Castelli di Cultura: Sguardi su Natura, Memoria, Giustizia e Narrazione Personale

castelli di cultura 2005 25 pag.pdf

Il documento è una pubblicazione culturale della Biblioteca Comunale di Saint-Pierre, intitolata "Castelli di Cultura: Tra lettura e scrittura" e stampata nel dicembre 2005. Nata dall'iniziativa omonima per promuovere la lettura e valorizzare il patrimonio locale dei castelli di Saint-Pierre e Sarriod de La Tour, la raccolta offre un'ampia varietà di saggi e racconti. I contributi includono riflessioni sull'ambiente montano e la sua conservazione (Luciano Violante, Ariberto Segala, Luca Mercalli), approfondimenti sul degrado del paesaggio italiano e la sostenibilità, nonché narrazioni letterarie su dinamiche familiari, vita segreta delle case e fotografia (Marco Archetti, Chiara Marchelli). Un'importante sezione è dedicata alla memoria storica della deportazione e dell'Olocausto attraverso la testimonianza di Ida Désandré (Silvana Presa), e infine un'intervista con il magistrato Piercamillo Davigo esplora i temi della giustizia, della corruzione e di "Mani Pulite". Nel complesso, la pubblicazione costituisce un dialogo multidisciplinare su cultura, storia, società e ambiente.

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Testo Originale Estratto
CASTELLI
DI CULTURA
TRA LETTURA
E SCRITTURA
Saint-Pierre e Sarriod de La Tour
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Supplemento al N. 2 di "Mélange" - Dicembre 2005
CASTELLI DI CULTURA
Tra lettura e scrittura


Testo Originale Estratto
CASTELLI DI CULTURA
TRA LETTURA E SCRITTURA

Foto di:
Dino Belley

Foto di copertina:
Il Castello di Sarriod de La Tour e il Castello Saint-Pierre

Impaginazione, fotolito e stampa
Tipografia Valdostana, Aosta


SAINT
PIERRE
BIBLIOTECA
COMUNALE

AMMINISTRAZIONE
COMUNALE DI
SAINT-PIERRE

CASTELLI
DI CULTURA
TRA LETTURA
E SCRITTURA

Saint-Pierre e Sarriod de La Tour

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE


Testo Originale Estratto
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

Prefazione

La Biblioteca comunale di Saint-Pierre,
nell'ambito delle sue iniziative culturali
volte a promuovere la lettura e, in parallelo,
il proprio patrimonio artistico-architettonico,
organizza una serie di incontri con scrittori
e giornalisti nella splendida cornice
dei propri Castelli. La manifestazione estiva
denominata "Castelli di cultura" è al suo secondo
anno di vita e rappresenta, per la nostra piccola
realtà territoriale a forte vocazione turistica,
non solo un veicolo di promozione del paese,
ma anche e soprattutto la volontà di offrire
occasioni di confronto che favoriscano l'incontro
tra la scrittura e incentivino, nel tempo,
la fruizione della Biblioteca.

LAURA GLAREY
Assessore alla cultura del comune di Saint-Pierre

Parola parlata, parola scritta.
Ruota intorno a questo binomio, a questa polarità espressiva, il signifi-
cato della manifestazione Castelli di cultura, a cui abbiamo voluto abbina-
re un logo (immagine/segno) che esprimesse anche il senso dell'evento
dato dai luoghi in cui esso si è svolto: la cornice evocativa dei due castelli
di Saint-Pierre, capaci di restituire emozioni, abbinate alle parole, con la
loro rilevanza culturale, storica ed architettonica. Lo sforzo di immagine,
della ricerca di qualificate presenze (Piercamillo Davigo, Meo Ponte, Marco
Archetti, Chiara Marchelli, Silvana Presa, Ida Désandré, Luciano Violante,
Ariberto Segala e Luca Mercalli) è stato dettato dalla volontà di prolunga-
re negli anni un appuntamento in grado di richiamare un pubblico attento
e disponibile ad interagire, di dare ai numerosi turisti del periodo estivo la
possibilità di fruire, nel già ricco panorama delle iniziative valdostane, di
una ulteriore proposta culturale che coniughi e faccia dialogare la dimen-
sione locale con la dimensione globale, in un'accezione ampia del termine,
intesa come finestra sul mondo, per quanto offre ad ognuno nella costan-
te ricerca di un'etica che alimenti consapevolezza e responsabilità.
La strenna di Natale di quest'anno intende riproporre, attraverso il quar-
to libro di una serie già collaudata, alcuni scritti selezionati degli autori che
hanno saputo contribuire alla buona riuscita della manifestazione.
Ancora una volta il mio personale augurio, unitamente a quello di tut-
ta la Commissione di gestione, di buona lettura e di buone feste.

GERMANO DIONISI
Presidente della Commissione di gestione
della Biblioteca comunale

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Testo Originale Estratto
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

LUCIANO VIOLANTE

L'AUTORE

Così abbiamo conosciuto i guardaparco. Il lavoro, si sa, contribuisce alla
formazione del carattere delle persone. Il contatto con i grandi ambienti
rende i guardaparco capaci di valutare bene le situazioni e gli uomini; dà
loro il dono del silenzio, dello sguardo e della disponibilità. Quando alla
fine della giornata si è seduti tutti insieme intorno al tavolo e si chiacchie-
ra, le loro storie, le loro analisi, i loro racconti aprono nuovi mondi, dove
il fulmine convive con l'aquila e con gli stambecchi. La natura è descritta
come un sistema di convivenze. La valanga non è più soltanto un disastro,
ma è anche un mezzo di cui la natura si serve per distribuire i semi sul ter-
reno. La morte per fame o per malattia degli stambecchi e dei camosci, d'in-
verno, evita che esemplari ammalati possano contagiare gli altri animali.
Ascoltandoli, osservando come si muovono tra le rocce, come poggia-
no i piedi sul sentiero, o la mano su una parete mi sono accorto che mol-
ti di loro sono uomini sapienti, se la sapienza è l'equilibrio tra alcune spe-
cifiche conoscenze tecniche e il resto dell'esperienza.
Tra i guardaparco ci sono anche alcune donne, che non perdono nulla
della loro femminilità, anzi. Salendo con alcune di loro, ci è passata defi-
nitivamente l'idea della superiorità fisica maschile.

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

I diari che si trovano presso le case del Parco sono ricchissimi di osser-
vazioni naturalistiche, di considerazioni sulla vita e sulle persone. Leggerli
è un modo per capire la montagna e i suoi uomini. La mia conoscenza è
in gran parte derivata dalle conversazioni con i guardaparco e dall'osser-
vazione del loro comportamento. Con molti di loro si è stabilito un rap-
porto di quasi amicizia, nel rispetto reciproco che da parte mia è anche am-
mirazione.

Ho imparato a camminare in montagna con Paolo Prat, magistrato an-
che lui. Paolo cammina piano, ma sempre con lo stesso passo dall'inizio
alla fine. Spesso ha le braccia conserte quando cammina. Da lui ho impa-
rato a tenere il manico della piccozza sotto il braccio sinistro e a poggiare
la mano destra sulla testa della piccozza per avere un migliore equilibrio
quando si sale. Dalle guardie ho imparato ad osservare: a non dare calci
alle pietre camminando, perché possono colpire qualcuno che è sotto; a
spostare con il bordo dello scarpone le pietre più grandi verso il margine
del sentiero, per lasciarlo libero da ostacoli; a scorgere i piccoli di stam-
becco e di camoscio sulle rocce; a rispettare l'ambiente, usandolo.
Una di loro per me è il simbolo dell'intero corpo. Si tratta di Milena
Bethaz. Laureata in scienze naturali, era una campionessa di sci di fondo e
di skymmmer. Nel luglio 2000 ha vinto la mezzamaratona da Zermatt a
Cervinia. Una donna minuta, graziosa e fortissima. Il pomeriggio del 17
agosto 2000 era al lavoro nel vallone di Sort, con un suo collega, Luigi
Fachin, di grande passione naturalistica ed eccellente fotografo della natu-
ra. Sergio Barellino ed io, la sera prima, avevamo dormito nella capanna
del parco del Lauson; l'indomani avevamo salito il Col Lauson, eravamo
scesi sino a Levionaz, avevamo piegato a sinistra ed eravamo poi saliti, con
un po' di fatica, a causa delle corde fisse e del maltempo, al Grand Neyron.
Sul colle ci aspettavano Luigino Jocolle, il caposervizio della zona di
Valvasarenche, proprietario di una lupa irruente, che lui solo riesce a con-
trollare, con il suo collega Dario Favre.

Grandmava fitto e le guardie ci consigliarono di metter lontano i ba-
stoncini per via dei fulmini. Ci sedemmo sulle rocce ad attendere che la
sfuriata passasse. Saremmno scesi al rifugio Chabod, dove ci aspettavano
Mimma e Giulia. Di fronte a noi, in lontananza, c'era la montagna di
Entrelor, che divide la Valsavarenche dalla Val di Rhêmes, dove s'era con-
densata la bufera e si vedevano esplodere i lampi, che a quell'altezza sem-
brano palle di fuoco. In quelle stesse ore, Milena e il suo collega scende-
vano dal vallone di Sort verso il fondo della Val di Rhêmes. Vennero col-
piti da un fulmine. Fachin morì. Il fulmine attraversò il corpo di Milena e

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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

uscì dallo scarpone. Li ritrovarono il giorno dopo, in una forra dove era-
no stati scaraventati. Milena era data per spacciata. Restò in coma per set-
timane, assistita da tutti i familiari che si avvicendavano per farle sentire
continuamente la loro voce.

I medici prevedevano che in ogni caso sarebbe rimasta interamente pa-
ralizzata, ridotta ad una vita puramente vegetativa. Invece Milena ha di-
mostrato una forza di volontà e una fiducia nelle proprie forze, straordi-
narie. Lentamente ha cominciato a muovere il viso, poi le mani, poi il re-
sto. Ora parla e cammina, con passo sempre meno incerto.

Già nell'inverno del 2002 è tornata ad usare gli sci di fondo su tratti
pianeggianti e nel corso dell'estate ha iniziato a raggiungere alcune case
del Parco. Abbiamo in programma per la prossima estate una passeggiata
insieme.

È una grande donna; è la personificazione delle qualità che la montagna
trasmette e il simbolo di queste persone che noi rispettiamo e amiamo.

