MéLange, Agosto 2003: La riapertura del Castello Sarriod de La Tour e i temi culturali di Saint-Pierre.
me_lange_agosto_2003.pdfIl quadrimestrale 'MéLange' (Anno 8, N. 2, Agosto 2003) della Biblioteca Comunale di Saint-Pierre è un fascicolo misto che pone in risalto l'importante riapertura del Castello Sarriod de La Tour, avvenuta nel maggio 2003 dopo anni di inattività, e la sua inaugurazione con la mostra provvisoria "Fragmenta picta". Oltre al tema centrale del castello, la rivista affronta argomenti di interesse locale e culturale, tra cui un editoriale sul turismo montano e la produzione casearia/vinicola, avvisi di eventi comunitari (giornata ecologica, feste associative) e un ricordo di Camillo Bochet. Contiene inoltre riflessioni sulla tutela del paesaggio e le leggi vigenti, un appello a sostegno dell'Associazione Nazionale Alpini, una sezione dedicata a recensioni letterarie di opere di Gabriel García Márquez e Stefano Benni, e un lungo articolo storico sull'evoluzione dell'abito da sposa e della moda femminile dal Settecento alla Seconda Guerra Mondiale.
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MéLange Quadrimestrale della Biblioteca Comunale di Saint-Pierre Anno 8 n° 2 Agosto 2003 Aut. tribunale di Aosta n° 9/96 Sped. abb. post. art. 2 - comma. 20/c legge 662/96 C.P.O. Saint-Pierre: Castello Sarriod de La Tour [Immagine del Castello Sarriod de La Tour]
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2 Saison d'alpage - Chantérry, 1966 3 Un modo diverso di conoscere la montagna Alpeggi, turismo, emozioni Editoriale assisono alla lavorazione del latte e ad altre attività della produ- zione. È previsto un assaggio dei prodotti lavorati in loco e a ri- chiesta, anche l'acquisto diretto dall'allevatore. È il quarto anno che ripetiamo questa esperienza e siamo sempre più gratificati dall'apprezzamento dei visitatori che toc- cano punte di cinquecento unità a giornata. Una iniziativa che non mancherà di incuriosire il turista alla ricerca dell'«originale». Questo signore si chiederà se si usas- se bere del vino in alpeggio? Poco e male in passato! La qua- lità del vino era in sintonia con la vita grama poco fa descritta. Si chiamava «Treillleüs» dal dialetto «treuill» il torchio, ed era ottenuto dalla spremitura della vinaccia. Nel processo di vinifi- cazione rimane, una volta spillato il vino, un insieme di acini ra- spe e un po' di liquido; questo prodotto insieme ad un poco di acqua veniva raccolto, messo nel torchio e spremuto anche per alcuni giorni. Raccolto in piccole boati era pronto per l'alpeggio. Pare che, complice la bassa temperatura e l'altitudine non risul- tasse particolarmente sgradevole; il brucior di stomaco si pote- va sopportare. Oggi non esiste più il «vino d'alpeggio» perché sono mu- tate le condizioni socio-economiche del contesto, però, cam- biando completamente ambiente vorrei descrivervi un vino che si può gustare non importa a quale quota; è particolarmente buono e basta. Si tratta di un Pinot Gris coltivato in un podere di circa 7000 mq a 850 metri di quota sullo spartiacque tra la Valsavarenche e la Val di Rhêmes. Sul mercato arrivano circa 12.000 bottiglie tra Pinot Gris, Gam-mai, Coteau Barrage. Tra questi quello che meglio si acco- sta all'ambiente di montagna è senz'altro il Pinot Gris. La produzione è di appena 60 ettolitri a ettaro e viene ven- demmiato all'inizio di ottobre. Si effettua una prima pigiatura in cassette, dopo 24 ore si effettua il primo travaso per separare la feccia più grossolana. Durante la fermenta- zione bisogna fare at- tenzione che la tem- peratura non superi i 20°. Nonostante la quota del vigneto in alta si riesce ad otte- nere un buon rappor- zione la scheda ufficiale del vino lo presenta «13°... tattato, fine, persistente, floreale... si abbina a ... aperi- tivi, formaggi ecc...» e non mente. Questo vino nel '98 si è aggiudicato la medaglia d'oro tra i vini di montagna, la rivista «Il Gambero Rosso» lo giudica un «due bicchieri», i sommeliers locali consigliano con la Fontina. Non entusiasma il profumo... quanto c'è in una essen- za!!!, Mi ri corda non per similitudine ma per emozione, quello che sprigiona il Nardo Celtico, in dialetto si dice «L'Aspeque» è una pianta di alta quota, più in alto degli alpeggi. Da sola non ha alcun odore, l'insieme di piantine sprigiona un aroma che toglie il fiato. Marco Carlin Sì chiamavano pastorelli i bambini che, terminata la scuola, seguivano le mandrie su, molto in alto, a pascolare. Mi ricordo l'odore del latte, il suono dei campanacci e vedo ancora il casaro che riattizza il fuoco sotto la caldaia grande dove nasce la Fontina... i, anch'io ero tra i ra- le «vacanze» a quot- anche