dell'impermeabile
bianco che è sempre più grande, ed io più magro. La cintura non ha la
fibbia da almeno dieci anni: prima o poi ne troverò una adatta. Mentre
mi annodo alla meglio sulla vita questa specie di cordone liso e sporco
mi guardo allo specchio. Capisco perché la gente mi tiene a distanza:
questa carnagione bianca, diafana e le labbra rosso fuoco, sottili e inu-
midite, i pochi capelli e le rughe fitte, antiche e fruste.
Sembro morto.
Eppure l'energia non mi manca, zampetto per Via Aubert curvo
come se mi aspettassi una pallottola all'altezza degli occhi, vigile come
un cerbiatto braccato. Vedo la gente che mi guarda, non dice il suo
disprezzo, ma lo esprime ugualmente ed io ignoro.
Da tempo immemorabile, ignoro.
Sui vetri di un negozio ormai dismesso, tra le decine di manifestini
e annunci appiccicati con mille espedienti, individuo la mia prossima
meta: domani inaugurazione di una mostra di autore locale nella saletta
d'arte. Non mancherò.
Arrivo a destinazione nel tempo prestabilito. Sento il vociare vi-
vace della gente, libera dalla prigionia della poltrona vellutata rossa,
dal silenzio sussiegoso, dalla finta devozione alla dea musica. Li vedo,
sembrano talpe che sboccano da uno spacco a lungo ostruito, ora final-
mente aperto. Non ne potevano più, dopo pochi minuti dall'inizio
di quella cerimonia senza preti avevano già esaurito tutti i pensieri
con i quali riempire l'immobilità, avevano scandagliato ogni convitato
cogliendo di ciascuno un difetto, azzardando un'ipotesi sulla sua vita
sentimentale, frugando sotto i vestiti con l'immaginazione alla ricerca


Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

di una forma nuda, da volere o spregiare.
Dopo un tale digiuno di spazio vitale e movimento, sono meglio
disposti ad accettare intrusi scomodi come me; nel ripristinare un cont-
atto con l'umanità tollerano anche i soggetti più disumani. Ed io sono
tra loro.

Per i tavoli apparecchiati in fila che campeggiano contro la parete
rivestita di legno, sembra di essere all'Ultima Cena, ma è troppa la gen-
te che si assiepa da un lato e dall'altro del banchetto e scarsi i pensieri
sulle cose ultime. Tengo d'occhio la situazione da fuori attraverso le
vetrate mentre passeggio in qua e in là come se me ne stessi andando.
Ecco, è il momento giusto. La gente si ammasssa già attorno al cibo, ma
il saccheggio non è ancora iniziato; nessuno, tranne qualche adulto sfa-
cciato insieme a due o tre bimbi, ha osato aprire le danze. Mi intrufolo
nel flusso della massa più folta, dove sono tutti intenti con un occhio
a intercettare le persone che contano e ipotizzare un aggancio - prima
o poi - almeno per un saluto, con l'altro a perlustrare quel ben di dio
che sta a bella posta sopra le tovaglie immacolate. In mezzo ci sto io,
nessuno si cura di me.

Mi avvicino e allungo le mani, inizio dalle tartine salate, tante ne in-
gurgito altrettante ne infilo nella busta che tengo stretta nella sinistra.
Seguono pizzette, salatini, torte di verdure. Il cameriere più esperto
serve con cura una ingombrante signora impellicciata di nero, truc-
cata pesantemente, dal viso acido e le labbra ripiegate verso il basso:
l'esperienza gli insegna che questa è esigente e pronta a coglierlo in
fallo, quindi nessuna distrazione. Io ne approfitto, bevo un bicchiere
di rosso velocemente e incamero un bitter e un succo di frutta ancora
sigillati, poi mi sposto dalla parte opposta della tavolata.
Man mano che la sporta si gonfia sento sempre più sguardi che si
soffermano sulle mie mani, risalgono fino al viso, si ritraggono rapidi e
disgustati. Sorrido senza ironia e proseguo nell'incetta con la destrezza
minuta di uno scoiattolo. Passo ai dolci. I camerieri dimostrano inso-
fferenza, è quasi ora di smetterla. Una meringa mi lascia attorno alle
labbra un appiccicoso velo di zucchero e albume: mi pare di tornare
al tempo in cui mio padre, sebbene di rado, mi concedeva un fuso di

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

zucchero filato alla fiera e chi mi guardava sorrideva, intenerito dalla
sproporzione buffa tra il mio piccolo viso tondo e quel grande cipresso
bianco e soffice che tenevo in mano per il tronco. Mi sbagliavo: nella
mia vita non è mai stato quel tempo, posso solo immaginare, oggi, gu-
ardando gli altri bambini, come sarebbe stato bello, da piccoli, godere
di quei gusti.
Uno dei custodi della saletta mi carpisce per un braccio non senza
un certo ribrezzo, mi prende da parte e mi invita a togliermi dai piedi
senza troppi complimenti. L'avevo previsto. Così, mite, mi allontano
dal rinfresco ma non esco: ho bisogno di recuperare una testimonianza
scritta del fatto che anch'io, a questo evento, ero presente. Già, pre-
sente, non passato né estinto.
Vado nella sala grande, e recupero un programma del concerto las-
ciato da uno spettatore sulla sedia da lui occupata. Sul palco i musicisti
sono ancora intenti a riassettare le loro partiture, chiudere i leggii: chi
lo fa con misurata lentezza e uno sguardo disteso e aperto, assaporando
il tempo della quiete dopo la fatica, chi nervosamente, per scacciare il
pensiero dei gesti imperfetti.
Io avverto tutto questo, loro neppure si accorgono di me: sorrido
e mi dileguo, stavolta in via definitiva, verso casa. A metà strada scorro
nuovamente l'invito all'inaugurazione della mostra di domani per ac-
certarmi dell'ora: le 18, sarò presente. Prima di salire al piano, scendo
in cantina, dove ripongo le provviste raccolte: ordino sullo scaffale più
alto un pasticcino dietro l'altro, secondo colore, fattura e ingrediente
base, poi scendo più in basso per il salato seguendo principi analoghi.
Una volta terminato il lavoro, salgo verso l'appartamento, apro e im-
mediatamente ripongo il programma di sala nell'armadio dell'ingresso
insieme agli altri e a tutti i cataloghi d'arte trafugati da tempo imme-
morabile.
Poi mi siedo sulla poltrona, senza togliere il mio impermeabile bi-
anco e respiro a lungo, lentamente.
Chiudo gli occhi, come ogni giorno.

Nel gennaio del 1709 faceva freddo a St. Nicolas e Margot era scesa

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

a capofitto fino al castello, dove serviva il Conte Sarriod de la Tour.
Questi gli aveva concesso di tornare da sua madre per chiuderle gli
occhi: lei, sedicenne dalla pelle pura, lo aveva fatto, poggiando delica-
tamente indice e anulare sulle palpebre vizze. Così aveva posto fine a
quel suono fisso che le pupille emettevano da ore raccogliendo in una
sola voce i mormorii delle pie donne, negando al corpo il giusto riposo.
Nella stanza da letto una luce bruna confondeva le vesti della defunta
con i pizzi neri e la coperta di panno sdrucita, e insieme mescolava nel-
la mente della giovane il dolore, il fastidio per le presenze estranee, la
paura dell'incognito che si affacciava nella sua vita e l'odore acre della
morte diffuso nell'aria e per lei nuovo, terribile e seducente. Dopo i
passi lenti con i quali seguì la sepoltura, Margot chiuse casa: era una di
quelle mattine in cui il giorno, limitato da un grigiore avvolgente e di-
ffuso, non sembra mai sbocciare. La ragazza si precipitò giù dal monte
come se fosse inseguita da un demonio, da una di quelle grottesche che
popolavano uno dei soffitti del castello improvvisamente vive. Nella
neve alta i piedi affondavano profondamente e si risollevavano con un
rimbalzo vigoroso, conservando il corpo in un equilibrio quasi miraco-
oso. Si presentò all'ingresso della servitù che era già buio, trafelata e
infreddolita, bellissima, con le gote rosate e una luminosità negli occhi
feconda e funebre insieme. La cuoca Matilda, dal cuore almeno grande
come il suo imponente didietro, la accolse pietosa, la accompagnò con
le braccia verso la cucina, la sedette sulla sedia davanti alla madia del
pane e andò a scaldarle dell'acqua per prepararle un infuso di erbe. In
quel mentre entrò frettoloso il figlio del Conte alla ricerca di qualcosa
da mettere sotto i denti, vide Margot con i seni che ancora le si gon-
fiavano affannosamente per la lunga corsa. La ragazza si alzò di scatto
per ossequio, poi si paralizzò di fronte al viso scolpito di lui, elegante,
dai tratti vagamente levantini quasi che i viaggi del padre avessero spe-
ziato il suo seme con aromi d'Oriente. Muto, le comandò di seguirlo,
la condusse al piano superiore e, in un angolo del salone d'onore la
possedette, senza violenza, ma neppure amore. La toccò quanto servi-
va per tenerla avvinghiata con le sue mani giovani il tempo necessario
per consumare il banchetto, la cercò con gli occhi solo quando temeva
che un pensiero contrario potesse dissuaderla da assecondare la volontà
del suo signore, la abbandonò quando lui era appagato e lei prostrata e
sanguinante. Margot alzò gli occhi sulle figure del soffitto che la deri-
devano, condannandola senza appello.
Il Conte vide i due giovani quando ormai tutto si era consumato.
La giovane sedicenne dalla pelle pura, disperata per la vergogna, fu
allontanata dal castello quella sera stessa. Vagò per due mesi tra i bos-
chi innevati della collina soprastante: appassì lentamente, le guance si
scavarono, le si avvizzirono i seni e le screpolature sulle mani e i piedi
sanguinarono senza sosta, la sua mente versò il senno giorno dopo
giorno sui ceppi dove appoggiava il capo per riposare finché non fu
dispersa l'ultima goccia di ragione.
Margot morì di fame e di follia in un giorno tiepido di marzo, in
tempo per concimare un prato posato sul declivio più dolce proprio
sul margine di un ruscello sottile e fragoroso, nei pressi del castello di
Sarriod de la Tour.
Io morii con lei, quel tiepido mattino di marzo, nel suo ventre e,
con la pelle bianca avvizzita come i suoi seni, da allora divoro ogni
cibo che la nobiltà di oggi offre su ogni tavola imbandita, partecipo
all'agape di diritto dal momento che mi è stata negata la possibilità di
nascere.
Anche oggi ho mangiato quanto più possibile per rimanere morto,
per dare cibo alla mia morte.
Per me, che non ho vissuto, posso prendere, non offrire e non co-
nosco amore né in entrata né in uscita. Non mi è stato dato il tempo.
Compiango la gente che non si accorge di essere morta seppure viva
e rimane indifferente o rifugge da chi, come me – vivo, ma morto – da
un altro mondo la induce a immaginare e trascendere verso ciò che è
allo stesso tempo tragico e desiderabile.