***

A volte si ascoltano discussioni oziose sulla montagna e la città. Sulle
differenze: su dove sia meglio vivere. Quando si decide di andare in un luo-
go di montagna, lasci alle spalle l'idea della città. In montagna non serve
quello che serve in città e servono invece cose che in città sono inutili.

La montagna ha una sua dimensione diversa. Non è meglio della città,
almeno non necessariamente. Ci sono città, come Pechino o New York,
che hanno nelle loro strade la forza di un grande futuro. Berlino e Londra
ti comunicano nella loro geometria, nell'intersecarsi dei viali, nell'intrec-
ciarsi dei concerti e delle rappresentazioni teatrali il messaggio della mo-
dernnità permanente, con maggiore cosmopolitismo a Londra, con mag-
giore rigore a Berlino. Parigi è il luogo della sperimentazione e della crea-
tività, degli abiti, della cucina, della cinematografia, dell'architettura. A
Roma val la pena di vivere in estate, quando ci sono meno macchine o a
settembre quando la luce radente esalta i rosa e i gialli dei vecchi palazzi
barocchi, crea sipari di ombre attorno ai grandi monumenti, si incunea nel-
le strade strette del centro.

In città il mezzo di comunicazione tra le persone è la parola. In mon-
tagna si comunica con il silenzio.

La montagna è l'unico posto dove si può camminare per un'ora o due
o tre con un amico, senza dire una parola, al massimo scambiando-
si una caramella alle erbe o un'impressione sul paesaggio. E più si sta zit-

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura
ti, più si consolida l'amicizia. Provate in città a fare una passeggiata di tre
ore senza scambiare una parola con quello che è con voi.
Il silenzio, in città, è il segno del disprezzo. Il silenzio, in montagna è
il segno del rispetto. Tra l'altro, in città il fiato non serve; in montagna, in-
vece è prezioso.
La montagna cambia in continuazione. Se c'è stata neve o se non c'è
stata; se è piovuto o se la stagione è stata secca; se una valanga ha tirato giù
un pezzo di bosco; se un pezzo di sentiero è franato: ciascuno di questi
eventi fa cambiare il profilo del paesaggio, la consistenza del terreno, la
presenza dei fiori e delle erbe. Anche le rocce cambiano, meno, ma cam-
biano. Con i muschi, con le erbe, con il tempo, con l'umido o con il sec-
co. Anche le rocce sono materia viva, sono forza che ti restituisce forza.
Qualcuno dice che le persone serie vanno in montagna e gli altri van-
no al mare; ho visto un considerevole numero di cretini in montagna e un
altrettanto considerevole numero di persone serie che vanno al mare.
L'importante è come si sta in questi luoghi. La differenza è che in monta-
gna si è costretti a non essere pigri e c'è comunque meno consumismo, ma
si può vivere bene, con consapevolezza tanto al mare quanto in montagna.
Sono arrivato a queste conclusioni, anche se preferisco senz'ombra di
dubbio, ormai, la "mia" montagna.
L'importante è vivere. Io mi diverto a vivere. Si vive sinché si impara.
Sinché si impara, la morte è lontana; la morte viene quando hai cessato di
imparare. In quel momento comincia il lento suicidio della memoria. Come
in un sommergibile che sta per inabissarsi, quando cessi di apprendere, si
chiudono i portelli uno ad uno.
Ho imparato che la montagna è una scelta, tanto più importante quan-
to non obbligatoria. La montagna non è un luogo di consumo, non è un
luogo di esibizione. La montagna ti chiede attenzione e ti restituisce quel-
lo che hai dato.
La montagna insegna la sobrietà, che è equilibrio tra avere ed essere.
Portare cose inutili appesantisce e non dà alcun vantaggio.
I sentieri di montagna sono tracciati sul campo, senza uno studio pre-
ventivo di ingegneri o di architetti, da uomini esperti che conoscono il luo-
go, che ci sono stati varie volte per cercare il passaggio più facile e la pen-
denza più agevole. Quegli uomini salvano il pino e l'abete, non li abbat-
tono, è il sentiero che fa una voluta in più; non spianano la roccia, ma le
girano intorno; non tracciano linee dritte, ma curve spesso larghe e ripo-
santi. Non sono spade i sentieri di montagna, sono carezze sul fianco, che
sostengono il piede, ti danno il senso del
tempo che continua, che c'era prima di te e ci sarà dopo di te. I sentieri
sono tracciati da uomini sapienti, che conoscono la tecnica e la pratica, co-
noscono i mezzi e i luoghi, si fanno carico della fatica di chi quei sentieri
deve percorrere.
***
Quando vedo un fiore strano, spuntare dalla rottura di una roccia, o un
paesaggio particolarmente emozionante, mi sorprendo a pensare “Bontà
di Dio!" È una reminiscenza di quand'ero bambino. Un'immagine che ri-
cordo con piacere anche ora è quella di zia Gemma, una delle due sorelle
di mio padre con le quali ho vissuto, insieme a mio fratello. La mattina di
un giorno di festa, mentre sono ancora a letto a poltrire, zia Gemma, pic-
cola e magra, il mio viso assomiglia al suo, entra nella mia stanza e mi mo-
stra il grembiule nero che portava abitualmente in casa, si chiamava “sina-
le”, pieno di rose di ogni colore colte nel grande giardino che circondava
la casa e mi dice a bassa voce “Bontà di Dio, guarda quanti colori e senti i
profumi”. Mi lascia qualche rosa sul comodino ed esce scivolando, come
era entrata. Adesso, quando attraverso un prato fiorito, quando guardo i
minuscoli fiori sulle rive erbose di un piccolo corso d'acqua, quando nella
fenditura di una roccia è nata una sassifraga, penso a zia Giovanna. Il suo
pensiero non era un richiamo cattolico o frutto di una specifica religione. Tanto zia
Gemma quanto zia Lina erano convinte che Dio stesse, in definitiva, in tut-
te le cose della natura, nella terra, nei fiori, nei frutti. La loro era una reli-
gione panteista. Di nulla bisognava abusare, nulla bisognava distruggere a
meno che non fosse necessario per vivere, ma solo entro questi limiti.
Io ho ereditato da loro un rapporto molto libero con la natura, con le
piante, gli insetti, i vermi, gli animali. Cerco di non pestare inutilmente i
fiori quando cammino, di non strappare i ramoscelli. Sento l'odore della
terra, quando ci fermiamo e la forza che trasmette la roccia, quando met-
to le mani in una fessura.
La montagna non è Disneyland. Non è solo un luogo di svago. La mon-
tagna vive quando produce, quando è lavorata, quando è rispettata, Lo spo-
polamento non può essere contestato come frutto di una modernizzazio-
ne consumistica. Nessuna coppia oggi starebbe in un alpeggio come si sta-
va cinquant'anni fa. Il problema è del tutto diverso: occorre creare le con-
dizioni perché oggi in un alpeggio non si stia come cinquant'anni fa. Le
Regioni e i Comuni mettono a disposizione delle imprese le aree industriali;
costruiscono aree attrezzate dove si possa produrre in modo moderno, in
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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura
ARIBERTO SEGALA
locali luminosi e aerati, vicino alle grandi vie di scorrimento. C'è un'enor-
me differenza tra una fabbrica degli anni Cinquanta e una fabbrica di oggi.
Ma non c'è quasi differenza tra un alpeggio di quell'epoca e un alpeggio di
oggi. Se si vuole sviluppare un'idea della montagna come luogo dove si pro-
duce e che perciò va curato, liberato dalla sterpaglia o dall'erba secca che
può andare a fuoco, coltivato per evitare smottamenti e frane, bisogna fare
per la montagna quello che si fa per l'industria. Bisogna costruire qualche
alpeggio ben collegato con le vie di comunicazione e dotato degli stessi ser-
vizi che oggi sono considerati essenziali in una casa di abitazione; bisogna
stimolare progetti per il recupero di territori alpini abbandonati.
La montagna non appartiene al passato; la montagna appartiene al pre-
sente, quando ne percorriamo i sentieri e i colli, quando ci dà ricchezza e
anche quando, per l'incuria, frana sugli abitati. E ci può diventare nemica
se continuiamo a considerarla Disneyland, buona solo per divertirsi, da tra-
scurare quando abbiamo smesso di passeggiare, sciare o arrampicare.
L'AUTORE
***
Camminare per sentieri, superare colli, pas-
stare neve con le racchette, passando nei boschi mentre nevica; scivolare in
Valeille o in Valnontey con gli sci da fondo; infilare i ramponi, passo dopo
passo, nella neve dura o nel ghiaccio. Tutto questo non è cosa diversa dal-
la vita. È il viaggio che continua, fuori e dentro se stessi, come quando mi
muovevo verso il largo, con le pinne ai piedi.
Ieri c'era l'acqua del mare; oggi c'è la ter-
ra o la roccia o la neve o il
ghiaccio; invece delle pinne ci sono gli scarponi o i ramponi, o gli sci o le
racchette. Gli anni sono passati, ma non inva-
veri, ho conosciuto le pietre, l'erba e il vento
to molte cose e continuo ad imparare.
Gli amici sono sempre gli stessi, pochi e uguali nel tempo. Dopo ogni
gita, alla fine, ci si ringrazia vicendevolmente, come in un rito gentile, che
chiude con serenità la giornata, pronti per la gita successiva. Ma a volte
preferisco andare da solo e così fanno anche gli altri.
Il viaggio continua, con il passare del tempo, forse, più dentro che fuo-
ri; sino all'ultimo filo della matassa. Quando hai smesso di viaggiare, muo-
ri. Non viceversa.
L'altro giorno, nella posta elettronica, trovai una lettera di Marco Carlin
che m'invitava cortesemente a scrivere un pezzo per l'allegato natalizio di
“Mélange”, il giornale di St. Pierre, in Valle d'Aosta.
L'argomento del pezzo, domandai? A mia scelta, rispose. È stata que-
sta risposta a gettarmi nell'imbarazzo. Da qualche anno in pensione, ho
ormai smesso di scrivere con regolarità. Qualche libro di tanto in tanto,
ma gli articoli sempre meno. Il fatto è che i quotidiani vivono un giorno
solo e quando si ha una certa età, si ha forse la civetteria di preferire cose
più solide, durature. E poi – questo il mio cruccio – cosa scrivere?
Anche se la mia specializzazione giornalistica – ambiente, animali, aree
protette – mi ha portato negli anni in luoghi sperduti, oggi gli stessi posti
(raggiungere i quali era già un'avventura) sono fitti di alberghi, piscine,
campi da golf, o, nel peggiore dei casi, punti d'arrivo di comodi trekking.
Certo, anch'io conservo qualche asso nella manica, ho in serbo, per così
dire, alcuni episodi di sicura presa. Pochi di voi, credo, sono stati assaliti da
un leone marino sulle spiagge delle isole Falklands. E ancora meno persone,
penso, si sono trovate di notte, in una fragile capanna di legno, con un orso
inferocito che cerca di forzare la porta per impadronirsi di un sacco di grano.
(Tratto da: Il prato dei quarzi e altri appunti di viaggio
di Luciano Violante, Ed. Le Château 2004)
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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