le giornate di mente al pascolo, la fatica di colmi di latte dalla stalla de legato al ciclo naturale del bestiame, l'imprevedi- bilità atmosferica e la lontananza da centri abitati per un lungo periodo continueranno a rendere pe- sante la mansione dell'allevatore di montagna. Ci sono anche aspetti positivi, accidenti!!! Se fare la Fontina è senz'altro un pregio, pro- durre quella di montagna è un'arte: gli intenditori la distinguono dal prodotto di fondovalle per il profumo e la cremosità della sua pasta, vi sono al- berghi che prenotano, di anno in anno, solo ed esclusivamente forme prodotte in alta montagna. Da alcuni anni i conduttori di alpeggi e quello che meglio si acco- l'A.R.E.V. (Associazione degli allevatori Valdostani), in collaborazione con l'assessorato re- gionale all'agricoltura, hanno fatto propri questi concetti; hanno aperto gli alpeggi al turista, crean- do uno spaccato di vita contadina d'alta quota per offrire, al cliente delle nostre montagne qualcosa di diverso, qualcosa in più. Il tecnico dell'A.R.E.V., signor Bovard, che cura questa promozione tratta sinteticamente il programma che intende offrire quest'anno in fun- zione dei risultati ottenuti nelle passate stagioni. «...noi intendiamo promuovere l'alpeggio e i suoi prodotti come figura nuova, farli conoscere ad un numero di persone significativo sia per consen- tire una opportunità commerciale in più, sia per promuovere turisticamente un aspetto della Valle d'Aosta finora sconosciuto. Insieme ai Comuni e alla associazioni locali organizziamo delle giornate in alpeggio, cerchiamo di inserire il visitatore al centro della giornata lavorativa illustrandogli i vari mo- menti. A gruppetti li accompagniamo al pascolo, poi UNA LETTERA AL DIRETTORE Gentilissimo Direttore Le scrivo per ricordare una persona che alla comunità di Saint-Pierre ha dato tanto con generosità: il mio amico Camillo Bochet. Conto sulla sua sensibilità perché questo pensiero sia diffuso tra i lettori di Mélange. Grazie In data 05/12/2002 è venuto a mancare Camillo Bochet. Era un buono Camillo, profondamente onesto e generoso. Lo conobbi in una situazione tremendamente dolorosa, quando dovette sopportare la perdita di un figlio. Divenimmo amici, quasi di famiglia, i suoi figli e la mia crebbero e giocarono insieme (ormai tempi lontani). Nelle molte escursioni che facemmo insieme conosceva ogni baita, ogni casa e tutte quelle a cui aveva lascia- to un po' del suo lavoro e forse molte volte gratis. Quante volte veniva a cercarmi per portare a spasso o a merenda un povero uomo privo delle gambe e da solo riu- sciva a depositarlo sul mio pulmino per andare poi magari a Cogne a trovare un suo vecchio operaio. Caro amico, quante serate e discussioni nella tua vecchia casa e in quella nuova in cui hai lasciato tanto sudore ed è crudele ti abbia impedito di godere il frutto delle tue fatiche, di quello che hai sempre sognato, un male inesorabile ha troncato in breve tempo tutti i tuoi sogni. Stasera dal mio balcone vedo la tua casa e mi pare di vederti ancora fuori con il tuo cannocchiale a spiare il cielo. Anche io nella limpidezza della sera guardo le stelle e mi immagino di vederti lassù, penso che dopo tanta sofferen- za tu sia volato sopra la stella più limpida e sono certo che il tuo volo sia stato lieve come il sogno di un fanciullo. Ciao amico Grazie Signor Vigoni La ringrazio per aver sottolineato con grande umanità la figura di Camillo e della sua generosità. Marco Carlin Mélange Direttore responsabile Marco Carlin Comitato di redazione Vanda Champrétavy, Denise Chappuis, Daniela Bosio, Christian Chioso, Denny Cognetn, Germano Dionisi, Marina Lalé-Murix, Claudio Obert, Ferruccio Sommariva Direzione e Redazione c/o Biblioteca comunale di Saint-Pierre Progetto grafico Arnaldo Tranti Realizzazione e Stampa Tipografia Valdostana C.so Padre Lorenzo, 5 11100 Aosta AVVISI Domenica 28 settembre 2003 l'Amministrazione comunale di Saint-Pierre organizzerà una gior- nata ecologica, "Pulisci il mondo", in concomitanza con l'analoga ini- ziativa nazionale. È altresì gradita la partecipazione dei cittadini non appartenenti a nessuna associazio- ne. Ai partecipanti, inoltre, sarà of- ferto uno spuntino con piatti tipici locali. Si auspica una buona ade- sione. Sabato 13 settembre 2003 nel Comune di Saint-Pierre-en- Faucigny (Francia), gemellato con il nostro Comune, si svolge la festa delle associazioni. E' stato riserva- to uno stand per le associazioni del nostro Comune con l'invito a par- tecipare. È prevista la presenza di un rappresentante per ogni asso- ciazione e l'esposizione di materia- le per illustrare l'attività specifica e gli scopi delle associazioni stesse.