Gianni Nuti


Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
LUIGI GUICCIARDI
19 giugno 2009 – ore 21 - Castello Sarriod de La Tour
LA DEPRESSIONE
Modenese, insegnante di liceo e critico letterario, Luigi Guicciardi
è il creatore del commissario Cataldo, poliziotto al centro di una serie
di fortunati mystery: La calda estate del commissario Cataldo (1999;
Heyne, München, 2000; Hersilia Press, Oxford, 2010), Filastrocca di
sangue per il commissario Cataldo (2000; Heyne, München, 2001)
– entrambi finalisti al Premio Scerbanenco – Relazioni pericolose per
il commissario Cataldo (2001), Un nido di vipere per il commissario
Cataldo (2003), Cadaveri diversi (2004) per Piemme; Occhi nel buio
(2006), Dipinto nel sangue (2007), Errore di prospettiva (2008), Sen-
za rimorso (2008) e La belva (2009) per Hobby&Work.
Lo conoscevo bene, ormai. Alto, magro, poco più di quarant'anni;
sempre in giacca e cravatta. Usciva di casa alle tre, ogni volta che l'ho
visto, fino alla fine dell'estate, prima che cominciasse a piovere: dalla
villa di fronte al parco, quella coi pilastri viola e col giardino attorno.
Faceva sì e no trenta metri, quasi fosse già stanco, e si metteva a se-
dere sempre lì, sulla panchina verde, l'unica di quel colore, vicino alla
fontana. Sarebbe bastato un niente per fare conoscenza, e cominciare
a parlare; un gesto, un sorriso. Ma non è mai successo. Io aprivo il
giornale, quello scroccato al mio vice, Muliere, e lo guardavo al di
sopra dei fogli, prima di mettermi a leggere, come per incoraggiarlo;
lui mi fissava a lungo, indeciso, poi guardava altrove, che so, un punto
dietro le mie spalle, o per terra davanti a sé, tormentandosi le mani
o scuotendo un po' la testa. Non faceva di più. E io pensavo intanto
che tutti abbiamo, nascosto dentro, un segreto pudore, che ci mette a
disagio agli occhi degli altri.
Anche adesso è lì, davanti a me. Ma sotto un acero del suo giardino,
con la faccia nell'erba. Lo hanno già coperto con un telo, quelli della
scientifica, ma ho fatto in tempo a guardarlo bene. Il maglione ocra e i
jeans, una mano sotto il corpo e l'altra contratta, rattrappita; lo sfregio
di sangue alla tempia destra, e la pistola. Una Beretta nera, mezzo met-
ro più in là, lucidata dalla pioggia. Nelle tasche non ha niente.
"Non avrei dovuto lasciarlo solo neanche un momento..." sing-
hiozza piano la signora; adagio come la pioggia che scende fine, quasi
impalpabile. "Ma non ci credevo, no... Non credevo che la depressio-
ne..."
Annuisco, comprensivo, mentre lei torna a singhiozzare.
"Era depresso, ma sereno, in questi ultimi giorni. Sembrava consen-
ziente, o almeno rassegnato, a rientrare in clinica." Si ferma, titubante.
"Non potevo immaginare..." E giù di nuovo a piangere.
A me vengono in mente le parole di un collega. "Quelli che si am-
mazzano lasciano sempre qualcosa. Un biglietto, un messaggio. Di so-
lito lo fanno." E allora chiedo, con dolcezza:
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

“Ha trovato una lettera, per caso?”
E siccome non parla:
“Uno scritto, voglio dire…”
“Non lo so, non sono entrata. Ero andata a messa e lui era lì, davan-
ti alla tivù. Sono stata fuori poco…” Fa un gesto, a cercare l’orologio; a
giustificarsi, quasi: “…e appena tornata l’ho visto…” Deglutisce, pren-
de fiato. “Non ci ho neanche pensato, a entrare in casa…”
Io guardo il cielo, poi gli alberi del parco, sopra la spalla di lei. E
anche la panchina verde. Un paese di campagna, penso. Dove tutti si
conoscono.
“Allora sono corsa qui vicino, dal signor Tosi. Una… no, due case
dopo questa. E’ da lì che ho telefonato…”
“E’ vero.” Un uomo con l’ombrello, dal viso rugoso, parla dietro
di noi, a confermare. Chissà da quanto ci sta ascoltando. “La signora è
venuta da me sconvolta e mi ha detto che il marito si era sparato. Ho
chiamato subito la polizia.”
“Credevo avesse telefonato lei.” Accenno alla vedova.
Si guardano un attimo, lui e lei. Con imbarazzo, forse. Dopo,
l’uomo:
“No, no, le assicuro. Ho chiamato io. Lei era troppo sconvolta.”
Ci fissiamo in silenzio, dietro i nostri fiati; poi alzo gli occhi al globo
del sole. Un’arancia immobile, mi sembra, sopra la nebbiolina che ci
avvolge. Mi scuoto sentendomi chiamare.
“Commissario Cataldo, noi avremmo finito…”
Accenno di sì, con la testa, che possono andare. Li vedo infilare il
morto nel sacco di tela cerata, chiudere la cerniera e metterlo nel fur-
gone. E mentre lo portano via, passando per il parco, davanti alla panc-
hina, penso che ne ho visti altri, di morti, alla mia età, ma che mi sento
ancora, come la prima volta, un inconscio avvilimento nel cuore.
“Diamo un’occhiata in casa” suggerisco. “Chissà che non ci sia
qualcosa.”
La porta è chiusa e lei prende dalla borsetta la chiave. Due mandate,
distinte; lo scatto della serratura metallico, stridente. Entriamo solo
noi, mentre il vicino resta fuori. Ad aspettare?

E’ una villa grande, a due piani, con quell’unico ingresso. Silen-
ziosa, pulita; impersonale. Solo il ticchettio insistente di un pendolo,
nell’ingresso, scalfisce l’immobilità di quella quiete. L’aria è fredda e
senza odori, a parte il profumo dei fiori. Ce ne sono molti in un vaso,
sul tavolo del soggiorno, ma accentuano soltanto l’atmosfera di triste-
zza. Di un biglietto, poi, nemmeno l’ombra.
“Erano anni che era malato. Malato di nervi, voglio dire. All’inizio
si pensava alla stanchezza, al lavoro…” sospira. “Allo stress…”
“E invece?”
“E invece no. Non era solo logorio, o la tensione di un momento.
Ma un esaurimento nervoso dei peggiori…”
Adesso mi torna in mente la panchina del parco. Con lui seduto che
mi fissa, indeciso, tormentandosi le mani.
“Così è cominciata la terapia. Prima dallo psicologo, poi in casa di
cura…”
“Mai manifestato, come dire…” la interrompo con garbo “…pro-
positi di suicidio?”
“No. Cioè, una volta o due in tutto. Ma più per avere un conforto,
che per un vero desiderio di farla finita.” Alza gli occhi a guardarmi.
“Perché parlarmene, se no?”
“Oggi però l’ha fatto…”
“E’ colpa mia. Non dovevo lasciarlo solo. Ma non si può lottare
tutta la vita contro l’angoscia della solitudine. C’è sempre un momento
di vuoto, dentro…”
Ha parlato d’un fiato, così tace di colpo, rossa in viso.
“Era sua, la pistola?”
“Sì. Da molto tempo.”
Mi sento a disagio, adesso, e indiscreto. Ma devo fargliela, questa
domanda.
“Lo amava ancora?”
Mi sembra stonato, il suo sorriso, dopo tutte quelle lacrime.
“Dopo tanto tempo, vuole dire? Lei non può capire. Nessuno può
capire se non vive con un neuropatico. Non c’è più dialogo, equilib-
rio.” Sospira. “E l’amore diventa pietà, compassione. Ma non è più
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

amore.”
Ha ragione. Anni di malattia, fuori e dentro una casa di cura. Anni
di depressione, sorda, silenziosa; sempre uguale. E all’improvviso, un
mattino, un colpo in testa. Perché, poi? C’è già la vita che ci uccide,
giorno per giorno…
E’ tutto, davvero. Mi avvio per uscire, con lei alle spalle, che tossis-
ce. Sulla porta mi fermo, le dita sulla maniglia. Non è chiusa a chiave e
si apre senza rumore, alla pressione della mano.
“Un’ultima cosa, per favore.” La fisso. “Quanto tempo è stata fuori
stamattina?”
Fuori, l’aria ha l’odore della campagna, e il parco sembra più gran-
de, senza il velo della nebbia. Sulla panchina verde c’è un filo di sole.
“Non capisco…”
“Non ha detto che è uscita stamattina? A messa…”
Per la prima volta sembra cercare la voce, e un lampo d’incertezza
le passa negli occhi.
“Sì, certo… Ma non riesco a ricordare. Esattamente, voglio dire.
Un’ora, tutt’al più… Ma non ha importanza, vero?”
No che non ha, adesso. Adesso che ho capito. Prima dello stub, del
referto autoptico. Una donna piacente, dalla bocca sensuale mortifica-
ta dal fazzoletto, quasi a nascondersi. Un marito malato, un rapporto
finito; un altro uomo, chissà.
“Non mi ascolta, commissario?”
Ma io ripenso ancora alla porta chiusa a chiave, e alla chiave che
non c’era nelle tasche del morto; e già mi sta prendendo un senso di
tristezza.

LUIGI GUICCIARDI

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
GATTO TERSILLA CHANU
10 LUGLIO 2009 – ORE 2100
Castello La Tour
Tersilla Gatto Chanu, studiosa di storia e tradizioni popolari, è au-
trice di saggi, romanzi, sceneggiati radiofonici, poesie e racconti per
l'infanzia. Per la Newton & Company ha pubblicato: Leggende e rac-
conti popolari del Piemonte, Leggende e racconti della Valle d'Aosta (pre-
mio R. Willien 1992), Miti e leggende dell'Amazzonia, I miti dei Greci
e dei Romani, Canti popolari del vecchio Piemonte, Miti e leggende della
creazione e delle origini, Streghe, Storie e segreti, Saghe e leggende delle
Alpi, in collaborazione con A. V. Cerutti – Guida insolita ai misteri, ai
segreti, alle leggende e alle curiosità della Valle d'Aosta e in collaborazio-
ne con Alessandro Celi Storia insolita della Valle d'Aosta.
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
ACCADDE A PONTEY
UNA STORIA DI GNOMI

Questa, che voglio raccontare, è una storia di tanti anni fa, quando
gnomi e folletti la facevano da padroni in tutta la vallata, entrando ed
uscendo a piacere dalle abitazioni, attraverso i buchi delle serrature e le
più sottili fessure dell'uscio.

In qualche villaggio la gente li teneva a bada, mettendo dietro le
porte, la sera, scodelle colme di segala e miglio, per impegnarli, in
rispetto ad una loro inderogabile legge, a raccogliere fino all'ultimo i
semi, se mai, introducendosi in casa, li avessero versati per terra.