Riaffacciarmi a quel mondo mi fa oggi una strana impressione. Come
quando si apre una stanza rimasta chiusa da tempo e non si sa mai bene
cosa si trova dentro. Oggi, inoltre, conduco vita ritirata e quanto ad av-
venture, il mio modello sta lentamente avvicinandosi a quello del “Viaggio
attorno a una stanza” di Xavier de Maistre. E questo accade soprattutto
d'inverno, quando è bello guardare la pioggia rigare i vetri delle finestre,
e la casa manda un piacevole tepore, e viene voglia di leggere, di lavorare,
e si sa d'istinto che tutto quello che si intraprende riuscirà bene.
E poi chi ha detto che una casa non abbia in serbo sorprese, avventu-
re, presentimenti inquietanti? Avete mai guardato, per esempio, dallo spion-
cino della vostra porta, diciamo verso le due, tre del mattino? C'è, in quel-
le ore, quando anche i più incalliti nottambuli sono stati atterrati dal son-
no, e dorme il linotipista del “Corriere”, così come il camionista tornato
dalla Germania, e parimenti giacciono abbandonati nel letto il calzolaio del
primo piano, Gerbi l'ingegnere, il fruttivendolo, Maria Bianconi l'inse-
gnante; e dormono pure l'impiegato al catasto, Da Monte notaio, il net-
turbino Verdi (oggi diventato operatore ecologico), e pure giace nel son-
no la bella Maria Serena, “lucciola” del terzopiano, con sulle labbra i baci
dell'ultimo cliente; c'è, dicevo, in queste ore della notte, sui pianerottoli
di casa, una insospettata, invisibile attività. Come se scale corrimano lam-
padine ascensore, tutto stesse cominciando a raccontarsi la giornata. E poi-
ché è mia personale convinzione che i muri assorbono e conservano le pa-
role, ecco che di notte, quando tutto è silenzio, cominciano a parlare. E
un misterioso bisbiglio (occorre non farsi vedere per riuscire ad avvertirlo)
si propaga allora di scala in scala, di gradino in gradino. Sono scricchiolii,
sussulti, leggeri tonfi, sospiri, fruscii, piccoli gemiti, giù giù verso l'oscura
profondità delle cantine. Solo verso l'alba cesseranno.
Ma le avventure di una casa in città possono a volte diventare paurose.
E non per via di ladri, malviventi, o zingari in agguato. E neppure per col-
pa dell'Ebreo errante, ramingo lungo le strade del mondo. Avventure inau-
dite accadono a due passi dalle nostre stanze. A me è capitato. Non più tar-
di di mese fa. Ascoltate.
Che ore erano? Le dieci, forse le dieci e mezzo. Avevo sentito chiudersi
le persiane dell'appartamento di sotto. Poi c'era stato un miagolio pro-
lungato, un po' misterioso. Infine il silenzio. E nel silenzio – ho l'abitudi-
ne di leggere nella poltrona dello studio – avevo sentito improvvisamente
cigolare la porta.
Abito al sesto piano, l'ultimo. È una casa tranquilla, la mia, nessuno ha
mai rubato e, cosa ancora più rara, i vicini sono tutte persone simpatiche.
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Per di più sto nel quartiere cinese, una garanzia ulteriore: mai un ladro
osando avventurarvisi.
Ricordo di aver alzato gli occhi dalla pagina, perché in certi casi si sen-
te anche con la vista. La luce della lampada raggiungeva a malapena il tap-
peto, ma poco più in là l'ombra prendeva il sopravvento e oltre lo studio
le tenebre si stendevano fitte.
Benché sia un tipo pauroso, mi alzai e attraversai il corridoio.
Oltrepassato un piccolo arco c'è l'ingresso. Il cigolio si ripetè.
La mia porta è blindata, massiccia, foderata di un bel rovere chiaro.
Solo a guardarla dà un istintivo senso di sicurezza. Qui sostai, incerto.
Aspettando. Ed ecco, per la terza volta, lo stesso rumore.
Non potevo sbagliarmi. Qualcuno o qualcosa stava immobile sul pia-
nerottolo.
Di fronte a me sono due appartamenti. In quello dirimpetto abita una
tranquilla famiglia piccolo borghese. Lui lavora al catasto; lei, una signo-
ra ancora piacente, insegna alle medie. Eva, la figlia, frequenta la terza
scientifico. L'appartamento, alla mia sinistra, è invece disabitato da circa
due anni.
Prima di accostarmi allo spioncino cercai d'immaginare il pianerotto-
lo come lo vedevo quando tornavo dal cinema o da una cena con gli ami-
ci: pochi metri quadrati di marmo grigio, sovrastati da una luce fioca, un
po' desolata. La stessa luce fissa, vagamente azzurra, che illumina di not-
te le stanze degli ospedali, i vagoni letto, o – ricordate? – i corridoi dei gran-
di alberghi, quando c'era l'abitudine di lasciare fuori dalla porta le scarpe
per la pulizia.
Fu questa associazione mentale a darmi l'idea? Ancora non so.
Adoperando la parete sinistra come punto d'appoggio, mi tolsi le scarpe
e lentamente, per non fare rumore, le appoggiai sul pavimento. Poi, col
gomito sullo spioncino. La lente ha un angolo di 180 gra-
batticuore, mi avvicinai allo spioncino. La lente è
di, impossibile nascondersi, neppure accucciati.
Il pianerottolo era deserto, quieta la luce, forse, pensai, un poco più
quieta delle altre notti, come se anche la lampadina fosse stanca, o avesse
sonno e desiderasse chiudere gli occhi.
Improvvisamente accadde una cosa inaudita. La maniglia della porta
cominciava lentamente ad abbassarsi, come se chi era fuori volesse, con
estrema circospezione, accertare la resistenza della serratura. Qualcuno sta-
va provando se la porta era chiusa. Ma chi, se sul pianerottolo non avevo
visto nessuno?
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Testo Originale Estratto
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

MARCO ARCHETTI
L'AUTORE

Di nuovo appoggiai l'occhio allo spioncino e lo spinsi contro il legno
per essere sicuro di vedere bene. Sentii una goccia di sudore staccarsi dal-
la fronte.
Ho sempre odiato i pianerottoli, soprattutto col buio. Neppure la luce
di un lampadario potrebbe renderli accoglienti. Perché (ma forse è una
mia fissazione) si tratta di non luoghi. Qualcosa c'è, ma nello stesso tem-
po no. O forse non esistono le persone che vi sostano, come capita sulle
banchine delle stazioni dove tutto diventa precario, provvisorio, incerto.
Anche sui pianerottoli, come accanto a un treno, si vivono, infatti, solo
pochi istanti, prima di scomparire nell'appartamento o d'essere inghiot-
titi dall'ascensore.
In quel preciso momento ebbi la curiosa sensazione di un leggero, fred-
do, prolungato soffio. Forse più che un soffio, un bisbiglio, un sospiro, che
ne conteneva però numerosi altri e dove mi parve cogliere frammenti di
parole, echi di lontani pianti, tratti via in un vortice sempre più veloce,
come quando, ricordate?, si faceva per sbaglio girare un vecchio 33 giri alla
velocità di uno da 45.
L'occhio incollato allo spioncino guardavo. Aspettando. Perché - dir-
lo può sembrare stupido – ero sicuro che qualcosa stava per succedere.
Quanto tempo passò? D'un tratto, come ripercosso dalla profondità
delle scale, un grido risuonò. Ma non saprei precisare dove, e se di perso-
na o animale. Poi fu di nuovo silenzio e nel silenzio il suono di passi via via
più lontani, stanchi, abbandonati, come qualcuno che trascinasse degli strac-
ci. Scalino dopo scalino, lungo la tromba dell'ascensore, ver-
so la strada. Erano le tre del mattino.
L'indomani, tornando a casa, seppi dal portinaio che il mio dirimpet-
taio, l'impiegato al catasto, era morto d'infarto.

La padrona del mondo, quella sera, cominciò a salire le scale dell'im-
menso caseggiato: Cavalieri, Verga, Brambilla, Poggiolini. Più su:
Bonocore, Rossi, Rambaldi, Stefanoni. Ancora: Pertugio, De Ponti,
Taglietto, Finamore, Altissimo, Gallinoni. Ormai era arrivata al sesto pia-
no. Davanti a lei, adesso, solo due porte. Per un attimo si fermò incerta.
Poi allungò la mano.

Mio nonno e mia nonna parlavano molto volentieri di decessi.
Ospedali, obitori e tombe erano il loro caviale quotidiano. E poi le im-
provvise complicazioni renali, le fatalità cardiovascolari, tutta la lotteria del
corpo umano.
Nel loro tinello effettuavano autopsie immaginarie sui corpi di remoti
conoscenti alla ricerca delle vere cause, e litigavano screditando luminari.
Per il resto, eccetto questa dialettica ospedaliera e mortuaria, si parla-
vano poco, non si facevano gli auguri di compleanno, mai bigliettini o cose
da scartare.
Spesso li avevo sentiti vantarsi della loro sfortuna. Dicevano, gongo-
lando che la malasorte li teneva nel mirino.
Il fatto è che non erano predisposti alla felicità. E la felicità, a scanso di
equivoci, li evitava.
Hanno creduto per anni di essere perseguitati da una vicina, la signora
Carambola, e contro di lei hanno condotto un'ostinata guerra dei nervi. A
volte la tensione fra loro saliva alle stelle e allora mia nonna lavava ossessi-
vamente il pianerottolo nella speranza che la Carambola, di ritorno con la
spesa, ci scivolasse uccidendosi.

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

Mio nonno incolpava quella vecchia di qualunque cosa, ma la realtà era
questa: la Carambola non riconosceva i figli quando andavano a trovarla,
sul telefono si era fatta installare una sirena come quella della polizia per-
ché non lo sentiva suonare.