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4 VENERDÌ 23 MAGGIO 2003 Riapertura castello Sarriod de La Tour V enerdì 23 maggio 2003. Una data importante per Saint-Pierre, sia da un punto di vista turi- stico, sia culturale. Quel giorno, infatti, dopo anni d'inattività, ha riaperto ai mae- stosi battenti il Castello Sarriod de La Tour. La ce- rimonia d'inaugurazione, presenti le autorità regionali, ha permesso ai sei mplòns di ripercorrere quel panorama sulla Dora, emozionarsi di fronte all'architettura mae- stosa e severa di un monumento che fa parte della no- stra storia, della nostra vita, che ci rende orgogliosi di abitare a Saint-Pierre. Dispiaceva vedere un tale patrimonio storico-arti- stico abbandonato a se stesso, non poterne sfruttare e va- lorizzare le grandi potenzialità. Ricordate, in quante migliaia di visitatori hanno richiamato nella no- stra regione le mostre, ospitate all'interno del “Sarriod”, dedicate a Leonardo, Joan Mirò ed all'archeologia dell'e- poca preromana in Valle d'Aosta? Oggi, finalmente, quest'importante sito rivive, può rappresentare nuova- mente, come ai bei tempi, uno dei centri culturali- turistici del comprenso- rio del Grand Paradis. Dove trovare una posi- zione strategica più fa- vorevole, all'interno della Comunità Montana? Saint-Pierre, ubicato a fondovalle, rappresenta il punto di riferimento ideale. Sono note, del resto, le qualità del Sarriod: • LO SPAZIO INTERNO: il castello dispone di grandi saloni sfalsati a diversi livelli, tre sale sovrapposte (al momento inagibili) nel donjon, un salone baro- nale con 171 mensole (scolpite nel 1400 da artigia- ni locali) che sorreggono il soffitto a cassettoni. Nessun problema di spazio, quindi. Al contrario: am- pie possibilità di scelta, anche per differenti utilizzi e destinazioni. • IL PRESTIGIO DELL'IMMOBILE: l'imponenza, la storia del Sarriod de La Tour bastano, da sole, ad at- trarre il turista. Una struttura simile costituisce, sempre, un valore aggiunto per il paese che ha la for- tuna di ospitarla. • LA POSIZIONE: provenendo dalla Francia, il “Sarriod” rappresenta il primo mo- numento che s'incontra in Valle. Pochi altri castelli, nella nostra Regione, possono van- tare una tale vicinanza ad un'importante via di comunicazione come la SS 26, distante qual- che metro dall'edificio in oggetto. • LA PROSSIMITÀ AD ALTRI EDIFICI SIMILI, e la possibilità di creare un “circuito dei castelli”, comprendente anche Aymavilles, Sarre e Saint-Pierre. Quattro importanti at- trattive per i turisti racchiuse in pochi chilo- metri quadrati. • I SERVIZI: ricordiamo che nel 1993 fu stipulata una scrittura privata di comodato tra la Regione Valle d'Aosta ed il Comune di Saint-Pierre, che accettava il parcheggio «Sarriod de la Tour», sito nelle vicinanze del castello. Il complesso si compone di: 5 ▲ Percorsi per autoveicoli che, dipartendosi dalla Via Chanoux, immettono nelle aree di par- cheggio delle autovetture (47 posti) e dei pull- man (9 posti) ▲ Percorsi pedonali comprendenti marciapiedi, viali, zone di sosta e raccolta, scalinate di colle- gamento, area pic nic (e strada che la collega al castello). ▲ Zone verdi comprendenti aiuole e fioriere ▲ Servizi igienici Certo, gli anni di mancato utilizzo non hanno gio- vato alla conservazione ed al miglioramento di queste in- frastrutture. L'area in questione, infatti, non essendo sfruttata secondo le finalità per le quali era stata costrui- ta, ha sempre costituito un corpo estraneo rispetto al pae- se. Se a ciò aggiungiamo i ripetuti atti di vandalismo da cui il parcheggio è stato bersagliato, si ricava un risulta- to di trascuratezza generale. La riapertura del castello rappresenterà sicuramente, per l'Amministrazione Regionale ed il Comune di Saint-Pierre, l'occasione di una riqualificazione complessiva del sito. Infatti, è notizia re- centissima l'approvazione, da parte dell'Esecutivo regio- nale, del progetto preliminare dei lavori di manutenzio- ne straordinaria dell'area adiacente il castello (il piazzale per il picnic), per una spesa di 115.000,00 €. Ma come si è arrivati al riutilizzo del “Sarriod", quali le “tappe” affrontate dalla proprietaria del ma- niero, la Regione, per restituire al pubblico questo im- portante monumento, dopo tanti anni di silenzio? Tutto iniziò ufficialmente il 18 settembre 2000, con una delibera di Giunta che approvava il progetto esecu- tivo e l'appalto dei lavori di rifacimento degli impianti tecnici e della messa a norma in genere del castello. Tali interventi consistevano nell'adeguamento degli impianti elettrici, idrici, sanitari e speciali (antintrusione e rile- vamento fumi). Il progetto è stato indirizzato a garanti- re l'accessibilità, seppure parziale, anche ai portatori di handicap, attraverso la revisione del percorso di visita. Inoltre, data la complessità nel predisporre il riutilizzo di un edificio storico di questo tipo, si è deciso (la delibera di Giunta reca la data 229/07/02) di istituire un gruppo di lavoro, costituito da funzionari esperti interni all'Amministrazione regionale e dal nostro Sindaco, al fine di vagliare le possibilità di destinazione dell'immo- bile. I componenti “esterni” che hanno fornito il suppor- to decisionale erano: l'architetto Renato Perinetti, ex Soprintendente per i Beni e le Attività culturali, la dotto- ressa Daniela Vicquéry, in quel periodo Direttrice ai Beni architettonici e storico-artistici, il dottor Lorenzo Appolonia, della Direzione Beni archeologici e paesaggi- stici. Così, la scelta è caduta su una mostra di affreschi provenienti dal castello di Quart... In particolare, si tratta di frammenti di intonaco af- frescato ritrovati nel corso dei recenti scavi della cappel- la e delle cantine del castello di Quart che, ripuliti e re- staurati, sono stati