Ne facevano lo stesso, però, di dispetti! E impertinenti erano! Ma
inafferrabili sempre: anche se qualcuno affermava di averne udito le
maliziose risate, quando, durante la veglia, rovesciavano il lume, per
divertirsi poi a distribuire irriverenti pizzicotti a nubili e maritate e a
dare strattoni a più che rispettabili mustacchi.

Erano tanti davvero i genietti molesti e persino dannosi. Per for-
tuna, capitava anche – sia pur più raramente – di trovarne qua e là di
buoni e generosi, che si prestavano ad aiutare i contadini nei lavori dei
campi, o si installavano magari in un mulino a macinare e macinare
senza posa... e senza alcuna pretesa di compenso per la loro fatica.

A Pontey, poi, un'intera schiera di gnomi aveva preso sotto la sua
protezione il paese. Gli Tsandzon – così li chiamava la gente del po-
sto – si prendevano cura dei campi e dei vigneti, che erano i più belli e
rigogliosi della valle: paghi di ricevere dalla popolazione, il giorno della
Festa del Vino, dieci coppe di prié, il nuovo vino, che il sindaco versava
per loro nelle acque del torrente Moline.

Anno dopo anno, da incalcolabile tempo... fino al memorabile gior-
no di cui sto per parlare.

Era quasi tutto pronto per la Festa. Il palco che doveva servire pri-
ma alle autorità per i discorsi, poi a chi amava danzare come pista da
ballo, era stato piazzato al centro dell'ampio spiazzo erboso attrezzato
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

allo scopo, delimitato lungo il torrente da massi rocciosi, nei pressi
del ponte gettato sul Moline. All’altra estremità dal pianoro era stata
costruita una tettoia, per proteggere dal sole e da eventuali intemperie
il materiale da utilizzare per l’occasione. Tra quel riparo e il palchetto,
ed oltre a quello, fino alle rocce, tavoli e panche di legno sembravano
attendere i paesani, che sarebbero giunti tra poco. Dai fili appesi ai pali
infissi nel terreno tutt’attorno pendevano lampioncini colorati, festoni
di pampini e nastri multicolori.

Quattro ragazze, che indossavano il tradizionale costume locale,
stavano dando ai preparativi gli ultimi tocchi. Avevano l’aria felice.
Chiacchierando e ridendo, disponevano in bell’ordine su un bancone
ai piedi del palco le ghirlandette di fiori intrecciate per coronare le
giovinette del paese.

Appiattato tra le rocce, con cui si mimetizzava il suo abito verde e
marrone, uno Tzandzon con un cappuccio a punta ben calcato sulle
orecchie le stava osservando. A un tratto si alzò in piedi. Ritto, non mi-
surava più di mezzo metro. Robusto più che pingue, aveva grosse mani
e lunghi piedi, infilati in zoccoli di legno, che tuttavia non facevano
rumore, mentre con movimenti agili e svelti muoveva qualche passo
verso il torrente. Si sporse, levò in alto la destra e si batté più volte
l’indice sul naso. Al segnale, ecco sbucare un secondo gnomo, poi altri
due, che si rimpiattarono tra i massi, curiosi.

Erano in tutto e per tutto uguali al compagno: taglia, corporatura,
occhi tondi e vivaci, baffi spioventi sulle labbra spesse, folta barba ros-
siccia alla cappuccina, orecchie dai lobi grandi, che spuntavano fuori
dal berretto. Di diverso quei quattro avevano solo il naso: affilato, aqui-
lino, appallottolato, appuntito. Era quello il carattere distintivo degli
Tzandzon.

«Siamo a buon punto», sussurrò Naso-a-Patata.
«Quanti festoni!», bisbigliò Naso-a-Becco. «E che bei lampioncini
colorati! Già li immagino accesi, questa sera!»
«Fammi vedere!», intervenne Naso-a-Punta. «Ma è già tutto a po-
sto: il palco, i tavoli, le panche...»
«E delle reginette della festa che ne pensate?», domandò Naso-

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

Sottile.
Avevano tutti la stessa voce, sommessa e gradevolmente roca; e il
tono era allegro e compiaciuto.
«Una gioia per gli occhi», asserì Naso-a-Becco, tra l’approvazione
dei compagni.
Rimaseiro un po’ in silenzio ad osservare. Poi Naso-a-Patata riprese:
«Vedete quella bionda con le trecce attorno alla testa, che si sta met-
tendo una corona di fiori?».
«Beh?», sollecitarono gli altri.
«Quella io la conosco bene.»
«Davvero?! E come mai?»
«Vi dirò: ho avuto modo di starle vicino vicino, qualche giorno fa.
Si era addormentata sul muschio, giù alla cascata. Carina, vero?»
«Bella davvero», convenne Naso-Sottile. «Anche l’altra, però, la ca-
stana ricciuta...»
«A me piace la piccoletta, con quell’aria assennata», dichiarò Naso-
a-Punta.
«Guardate la brunetta», suggerì Naso-a-Becco. «Sembra tutta pepe.
Sarà un piacere per gli occhi vederla ballare.»
«Ehi, fate posto anche a me!», intervenne un quinto Tzandzon dal
naso rincagnato.
«Di dove arrivi tu, sempre di corsa?», volle sapere Naso-Sottile.
«C’era della legna da accatastare, su, alla cascina. Ho dato una mano,
perché finissero in fretta e potessero venire a divertirsi anche loro.»
«Beh, che ne dici?»
«Ihù uuuh! Che cosa vedono le mie pupille! Grandioso!»
«Lo puoi ben dire», approvò Naso-a-Becco. «E... reginette deli-
ziose.»
«Scommetto il mio cappuccio che state già disputando tra voi per
coronare la bella delle belle», rise l’ultimo arrivato. «Ma non è un po’
troppo presto? La Festa non è neppure incominciata.»
«Bah!», ribatté Naso-a-Patata. «Conta... e non conta. Per me, ho
già scelto.»
«Comunque, tra poco, qui sarà un pieno di splendide figliole. Ihù

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

uuuh! Boccioli di rosa!», esclamò allegramente Naso-da-Cane. Poi, in
tono deluso, vedendo le ragazze allontanarsi verso la tettoia: «Ma...
Scherziamo!? Io arrivo, e quelle se ne vanno!?».
«Dovranno pure apparecchiare», replicò Naso-Sottile.
Quando le fanciulle incominciarono a disporre sui tavoli canestri
colmi di ogni bendidio, fioccarono i commenti.
«Vi dirò: quella bella frutta ha un aspetto alquanto familiare... Cre-
do proprio di avere contribuito alla raccolta.»
«Vi dirò: quelle salsicce le conosco bene: gli ingredienti li ho dosati
io.»
«Vi dirò: ho visto coi miei occhi quel pane uscir dal forno.»
«Vi dirò: l'aroma di quei formaggi non mi è nuovo.»
«Vi dirò: credo di aver già sentito, da qualche parte, il profumo di
quei fiori.»
Risero sommessamente.
«Abbiamo messo le mani dappertutto», disse Naso-a-Patata.
Le voci si alternarono di nuovo.
«Mi fa piacere pensare che oggi gusteranno tutti le mie salsicce.»
«Il mio pane.»
«La mia frutta.»
«Le mie fontine.»
«E con i miei fiori», concluse Naso-a-Punta, «le ragazze si faranno
belle anche per noi.»
«Anche!?», protestarono in coro i compagni. «Soprattutto per noi: è
la nostra Festa, e ce la godremo. Ne abbiamo fatto di lavoro, quest'an-
no! Senza di noi, chissà come se la sarebbero cavata...»
Avevano ragione: gli Tsandzon avevano occhi per tutto: custodi-
vano i ponti, irrigavano i vigneti, impedivano al Moline di straripare,
aiutavano i contadini in ogni loro attività. Ma, a pensarci bene...
«Credete che si rendano conto di tutto quello che facciamo per
questa terra? Certe volte, lo sapete bene, si comportano da veri inco-
scienti», rifletté Naso-a-Becco. «Non pensano alle conseguenze, non
hanno rispetto per la natura.»
«Via, non t'inquietare, proprio oggi!», esortò Naso-da-Cane.

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

Ma l'altro riprese: «Ah! Guardate come continuano a buttare nel
torrente le scorie della miniera! Ogni volta che ci penso...»
«E tu non ci pensare!»
«Però ha ragione», si intromise Naso-Sottile. «Se non provvedessi-
mo noi a ripulire il Moline, il duca avrebbe dovuto rinunciare da un bel
pezzo ad estrarre il ferro a Pontey.»
«Andiamo!», incitò persuasivo Naso-a-Patata. «Figuriamoci se la
gente non capisce che, senza il nostro intervento, il torrente sarebbe
stracolmo di detriti! Siamo o non siamo i genietti del paese?»
«Lo sanno, oh, se lo sanno che li proteggiamo da calamità d'ogni
specie!», lo spalleggiò Naso-a-Punta.
«Però non sempre lo danno a vedere; anzi, può capitare perfino che
qualcuno dica... che siamo solamente vecchie favole, storie buone per
la veillà...», riprese malinconicamente Naso-Sottile.
«Però, con la Festa del Vino ci ringraziano ufficialmente», replicò
Naso-da-Cane.
«Questo è vero», ammise Naso-a-Becco.
«Allegri, dunque!», esortò Naso-a-Patata. «Tra poco qui sarà pieno
di gente, ci saranno i discorsi, si faranno i brindisi, e poi intoneranno
il nostro inno.»
Dai tempi dei tempi, con quel canto i paesani riconoscevano gli
Tsandzon come protettori del loro territorio, e in particolare degli
splendidi vigneti, che davano un prié profumato di sole. Nella vallata
invidiavano tutti a Pontey quelle vigne, dove l'uva maturava al bacio.
Grazie ai genietti, che ne andavano orgogliosi.
In segno di riconoscenza, il sindaco versava per loro nel Moline le
prime dieci coppe del nuovo vino: e solo dopo potevano gustarlo i pa-
esani, intonando l'inno di ringraziamento agli Tsandzon al levar delle
coppe. Poi, prima che avesse inizio il ballo, secondo la tradizione, le
ragazze si sarebbero esibite in una gara di canto.
Anche Naso-a-Becco e Naso-Sottile si riconfortarono al pensiero.
«Qualcuna, forse, intonerà le melodie che le abbiamo sussurrato
nelle orecchie, mentre pascolava lungo il Moline o rastrellava il fieno