Mio nonno e mia nonna avevano una debolezza: Mio nonno se n'era
fatto una ragione, mia nonna no.
La debolezza era il pranzo dell'anniversario di matrimonio. Ogni 25
maggio che Dio spediva in terra, pioggia o sole, sapevano che per pranzo
avrebbero preso la macchina e sarebbero andati nella solita bettola di cam-
pagna a mangiare le solite melanzane. Sapevano anche che per giorni, del-
le melanzane incamerate, avrebbero continuato a denunciare il pizzicore,
con notizie del tipo che erano una cosa tremenda, da lasciarti la lingua in
uno stato pietoso, che ci si dormiva male, si rotolava come serpi, bicchier
d'acqua sul comodino.
Mia nonna lo ammetteva con soddisfazione che quello lì dove andava-
no era davvero un posto di merda, che la prossima volta bisognava cantar-
gliene quattro.
Mio nonno diceva di sì, che in effetti.
Poi, dopo tre o quattro giorni, si tornava al silenzio, e dal silenzio di
nuovo alle tenzoni farmaceutiche e alla lode di quel certo gusto che si deve
capire anche dalle lapidi.
Ma il giorno che precedeva l'anniversario non si facevano discorsi.
Si facevano cinque parole.
Le parole erano: "Scendo".
"A far che?"
"Scendo".

Mio nonno apriva la porta per scendere.
Pianerottolo bagnato, scivoloso pericolo di morte, tango involontario
di lui che cercava di reggersi in piedi per non rischiare il casqué, una be-
stemmia che musicava la tromba delle scale.
Poi, tornando in equilibrio, si ricordava: in guerra vale tutto. E allora
malediceva la Carambola e le sue sette vite come i gatti.
Nel ballatoio, nel frattempo, scorreva il dopopranzo di tutto il condo-
minio; le telenovelas sudamericane e le loro sigle, lo spettegolio dei canari-
ni in gabbia, il sospettoso silenzio dietro la porta della vecchia sopravvissuta.
Quindi arrivava in cortile, alzava lento la saracinesca, saliva in macchi-
na e la scaldava un'ora dentro al garage.

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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

Dopo la classica frignata della retromarcia, si piazzava in mezzo al cor-
tile, scendeva, poi ci ripensava e risaliva, rimetteva in moto e andava a ri-
pararsi dietro un muretto. Se si fosse affacciata la Carambola, che alla boc-
ca cambiava aria spesso e volentieri, chissà che tirature e che pettegolezzi:
tipo urlare anche in giro che lui non faceva niente dalla mattina alla sera,
tranne che lavare l'auto e sporcare il cortile che è di tutti.
Quindi prendeva il secchio, attaccava la canna, sbracciava tutt'intorno
alla macchina generando mucillagini e alla fine, veloce, velocissimo, ri-
metteva l'auto al suo posto, con l'aria di uno che aveva fatto qualcosa di
proibito.
Ma il bello di tanta fatica era che mia nonna, il giorno dopo, cioè il gior-
no dell'anniversario, sarebbe stata come al solito di un malumore wagne-
riano.
Si sarebbe svegliata malissimo e gli avrebbe parlato già dalla mattina con
una penulanza insopportabile. Per lei quel pranzo era davvero troppo, un
puttanismo da vergognarsi, una sconceria bella e buona che non si poteva
né perdonare né evitare.
A quel punto, cosa rimaneva da fare?
Mia nonna la risposta ce l'aveva.
E la risposta era: rovinare tutto.
Lui la lasciava dire e continuava imperterrito.
E si volevano bene così, nel modo infantile della vecchiaia.

Ma lui era lui.
Mi aveva illuminato l'infanzia, non c'era nessun altro per me.
Anche se mi faceva divertire in un modo che mia nonna trovava dise-
ducativo, anzi, una vera e propria vergogna.
Anche se rideva quando scoreggiava a tavola e chiedeva sempre rivolto
al soffitto ma chi è stato? Chi è quel maiale?
Anche se aveva il nero sotto le unghie e un odore di resto archeologi-
co.
Anche se amava ripetere sempre le stesse cose, tipo i soldi non si fanno
mica gratis, cari miei!
Ma era lui: e per lui avrei dato un braccio.
A dire il vero a volte mi faceva anche preoccupare, ma quando capita-
va non lo dicevo mai, avevo paura che succedesse qualcosa e che non l'a-
vrei visto più.
A me aveva sempre dato quell'impressione, che soffrisse per qualcosa,
che avesse qualcosa di ingenuo e sbagliato.

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
E tu chi sei, bambino?
Lo capivo.
Cosa vuoi da me?
Dallo sguardo.

Il mare, per la prima volta, io l'ho visto due volte, mi diceva mio nonno.
La seconda è stata durante il viaggio di nozze.
C'era questa corriera strapiena, maggio millenovecentocinquanta. Le stra-
de non erano trafficate come ora e le corriere erano sempre zeppe. Io mi davo
un po' un tono, eravamo appena sposati, e con tua nonna facevo quel-
lo che il mondo l'ha visto per intero. E così, dal finestrino, davo nomi alle col-
line e ai ponti, facevo il saputo, scrivevo la geografia dei partigiani. A un
certo punto lei mi fa: "E quello cos'è?" Io ho guardato, ho allargato le brac-
cia e le ho detto: "Facile, quello è il mare". Tua nonna ha appiccicato la fac-
cia al finestrino. Io facevo descrizioni, raccontavo cose che avevo sentito fin-
ge il mondo che fossero capitate a me. Quello seduto vicino a me si è messo a ridere.
Io gli ho chiesto che cosa volesse, ma quello ria
tua nonna pure, rideva. Io non capivo ma ero
un bell'uomo. Ma quando stavo per arrabbiarmi ben bene, quello mi ha spie-
gato. Al momento ci sono rimasto male, mi sono sentito un po' cretino, uno
che non sa niente, un poveraccio, Poi no. E ho detto: "Madonna, che sarà mai?
Ho solo messo un po' di sale nel Po..."

(Tratto da Vent'anni che non dormo
di Marco Archetti Ed. Feltrinelli)

Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

LUCA MERCALLI
L'AUTORE

Giovanni Verga e Milano

Tra il 1872 e il 1892 Giovanni Verga visse a Milano, e descrisse così il
panorama lombardo:
«L'impressione che si riceve dall'aspetto del p
Milano, per quaranta o cinquanta chilometri di ferrovia, è malinconica. La
pianura vi fugge dinanzi verso un orizzonte vago, segnato da interminabi-
li file di gelsi e di olmi scapitozzati, uniformi, che non finiscono mai; cogli
stessi fossati diritti fra due file di alberelli, colle medesime cascine sull'orlo
della strada, in mezzo al verde pallido delle praterie. Verso sera, allorché sor-
ge la nebbia, il sole tramonta senza pompa, e il paesaggio si vela di tristezza.
D'inverno un immenso strato di neve a perdita di vista, costantemente ri-
gato da sterminate file d'alberi nudi, tirate colla lenza, a diritta, a sinistra,
dappertutto, sino a perdersi nella nebbia. Di tratto in tratto, al fischio im-
provviso della macchina, vi si affaccia allo sportello, e scappa come una vi-
sione un campanile di mattoni, un fienile isolato e solitario. Sicché final-
mente appena nella sconfinata pianura bianca, fra tutte quelle linee unifor-
mi, vi appare nel cielo smorto la guglia bianca del Duomo, il vostro pensiero

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

si rifugia frettoloso nella vita allegra della grande città, in mezzo alla folla
che si pigia sui marciapiedi, davanti ai negozi risplendenti di gas, sotto la
tettoia sonora della Galleria, nella luce elettrica del Gnocchi, nella fanta-
smagoria di uno spettacolo alla Scala, dove sboccia come in una serra calda
la festa della luce, dei colori e delle belle donne. I dintorni di Milano sono mo-
dellati sulle linee severe di questo paesaggio. Basta salire sul Duomo in un bel
giorno di primavera per averne un'impressione complessiva. È un'impressio-
ne grandiosa ma calma. Al di là di quella vasta distesa di tetti e di campa-
nili che vi circonda, tutta allo stesso livello, si spiega la pianura lombarda, di
un verde tranquillo, spianata col cilindro, spartita colle seste, solcata da ca-
nali diritti, da strade più diritte ancora, da piantagioni segnate col filo, sen-
za un'ondulazione di terreno e senza una linea capricciosa in gran parte.
L'occhio la percorre tutta in un tratto sino alla cinta delle Alpi ed alle colli-
ne della Brianza».

Il Nostro è colpito dall'uniformità e dalla malinconia del paesaggio pa-
dano, e ammira la città come un elemento di novità, di diversità nella piat-
ta distesa dei campi. La guglia bianca del Duomo emerge anche oggi dai
tetti e – come fecero per secoli i campanili di tante città italiane – segna il
confine tra l'opera dell'uomo e l'ambiente naturale, seppure già pesante-
mente modificato. La pianura padana prima di diventare un vasto campo
coltivato era – qualche millennio fa – una impenetrabile foresta. L'uomo
l'ha rasa al suolo, ma nell'uso agricolo è sempre stata insita un'armonia di
fondo: sono gli stessi elementi della natura che vengono ordinati e riorga-
nizzati per massimizzare la cattura dell'energia solare, fornire frutti ali-
mentari e materia prima, riciclare i rifiuti organici.

Una Milano da bitumare
Oggi Milano è invece irriconoscibile. È una enorme «colata urbana» una
distesa di cemento di oltre 1000 km² (circa un terzo della superficie della
Valle d'Aosta) con quasi 3 milioni di abitanti. È inquinata, assediata dal
traffico ad ogni ora del giorno, ma soprattutto è brutta, perché il suo cen-
tro storico, bellissimo come quello di quasi tutte le città italiane, rappre-
senta ormai una minuscola parte di un'immensa periferia, dove l'armonia
del paesaggio non esiste più. Oltre alla bruttezza degli stabili pluripiano
dove l'umanità vive stipata in celle sovrapposte, direi che il problema sta
soprattutto nella soppressione di ogni segno che faccia pensare di vivere
sul pianeta Terra. Asfalto e materiali artificiali ricoprono uniformemente e
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

a perdita d'occhio quelli che solo cent'anni prima erano i fertili campi am-
mirati malinconicamente da Verga, campi che erano tuttavia modelli per-
fetti di equilibrio tra risorse e consumi: un completo ciclo della materia e
dell'energia, solidale con la città, che ne rispettava l'esistenza in quanto da
essa dipendeva per le risorse alimentari ed energetiche. L'attuale drastico
cambiamento, la rottura totale della catena di relazioni città-campagna, in-
dotta negli ultimi cent'anni dall'uso massiccio di energia fossile, apre un
dibattito ormai annoso: esiste un limite alla crescita dei consumi umani?
Consumi di materie prime – da cui discendono montagne di rifiuti visibi-
li, nubi di prodotti tossici invisibili, danni alla salute e al clima – e consu-
mi di territorio e di «paesaggio».