assemblati e valorizzati presso gli am- bienti del Sarriod. "Fragmenta picta", questo il titolo del- l'esposizione, coniuga così due discipline come l'archeo- logia e la storia dell'arte. Le opere esposte, di ecceziona- le qualità pittorica, ben si sposano con il luogo che le ospi- ta, anch'esso dominato da presenze pittoriche duecente- sche (uniche in Valle d'Aosta) e quattrocentesche. Quindi, dopo tanti anni, gli abitanti di Saint- Pierre hanno la possibilità di visitare gratuitamente (almeno per tutto il 2003) un "pezzo" (anzi, un "frammento", tanto per restare in tema...) di storia del paese. Se ampliamo la visita, oltre della mostra, di alcuni ambienti simbolo del castello: mi riferisco, specifica- tamente, alla cappella, riccamente decorata da affreschi trecenteschi, disposti su due registri sovrapposti, ma so- prattutto alla "sala delle teste", un ambiente di rappre- sentanza il cui soffitto ligneo è sorretto da 171 mensole scolpite rappresentanti figure grottesche e licenziose, mo- stri e animali. Quale futuro per il castello ed il suo contenuto? Sicuramente "Fragmenta Picta" è un allestimento prov- visorio, destinato, quando saranno completati i lavori di restauro, al castello di Quart. L'Amministrazione regio- nale ed il Comune di Saint-Pierre stanno studiando una soluzione definitiva, un'esposizione, in altre parole, de- stinata ad occupare per lungo tempo gli storici saloni del Sarriod de La Tour. Denny Cognein 3° MEMORIAL ANTONIO FICO Anche quest'anno presso il campo sportivo di Saint-Pierre si è svolto il consueto e sempre più che gradevole Memorial Antonio Fico, giunto alla terza edizione, per l'occasione si è voluto ricordare, tenendo conto del legame che univa i due ragazzi, il giovane Alessandro Jordaney pre- maturamente scomparso lo scorso marzo. Svoltosi dal 6 al 15 giugno ben otto squadre hanno dato vita ad un grande torneo che sicuramente avrà soddisfatto il pubblico (buono l'afflusso del- Saint-Pierre nel “pallone”) e avrà regalato sorrisi ed emozioni a tutti: vin- citori e vinti... Ma ecco l'elenco delle pretendenti al titolo ricordando che ogno formazione gareggiava per il rispettivo bar di fiducia; Prieuré, Totem Uomini, Hotel Saint-Pierre, Chateaux, Chez Mario, Totem Donne, Notre Dame e Café du Bourg. Doverosa menzione e ovazione unanime per la sim- patia e la prestazione delle ragazze che, giocando come si suol dire "col col- tello tra i denti”, hanno combattuto ogni partita fino all'ultimo minuto tenen- do alto il nome del gentil sesso, abbandonando per un'oretta i tacchi a spil- lo per i più rudi tacchetti in ferro... Alla fine delle ostilità ad averla vinta è stato il Café du Bourg che in finale, dopo una partita assai sofferta, ha avuto la meglio sul quotatissimo Totem Uomini, a decidere le sorti dell'incontro e soprattutto del torneo è sta- ta l'unica lotteria dei rigori dove gli uomini del borgo sono stati spietati an- dando a ringraziare il loro portiere, autore di due decisivi interventi... Al termine della finalissima si sono svolte le premiazioni accompagnate da scroscianti applausi, c'è stata infatti gloria per tutti tra coppe e tenere foto ricordo; a tutto ciò si è protratto anche durante la grigliata (apertutti) no- nostante la pioggia abbondante riversatasi sui malcapitati e af- fati partecipanti... Complimenti dunque agli organizzatori che hanno onorato egregiamen- te l'impegno a discapito della sfortuna e degli incidenti che sovente purtroppo onorano la loro parte (guarisci presto Massimo!), ben vengano allora questi momenti di sport capace di unire tra chiacchiere e calci decine di persone, momenti di sport dove un genuino agonismo è un lodevole pre- testo per non dimenticare due grandi saint-piolens che, come cantava qual- cuno qualche anno addietro, "troppo presto sono dovuti partire..." Al prossimo anno! Alessandro Fontanelle
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6 L'UOMO E IL TERRITORIO Guardare ma non toccare... o quasi bbiamo la grande for- tuna di vive- re in Valle, che sicuramente è un gran bel posto, forse un po' meno rispetto a qualche anno fa, a cau- sa delle ormai comuni brutture che la "moder- na civiltà" ci affida, ma comunque ancora a mi- sura d'uomo. Infatti è sufficiente fare 15 o 20 minuti di macchina per ritrovarsi la località da "d ve sicuramente si può staccare la spina: ma, ri siamo capaci di vedere veramente ciò che ci ci Con questo non intendo dire che i bellissimi torno a noi sono lì e non ce ne rendiamo conto: che confondiamo i nostri (sottolineo “nostri") revoli castelli con squallidi palazzi da periferia n litana. Per “vedere" intendo il riuscire a compren me i vari elementi che compongono il paesaggio grano fra loro e ci danno quel risultato che ci per dire "che bello questo posto!". Siamo abituati a guardare, facciamo mille e mille volte la strada da casa al lavoro, e guardiamo, viaggiamo in auto, spesso per ore, e guardiamo, visitiamo nuove città e guardiamo, e guardiamo, guardiamo, guardiamo... ma, nella realtà, cosa vediamo veramente? rami. Altre leggi sono se- guite, come la famosa legge Galasso, del 1985, che prevede dei forti vincoli di inedificabilità, oppure la 490 del 1998 che sostanzialmente è la raccolta di tutte le leggi che l'hanno preceduta. Chiaramente le leggi in molti casi sono state ag- girate per i soliti motivi economici, e molto spes- so ci hanno fatto impre- ssione di "quelli delle Belle Arti che non mi lasciano al- largare la finestra della baita"; ma rimane comunque la ri- voluzionaria idea dei legislatori, la salvaguardia del bello. Ma da cosa è fatto il paesaggio: ci circonda, è ovun- que, e occorre ricordare che non siamo parte integrante di esso: tutto fa parte del paesaggio, anche noi, la nostra casa, l'autostrada, la discarica, il pollaio del vicino e