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
nei prati in riva alla Dora», disse il primo.
E Naso-a-Punta domandò malizioso allo Tsandzon dal naso ap-
pallottolato: «Ricorderà la tua biondina quello che hai cantato per lei
vicino alla cascata? Lo vorrà dire anche a noi?»
«Certo che li ripeteranno i nostri canti, che esaltano l'amore, la
bellezza, il lavoro fecondo, il sole che matura le messi e prepara il buon
vino!», assicurò convinto Naso-a-Patata, osservando le ragazze che ora
portavano sulle tavole i boccali e distribuivano i bicchieri.
«Per noi le prime coppe, com'è giusto che sia», ribadì assorto Naso-
Sottile.
«Versate nel Moline, secondo l'antico rituale. Ihù uuuh! Saremo i
primi a gustare il prié», concluse in tono allegro Naso-da-Cane.
dalle amiche.
«E non saprà trovare il chiavistello», soggiunse la Bionda.
«O, magari, sbaglierà chiavistello... e camera da letto», ribatté l'altra
in tono malizioso.
«Vedrò di tener d'occhio il mio ragazzo», rifletté la Castana. «Ha il
vino cattivo, e non vorrei che, proprio oggi...»
«Ti guastasse la festa?», finì la Piccoletta. «Tranquilla! Non si è mai
sentito che sia stato male qualcuno, il giorno degli Tsandzon. Ci pen-
sano loro, anche a questo.»
«Ma sarà poi vero?», intervenne dubbiosa la Brunetta.
«Vero... che cosa?», domandò la Castana.
«Tutto quello che raccontano degli Tsandzon. Li ha mai visti qual-
cuno?»
«Non so se dirvelo», attaccò la Bionda dopo una lieve esitazione.
«Io credo di averli sentiti, una volta. Al pascolo, non è neppure tanto
tempo fa. Ma forse sognavo», aggiunse ridendo senza troppa convin-
zione. «Mi ero sdraiata sul muschio (mai visto un muschio così morbi-
do e folto) e mi ero addormentata.»
«Allora indovino», disse la Castana. «Eri vicino alla grotta di Val-
mérian».
«Proprio lì: ci accompagno ogni tanto le capre. Trovano erba tene-
ra tra quelle rocce, ci stanno volentieri, senza allontanarsi troppo. E si
dorme anche bene, vi assicuro: il rumore della cascata forse concilia il
sonno... come una ninnananna.»
«Piace anche a me quel posto. Mia nonna, però, mi diceva che lì
abitano gli Tsandzon e non bisogna andarli a disturbare.»
«Ma lei, la bella dalle trecce d'oro, lei c'è andata», si intromise am-
miccando la Brunetta.
«Su, racconta!», sollecitò la Castana.
«A dire il vero, c'è ben poco da raccontare: è una storia da niente.
Anzi, non è neppure una storia. Davvero, non mi è capitato proprio
niente.»
La Bionda sembrava quasi pentita di aver parlato. Ma le altre pre-
sero a stuzzicarla.
Avanzando man mano, le fanciulle, dopo aver apparecchiato i tavoli
attorno al palco, si apprestavano a disporre vivande e boccali su quelli
in riva al torrente, avvicinandosi alle rocce.
Gli Tsandzon si zittirono, ma non andarono via: piaceva a tutti
ascoltare i discorsi delle ragazze.
«Qui manca ancora un bicchiere», osservò la Brunetta.
«Qui ne mettiamo un altro», incalzò la Castana.
«E questo è l'ultimo: abbiamo finito!», esclamò in tono conclusivo
la Bionda.
Ma la Piccoletta osservò, levando il capo: «C'è un lampioncino ap-
peso male, lassù. Ah, che cosa vuol dire essere alte mezzo soldo di
cacio! Niente da fare: non ci arrivo proprio».
La Bionda accorse.
«Ci penso io: eccolo raddrizzato. C'è altro?»
«Mi pare proprio di no. Abbiamo fatto un buon lavoro: il comitato
della Festa sarà contento di averci dato fiducia.»
Avevano sistemato ogni cosa per il meglio, in modo che tutti po-
tessero sedersi o ballare, a piacere. E di cibo e di vino ce n'era in ab-
bondanza.
«Stanotte qualcuno tornerà a casa misurando quant'è larga la stra-
da», disse la Brunetta tutta pepe, sedendosi su una panca, tosto imitata
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
«Via, non fare la preziosa!»
«Lo sai che siamo curiose, non tenerci sulle spine!»
«Vuoi farti pregare?!»
«È così, come vi ho detto. Dormivo e... ho avuto l'impressione...»
«Quale impressione?», sollecitò la Piccoletta, ammiccando.
«Che qualcuno mi si sedesse vicino. Sentivo il suo respiro sulla
guancia.»
«Ehi, la storia si fa interessante», commentò la Brunetta.
La zitirrono. E la Bionda ribadì: «È una sciocchezza, ve lo ripeto.
Sognavo».
«Va bene: sognavi», sollecitò la Castana. «È qualcuno nel so-
gno...»
«Mi accarezzava i capelli, e poi...»
«Ti baciava?», suggerì la Piccoletta, maliziosa.
E la Brunetta, categorica: «Sarà stata una capra».
«Smettetela!», esortò la Castana. «E... allora?»
«Allora niente, mie care. Niente di niente. Quando aprii gli occhi,
accanto a me non c'era nessuno.»
«Non c'era o non c'era stato?», domandò la Brunetta, assumendo
un atteggiamento inquisitore.
«Bah! Lo confesso: l'impressione era così viva che osservai il mu-
schio tutt'intorno, a palmo a palmo, cercando qualche orma. Ma era
segnato soltanto nel punto in cui mi ero sdraiata. Eppure...»
«Eppure...?», fecero all'unisono.
«Mi sembrò di percepire dei passi leggeri.»
«Una capraaa!», cantilenò la Brunetta.
«Nient'altro?», sollecitò ancora la Piccoletta.
La Bionda scosse il capo.
«Ma sì, qualche fruscio... Magari una lucertola. Ma, quando gridai:
“C'è qualcuno!”, mi parve mi giungesse da dietro le rocce come una
risatella soffocata.»
«Dite un po': ridono le capre?», scherzò la Castana.
«Méeeee, méeeee», fece la Brunetta.
E la Castana: «Beh, sapete, ragazze, che vi dico? Capre o non capre,
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
voglio andarci anch'io, un giorno o l'altro, a cercare gli Tsandzon alla
cascata del Penjou de Fourmion».
«Tu non hai trecce d'oro», le ricordò la Piccoletta. E subito ag-
giunse: «Però, quando decidi di andare, vengo anch'io con te. Ma,
intanto, diamo un'occhiata in giro, per vedere se c'è ancora qualcosa
da sistemare. Quelle panche laggiù, che ne direste di spostarle un poco,
per lasciare un po' di spazio libero? Se il palchetto sarà troppo affollato,
qualcuno forse ballerà sull'erba.»
«Vuoi buttarti, eh, stasera?», osservò la Brunetta.
«Tu che ne dici?»
«Dico che è l'ora che tu lo faccia: è l'occasione per spingere chi so
io a dichiararsi. Così, in primavera, avremo un matrimonio.»
«Beh, vediamo intanto di darci da fare», sollecitò la Piccoletta, eva-
siva.
In quel mentre un vocio indistinto annunciò che stava arrivando
qualcuno.
«Saranno i musicanti», disse la Bionda.
«Se sono loro, in un momento lo spiazzo sarà pieno», replicò la
Piccoletta. «Andiamo al nostro posto!»
Si avviarono verso il bancone, mentre qualcuno, in lontananza, ac-
cennava un motivo su un'armonica a bocca.
Gli Tsandzon appostati tra le rocce non si erano persa una sola
parola.
«Qualche battuta della Brunetta non mi è affatto piaciuta. “Ma sarà
poi vero?”, “Li ha mai visti qualcuno?” Come si permette...?», sbottò
Naso-a-Becco.
«Eeeeh! Non prendere tutto sul serio!», esortò Naso-da-Cane.
«Scherzava, è chiaro. Non hai sentito le altre?»
«Io non mi sono lasciato sfuggire una battuta», intervenne Naso-a-
Punta. «Dite un po', amici, ridono le capre?»
«Méeeee, méeeee», fece Naso-da-Cane.
«Zitti! Volete farvi sentire?», li rimproverò Naso-Sottile. «Stanno
arrivando, è meglio che ci ritiriamo. Gli altri Tsandzon saranno ormai
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
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tutti in riva al Moline. A quest'ora le bestie sono rientrate nelle stalle, e
nessuno più ha bisogno di aiuto in paese.»
«Giusto», approvò Naso-a-Patata. «Possiamo essere contenti: ab-
biamo avuto un anticipo della Festa.»
«Gioia per gli occhi, festa coi fiocchi!», sentenziò Naso-a-Punta,
scomparendo con i compagni fra le rocce.
Il primo ad arrivare fu uno dei musicanti. Indossava il costume del
paese.
Avanzò soffiando nel suo frustapot, passò tra i tavoli, accennando
qualche passo di danza; si piegò a guardare i cesti colmi di frutta, pane
nero, formaggi e salumi. Si sedette su una panca presso il palco, sollevò
un boccale...
No, non voleva versarsi del vino, ma solo aspirarne il profumo.
Soddisfatto, si volse a sollecitare con la mano gli amici, che stavano
giungendo.
«Ehi, venite! Ci sistemiamo qui. Guardate che abbondanza! E che
prié! Peccato che non possiamo schiarirci la gola con un sorso: devono
bere prima gli Tsandzon.»

GATTO TERSILLA CHANU

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
SERGE QUADRUPPANI
23 luglio 2009 ore 21.00 – Castello Sarriod de La Tour

Serge Quadruppani, francese, è nato nel 1952. Vive tra Roma e
Parigi. Ha scritto diversi saggi e romanzi, fra cui L’assassina di Bellevil-
le, La breve estate dei colchici, La notte di babbo Natale, pubblicati nei
Gialli Mondadori. Traduttore dall’americano e dall’italiano, è la voce
francese di alcuni dei migliori giallisti del nostro paese.

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IN FONDO AGLI OCCHI
DEL GATTO

Emile
Succede soprattutto rasoterra.
Tra due ciuffi di stoppie tagliate rase,la minuscola talpa si è immo-
bilizzata. Lo sguardo che la segue anche. Un filo più pallido degli altri,
quasi bianco, dondola in primo piano e dal cielo cade tanta luce da
rendere quasi trasparente il vegetale che si muove, fantasma d’erba. La
talpa gira la testa, il suo muso si curva come una tromba mentre sfiora
la terra fino all’entrata del suo rifugio, guarda ancora un istante con gli
occhi chiusi in direzione dello sguardo che l’osserva e poi, finalmente,
emerge completamente dal suolo. Una zampa schizza dentro il campo
visivo, s’abbatte sulla bestiola. Di colpo, lo sguardo si incolla alla talpa
che si si dimena sotto le grinfie.
Cambio di visuale. In contro piano, uno spaniel bretone abbaia,
pazzo di furore, strozzandosi col collare del suo guinzaglio.
Cambio, ancora. Una mano di uomo si avvicina, occupa tutto il
campo visivo, poi sparisce perché lo sguardo si muove, si vedono delle
caviglie di donna, si direbbe che lo sguardo vi si infili in mezzo.
Un altro cambio. Attraverso un vetro, si scorge una stanza dove un
uomo si affaccenda su un banco. Maneggia una leva, apre dei sacchetti,
riempie delle cartucce da caccia a grana grossa. Lo sguardo si muove
leggermente dall’alto in basso, sale e scende in un movimento niente
affatto in accordo con quelli dell’uomo ma che ricorda piuttosto quello
di una testa di vecchio che sta per addormentarsi. Poi, bruscamente, lo
sguardo vira a destra e s’abbassa di novanta gradi, attaccandosi al mo-
vimento di una figura vista dall’alto: alla base di un muro, si trotterella.
Un topo.
Nuovo cambio. La mia schiena su cui si staglia lo schienale della
sedia ergonomica, la mia nuca, il mio collo e le spalle che nascondono
in parte lo schermo.
Feci ruotare la sedia, mormorai: “Manga.”