Il paesaggio non si vende al supermercato
Oggi circa il sette per cento del suolo italiano è cementificato, una super-
ficie pari a quella dell'Emilia Romagna. E sono i suoli migliori, quelli più
produttivi, ad aver pagato il prezzo più alto. Ad ognuno dei 60 milioni di
italiani restano attualmente circa 2600 metri quadri di suolo agrario, che
– in mancanza di importazioni e di un'agricoltura intensiva, ad alto uso di
concimi chimici e pesticidi ottenuti dal petrolio, non sarebbero più suffi-
cienti a nutrirli. Esistono dunque dei limiti fisici innegabili, e sono quelli
voluti dalle leggi di natura, ma esiste – credo – anche un meno quantifica-
bile limite alla proliferazione del brutto. Oltre a garantirci il sostentamen-
to, il paesaggio naturale e agrario è sorgente di armonia, di bellezza, di se-
renità, tutti elementi che non si vendono al supermercato e che ogni gior-
no vengono erosi pericolosamente peggiorando la qualità della nostra vita.
E questa perdita è oltretutto irreversibile, perché il cemento della periferia
milanese, o della più vasta «megalopoli padana» rimarrà al suo posto per
millenni. Anche se si decidesse oggi di seguire un nuovo modello di svi-
luppo, non sarebbe più possibile cancellarlo, a differenza di un bosco, che
se tagliato, ricresce. Il suolo cementificato è perso per sempre, sia per l'u-
so produttivo, sia per quello contemplativo, sia per il mantenimento dei
plessi equilibri ecologici. E il proliferare dei capannoni industriali –
spesso inutilizzati –, nonché di futili cittadelle commerciali-ludiche, frutto
di operazioni talora torbide, stimolate da fuochi di paglia speculativi, pro-
mosse da condoni e incentivi facili, è l'esempio più eclatante di questa pe-
ricolosa deriva: in pochi mesi si tirano su orribili parallelepipedi in calce-
struzzo precompresso che segnano l'orizzonte anche nelle campagne più
sperdute.
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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura
Tutte le uova in un paniere
La cementificazione selvaggia costituisce una gravissima perdita di valori
ambientali sostituita con la «banalizzazione». Nella complessa e variegata
rete dei flussi energetici e di materia che compenetrano il territorio nonché
la nostra stessa vita, sappiamo che ciò che è banale è anche fragile. Sembra
funzionare per un po' ma poi un certo giorno collassa per un nonnulla. La
rete di relazioni che l'uomo ha saputo costruire in millenni con il proprio
territorio, era resiliente: un cedimento in un punto veniva assorbito, ripa-
rato, grazie alla varietà delle soluzioni impiegate, profondamente connesse
con gli elementi locali (clima, acque, geomorfologia, flora). Un sistema che
chiedeva come prezzo grande fatica, beninteso, ma che dopo tutto ci ha
condotto fino a oggi senza guasti irreversibili, senza eredità scomode. I mo-
desti errori ambientali del passato sono stati in qualche modo integrati e
metabolizzati dall'ecosistema. Oggi si commettono errori più profondi e
diffusi, frutto di una potenza energetica incommensurabilmente più eleva-
ta di quella che è stata a disposizione nell'intera storia dell'umanità.
L'ipersemplificazione introdotta dal complesso cementizio, ovunque ugua-
le, ovunque basato su un elevato flusso energetico fossile, ovunque comple-
tamente slegato dai vincoli fisici locali, arrogante e ignorante nei confronti di
ciò che altera per sempre, è – per citare un motto inglese, come «mettere tut-
te le uova in un paniere». Se cade, è finita, non ce ne saranno altre di riserva.
Il progetto Millenium Mediapolis, percepibile come un meteorite conficcato
nel cuore verde dell'anfiteatro morenico di Ivrea, è l'essenza di questo modo
di agire, sull'onda di una rapacità immediata, stolta e miope, di un sogno di
«sviluppo» locale dispensatore a piene mani
di guadagni, ricchezze e divertimento. Però, chi conosce la termodinamica
ambientale sa che in Natura «nessun pasto è gratis».

Nel 1883 Carlo Collodi l'aveva già fatto notare con buon senso nella
celebre fiaba di Pinocchio: era la metafora del «Paese dei Balocchi». Il se-
guito è noto, ma è bene ricordare che nella realtà, non vi sarà alcuna Fata
Turchina a riparare danni permanenti e irreversibili.

BREVE ORIENTAMENTO BIBLIOGRAFICO:
ERBANI F., 2003 – L'Italia maltrattata. Laterza.
MERCALLI L., 2004 – Le mucche non mangiano cemento. SMS, Torino.
SERTORIO L., 2002 – Storia dell'abbondanza. Bollati Boringhieri.
SARAGOSA C., 2005 – L'insediamento umano. Ecologia e sostenibilità. Donzelli.
TURRI E., 2004 – La megalopoli padana. Marsilio.

Chiara Marchelli

L'AUTRICE

Effetto Eberhard

La prima cosa che le hanno spiegato è che il principio dello sviluppo di
una fotografia è trasformare un'immagine latente in un'immagine visibile.
Gliel'aveva detto un amico di famiglia che faceva il fotografo.
“Hai buon occhio” aveva commentato guardando alcuni dei suoi pri-
mi scatti, “Vieni da me se hai voglia di imparare.”
Aveva iniziato così, passando le sue domeniche pomeriggio di ragaz-
zina nello studio di Filippo a farsi insegnare tutto.
Capitava sovente che andasse da lui la mattina e spendesse l'intera gior-
nata fuori, o che tornasse a casa talmente eccitata da non voler cenare; suo
padre insisteva preoccupato, la madre diceva con durezza che se avesse con-
tinuato così non ci sarebbe più andata. Una sera che si era arrabbiata per
un ritardo, Carla aveva tirato fuori la macchina dallo zainetto e l'aveva fo-
tografata. Sua madre era rimasta interdetta e quando la domenica succes-
siva Carla le aveva mostrato quella foto, si era spaventata.
“Ma sono davvero così? Sembro un fantasma...”
“È il tipo di sviluppo, mamma. Si chiama effetto Eberhard.”


Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Un annerimento ai bordi dell'immagine, uno stacco dal fondo che a
Carla dava l'impressione di una figura sottratta al suo percorso.
Filippo la seconda cosa che aveva spiegato era che bisogna lavorare nel
buio assoluto, "fare in modo che le dita vedano al posto tuo."
Le aveva dato lo scarto di una pellicola già trattata e a occhi chiusi ave-
va spiegato cosa fare.
"Adesso tocca a te" aveva poi detto, "Sistemati la vaschetta dove ti è
comoda, sempre nello stesso punto, qui c'è la spirale, il coperchio e le for-
bici. Cerca di toccare la pellicola il meno possibile, se lo fai prendila per i
bordi. Quando dovrai pulire un negativo, bisognerà aprire il caricatore con
un colpo secco e al buio senza farlo cadere. Prova finché ci riesci."
Carla lo aveva guardato scoraggiata.
"Pensa ai ciechi" aveva risposto Filippo, "che imparano a fare tutto al
buio."
"Ma loro ci sono abituati" si era lamentata.
"No, loro non hanno scelta."
Carla non aveva capito. Troppo presto per sapere cosa intendesse, trop-
po tardi di già per concepire che ci fossero anche altri modi di guardare
dentro sé. Da quel momento scattare una foto sarebbe stato il suo: il suo
vedere al di là della superficie, nel centro, senza l'impaccio dell'apparenza.
A Filippo era piaciuta subito anche per questo, per l'attitudine a raccogliere
negli occhi tutta la febbre che aveva di vivere, saperli chiudere quand'era
ora e andare a pescare ciò che aveva visto. Una febbre sorvegliata, di quel-
le che non passano ma bruciano lente e costanti, che le sarebbe rimasta
dentro, attaccata stretta al dolore che sarebbe venuto.

Filippo aveva gli occhi quasi trasparenti ed era uno di quelli che dicono
di non avere bisogno di nessuno. "Mi basta qualche fotografia ogni tanto"
diceva sovente da dietro una riparazione, mentre la moglie passava e non al-
zava nemmeno lo sguardo. La gente pensava che fosse abituata, ma Carla
aveva capito che quella di Filippo era una sofferenza e che Franca ne segna-
va il territorio. Sembrava uno senza inquietudine e invece era pieno di dub-
bi, e sua moglie gli parava gli urti intorno con i suoi passaggi rasobanco.
Quando aveva iniziato ad andare a casa loro, Carla aveva scoperto che
era una donna costantemente vigile, e con una risata fenomenale. La sen-
tiva ogni tanto quando, concentrata su qualche ritaglio di pellicola, veni-
va da ridere pure a lei mentre Franca si sbellicava al telefono con sua so-
rella. Filippo scuoteva la testa, diceva che tra tutte e due lei e quell'altra
avevano solo del buon tempo, ma si vedeva che era ancora innamorato.

Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura
Franca aveva accolto Carla con tolleranza, senza sentirsi stranita dall'a-
pertura delle maglie del marito, e l'aveva sempre trattata con distacco. Le
parole che diluivano il mondo erano per Filippo, Carla era giovane abba-
stanza da potersi trovare le sue. Perciò la aspettava dopo pranzo, di do-
menica, con una fetta di dolce e poca conversazione. Le sue premure nei
confronti di quella ragazzina si esaurivano lì, quando Carla aveva raccolto
l'ultima briciola dal piatto e doveva ancora ringraziare: Franca si alzava,
dava una controllata intorno che le cose non si fossero messe in moto men-
tre era distratta e tornava alle sue faccende. La chiamata alla sorella arriva-
va generalmente intorno alle sei, quando d'inverno era già notte e starse-
ne sola in cucina doveva piacerle poco. "L'ora del lupo" diceva Filippo, e
senza sapere a cosa si riferisse l'ha poi sempre attribuita a quel momento,
quando la domenica finisce e c'è uno spazio da riempire prima di cena, che
a casa di Filippo aveva odore di minestra di patate.
Filippo lavorava in continuazione, anche fuori dal negozio, così, quan-
do Carla si alzava da tavola dopo la torta e salutava Franca già di spalle, lo
trovava sempre curvo sulle sue stampe nello studio. Aveva conosciuto così
la madre di Carla, in fotografia: una di fuori che era venuta a stabilirsi lì per
suo marito. Carla non ha mai capito cosa Filippo avesse capito, perché an-
che se non gli aveva mai raccontato niente, era sicura che sapesse leggerle
dentro.
Lui, però, non aveva mai chiesto e sviluppava tutte le foto di Carla a
mano. Si era fatto una camera oscura in casa al posto della stanza per il
bambino che non era mai arrivato, e insieme a lei ci si chiudeva ogni do-
menica finché Franca non arrivava a bussare all'ora della merenda.
In una di quelle occasioni Carla aveva visto alla televisione un video in
cui una ragazza passava attraverso degli specchi e finiva di volta in volta in
posti diversi. Ha dimenticato di chi fosse, e se poi fosse davvero un video
o un programma per bambini, ma le era sempre rimasto in mente come,
semplicemente allungando un passo contro la superficie liquida dello spec-
chio, le riuscisse di sparire.

Jean Claude ama gli orsi

I miei fratelli sono tre, ma ho sempre pensato di essere solo, e che loro
fossero qualcosa di diverso. Aldo tanto per cominciare non ha il mio stes-
so padre. Ormai fa poca differenza, ma prima era della famiglia solo a metà.
Guglielmo è andato via che era troppo presto. E poi Jean Claude. Jean
Claude ha avuto il nome francese perché doveva essere il più fortunato.

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Quando è nato e si è capito com’era, mia madre ha cominciato a confes-
sarsi tutte le settimane. “È un peccato di superbia”, diceva “la punizione
del Signore”. Mia madre Jean Claude l'ha sempre amato molto, ma si è
confessata fino alla fine. Mio padre ci ha messo di più, non era uno tanto
piuttosto non ce l'avesse più fatta a schiacciarla sul fondo. Così ha iniziato
a sentire quell'odore dappertutto, anche su Jean Claude, che invece ha
sempre saputo di Nivea. Perlomeno finché mia madre ha avuto pieno con-
trollo del suo olfatto, perché poi nemmeno io ho fatto più tanto caso ad
alcune cose, e soltanto dopo molto tempo, annusando Jean Claude di sfug-
gita, ho sentito che puzzava di vecchio.
Il dottore dice che non gli è mai capitato di sentire niente del genere, e
perciò non sa che farci. I miei colleghi, che tengo sempre al corrente di ciò
che succede a casa mia, hanno elaborato parecchie teorie. Rosanna fodera
la sua faccia tonda di un'aria intelligente e dice che mia madre somatizza.
Gianna dice che la capisce, che deve dipendere dalla mancanza di affetto
o da un'educazione sbagliata, e ha deciso che dev'essere stata la combinazione chi-
mica di qualcosa, tipo detersivi o cose del genere, e che prima o poi le pas-
serà. Mi chiedono spesso di Jean Claude, e Gianna, particolarmente in vena
di confidenze, un giorno mi ha detto che una delle sue fantasie proibite è
farsi scopare da un mongoloide. Così ha detto: un mongoloide. Stavo per
risponderle che a quel punto in due non ci si sarebbero raccapezzati più,
ma mi sono limitato a chiederle se desiderasse che lo proponessi a Jean
Claude.
“No, ma scherzi, sei matto?” mi ha risposto rossa di imbarazzo.
Al funerale ci siamo andati noi figli, mia madre a letto con la febbre.
Aldo c'era sì e no, non tanto perché nostro padre non era il suo, quanto
piuttosto per il fatto che si era assunto l'impegno dell'organizzazione di
tutto. Era arrivato la mattina presto, teso. A mio padre aveva dato un'oc-
chiata veloce, tanto per essere sicuro che non si muovesse, e poi si era la-
sciato travolgere dal gorgo delle incombenze.
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura
“Ci vuole qualcuno che pensi a queste cose” diceva, “non si può mica
pretendere di lasciare tutto sulle spalle della mamma”.
Guglielmo, invece, era arrivato dal Nordafrica con una donna e quat-
tro bambini.
“Che fai, adesso?” gli avevo chiesto.
“Vendo formaggio” mi ha risposto.
“E dovevi andare fino in Africa?”
“Là almeno fa caldo”.
Jean Claude, lui, ha attaccato a ululare la sera della morte e ha smesso
poco prima di entrare in chiesa. Abbiamo chiesto al dottore di dargli un'oc-
chiata, ed è stato allora che ha detto che un altro colpo così si sarebbe por-
tato via anche lui.
Per questo motivo non volevo portarlo al funerale, ma quando gliel'ho
detto mi ha dato uno spintone che mi ha spostato da dov'ero, e mi ha guar-
dato fisso negli occhi.
“Engo ‘nch'io” ha biascicato.
Poi, ricordando forse quanto mio padre tenesse a che si esprimesse cor-
rettamente, ha ripetuto: “Vengo anch'io”.
Al funerale era talmente vistosa la stonatura che rappresentavamo noi quat-
tro fratelli messi vicini, che sono sicuro che la gente si sia divertita un sacco.
Mia madre è guarita dopo una settimana, l'olfatto definitivamente fuo-
ri uso, visibilmente invecchiata, e con una porzione di memoria in meno.
Aldo era soddisfatto di sé e ha iniziato a rendersi conto di quel che era suc-
cesso al momento della partenza. Guglielmo è ripartito con il suo seguito
di piccoli musulmani appresso, e io sono rimasto con Jean Claude, a con-
trollare che non gli venisse in mente qualche stranezza.
Ho ripreso il lavoro qualche giorno dopo, accolto dalla solidarietà con-
sueta e ipocrita dei miei colleghi. “E tuo fratello, poverino?” chiedono.
Rispondo che non gli va così male, e che le guerre sono in Algeria, lui sta
in Marocco. Quelli all'inizio non capiscono, e poi hanno il coraggio di in-
sistere: “No, dico tuo fratello l'altro, quello...” Ah, Jean Claude!, rispon-
do, Jean Claude sta bene, dico, si è limitato a strapparsi la carne dei polsi
a suon di morsi, ma ora va meglio. Quelli boccheggiano, e io li mollo lì.
Dovrebbero pagarmi per i brividi che regalo a quelle povere vite. Quando
mi chiedono di mia madre, rispondo che lei sentiva odore di petrolio già
da molto tempo. Ed è vero. Almeno quattro anni senza più essere in gra-
do di distinguere ad occhi chiusi l'odore di un piatto di spaghetti da quel-
lo di un giornale.
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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

Dopo la morte di mio padre e un mese di lavoro, ho portato Jean
Claude e mia madre col suo naso malandato al mare. In Liguria abbiamo
un appartamento che affittiamo d'estate, così il mare ce lo vediamo sem-
pre quando fa freddo. Ma a Jean Claude piace, diventa matto dalla gioia
quando andiamo sul molo che c'è mare grosso. L'ultima volta era febbraio,
un bel febbraio freddo e limpido.
La mattina dopo il nostro arrivo, mi sono svegliato presto per andare a pren-
dere la focaccia per tutti. Sto per uscire quando vedo Jean Claude, bardato nel-
la sua tuta con gli orsi, venirmi incontro e dire che vuole venire con me.
Per strada non c'è molta gente: è presto e chi è in giro o sono vecchi o
gente come noi, che non si capisce bene. Io e Jean Claude scendiamo in
centro e, come sempre quando siamo insieme, facciamo prima una punta-
ta al mare. Ci guardano tutti, penseranno che abbiano riaperto le Colonie
Alessandria, quelle che una volta ospitavano bambini e adesso sono diven-
tate soggiorni per anziani. Ma Jean Claude non è anziano, anche se sec-
chiotto per il suo genere. Normalmente quelli come lui muoiono prima,
lui è molto longevo. Ha cinquantiquattro anni. A guardarlo adesso, sotto
la luce fredda della mattina, ne dimostra il doppio, tutto rugoso e grigio.
Deve fare un certo effetto, a giudicare dagli sguardi della gente. Io, col fat-
to che siamo sempre stati vicini, non noto niente. Non per amore, che c'en-
tra, per abitudine. Invece deve sembrare una specie di tartaruga infioc-
chettata, con 'sta camicia rosa a orsetti. Sulla sabbia lo prendo a braccetto.
Non è molto stabile, e poi con questa pancia enorme non ci mette niente
a finire lungo tirato. Jean Claude si anima a mano a mano che ci avvici-
niamo a riva e poi, con le suole in acqua, diventa serio.
“Delio!”
“Sì?” rispondo.
“Mama si fa morire?” chiede guardandomi.
Ho in mente quella mattina per questa domanda, e per essere una del-
le situazioni in cui avrei dovuto avere una risposta, e non ce l'avevo.
Jean Claude ha atteso ancora un attimo, forse per farsi venire in mente
una domanda più facile, e poi ha iniziato a canticchiare, la bocca aperta e
la lingua appoggiata ai denti inferiori. Abbiamo ancora dato una rapida oc-
chiata a una petroliera all'orizzonte, e poi ce ne siamo andati.
Di giorno Jean Claude dipingeva. È del mare, il quadro con le rose che
ho in camera. Gli avevo sistemato il cavalletto di fronte alla finestra e lui
s'immaginava di stare di fronte al mare, mi indicava i gabbiani e le navi, e
rideva come un matto. Quando sentivo il risucchio dell'aria nella sua gola,
sapevo che si stava ammazzando di risate davanti alla finestra.

Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

Quella gita si era risolta con tante passeggiate al mare io e Jean Claude.
Mia madre non usciva mai, cucinava appena, non si pettinava più, nem-
meno per Jean Claude. L'odore di petrolio la stava facendo impazzire. Più
di una volta ci aveva chiamati e l'avevamo trovata con le mani piantate nel-
la massa di capelli, gli occhi spalancati, in pieno terrore. Jean Claude cor-
reva ad abbracciarla, io le parlavo.
“Che ci tocca, richiamare Guglielmo dall'Africa?” le chiedevo scher-
zando.
“Forse bisognerebbe avvertirlo, che si prenda le ferie” mi ha risposto
una volta.
A ripensarci, alla fine è andata un po' come se avesse provato a vivere sen-
za mio padre, avesse capito che non le piaceva, e avesse deciso di morire.
Abbiamo fatto in tempo a tornare a casa.