la vigna sul- la collina dell'altro versante della valle. Spesso invece si è abituati a ritenere il paesaggio come un qualcosa di stac- cato, lontano da noi, che è lì perché noi lo possiamo guar- dare. Infatti, spesso si dice “che bel paesaggio". Già ncl 1939 era stata fatta una legge (il Regio Decreto 1497), all'avan- guardia per l'epoca, che si proponeva di salvaguardare tut- to ciò che è bello: i bei giardini, le belle località, i be- Ccrchiamo innanzitutto di capire qualcosa in più: co- s'è il paesaggio? Occorre dire che il paesaggio ha una serie di valori inconfutabili: il paesaggio è legato ad esempio alla qualità della vita (intesa proprio come benessere fisico e mentale); indubbiamente un paesaggio è stretta- mente unito ai valori culturali delle popolazioni che l'hanno da sempre abitato (feste tradizionali, insediamenti caratteristici, riferimenti alla società tradizionale); i paesaggi hanno un notevole valo- re scientifico, grazie alla presenza di un insieme di caratteristiche geonorfologiche, vegetazionali e faunistiche; il paesaggio ha anche un valore eco- nomico, sia per quello che riguarda l'agricoltura, la selvicoltura e la regimazione delle acque; infi- ne il paesaggio ha un notevole valore ecologico, per il mantenimento dei cicli naturali, l'ottimiz- zazione dell'uso dell'aria, dell'acqua e del suolo e delle risorse energetiche. Possiamo affermare quindi che il paesaggio ha una sua identità speci- fica: "la perdita di identità locale è una delle con- seguenze più evidenti dello sfruttamento e del de- pauperamento del territorio" (Bisio). Per capire meglio ciò che ci circonda occor- re analizzare un po' più attentamente quello che vedono i nostri occhi. Possiamo pertanto iniziare a raccogliere gli elementi del paesaggio che sono di origine naturale: la morfologia del territorio, i fiumi, i pascoli, i ghiacciai e i bo- schi (anche se molto spesso i boschi sono, per così dire, col- tivati, e accade che una situazione che si presenta come la più naturale possibile, in realtà nasconda terribili verità na- scoste: un esempio concreto può essere quello dei boschi di larice che nella nostra regione sono piuttosto diffusi al di sopra di una certa quota. I lariceti in realtà sono stati "fa- voriti" dai nostri antenati per il pascolo, nei secoli passati, a scapito del pino cembro). Ma l'uomo ha una grande responsabilità nel manipo- lare il territorio: ed ecco quindi che dobbiamo evidenziare gli elementi che costituiscono il paesaggio e che hanno una qualche origine umana. Possono essere elementi che pos- siamo definire di transizione, ovvero che sono un "po' na- 7 turali", ma che l'uomo controlla in maniera anche molto profonda (l'agricoltura, in generale, ha un grande peso nel- la gestione del territorio e nella definizione del paesaggio). Troviamo poi gli elementi del paesaggio che sono tipica- mente di origine antropica (parolona che semplicemente significa "umana"), e che sono le città, i paesi, gli edifici, i ponti, le strade, ecc. Se poi riuscissimo a distinguere questi pochi e semplici elementi (in apparenza pochi e semplici!) pen- so che potremmo iniziare a capire come effettiva- mente le varie tessere di questo enorme puzzle si com- binano tra loro, creando, alla fine, un risultato che ci fa rimanere a bocca aperta per l'in- Christian Chioso bellezza. Rima c'è però un dubbio: un paesaggio deve per forza essere bello? Caro Alpino H o letto poco tempo fa su Mélange: «... se ci si trova ventenni a vestire un cappello alpino si acquisisce uno status che ti accompagna per sempre; all'occasione ti raduna per partecipare alla ri- costruzione del Friuli come a levare dal fango la Valle d'Aosta, per una semplice festa, anche per una battuta scherzosa nei confronti di chi la penna non l'ha mai portata: La Buffa...». Riflessione quanto mai appropriata che ci ha ac- compagnato durante la nostra 76ª adunata nazionale te- nutasi alcuni mesi fa ad Aosta. Un'emozione molto for- te che ha coinvolto tutta la popolazione, figurarsi noi che di questa truppa siamo parte attiva. Ho visto tanta gente non iscritta alla nostra associazione tirare fuori da chi sa dove il proprio cappello, presentarsi quel giorno e sfilare fiero al passo del «trentatre». Ho visto tanti che come gli altri non si erano mai posti l'idea di iscriversi all'ANA, presenti ai bordi della sfilata, cappello in testa, emozionarsi al passaggio di uomini o simboli che più scandiscono la nostra storia. Una giornata intera a guardare e ad applaudire la fanfara Taurinense con i suoi 106 elementi, i reduci del- la Russia, i vari gruppi della Protezione Civile che con i nostri simboli esprimono una solidarietà nei momen- ti più difficili. Credo che questo momento, pur celebra- tivo e unico, rappresenti per noi uno stato d'animo e an- che un modo di essere. A volte l'indifferenza e gli im- pegni sempre più assidui ci portano a dimenticare an- che le cose più care. Io ti invito a unirti a noi, a essere presente, a rinfor- zare il gruppo di Saint-Pierre, a testimoniare quello che LE NOSTRE ASSOCIAZIONI siamo e, per simo anno. ci siamo, e per un prossimo Come tutte le associazioni, abbiamo bisogno di es- sere sostenuti dalla presenza delle persone e oggi ancor più sentiamo la necessità di averti con noi per non vedere dissolvere un gruppo nato più di trent'anni fa per motivi purtroppo non solo sentimentali, ma in quanto i uomini entusiasti e determinati. In qualsiasi momento ti basta un «...ci siamo, e per un prossimo anno...» e sarò felice di contarti fra noi, averti vi- cino... un alpino in più. Mi rivolgo anche a te che già sei iscritto e puoi, utiliz- zando l'entusiasmo che ci scambiamo che ci siamo scambiati in quei giorni di maggio per non essere sola- mente un numero. Sono con- vinto che se tutti ci presen- tassimo a que punti durante l'anno non rendemmo più vivo il nostro gruppo, ma sareb- be l'art pio bello spirito e l'ar- moniache ne deriverebbero. Gruppo S. Teodoro: Eugenio Bochet Br. Il Consiglio Dirttivo: Lale La Croix, Giri Claudio Mondet Etto, Cheney Loris