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Distesa su un ripiano vuoto di legno chiaro, il muso tra le zampe
anteriori, gli occhi chiusi, la gatta nera non ebbe neanche un fremito.
Dalla stretta fessura degli occhi filtrava il suo sguardo verde.
Poi drizzò un orecchio, l'orientò verso sud. Fuori, il campanello del
portone suonava.
Mi girai verso lo schermo, cliccai sull'icona di una cinepresa in alto
a destra, e nel menù verticale che si aprì cliccai su “portone”. Ripreso
dall'alto mi apparve un uomo magro, dal busto rigido chino in avanti
e il cui berretto nascondeva il viso. Spostai il mouse, provocando il
movimento laterale e poi verticale, della cinepresa del portone. Dietro
all'uomo, il viale sembrava deserto.
Mi alzai. Con un rumore sordo, Manga atterrò e con un movimen-
to quasi invisibile si eclissò attraverso la porta socchiusa dello studio.
Mi avvicinai a un mobile cinese laccato nero e rosso sangue di buc,
sopra il quale era appeso un ingrandimento di una foto che aveva re-
centemente conosciuto una diffusione universale. Un uomo in piedi
su uno sgabello, il viso mascherato da un cappuccio a punta che ricor-
dava tanto il Ku Klus Klan quanto un folletto da leggenda o le vittime
dell'Inquisizione promesse al boia. Vestito fino alle ginocchia con una
specie di casacca, degli elettrodi alle mani e ai piedi. Le braccia in cro-
ce.
Da un cassetto, presi la mia Sig Sauer munita di moderatore di
suono, la feci scivolare nella cintura, al di sopra della natica destra.
Raggiunsi la porta dello studio. A ogni passo, nella tasca inferiore dei
pantaloni di tela pesante, una granata a frammentazione batteva contro
la mia coscia. Da un attaccapanni, presi la giacca senza maniche. Den-
tro, sotto il cotone, le piastre di kevlar facevano sentire il loro peso.
Mentre mi infilavo la giacca antiproiettile, passai senza rumore sot-
to una pergola, respirai l'aria calda di settembre. Da lontano, un cane
abbaiava. Forse uno spaniel bretone.
Delle vespe si inebriavano nel glicine: Anche per loro, la fine si av-
vicinava.
Le mie espadrillas non fecero nessun rumore mentre scendevo i
gradini, mi avvicinai al vestibolo che due colonne romaniche inquadra-
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
vano. Mi addossai alla più vicina, il profilo sollevato verso la volta,
tendendo l'orecchio, la pistola tenuta con due mani, la canna verso
il cielo.
“Chi è?” gridai.
Un doppio battente di legno con chiodi di ferro chiudeva il por-
tone fino alla volta. Da dietro, soffocata, mi arrivò la risposta: “Sono
Maugier, il suo vicino.”
Avevo riconosciuto la sua voce. Sospirai, feci scivolare l'arma nel-
la cintura sulal natica destra e nascosi l'impugnatura tirando fuori un
lembo di camicia.
“Entri allora” dissi con voce amabile piazzandomi davanti al por-
tone. “Entri è aperto.”
Mentre un battente della porta si apriva sull'uomo col berretto,
aggiunsi: “Non c'è bisogno di chiudere, da queste parti, eh? Lascio
sempre tutto aperto, io, anche quando scendo in città.”
“Oh” fece lui tendendomi la sua grande mano, “ora, anche qui,
sa... Ci sono degli stronzetti laggiù nel quartiere dei turchi...Bah”
Si riprese, “penserà che sono razzista.”
Sorrisi, aprendo le braccia.
“Affatto, affatto. Sappiamo bene che la colpa è della società, eh,
allora, che possiamo farci..Beve qualcosa?”
Con un gesto pensieroso, Maugier sollevò il berretto per pog-
giarlo un po' più indietro sul cranio, passò una zampa sugli zigomi
magri colonizzati da venuzze violette.
“Oh, è un po' presto per l'aperitivo, comunque.”
“Una birra? Questo calore secca, no?”
“Andiamo, ne divido volentieri una...”
“Saliamo, mi racconterà all'ombra cosa la porta qui.”
Mi diressi verso la scala che conduce sotto la pergola, ma dopo
qualche passo sentii che il mio ospite si fermava e mi girai. Piantato
in mezzo al cortile dalle lastre consumate, a braccia conserte, gur-
dava con aria grave gli edifici in pietra da taglio: “Davvero bello”
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
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disse infine “quel che ne ha fatto di questa catapecchia. Deve esserle
costato un botto...”
“Ebbene sì” risposi posando il piede sul primo gradino, “gliel'ho
già detto, ho investito tutti i soldi realizzati con la liquidazione della
mia azienda. Ma se vuole delle cifre, non posso, eh, è un segreto di
Stato.”
Fece una risata di approvazione.
“Ha ragione... Si rende conto che a me, con le mie quattro vacche
e il mio pezzo di terra, vogliono farmi pagare le tasse sul patrimonio?
E nella nostra frazione non abbiamo neanche la fognatura allacciata,
mentre a Le Lardin e a Beauregard, sono anni che ce l'hanno!”
Mezz'ora più tardi, dopo aver firmato la petizione per l'allaccio
delle fogne, riaccompagnai Mauger al portone. Rimasi in ascolto
fino a quando non sentii mettere in moto il fuoristrada che aveva do-
vuto parcheggiare prima della curva per non rovinare le sue gomme
nuove sul mio vecchio viale di ghiaia.
Ritornato davanti allo schermo, cliccai su “word processor”,
Manga era saltata sulla scrivania e si era piazzata in uno dei suoi posti
preferiti: tra tastiera e schermo, in quel nido di ronzio sottile e d'elet-
tricità statica nel quale sonnecchiava per ore. Passai il palmo sulla sua
colonna vertebrale, provocando le fusa come se avessi premuto un
tasto. Quando le mie dita le scivolarono sotto il mento per grattarle
dolcemente la gola, ripensai a un'altra gola che avevo stretto fino a
che la morte era sopraggiunta. Era ora di mettermi al lavoro.
Distratto dagli sguardi rasoterra, non avevo ancora iniziato il
compito che mi ero prefissato per la mattinata: riferire come avevo
dovuto sopprimere un gatto e una vita umana.
Questo racconto, lo stavo per cominciare con determinazione e
concentrazione, come tutto ciò che ho sempre intrapreso. Ma an-
che con la nuova sensazione che mi accompagnava da quando avevo
liquidato la mia azienda: l'assurdità, a ogni istante, di ciascuno dei
miei gesti. Perché quel che mi preparavo a raccontare, è il fatto stesso

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
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di raccontarlo,, tutto ciò non sarebbe servito che a rimandare quello
che doveva succedere, quello che inevitabilmente sarebbe venuto a
stanarmi qui, dietro il mio schermo. Si trattava solo di ingannare
l'attesa.
Continua....
Tratto da: In fondo agli occhi del gatto, Marsilio 2007

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

DAVIDE CASSANI
15 ottobre 2009 – ore 21 – Sala del Consiglio
Municipio di Saint-Pierre

Davide Cassani, romagnolo, per quindici anni ciclista profes-
sionista, è un grande esperto di sport. Commenta per la Rai le cor-
se ciclistiche più importanti. Ritiratosi dall’attività agonistica, vie-
ne notato dall’allora direttore di RaiSport che gli affida il ruolo di
commentatore delle gare ciclistiche. Ha uno stile impeccabile, ap-
passionatto e nello stesso tempo garbato ed ironico, condito poi da
una grandissima preparazione maturata nel corso della carriera.
Autore di Quelli che pedalano, Almanacco del ciclismo 2008, Pantani.
Un eroe tragico

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QUELLI CHE PEDALANO

Perché in bicicletta
Le donne la chiamano “prova costume”, per gli sportivi il concetto
può essere considerato analogo, ma a me piace più pensarlo come uno
“stato d benessere”. L’attività sportiva può portare facilmente a condi-
zioni fisiche eccellenti e una pratica regolare è quanto mai indicata. E
non solo per fare bella figura in spiaggia.
Tante volte, poi, basta guardarli: chi fa sport, al di là del fisico mi-
gliore, è generalmente più sereno. Ha una marcia in più perché lo sport
non fa bene solo al fisico. Rilassa e stimola la mente. Cosa chiedere di
più? E certo non lo scopriamo oggi.
E allora perché non partire subito?
Il problema, spesso, è proprio nel cominciare. O nel ricominciare.
Che siate all’inizio o abbiate già avuto esperienze di un’attività fisica
importante, il problema è proprio nel cominciare a muoversi.
Bisogna mettere in conto un cambio di abitudini che pian piano si
sono radicate. Se avete un passato di atleta poi, per certi versi potrebbe
essere anche più dura. Il rischio è di trovarvi a fare subito confronti
impietosi con lo stato fisico di diversi anni prima e demoralizzarvi. Ma
in questo caso non dovete guardare a comperavate..bensì a quello che
state riuscendo a fare ora, che di mezzo ci sono, magari, anche il lavoro
e la famiglia. Oltre a qualche anno in più.
Ma andare in bicicletta, vedrete, è soprattutto divertimento. Non
importa che incominciate con la vecchia bici trovata in cantina, oppure
con un mezzo più al passo con i tempi (e senz’altro più costoso). La
sensazione di benessere che si ha dal fare attività fisica arriva da subito.
Occorre iniziare bene, certo, ma io vedo che chi sa cosa deve fare, e
anche cosa aspettarsi dal proprio fisico, reagisce bene già dalle prime
uscita. Quelle che, inevitabilmente, sono piuttosto faticose.
La bicicletta, a differenza di altri sport, offre la possibilità di variare
di continuo l’esercizio fisico e l’ambiente circostante. Difficilmente vi
annoierete. Quando mi trovavo a fare percorsi ripetitivi per seguire una
tabella di allenamento, mi bastava variare qualche strada per trasfor-

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
mare un percorso conosciuto in una strada completamente nuova. La
bicicletta può diventare ogni giorno un motivo di scoperta.
Tratto da: Quelli che pedalano di Davide Cassani, Mondadori 2009
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Chanson d'automne
Les sanglots longs
Des violons
De l'automne
Blessent mon coeur
D'une langueur
Monotone.
Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l'heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure
Et je m'en vais
Au vent mauvais
Qui m'emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.
PAUL VERLAINE
(Poèmes Saturniens)
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
23 ottobre 2009 ore 21:00
Sala consigliare municipio di Saint-Pierre
e presentazione del libro:
Marie-Jeanne END Edizioni

Giacinta Baudin
Marie-Jeanne può essere considerato a buon diritto un romanzo
storico. Le vicende narrate si snodano negli anni dal 1660 al 1680
circa in Valle d'Aosta ed in particolare nella piccola comunità di Cham-
porcher. La storia di quei tempi e di quei luoghi è non solo lo sfondo
nel quale si muovono i personaggi ma essa stessa tema del racconto.
I notai, le decime, i Signori del posto, dal de Bruiset ai Savoia, i com-
plottti, le controversie, le rivendicazioni, i privilegi e le miserie sono
al centro della narrazione. In questo contesto s'inserisce la storia di
una donna, Marie-Jeanne, che dopo aver sposato un valligiano lascia
la natia Provenza e va a vivere a Champorcher, un piccolo paese alpino
situato in fondo ad una valle dagli orizzonti ristretti e dalle montagne
incombenti.