In ufficio, naturalmente, sono considerato un caso. Io l'ho presa com'è
venuta. Jean Claude no. Lui è rimasto solo.

L'ha trovato la custode del condominio, salita per portare la posta. Ci
ha messo un bel momento a capire, ha detto. Non le pareva strano che dor-
misse alle quattro del pomeriggio, solo in casa. Non conosceva le sue abi-
tudini, non sapeva che amava dipingere e che quella era l'ora del labora-
torio di pittura. Tutto solo si prendeva il cavalletto, i colori, i pennelli, e si
dedicava all'arte fino a sera, quando rientravo io. Invece stava steso sul let-
to, vestito. Ma poi ha capito, ha chiamato l'ambulanza e me al lavoro.
Ora sono una specie di santo. Qualcuno in ufficio, facendo l'indiffe-
rente, quando attraversa la mia zona si tocca i coglioni.

Si sono messi tutti in agitazione quando hanno scoperto che Jean
Claude non è morto naturalmente, ma impasticcato di sonniferi fino alle
orecchie. È venuto il medico, che ci conosce tutti quanti, e mi ha fatto del-
le domande. Il cassetto delle medicine è alla portata di chiunque, saranno
secoli che non lo ripuliamo. Dentro ci sono medicine vecchie come me. Il
medico dice che Jean Claude si dev'essere sbagliato, che pensava fossero
caramelle e invece erano sonniferi e se n'è fatto fuori una scatola intera.
Volevo domandargli se in casa sua si usa ingoiare un pacchetto intero di
caramelle piuttosto che mangiarne una alla volta, ma sono stato zitto, na-
turalmente. Il fatto è che non credono che uno come lui avesse abbastan-
za coscienza da fare certe cose. Dipingere così bene per esempio, dico io.
Gente di poca immaginazione, non hanno mai capito, mai immaginato che

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura
SILVANA PRESA
tra lui e me potesse esserci un'amicizia, un patto. E poi qui, in mezzo a
questo bel maneggio umano, non ci sarebbe stato posto per lui. Nel pic-
colo universo di nessuno. Mi aveva detto che non voleva rimanere solo, al-
lora ho capito che io soltanto non gli sarei bastato mai.
Gli altri stanno per arrivare, Guglielmo stavolta senza moglie e figlio-
lanza, rimasti a vendere formaggio al posto suo. Al telefono mi ha detto
che non può mica chiudere il negozio quando gli pare, santo dio.
IDA DÉSANDRÉ
La riscoperta del testimone
Oggi in Italia e in Europa temi come la deportazione e il genocidio na-
zista hanno certamente diritto di cittadinanza. La loro accoglienza si ma-
nifesta nella vivace comunicazione tra storici, media e società, e nel patro-
cinio delle istituzioni pubbliche.
Sono passati sessant'anni dalla fine della guerra e dalla apertura dei cam-
pi di concentramento nazisti, ma la vicenda della scoperta dell'universo
concentrazionario si è prolungata ben oltre la primavera del 1945, quan-
do vennero aperti i cancelli dei Lager. Tale scoperta non fu affatto lineare,
e il peso delle responsabilità individuali degli oppressori tardò ad essere co-
nosciuto nella sua estensione. Basti pensare alla vicenda, non conclusa, dei
processi ai criminali nazisti ¹, e al ruolo importante che hanno in essi le te-
stimonianze.
¹ Basterebbe scorrere la cronologia di tali processi: tra il 1945 e il '47 i vari processi di
Norimberga, nel 1961 il processo a Heichmann a Gerusalemme, nel 1976 quello della Risiera
di San Sabba, nel 1984 il processo Barbie, ecc.
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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

Dal canto loro gli studiosi che si occuparono del fenomeno negli anni
successivi agli avvenimenti, come Eugen Kagon nel 1946, Léon Poliakov
nel 1951, e Gerald Reitlinger nel 1952, non usarono le testimonianze dei
sopravvissuti. Inoltre limitarono la loro indagine al periodo dal 1933 al 1945.
Una nuova generazione di studiosi, che produce a partire dagli anni
'70, ha progressivamente accolto i bisogni della società di una nuova sto-
ria, che tenesse in considerazione anche le diverse rappresentazioni che ci
si costruiva col tempo grazie alla diffusione delle testimonianze.
Molti storici si aprirono alle urgenze del presente, rovesciando le pre-
cedenti prospettive di analisi, nel guardare quel passato che aveva prodot-
to Auschwitz (metafora di tutto l'universo concentrazionario) e accogliendo
le suggestioni che già nel 1952 erano state avanzate dallo storico Ian
Kershaw in Quest-ce que c'est que le nazisme? Problèmes et perspectives d'in-
terprétation, Gallimard, Paris, 1952.
Queste riflessioni prepararono la visione innovativa dello storico Detlev
Peukert, che in un saggio del 1987, partendo dalla constatazione di quan-
to oggi dei comportamenti criminali siano accettati come normali, ritiene
urgente, anche attraverso l'uso della testimonianza dei sopravvissuti, stu-
diare in nesso tra questa «normalità» del male odierno e quella con cui nel-
la Germania di Hitler fu possibile il crimine nazista. La testimonianza dun-
que avrebbe un grande valore nella scoperta della natura del comporta-
mento degli oppressori. Questo ed altri obiettivi di ricerca hanno realmente
attirato l'attenzione degli storici sulla testimonianza orale, specie in questi
ultimi decenni, quando la frattura tra storia ufficiale e storia basata sulle te-
stimonianze orali sembra essersi smussata.
Nel frattempo gli ex deportati hanno fatto una loro strada in quanto te-
stimonì, anche se non è possibile darne una descrizione generalizzata, in
quanto questo fenomeno è subordinato alle condizioni locali e ambientali.
Per semplificare si può dire che progressivamente gli ex deportati esco-
no dal loro isolamento o dall'ambito ristretto delle loro associazioni².
Intanto cambia la natura della testimonianza: progressivamente non sarà
più un'occasione di liberazione, ma un vero e proprio compito che i so-
pravvissuti si danno nei confronti di chi non può più parlare perché è mor-
to. Le prime testimonianze, come quella di Primo Levi, per lo più elabo-

¹ In particolare fu l'Aned a permettere l'aggregazione degli ex deportati politici. I suoi ade-
renti sono i sopravvissuti allo sterminio nazista e i familiari delle vittime dei Lager. È una as-
sociazione senza fini di lucro; è eretta in ente morale con decreto del Presidente della
Repubblica del 5 novembre 1968.

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rate in forma di scrittura molto controllata nei mesi successivi al rientro dal
Lager, sono infatti ispirate a un bisogno di esternare il ricordo e le emo-
zioni; quelle successive, scritte e orali che siano, sono per lo più sollecita-
te da gruppi di ricerca, a scopo documentario e per l'indagine comparata.
Ricordo in modo particolare la più grande raccolta fatta in Italia di inter-
viste agli ex deportati politici: si tratta di 223 testimonianze raccolte nel
1983, registrate su nastro e trascritte su carta, nel quadro del progetto
"Storie di vita" promosso dall'Università di Torino in collegamento con
l'Istituto storico della Resistenza del Piemonte, l'Aned piemontese e
l'Istituto storico della Resistenza in Valle d'Aosta.
In Valle d'Aosta furono intervistati gli ex deportati politici Zita Ghirotti
di Pont-Saint-Martin, Mattia Ansaldi di Saint-Vincent e Ida Désandré di
Aosta. Il libro Ida Désandré testimone della deportazione nei Lager nazisti,
Le Château 2005, fatto uscire dall'Istituto della Resistenza di Aosta per ri-
cordare il sessantesimo della Liberazione, riporta la testimonianza, finora
inedita, di Ida Désandré.
La ricerca "Storie di vita" era concepita come una risposta ai tentativi
pseudostorici revisionisti di cancellare o di attenuare l'enormità dei crimi-
ni nazisti e di contrastare l'intento, facilitato dall'oblio e dall'ignoranza, di
chi volava far slittare sullo stesso piano i valori della Resistenza e i disvalo-
ri del fascismo e del nazismo.
Operazioni come queste furono certamente riparatrici della precedente
distrazione degli storici. In effetti i sopravvissuti come Ida Désandré aveva-
no dovuto attraversare un secondo Lager, quello del ritorno dai campi di
concentramento e della faticosa ripresa della vita normale in mezzo a diffi-
coltà economiche e di relazione, per lo più privati dell'attenzione che avreb-
be permesso loro di trovare parole per raccontare la propria esperienza.
Ida è un caso esemplare di quei tanti che, pur con vicende diverse, sono
passati attraverso un deserto fatto di silenzi e di umiliazioni, e paradossal-
mente sono stati fatti sentire colpevoli sia delle disavventure patite sia del
fatto di essere vivi.