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10 NOTIZIE LIBRI ATTIVITÀ VIVERE PER RACCONTARLA di Gabriel García Márquez Attesissima dai lettori di tutto il mondo, è arriva- ta anche in Italia l'autobiografia di García Márquez: per raccontarla: «La vita non è quella che si è ma quella che si ricorda e come la si ricorda per gui- dare i lettori a cogliere questo aspetto, spesso deli- cato, della sua, come di tutte, le opere di questo genere. Le prime pagine già ci propongono alcuni dati in- teressanti: la madre e il forte rapporto con il figlio, le di- vergenze col padre sulle scelte di studio e di lavo- ro, la storia d'amore tra il padre e la madre, contrastata, con l'aiuto della ricca famiglia materna a introdurci piena- mente nella narrazione. La casa dell'infanzia e la sua perdita, i ricordi magici natali pieni di illusioni, le figure che la anima- vano, che l'affetto del ricordo sa rendere vive e reali. Quindi le difficoltà e la perdita dei capitali fami- liari, i cinque trasferimenti (dell'intera famiglia e della far- macia paterna) da una città all'altra, i sei figli in nove anni di matrimonio. Quando ricorda le nascite delle so- relle l'autore sa ben riprodurre i sentimenti contrad- dittori di un bimbo davanti ad un evento per lui piut- tosto destabilizzante e nello stesso tempo sa guar- dare con gli occhi affettuosi del vecchio il bambino che era. Le liti dei genitori, drammatiche e incomprin- sibili per un figlio piccolo, vengono ora interpretate come espressioni sia del sentimento potente che li uni- va, sia dei caratteri di entrambi così forti e diversi. Ma l'irascibilità paterna e la paura che sapevano susci- tare nei più piccoli a creare un clima intimorito nella fa- miglia perché la solarità materna e la sua positività straor- dinaria diventarono assolutamente dominanti. La vera tragedia esplose invece quando Gabriel dichia- rò ufficialmente di voler fare lo scrittore: per il pa- dre sarebbe stata una scelta che meritava il ripudio defini- tivo, per la madre un dolore attutito dalla promessa fi- liale di finire almeno il liceo (in cambio avrebbe cer- cato di mediare con il severo marito). Il giovane, an- che se non fosse lì, ma qualche tempo dopo a scrivere per i giornali e a gua- dagnare con quei pezzi i primi soldi: proprio poco vero per un ragazzo che voleva anche divertirsi. Sono pagine cariche di tenerezza per quel giovane che ama disperatamente scrivere, che ha pochi soldi, dai bordelli alle redazioni dei giornali o delle case editrici con lo stesso incosciente entusiasmo. La pagina della Biblioteca Leggere questa autobiografia è anche uno stru- mento in più per capire i grandi romanzi del premio Nobel colombiano: in fondo tutto (personaggi, luoghi, sogni e fantasie delle sue opere) era già scritto nella sua stessa vita, doveva solo raccontarlo. SALTATEMPO di Stefano Benni «...Noi ci abbiamo creduto, la nostra vita è stata piena di porcherie e meschinerie, ma ogni tanto suo- nava la tromba e tutti al nostro posto a lottare e a dar- ci la mano. Abbiamo creduto di poter essere liberi, di non far tornare quei vent'anni di divise nere. Ma la tromba suona fioca adesso. Ci hanno venduto, uno per uno. Hanno venduto le nostre povere vite e la nostra sto- ria, per fare una storia insieme agli altri, una storia fin- ta, che non ha neanche un lieto fine, finisce nell'indif- ferenza per tutto e per tutti». Difficilmente la lettura di un libro lascia tanta com- mozione, un retro gusto di malinconia dolcissima e una nostalgia per una infanzia, non così lontana negli anni, ma lontanissima nei tempi. L'ironia, i giochi di parole e lo stravolgimento surreale della realtà, queste sono sem- pre state le note caratteristiche della poetica di Benni, ma quest'ultimo romanzo utilizza questi stessi stru- menti senza dare loro il predominio nel testo, ma su- bordinandoli alla storia. Saltatempo è un romanzo di formazione, narrato in prima persona che, al di là del geniale stratagemma dell'orobilogio (un orologio inte- riore che permette al protagonista di spezzare l'anda- mento cronologico del tempo e di vedere chiaramente il futuro), si colloca dalla seconda metà degli anni Cinquanta alla fine degli anni Sessanta e precisamente ai giorni immediatamente successivi alla strage di piaz- za Fontana. Si apre con una specie di incantesimo: un rustico Dio puzzolente, incontrato per caso, regala a Lupetto, questo è il nome del protagonista narratore, un orolo- gio interiore che, insieme all'orologio ufficiale che gli permette di non far tardi a scuola, gli darà la possibi- lità di muoversi liberamente nel tempo, e da quel mo- mento Lupetto assumerà per tutti il nome di Saltatempo. Orfano di madre (ma gli incontri sulla sponda del fiume con quella donna pallida che il bambino ricono- sce dalla fotografia posata sul comodino del padre, si ripeteranno più volte negli anni), con un padre fale- gname, comunista e gran bevitore, capace di dare al bambino il senso vero dell'essere famiglia, circondato da figure di un'umanità semplice, autentica e solidale. Saltatempo trascorre un'infanzia ricchissima, nella sua povertà. Vive un contatto con la natura capace di co- struirgli una cultura delle cose che nessun bambino di città potrà possedere e che (già viene preannunciato dall'orobilogio) negli anni successivi la speculazione, l'avidità, gli interessi privati toglieranno anche ai bam- bini di campagna. Lo studio, la cultura hanno importanza per quel- l'umanità semplice e il ragazzo verrà mandato a stu- diare in città: prima le scuole