Giacinta Baudin è stata insegnante elementare e direttrice didattica.
Ha diretto per dieci anni la rivista L'école valdôtaine. Ha pubblicato le
raccolte di racconti Venti tetti (1993), Il posto giusto (1996), Giustizia
privata (2002).

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

LE BELLE STATUINE

Ogni anno, il 30 e il 31 di gennaio si svolge ad Aosta la fiera di
Sant'Orso, che si dice millenaria.
Probabilmente è una leggenda ma, come tutte le leggende, deve
essere nata da un fatto, una consuetudine, una ricorrenza molto signifi-
cativi. A metà inverno, esattamente il 31 di gennaio, la vigilia della festa
di Sant'Orso, di qui il suo nome, i valligiani scendevano in città,
"eun veulla" per vendere i prodotti in legno del loro paziente lavo-
ro nei freddi mesi precedenti.
Nelle stalle, la sera, mentre le donne filavano la lana e i bambini
giocavano con sassolini e muletti di legno prima di crollare nel sonno,
gli uomini costruivano gli attrezzi agricoli e poi, per riposo e diletto,
intagliavano maschere di corteccia e statue di legno nella loro ingenua
e potente arte pastorale.
Negli anni, quella vendita era diventata un appuntamento fisso, un
momento di scambio irrinunciabile sia per motivi economici che per
motivi affettivi.
Gli artigiani s'incontravano nelle strade del borgo, esponevano le
loro merci, bevevano insieme vino caldo e mangiavano pane nero con
lardo e salsicce in una festa che li compensava dei lunghi giorni in
solitudine sui loro monti. L'abitudine era diventata tradizione e si rin-
novava puntuale.
I tempi sono cambiati ma la Fiera dura ancora anzi è diventata un
fatto commerciale e turistico di grande richiamo.

Anche quest'anno, puntualmente, il 30 e il 31 di gennaio si è ce-
lebrata la tradizionale Fiera di Sant'Orso, la novecentonovantasettesi-
ma.
Un dépliant caduto in terra illustra così l'evento:" Nella Fie-
ra sono presenti tutte le attività tradizionali: scultura ed intaglio su
legno, lavorazione della pietra ollare, del ferro battuto e del cuoio,
tessitura del "drap", stoffa in lana lavorata su antichi telai in legno,
e poi merletti, vimini, oggetti per la casa, scale in legno, botti...

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
.........................................
Nel Medio Evo la Fiera si svolgeva nel Borgo di Aosta, in
quell'area circostante la Collegiata che porta il nome di Sant'Orso.
Racconti leggendari narrano che tutto ha avuto inizio proprio di fronte
alla Chiesa dove il Santo, vissuto anteriormente al IX secolo, era solito di-
stribuire ai poveri indumenti e “sabot” le tipiche calzature in legno ancora
oggipresentateinFiera. Adessotuttoilcentrocittadinoèesserecoinvol-
to nella manifestazione, all'interno e a fianco della cinta muraria romana.
La Fiera è anche musica folklore ed occasione di degustazioni gastro-
nomiche di vini e di prodotti tipici. E' un momento di festa che si
protrae, tra canti e balli tradizionali, nella lunga "Veillà", la notte fra il
30 e 31 Gennaio con le vie illuminate e piene di gente."

*****

Il pomeriggio della seconda e ultima giornata della Fiera il flusso dei
visitatori è ancora intenso. I banchi degli espositori incominciano ad
alleggerirsi. I più bei pezzi di scultura troneggiano sempre più isolati,
solitari e invenduti. Chissà che un visitatore dell'ultima ora non diventi
un acquirente interessato e facoltoso. Gli artigiani mostrano ormai i
segni della stanchezza e del freddo. Sono tutti bene imbaccuccati in pe-
santi maglioni e giacche a vento a più strati, ma le mani fredde e i nasi
rossi accusano l'inclemenza della stagione.

Franco, lo scultore superpremiato, si tiene un po' in disparte. Anco-
ra una volta ha avuto molto successo, ma i visitatori erano soprattutto
dei curiosi. Alcuni, insopportabilmente pacchiani e incompetenti, sono
arrivati a giudicare ad alta voce i suoi prezzi eccessivi, secondo loro, e
hanno finito con l'infastidirlo. Quanto più diventa bravo ed apprez-
zato, anche nei compensi, tanto meno sopporta obiezioni e critiche.
Perciò, a volte, non aveva neanche risposto a domande, che gli erano
sembrate petulanti, su come facesse a produrre le sue opere, cosa signi-
ficasse quel pezzo e quanto tempo impiegasse a finire un'opera. Quan-
to tempo? Un pannello in bassorilievo di 80 per 30, per esempio, pote-
va richiedere un mese, anche meno di lavoro materiale, ma chi contava
il tempo impiegato per far nascere l'idea, covarla, dedicarvi ogni giorno
pensieri quasi amorosi, chi contava, chi pagava quel tempo? Domande
oziose di gente ignorante.

- Anche quest'anno è andata, pensa e incomincia a riporre alcuni
oggetti. Gli sembra che la scatola in cui rimette i pezzi più piccoli mo-
stri dei vuoti, degli spazi inabitati. Questi pezzi di pochi centimetri,
mai più di dieci, sono nodi e radici di legno duro, noce soprattutto, ma
anche faggio e ciliegio, in cui scolpisce con pazienza figure umane o
antropomorfiche: folletti, gnomi ma anche piccole portatrici di frutta,
seminatori dall'ampio gesto rattenuto nelle dimensioni ridotte, stor-
nellatori festosi, vecchi curvi imprigionati nelle nervature del legno; i
suoi piccoli personaggi, questa sera, sembrano sperduti nella scatola,
con dei vuoti tra di loro.
Infatti: dov'è “la donna nel vento” e “il contadino con la slitta” e
“il cane del pastore” e “il cesto di mele e noci”?
Guarda sulla bancarella ormai quasi vuota e poi sotto e poi attorno.
Scosta altre scatole. Sa benissimo i pezzi che ha venduto e nessuno di
quelli che mancano è tra di essi. Volge lo sguardo intorno: che siano
scivolati verso le altre bancarelle ?
E allora si vede come rispecchiato negli altri espositori. I quattro o
cinque più vicini stanno facendo esattamente come lui: frugano, cerca-
no, sempre più inquieti, tra la loro merce.
- Non trovo l'asinello con le ruote colorate.
- Dov'è finito quel gallo con la cresta un po' storta?
- E la mia madonnina col bambino, quella piccola come un pugno
chiuso?
- A me mancano cucchiai e forchette di legno, piccole come gio-
cattoli.
- E i miei piccoli sabot,¹ quelli che servono da portachiavi?
Gli interrogativi si moltiplicano.
Molti lamentano la scomparsa di vari oggetti, tre o quattro cia-
scuno, tutti di dimensioni minuscole. Devono arrendersi all'evidenza:

1 Zoccoli in legno, tipici della Valle di Ayas

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
sono stati derubati.
L'indignazione è superiore alla rabbia. Già negli anni scorsi durante
i giorni caotici della Fiera si erano lamentati furti ma sempre di borse
e portafogli dei visitatori. Era addirittura impensabile che si osasse il
sacrilegio, perché questa fiera è anche una festa religiosa e loro, gli
artigiani, ne sono gli officianti, di attentare ai loro lavori.
C'è anche una donna tra i derubati, la Signora Augusta, l'unica
scultrice che espone con loro. È una donna sulla cinquantina, dai gran-
di occhi chiari e sereni, non si lamenta mai, anzi trova sempre una
ragione per scusare qualche ritardo, qualche disguido, per offrirsi di
aiutare senza chiedere nulla, con semplicità e gaiezza. Oggi però il suo
stupore amareggiato è uguale a quello degli altri.
Si chiedono che cosa fare: avvertire i Carabinieri? Ce ne sono alcuni
appostati nei vari punti del percorso e altri, in divisa e in borghese, che
circolano in continuazione. Proprio al TG della sera del giorno prima
era stato intervistato il loro Capitano che aveva vantato gli ottimi esiti
dell'opera di prevenzione e controllo: nessuna denuncia. Ciò non si-
gnifica, si dissero i derubati, che non ci fossero stati furti, solo che non
c'erano state denunce.
Anche loro, decidono di non avvertire la forza pubblica ma di agire
da soli.
Confabulano per un po', chiedono ancora in giro caso mai qualcu-
no possa dar loro una spiegazione per quelle sparizioni, poi, lasciati le
mogli o i figli a finire di riporre gli oggetti, sparecchiare le bancarelle
e preparare i pacchi per il ritiro delle merci, si avviano insieme, conti-
nuando a parlare, verso la grande piazza.
Il sole già basso, non si è che alla fine di gennaio e le giornate sono
ancora corte. Illumina di striscio le tende bianche sotto cui sono espo-
sti i mobili e i lavori delle scuole di scultura; la gente parla poco ormai
stanca di due giorni di kermesse.
Al passaggio lanciano qualche breve saluto ai colleghi espositori
chiedendo se ci sia nulla di nuovo. Alle risposte negative pensano bene
di non divulgare i loro guai. Entrano in un bar e ordinano vino caldo.
Sono intanto giunti alla conclusione che deve trattarsi di un unico
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
ladro o di un gruppo, una banda, i cui membri cercano tutti lo stesso
tipo di merce: oggetti d'artigianato piccoli.
Chiedono ancora qua e là, ma non trovano altri che si lamentino
di furti. Si lamentano dei compratori tirchi e ignoranti, degli espositori
che non sono artisti del legno come loro, della tradizione snaturata, ma
non di furti. Sembra che sia stata presa di mira solo la zona tra la Piazza
e l'Arco d'Augusto.
Tornano indietro e decidono di procedere dividendosi ed esploran-
do ognuno una delle viuzze che si diramano dalla centrale via Sant'An-
selmo.
La signora Augusta avanza lentamente chiedendosi cosa dovrebbe
cercare. Prova a mettersi nei panni del ladro o dei ladri. Un collezioni-
sta di miniature? Un commerciante venuto da fuori che pensa di riven-
dere gli oggetti in un suo negozio chissà dove senza conoscere neanche
il valore reale di ogni pezzo?
Mentre cammina soprappensiero urta involontariamente una don-
na in abiti colorati, gonnelloni sovrapposti, un giostracuore ricamato,
lunghe collane di pietre e vetri scintillanti, capelli neri lucidi arruffati,
in braccio un bimbo molto piccolo piuttosto sporco e cencioso. La
guarda distrattamente, non chiede neanche scusa, non lo si chiede di
solito a zingare e mendicanti. Sono loro quelli che chiedono. Infatti
anche quella donna allunga prontamente il braccio libero verso di lei:
- Qualche lira per mio bimbo, bella Signora.
Con i bambini funziona quasi sempre, oscuri sensi di colpa ci smuo-
vono dentro una vaga pietà, così Augusta prende una banconota dal
suo portafogli e la porge alla donna che le afferra la mano:
- Leggere la mano, bella Signora, tu non avere fortuna, io sapere
tua vita, futuro, domani...
Sorride Augusta e ritrae la mano. La sua fortuna la conosce già:
essere sopravvissuta a un tumore al cervello, non chiede altro, ha impa-
rato la dura lezione che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo e quindi
va goduto tutto subito interamente. No, proprio non la interessa la
cartomante. Si allontana. Di solito per fare più facilmente compassione,
pensa, si muovono con almeno due bambini, uno attaccato alle gonne,
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