medie (le prime emozio- ni sentimentali, i primi confronti con istituzioni e men- talità urbana) e poi il liceo classico. Siamo giunti negli anni di quel momento fonda- mentale, di quella autentica «rivoluzione culturale» che per una generazione è stato il Sessantotto. E qui Benni (è quasi impossibile fingere che non ci sia dell'autobio- grafia) affronta il tema dell'iniziazione alla politica. Chi è stato protagonista di quegli anni poi prenderà strade diverse e l'orobilogio ne dà rapidi e divertentissimi fla- sh: c'è chi sceglierà il potere e chi si perderà nel delirio rivoluzionario, ma in quei giorni le divisioni, i frazio- namenti, le travagliate discussioni nascevano tra chi era rivoluzionario in un modo e chi in un altro. L'operaio portato come trofeo nelle assemblee, il «filosofo» fran- cese (in realtà un barbone raccolto per strada) che por- ta la sua testimonianza dei «gloriosi giorni di maggio», le manifestazioni e le botte prese dalla polizia: nostal- gia che si colora sempre di ironia e quasi di pietà. Mentre Saltatempo fa l'apprendista rivoluzionario (siamo all'ultimo anno di liceo) e l'amore per una ra- gazza di paese trasferitasi da tempo in città, Selene, si consolida, ma nella campagna dell'infanzia prendono sempre più forza delle drammatiche trasformazioni. l'odiato sindaco reazionario è riuscito, in accordo con alcuni speculatori, a creare un vero disastro ecologico e ambientale: fiume e collina sono stati scavati, di- struggendo così l'equilibrio naturale, per fare spazio a centri congressi, insomma cemento su cemen- to. Quell'oasi di serenità viene inondata non solo da co- strurioni che deturpano e devastano, ma anche da nuo- vi flagelli: la droga, che fa breccia tra i più deboli e l'u- sura che, in nome del dio denaro, trasforma la coscien- ze dei paesani. L'ultima parte del romanzo vede con cupo dolore alcuni scorci dell'attuale presente (il potere di addor- mentare ogni ribellione e di creare acquiescenza che viene dall'uso spregiudicato della televisione, la corru- zione, il malaffare politico), anche se mette in scena il finale drammatico degli anni del cam- biamento. La grande, straordinaria manifestazione di fine anno segue quel tragico 12 dicembre pone delle domande, e qui sembra che non sia Saltatempo, ma l'autore in prima persona a parlare: dove sono finiti tut- ti quegli uomini e quelle donne che erano scesi per le strade rifiutando di sottostare a una strategia ben pre- cisa? dov'è finita la ribellione, l'indignazione, l'orgo- glio, il coraggio? Il romanzo in un certo senso si chiude proprio su queste domande, perché l'oggi, questi anni non trovano una spiegazione proprio partendo da quel gesto criminale e dal doloroso senso di sconfitta che non ha saputo più produrre reazione. CONGRATULAZIONI E AUGURI!!!! In biblioteca l'assessore, Laura Glarey e il presidente, Germano Dionisi si complimentano con: FRASSY MICHELA, GUASCONI ROSSANA, NEYRET ELISA, PERRONE SELVAGGIA per aver conseguito la licenza media riportando la votazione OTTIMO e con D'HERIN FREDERIC che, con la licenza liceale, ha raggiunto il massimo punteggio.
Testo Originale Estratto
12 UNA MOSTRA ALLA BIBLIOTECA NAZIONALE BRAIDESE L'abito da sposa Con questo titolo si è aperta una mostra a Brera, nella Biblioteca Nazionale Braidense. Ma cosa c'entra l'abito da sposa, si son chiesti molti, con quel mi- lione e passa di libri più o meno vecchi della Biblioteca? Cosa ci fa un abito bianco, con tanto di velo ricamato e con la coroncina di fiori d'arancio, appe- so come in una boutique tra gli scaffali del Settecento stipati di libri antichi? C'entra, c'entra ... Avviciniamoci alle vetrine: i primi giornali di moda della fine del Settecento ci mostrano in tavole a colori abiti in raso, trine e «fisciù», cappelli fantasmagorici che sem- brano mongolfiere, che ci fanno sorridere ma che ci dicono anche co- me la moda stia dando origine alla stampa femminile. Con questi fi- gurini inizia infatti un nuovo ed inedito tipo di giornalismo, quello che andrà sempre più espandendosi: sull'esempio francese del «Journal des dames» e del «Cabinet des modes», si stampa a Milano dal 1786 al 1794 «Il giornale delle dame e delle mode di Fran- cia», seguito dal «Corriere delle dame», che percorre addirittura qua- si un secolo di storia, dal 1804 al 1875, incurante delle trasformazio- ni politiche ma molto attento al «punto di vita» e alla circonferenza delle gonne (non più di 7 metri, per favore!). Eppure, a ben guardare, tutta la storia sociale e politica d'Europa si nasconde dietro quei vestiti. Dopo i fiocchetti, i cuscinetti, i rigidi busti, buttati alle ortiche dal- le signore dell'alta società negli anni della Rivoluzione francese, in nome di una poco sentita - uguaglianza sociale, ben presto si ritorna al soli- to modello femminile, più libero e più sexy nella breve parentesi neo- classica, con l'età della Restaurazione: viene nuovamente stretto in rigi- di busti coperti da attillati corpetti, la gonna è così larga da dover esse- re sorretta da una complessa struttura a cerchi, le maniche gonfie dalle spalle fino al gomito danno un'impressione di opulenza e di regalità. La donna è ora la «regina della casa», il matrimonio è la sua conquista più grande, l'abito da sposa ne è il simbolo. Questo abito, che prima poteva essere di ogni tinta, purché ricco e bello, un abito da ricordare (le contadine spesso si sposavano in nero o nel costume della tradizione locale) dalla metà dell'Ottocento diven- ta rigorosamente bianco. Non fu estraneo a questa scelta un editto di Napoleone del 1803 che proibiva l'importazione di molti prodotti, tra i quali le mate- rie coloranti: il bianco aveva così invaso la moda, e resistette nell'abito da sposa dei ceti più alti, diventando simbolo di purezza e castità. L'abito