l'altro in braccio.
Questa, invece, ha solo quello piccolo in braccio. La sente chiamare
senza voltarsi "Yan". Ecco la spiegazione: Yan non c'è. Augusta con-
tinua la sua ricerca imprecisa. Guarda negli androni delle case antiche,
alcune quasi cadenti, altre elegantemente ristrutturate. All'incrocio con
via Sant'Orso s'inoltra verso la chiesa, magari entra in un attimo a ringra-
ziare per la bella giornata che ancora le è stata concessa. Non è partico-
larmente religiosa ma un sentimento di gratitudine indefinita rivolta a
"qualcosa" o a "qualcuno", la spinge a fermarsi, non necessariamente
in chiesa, qualsiasi posto va bene, anche la sua casa, una strada, un sen-
tiero di montagna, una via cittadina, fermarsi e dire "Grazie".
Prima di proseguire sente, di là da un arco aperto su un cortile
interno, arrivare una canzoncina, una specie di nenia monocorde resa
aggraziata dalla tenera, acuta voce infantile che l'intona e la ripete.
Non si vede nessuno. Il cortile sembra inabitato, solo alcuni scatoloni
ammucchiati lungo i muri, eppure la voce viene da lì.
Ora ha smesso di cantare, parla invece con intonazioni diverse e in
una lingua sconosciuta per Augusta. Sembra che faccia a botta e rispo-
sta tutto da solo. Augusta s'inoltra nell'androne, si affaccia sul cortile
disadorno e vuoto, animato solo da quella voce di bimbo. Va ancora
avanti verso il centro dello spiazzo e lo vede. Seduto per terra dietro a
due scatoloni ha steso davanti a sé un panno rosso e vi ha disposto in
bell'ordine le figure del suo teatrino : la donna nel vento, la madonni-
na, il cane del pastore, il fornaio, il contadino con la slitta, anche le pic-
cole forchette e l'asinello e il gallo dalla cresta storta. Assorto nel suo
gioco, come sanno fare i bambini, non volge il viso verso Augusta. Non
l'ha sentita e continua la sua recita; in un'inconsapevole regia muove i
piccoli personaggi gli uni verso gli altri, poi li allontana e presta loro la
sua voce e dà loro indicazioni ed ordini. La nera testa ricciuta graziosa-
mente inclinata in avanti, il busto proteso verso la scena che ha creato
e che anima con viva passione. È tale la sua tranquilla gioia che Augusta
si ferma: ecco il ladro. Ma la rabbia e l'indignazione di prima si dissol-
vono in un niente anzi si trasformano in un impeto di tenerezza.
Le viene voglia di sedersi vicino a lui, lì per terra, e di introdursi

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

nel suo gioco senza guastarlo. La consapevolezza dell'impossibilità di
questo semplice gesto la rende malinconica.
- Eccolo: è lui. Guarda, guarda, lo vedi?
La voce di Franco, lo scultore famoso e molto apprezzato, una voce
forte, indignata e soddisfatta rompe l'incanto.
- Ah! L'hai trovato. Brava Augusta. Ehi! tu, cos'hai fatto?
Subitamente spaventato il bambino allunga prontamente le braccia
verso le sue statuine come a proteggerle e poi cerca di infilarsele in tasca
prima di scappare.
- Di qui non scappi, brutto zingaro, continua Franco.
Gli occhi del bambino corrono da un angolo all'altro del cortile
cercando una via di scampo.
- Lascialo stare - interviene Augusta, non può infierire, non può as-
sociarsi alle invettive e alle minacce di Franco.- Prendiamoci gli oggetti
e lasciamo perdere il bambino. Danni, così non ne avremo. Possiamo
dire che è scappato...
- E no - s'infuria Franco - troppo comodo, così si crescono i delin-
quenti!
Guarda Augusta quasi accusandola, per la sua debolezza, di tutta la
delinquenza minorile di questo mondo.
Intanto, mentre parlano, Franco si è avvicinato al bambino lascian-
do sguarnita l'entrata del portone. Con uno scarto e un guizzo im-
provviso il bimbo è scattato di lato, poi ha preso a zigzagare di corsa
verso l'uscita, sgusciando sotto al braccio dell'uomo.
Augusta si sposta un poco lasciando libera la via d'uscita.
- Vai Yan, gli dice sottovoce, corri.

GIACINTA BAUDIN

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

X
SETTIMANA
DELLA CULTURA
18 - 26 APRILE 2009

IN OCCASIONE DELLA XI SETTIMANA DELLA CULTURA 2009
La Biblioteca Comunale di Saint-Pierre

INVITA:

MARTEDÌ 21 APRILE ORE 21:00
Municipio di Saint-Pierre - Sala consiliare

CINZIA JORIS presenta:
Oltre l'apparenza: L'utilizzo delle immagini nella storia dell'uomo

Joris Cinzia, nata ad Aosta, laureata in Lettere Classiche all'Università degli
Studi di Torino, titolare di un Dottorato di Ricerca Preistorica al Muséum
d'Histoire Naturelle de Paris e di un master di Didattica Museale all'Università
di Roma 3, è libera professionista di didattica e comunicazione nell'ambito di
diverse istituzioni pubbliche e private in Piemonte e Valle d'Aosta.

GIOVEDÌ 23 APRILE ORE 21:00
Municipio di Saint-Pierre - Sala consiliare

MICHELA CECCARELLI presenta:
La figura di Joséphine Duc Teppex
giornalista e scrittrice valdostana vissuta tra il 1855 e il 1947

Ceccarelli Michela, nata ad Aosta il 28 giugno 1981, e residente a Saint-Pierre
(AO), si è laureata con 110 e lode in Lingue e Letterature Straniere presso
l'Università degli Studi Superiori di Pavia. Per diversi anni è stata tutor di lin-
gua francese presso la facoltà di Economia e Commercio dell'ateneo pavese.
Dopo aver avuto diverse esperienze nel campo dell'insegnamento come docen-
te di lingue straniere, ha conseguito l'abilitazione all'insegnamento secondario
a Pavia presso la SILSIS (Scuola Interuniversitaria Lombarda di Specializzazio-
ne per l'Insegnamento Secondario). Attualmente insegna lingua e letteratura
francese nelle scuole secondarie superiori.

Clair de lune
Votre âme est un paysage choisi
Que vont charmant masques et bergamansques
Jouant du luth et dansant et quasi
Tristes sous leurs déguisements fantasques.

Tout en chantant sur le mode mineur
L'amour vainqueur et la vie opportune,
Ils n'ont pas l'air de croire à leur bonheur
Et leur chanson se mêle au clair de lune,

Au calme clair de lune triste et beau,
Qui fait rêver les oiseaux dans les arbres
Et sangloter d'extase les jets d'eau,
Les grands jets d'eau sveltes parmi les marbres.

PAUL VERLAINE
(Fêtes Galantes)

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
CINZIA JORIS
21 APRILE 2009 ORE 21.00
MUNICIPIO DI SAINT-PIERRE - SALA CONSIGLIARE
LE IMMAGINI NELLA STORIA
DELL'UOMO
Le immagini, dipinte, scolpite, incise hanno costituito durante tutta
la storia dell'uomo lo strumento fondamentale della comunicazione,
assumendo significati diversi, comprensibili dai contemporanei ma
spesso cifrati per il fruitore moderno.
Dagli animali fluttuanti nel vuoto, dipinti sulle pareti delle grotte
preistoriche, è possibile iniziare un itinerario che percorre le principali
civiltà del passato, guardando oltre l'immagine stessa, per raggiunge-
re il pensiero che quell'immagine ha ideato ed espresso, alla ricerca
di quel sistema di idee, valori e pensieri, che rivela l'uomo. In ogni
epoca, ma soprattutto nelle epoche antiche, l'immagine è espressione
di singole individualità ma anche e soprattutto di un sistema di valori
condivisi e quindi di un particolare contesto storico e culturale.
Le sculture greche di V secolo, che rappresentano spesso figure
in equilibrio tra due movimenti contrari, esprimono una concezione
del mondo nel quale l'uomo si pone al centro del mondo, ergendosi
con le proprie forze contro la forza della gravità, componendo in un
insieme armonico, attraverso la razionalità, le forze discordanti che
caratterizzano la natura umana.
Sculture e bassorilievi di epoca romana invece erano ideati come
strumenti della propaganda politica dell'impero, dei valori che ne co-
stituivano il tessuto, delle operazioni militari e amministrative dei suoi
protagonisti.
La raffigurazione scarsamente realistica della figura umana tra tarda
antichità e Alto Medioevo, nella quale solo erano enfatizzati gli occhi,
esprime una concezione dell'essere umano come emanazione di Dio:
l'uomo esiste nella sua parte di spirito che lo avvicina alla divinità.
Con il Rinascimento viene recuperato l'uomo nella sua umanità:
in area fiamminga la pittura ad olio tende a rendere i minimi dettagli
della realtà mentre l'area toscana si esprime con la ricerca della prospet-
tiva. Nelle opere di Raffaello si coglie una reinterpretazione del ruo-
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

lo dell'uomo nel mondo e nella storia; l'uomo è rappresentato nella
sua interezza, la scena è perfettamente costruita nello spazio, sorge la
necessità di rappresentare la realtà nel modo più oggettivo possibile,
perché il mondo diventa il vero centro di interesse.
Alla fine del 500 la Controriforma trasforma le immagini: Lutero
sosteneva che il rapporto tra uomo e Dio poteva avvenire senza inter-
mediari e molti lo seguirono, per allontanarsi da una chiesa di pote-
re che si esprimeva attraverso immagini difficili, riservate ad una elite
colta. Fu necessario allora per la chiesa cattolica inventare un nuovo
linguaggio figurativo, che potesse ricondurre le folle, avvicinando la
chiesa all'uomo, ridando così importanza al suo ruolo di mediazione:
Caravaggio, considerato oggi come il suo primo vero interprete, in-
venta figure che esprimono un dramma reale e, traducendo attraverso
i colori, dolore, angoscia e sofferenza, assumono la consistenza della
vita.
Nei secoli successivi l'arte europea continua ad essere strumento
privilegiato dell'espressione di un pensiero comune: nella seconda metà
dell'Ottocento, il realismo di Courbet traduce un' analisi razionale del
mondo che si organizza secondo leggi precise e può essere osservato
in tutti i suoi aspetti come un organismo vivente sotto la lente di un
microscopio.
Alla fine di questo secolo l'immagine tradizionale entra in crisi: la
riproduzione della realtà viene affidata alla fotografia e gli artisti esplo-
rano nuovi percorsi, conferendo alla luce e al colore un un nuovo ruolo,
indipendente dalla realtà stessa.
L'inizio del Novecento si apre con la disintegrazione della realtà
interna ed esterna dell'uomo: l'atomo, la relatività, l'inconscio. La
realtà apparente non corrisponde più a nulla e l'artista viene chiamato
a svolgere una nuova grande missione: esprimere ciò che si trova oltre
l'apparenza, conferendo all'immagine il difficile compito di indagare
e rappresentare l'invisibile, alla ricerca di ciò che costituisce l'essenza
dell'esistente.

CINZIA JORIS

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

La neige à travers la brume
La neige à travers la brume
Tombe et tapisse sans bruit
Le chemin creux qui conduit
À l'église où l'on allume
Pour la messe de minuit.

Londres sombre flambe et fume :
Ô la chère qui s'y cuit
Et la boisson qui s'ensuit !
C'est Christmas et sa coutume
De minuit jusqu'à minuit.

Sur la plume et le bitume,
Paris bruit et jouit.
Ripaille et Plaisant Déduit
Sur le bitume et la plume
S'exaspèrent dès minuit.

Le malade en l'amertume
De l'hospice où le poursuit
Un espoir toujours détruit
S'épouvante et se consume
Dans le noir d'un long minuit...

La cloche au son clair d'enclume
Dans la tour fine qui luit,
Loin du péché qui nous nuit,
Nous appelle en grand costume
A la messe de minuit.

PAUL VERLAINE
(Bonheur)

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
MICHELA CECCARELLI
23 APRILE 2009 ORE 21.00
MUNICIPIO DI SAINT-PIERRE - SALA CONSIGLIARE
Joséphine Teppex Duc è un nome che a molti non è certamente
nuovo: Joséphine, infatti, è spesso citata in opere e biografie relative
alla cultura e alla storia della Valle d'Aosta. Al di là del nome, tuttavia,
pochi sanno che vi è una donna di notevole rilievo per la storia valli-
giana.
«Adoucir une peine, faire naître une espérance, émousser les rapports
trop violents ou trop pénibles entre les individus est un devoir sacré pour
toute personne qui comprend sa mission et son but sur la terre. C'est ce que
j'essaie de faire chaque fois que j'écris pour mes chers lecteurs du Mont-
Blanc »
A partire da questa citazione, tratta da uno dei numerosi articoli da
lei scritti, possiamo capire lo spessore di questa donna, che ha dedicato
una vita intera al giornalismo come mezzo per diffondere messaggi e
valori a favore del progresso morale ed economico della Valle d'Aosta.
Nata il 27 dicembre 1855, la prima di 13 fratelli, Joséphine, dopo
gli studi presso le suore di san Giuseppe e l'abilitazione all'insegnamen-
to nella prima e seconda classe elementare, si dedicò interamente alla
carriera giornalistica. Nel 1894 fonda insieme al marito Edouard Duc il
noto settimanale “Le Mont-Blanc", che conobbe una straordinaria for-
tuna per ben 46 anni, superando perfino la censura fascista del 1926.
Come tanti altri giornali dell'epoca, anche "Le Mont-Blanc" era
composto di quattro pagine suddivise per la politica e i commenti in
prima, le notizie sulla regione e le varie rubriche in seconda e in terza,
la pubblicità in quarta. Considerato il primo vero giornale d'opinione
in Valle, il foglio pubblicava articoli che spaziavano dall'economia alla
politica, dalle tradizioni regionali al progresso, dalla cultura all'agricol-
tura, dalla religione all'educazione. La chiave del suo successo è stata la
capacità dei coniugi Duc, in particolare di Joséphine, di saper associare
e combinare l'importanza delle tradizioni e del passato regionali con
l'auspicato progresso e la necessaria apertura della Valle d'Aosta.
Tra i numerosi articoli firmati Edelweiss (pseudonimo di Joséphi-
ne), ricordiamo quelli inerenti ad alcune tematiche care alla Nostra,
come la questione linguistica che ha interessato la Valle d'Aosta a parti-
re dalla seconda metà del XIX secolo, in particolare dal 1861, in segui-
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
pochissimi giornali in circolazione, il foglio aumentò vertiginosamente
le sue vendite passando da quattro a sei fogli e, grazie all'acquisto di
una Linotype, migliorò notevolmente la qualità dell'impaginazione e
della resa grafica. Tuttavia il foglio si ridusse, dal punto di vista contenutistico, alla comunicazione spesso celebrativa dell'operato del Duce e
del fascismo. Celebrazione necessaria per la sopravvivenza del settimanale e che rinvia a quella dimensione psicologica del conformismo, non
condiviso (nelle ultime fasi soprattutto) ma necessario, di chi si piega.
Di notevole rilievo poi, risulta essere l'attinenza del pensiero di Jo-
séphine al più vasto contesto culturale europeo. Per quanto profonda-
mente e intimamente legate alle petite patrie, le sue idee e la sua opera
superano i confini regionali e si innestano perfettamente nella corrente
di pensiero di altre scrittrici straniere, tra le quali l'autrice francese Mme
Jeanne Marie Le Prince de Beaumont. Entrambe, infatti, furono con-
vinte giornaliste che approfittarono di questa esperienza per diffondere
un tipo di istruzione più moderna che non escludesse le donne e gli
umili. Inoltre, Joséphine non si è mai stancata di predicare il control-
lo delle nascite, di sostenere l'emancipazione della donna, di esortare
a diffondere in modo più capillare l'istruzione, un certo benessere e
maggiori diritti tra le classi più povere.
Nel marzo del 1940, il foglio cessò improvvisamente le sue pub-
blicazioni: cosa aveva ancora da dire di fronte all'ennesima tragedia
umana, quale la Seconda Guerra Mondiale?
Qualche anno dopo, nel maggio del 1947, muore anche Joséphine
all'età di 92 anni. Il suo necrologio così recitava:
Après avoir tant aimé sa famille et sa Vallée, auxquelles elle avait
consacré son cœur et son intelligence – après avoir voué sa plume à la
défense de la cause des opprimés, à la lutte contre les préjugés et toutes
les hypocrisies, revendiquant pour chacun la liberté de penser et de vivre
dans l'égalité des droits et la dignité du Devoir et du Bien, fondée sur la
compréhension de Dieu et du Christianisme.
Dalla lettura di “Le Mont-Blanc” scopriamo così il pensiero di una
donna notevolmente all'avanguardia per l'epoca considerata, ma al
to alla proclamazione dell'unità nazionale. Se fino ad allora il francese
era stata la lingua ufficiale della regione, a partire da questa data, per
motivi politici, economici e culturali l'italiano stava penetrando i con-
fini regionali. La preoccupazione dei valdostani nacque in seguito ad
alcune minacce come quella avanzata dal parlamentare italiano Veg-
gezzi-Ruscalla che, all'indomani della nascita del nuovo stato italiano,
propose di cancellare il francese in Valle considerato "macchia [...]
anomalia della nazionalità italiana". "Le Mont-Blanc", come anche al-
tri giornali dell'epoca, si fece fedele portavoce e sostenitore di questa
lotta in difesa dell'idioma francese in Valle, sostenendo l'importanza di
salvaguardare la lingua del passato, della tradizione e della cultura dei
valdostani. Va notato che queste considerazioni, per quanto forti, non
si tradussero mai in scelte di rottura sul piano politico e istituzionale.
Infatti non si temeva la presenza di altre lingue sul territorio regionale,
anzi Joséphine fu tra le prime a sostenere l'importanza di saper con-
ciliare la propria lingua materna con altre lingue moderne straniere,
affermando: "il faut apprendre autant de langues étrangères que l'on
fréquente de pays différents. [...] Les valdôtains devraient lutter de tou-
tes leurs forces pour obtenir l'enseignement des langues vivantes."
Altra tematica delicata affrontata da Joséphine sulle pagine di "Le
Mont-Blanc", fu la questione religiosa. Tra il 1902 e il 1907, infatti,
Joséphine e il marito Edouard abbandonano la fede cattolica e si con-
vertono alla fede protestante valdese. Se i motivi di questa conversione
non sono ancora oggi del tutto chiariti (si avanza l'ipotesi di scontri
personali con il vescovo J.A. Duc) rimane il fatto che per un certo lasso
di tempo la veste del foglio si modificò profondamente. A partire dai
primi mesi del 1907 i toni della polemica anti clericale si trasformano
in veri e propri insulti e invettive che costarono caro al foglio: solo
dopo cinque lunghi anni di censura "Le Mont-Blanc" annunciò la sua
ritrovata libertà, i tempi bui erano finiti. Anzi, proprio a partire dal
decennio successivo il foglio conobbe un periodo fortunatissimo: se
l'avvento del fascismo e della censura avevano colpito duramente gli
altri giornali, per "Le Mont-Blanc" si apre un periodo giornalistica-
mente monotono, ma economicamente molto ricco: rimasto uno dei
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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

tempo stesso fortemente radicata nei valori e nella cultura regionali.
Sorprende la capacità con cui Joséphine sia stata in grado di conciliare
la modernità con la tradizione, senza mai cadere in contraddizione:
essa si è rivelata giornalista appassionata che ha diretto per tutta la sua
vita il celebre settimanale “Le Mont-Blanc”, che ha tenacemente lot-
tato per la salvaguardia della lingua francese in Valle d’Aosta e per
il rispetto della cultura e del lavoro locali. Un socialismo umanitario
questo che, lungi dall’essere puro idealismo, si traduceva in proposte
concrete, avanzate con insistenza negli articoli di Joséphine, che hanno
decretato così non solo il successo del foglio, ma anche e soprattutto
della sua vera anima, Joséphine Teppex.

MICHELA CECCARELLI

Finito di stampare
nel mese di dicembre 2009
presso la Tipografia La vallée
ad Aosta

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