bianco indossato dalla Regina Vittoria per le sue nozze a Londra nel 1840, completato da una ghirlanda di fiori d'arancio, diven- ne il modello preferito per questa cerimonia; ad esso fece seguito l'abito di faille bianca ricamato in argento, con uno strascico di 3 metri, che la futura Regina Margherita sfoggiò nel Duomo di Torino andando sposa ad Umberto di Savoia, nel 1868. Ma dietro questi vestiti sontuosi, questi pizzi destinati ad essere indossati per poche ore e che invece avevano ri- chiesto giorni e giorni di attento lavoro delle ricamatrici, dietro questa voglia di apparire che cosa si celava? Quanta fatica essi nascondevano? Ago e filo furono per molto tempo la base dell'educazione fem- minile. Grazie ad essi era possibile «forgiare quelle doti di pazien- za, pre- cisione e assiduità ... ritenute idonee all'indole della donna». Le fan- ciulle dei ceti più alti lavoravano per se stesse, tutte le altre per gua- dagnare e per mantenersi. Saper tagliare e cucire era una meta ambita, ma ci si trovava poi a lottare con orari faticosissimi. Ai figurini di moda co- minciano ad affiancarsi giornali che dan- no voce alle lavoratrici. «Undici ore in inverno e dodici in estate!... e quante volte dobbiamo rima- nere al lavoro fin nel cuor della notte a ter- minare l'abito che qualche signora vuole sfoggiare al ballo ... quante volte lascia- mo chinare la testa sul lavoro, vinte dal sonno, dalla stanchezza, dalla fame ... è quelle ore di lavoro straordinario che non vengono in alcun modo ricompensate?» Così si sfogavano alcune «sartine» su un giornale del 1874. Contro questa condizione, nel giugno 1902, si ribellarono le «pi- scinine» milanesi, cioè le bambine tra gli 8 e i 14 anni impiegate nei la- boratori di sartoria con la mansione di portare i capi di abbigliamento alle case dei clienti. Questo primo sciopero, capeggiato da una bimba di 14 anni, aveva come obiettivo la mezza lira di salario al giorno. La cro- naca, riportata dalla Domenica del Corriere e illustrata da Beltrame, fece ridere molto per la giovane età delle dimostranti, ma fece anche riflet- tere, e molte associazioni di mutuo soccorso, molte leghe di mutua as- sistenza per le lavoranti sarte nacquero in questo periodo, e i sindacati femminili, che dopo il 1860 avevano iniziato ad organizzarsi, presero a svolgere una parte attiva nel processo di liberazione della donna dallo sfruttamento del suo lavoro. Ma torniamo alle frivolezze. All'inizio del secolo si nota nei figurini una maggiore semplicità e un maggior rigore: la donna sembra che aspiri ad un modo di vestir- si più pratico e razionale: praticità e razionalità addirittura imposte dal- lo scoppio della I Guerra mondiale che costringe fuori di casa le donne e le porta a sostituire gli uomini nelle fabbriche e negli uffici. Le donne, non più soltanto quelle delle classi umili, lavorano. Vengono eliminati i busti, le gonne si accorciano, un nuovo modo di vivere e di vestire si im- pone. Il Fascismo cercò di riportare la donna nelle mura di casa, nel suo ruolo di «moglie e madre esemplare», moglie fedele e madre di nume- rosa prole. In questo contesto particolare importanza assume il matri- monio e l'abito da sposa, che deve essere rigorosamente bianco, accol- lato, con la gonna lunga e un po' di strascico. Un posto importante con- tinua ad occupare il fazzoletto di merletto (per asciugare le lacrime), le scarpe a tacco alto con cinturino, i guanti bianchi e lunghi, l'intramon- tabile bouquet. L'abito della ventiquattrenne Principessa Maria Josè, in velluto bianco e bordato di ermellino, e quello di raso delle “italianissime sete- rie” di Como che fasciava la snella figura di Edda Mussolini, fecero so- gnare le fanciulle dell'epoca, ma destinati a rimanere sogni. Con la II Guerra mondiale i soli tessuti disponibili sul mercato erano quelli autarchici e per di più razionati “con la tessera del vestia- rio”, così come erano razionati i generi alimentari. Ai novelli sposi ve- nivano rilasciati dei buoni d'acquisto per un modesto corredo; ma mal- grado la guerra e i razionamenti si continuarono a celebrare matrimo- ni. Per le poche che se lo potevano permettere, l'abito era ancora lungo, ma proibito lo strascico. Chi non si rassegnava alle difficoltà di reperire la stoffa adatta (le sorelle Fontana ricordano di aver scambiato una pez- za di merletto con 10 kg di patate!) lo chiedeva in prestito ad un'amica o ricorreva alla seta di un paracadute. Tutte le altre si sposavano in tail- leur, o con soprabito sopra una princesse, o col costume tradizionale. Lo sposo spesso indossava la divisa di soldato. Alla fine della II Guerra mondiale le donne avevano ormai acqui- sito autonomia e dignità, senza per questo rinunciare alla loro eleganza e a sfogliare le riviste di moda. L'emancipazione femminile va progre- dendo sempre più rapidamente, fino alla conquista più importante, la libertà sessuale. Gli abiti si fanno sempre più audaci, e se l'abito da spo- sa continua perlopiù ad essere bianco, è così ricco di scollature e tra- sparenze da perdere ogni valore simbolico. Qualche volta la trasgres- sione colpisce anche il bianco: sulla rivista “La sposa” del 1986 un mo- dello di attillatissimo tubino a scollo totale in color rosso fuoco. E con questa immagine finisce la storia dell'abito da sposa, ripe- scato dai magazzini da un gruppo di bibliotecarie. Letizia Pecorella Vergnano Letizia Pecorella Vergnano è sta per molti anni direttrice della Biblioteca Braidense di Milano, una delle mag- giori biblioteche pubbliche italiane, e quin- di ispettore al Ministero per i beni e le attività culturali. Oggi è una nonna fe- lice che trascorre molto tempo tra la sua casa nel centro di Aosta, costruita alla fine dell'800 dai suoi bisnonni val- dostani, e la casa della figlia a Vétan.