Ida Désandré testimone
della deportazione nei Lager nazisti

Ida Désandré nasce a Saint-Christophe il 10 ottobre 1922. Dopo vi-
cende familiari traumatiche dell'infanzia, il lavoro in fabbrica e il matri-
monio, viene arrestata dai fascisti ad Aosta nel luglio 1944 insieme con il
marito Giovanni Contardo, per aver dato ospitalità a due partigiani auto-

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
ri di un attentato mancato a due funzionari della Prefettura di Aosta.
Interrogata e imprigionata nel carcere giudiziario di Aosta, viene trasferi
ta dai tedeschi a Torino. Dopo un mese di permanenza nelle carceri
“Nuove” è inviata al campo di smistamento di Bolzano, e di qui trasferita
il 7 ottobre, su un carro bestiame, nel campo di concentramento femmi
nile di Ravensbrük, località a ottanta chilometri a nord-est di Berlino.
Spogliata di tutte le sue cose, rivestita di un abito nero, inizia l'esperienza
traumatica della vita nel campo di concentramento, organizzata dai nazi
sti con l'intento di annientare la personalità delle prigioniere.
Dopo alcuni mesi a Ravensbrük è selezionata per essere “usata” in una
fabbrica di bombe nella zona di Salzgitter, dove vi è un campo femminile
di circa cinquecento donne, che è parte della rete dei Kommando collega
ti a Neuengamme.
La solidarietà tra le prigioniere e la speranza della sopravvivenza, ma an
che la profonda natura ribelle e ostinata di Ida, alimentano in lei la forza
per resistere al piano di disumanizzazione dei tedeschi. Intanto la linea di
combattimento si avvicina; crescono le speranze ma anche il terrore dei
bombardamenti. Il cibo diminuisce, gli aguzzini si fanno sempre più ag
gressivi. Le prigioniere di Salzgitter sono fatte evacuare per essere trasferi
te al campo principale di Neuengamme. Ma l'8 aprile 1845, allo scalo di
smistamento di Celle presso Hannover, il convoglio che le trasporta è sot
toposto a un devastante bombardamento americano, che causa la morte di
circa la metà dei prigionieri. Nonostante i tentativi di fuga le prigioniere
vengono incolonnate e condotte a piedi nel campo della morte di Bergen-
Belsen. Ida è tra coloro che sopravvivono a questo trasferimento. Bergen-
Belsen, al suo arrivo, è quasi totalmente abbandonato a se stesso: migliaia
di persone vi giacciono in condizioni inenarrabili, in un ambiente degra
dato dove prigionieri semivivi sono mescolati ai moribondi e ai morti. Ida
è allo stremo delle forze; è ammalata, senza cibo e acqua, e si chiede se an
che per lei non sia arrivata la fine.
Il 15 aprile il campo è liberato dagli inglesi, ma per Ida inizia una nuova
odissea, quella del recupero della salute e del ritorno. Solo a fine settembre
potrà rientrare in Italia e raggiungere – non più aspettata – Aosta. Qui ri
trova suo marito che era rientrato da tempo dal campo di lavoro di Lipsia.
Restituita alla vita “normale” deve aspettare trent'anni prima di poter
rivelare la sua vicenda al di fuori dell'ambito familiare; in questi trenta anni
sperimenta la diffidenza, se non l'ostilità, del mondo che la circonda, che
non capisce come una donna possa essere stata trascinata senza sua colpa
in mezzo agli orrori della deportazione.

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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

La costruzione dell'identità del testimone

Oggi Ida è conosciuta in tutta la Valle d'Aosta e in alcune città italiane
come testimone lucida e critica dell'universo concentrazionario. Da una
decina d'anni è presente sia nelle scuole sia nelle manifestazioni pubbliche
come documento vivente della realtà dei Lager. Come avviene per altri so
pravvissuti ai Lager, ormai la sua testimonianza non è ristretta al luogo in
cui vive, ma è assunta in una rete di documentazione e di ricerca, collega
ta con “luoghi di memoria”, i campi trasformati in musei e archivi
(Neuengamme e Bergen-Belsen).
Ida è arrivata a questo grado di testimonianza attraverso un lungo per
corso, che parte dal silenzio “blindato” della famiglia; ha una prima tappa
con una conversazione radiofonica del 1976 con un giornalista della Rai,
Daniele Amedeo; prosegue con la registrazione del 1983 nel quadro del
citato progetto “Storie di vita”; conosce una svolta con l'elaborazione nel
1992, insieme con M. Pia Simonetti, di una autobiografia, che abbraccia
non solo l'esperienza della deportazione, ma tutto l'arco dell'esistenza.
Sempre nel 1992 Ida avvia una importante relazione con le scuole, terre
no privilegiato per una testimonianza immediata, non rituale. Nel corso
degli anni '90 Ida Désandré è protagonista in diversi incontri commemo
rativi e di studio, partecipa a seminari internazionali, anche nel quadro del
le celebrazioni del Cinquantesimo della Liberazione e della nascita della
Repubblica e della Costituzione. Nel 1995 la sua testimonianza inizia a es
sere ripresa con la telecamera e diffusa ampiamente in ambito scolastico
nazionale in mezzo ad altre testimonianze di deportate politiche e razzia
li. Accanto a queste testimonianze destinate alla divulgazione Ida ne for
nisce altre, sempre registrate in video, destinate a costituire un archivio, il
cui obiettivo è quello di raccogliere documenti contro la diffusione di tesi
negazioniste. All'inizio del XXI secolo si intensifica la sua azione nelle scuo
le nel quadro di specifici progetti che prevedono un'interazione tra il te
stimone e i ragazzi, che costruiscono dei materiali di documentazione sul
la base di fonti diverse. Infine Ida è protagonista di iniziative legate al
Giorno della memoria, istituito con legge dello stato del luglio 2000, e fis
sato al 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz.
Nel corso dei trent'anni nei quali ha testimoniato Ida ha sviluppato sem
pre meglio la sua identità di testimone, ha confrontato la sua esperienza
con quella di altri deportati, ha solidarizzato con essi; ha maturato una co
scienza politica che le ha dato delle chiavi di interpretazione sia della sua
esperienza di deportata sia dell'attualità, che lei mette sempre a confronto

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

con il passato. La natura vivace e ricettiva della sua mente le permette di
cogliere via via i cambiamenti del clima politico e culturale, e quindi di ar-
ricchire e rielaborare il suo messaggio, in modo che questo continua a rag-
giungere in modo efficace l'interlocutore.
Nel suo aggiornarsi come testimone Ida rivela oggi una notevole ca-
pacità di adattamento alle nuove forme di comunicazione. L'intervista au-
diovisiva comporta una diversa relazione tra intervistatore e intervistato e
una diversa sensibilità dell'attore testimone, che si espone come corpo, e
in particolare come persona nella sua fragilità e decadenza fisica. Ida coglie
questa nuova sfida, pensando che anche la sua attuale immagine abbia la
forza di lanciare il suo messaggio i verità.
Proprio ora che lei stessa vede restringersi l'orizzonte della sua vita e si
preoccupa del “passaggio del testimone”, sembra accogliere con grande
consapevolezza il carattere di novità che l'immagine unita alla parola com-
porta. Il tipo di documento che si produce con questa intervista ci resti-
tuisce infatti, diversamente dalla sola testimonianza orale, una dimensione
sostanziale della memoria: quella dell'esserci del testimone, un esserci che
dimostra la sconfitta radicale del progetto nazista di distruzione radicale
della persona destinata all'annientamento.

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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

PIERCAMILLO DAVIGO

Domanda. Dottor Davigo, prima di iniziare ad affrontare le tematiche di
questa nostra conversazione, forse è il caso di farvi conoscere un po', o un po'
di più, da chi ci leggerà. Questo anche per definire meglio quale sarà lo spi-
rito e il contesto di questa nostra conversazione. È d'accordo?
Risposta. Sono d'accordo.

D. Bene. Allora parto da lei... Lei, ma questo credo che lo sappiamo pratica-
mente tutti, è da anni uno degli esponenti meglio conosciuti dell'ufficio giu-
diziario forse più noto d'Italia, la Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Milano. Le sue inchieste, in collaborazione con gli altri mem-
bri del famoso "pool Mani pulite", nel giudizio generale hanno letteralmen-
te "smontato" la cosiddetta Prima Repubblica italiana, decapitando larga
parte di una vecchia classe dirigente politica che, nel bene o nel male, so-
pravviveva da decenni. Inchieste che, nell'attuale "Prima Repubblica e mez-
zo", non si sono affatto fermate.
Io invece sono uno scrittore. Un narratore, sostanzialmente. Ma le vicen-
de dello sviluppo della società civile italiana, quelle positive e quelle negative,
mi hanno sempre molto interessato. Vengo da lei, allora, proprio per farle del-
le domande sul nostro paese. Non sono interessato tanto a degli "scoop" sul-
l'attualità politico-giudiziaria; piuttosto vorrei comprendere meglio le ra-
gioni più o meno profonde per le quali l'Italia, tanto progredita negli ultimi
decenni sul terreno economico, continui invece a ritrovarsi, da un punto di
vista etico, in una palude. L'avere su questo problema una visone quale la
sua, da un osservatorio tanto particolare e qualificativo, forse permetterà a
me, e con me ai lettori, di immaginare meglio come il paese ne potrà uscire.
Dopo questa premessa vorrei iniziare chiedendole direttamente: quando,
e perché, lei ha deciso di diventare magistrato?
R. L'interesse per la magistratura è nato in me mentre frequentavo la fa-
coltà di giurisprudenza, e specialmente durante lo studio del diritto costi-
tuzionale e delle materie processuali. Trovavo interessante la funzione del
giudice e del pubblico ministero. Proprio in quegli anni si percepiva che il
ruolo della magistratura stava modificandosi. Per decenni si era parlato di
giustizia soltanto in occasione dei grandi processi per omicidio che divi-

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura

devano l'opinione pubblica tra colpevolisti e innocentisti. Universalmente
riveriti, i magistrati erano marginali rispetto ai grandi mutamenti della realtà.
Poi, d'un tratto, nelle vicende giudiziarie irruppero la storia e la vita del
paese: i movimenti del '68, l'autunno caldo, la contestazione, Milano mes-
sa in subbuglio ogni sabato pomeriggio, le stragi, il terrorismo...

D. A proposito di terrorismo, una delle prime azioni delle Brigate Rosse fu il
sequestro del giudice Sossi a Genova..
R. Me lo ricordo bene. Allora stavo proprio frequentando l'università a
Genova...Insomma, erano anni nei quali era inevitabile accorgersi che l'in-
tero apparato giudiziario iniziava ad assumere un rilievo e un interessa-
mento non più confinato a vicende di cronaca nera, a fatti magari anche
interessanti ma molto specifici. E questo accadeva non soltanto nel campo
penale: per esempio, proprio allora emergevano le problematiche del di-
ritto del lavoro o quelle della tutela degli interessi diffusi.

D. E dopo la laurea?
R. Andai a fare il servizio militare.

D. In quale corpo?
R. In artiglieria. Dapprima al Corso allievi ufficiali a Bracciano, poi da sot-
totenente al 3° Gruppo di Artiglieria campale Pastrengo...Molti anni dopo
venni anche richiamato al reggimento di Artiglieria a cavallo per conse-
guire il grado di capitano.

D. E dopo il militare?
R. Ebbi un'esperienza di lavoro nell'ambito dell'Unione industriale di
Torino dove mi occupai di relazioni sindacali e soprattutto, data la parti-
colarità della funzione, di diritto del lavoro. In quella situazione, trattavo
questioni non legate a singole aziende ma complessive, dell'intera rappre-
sentanza della categoria imprenditoriale; eppure mi era chiara la differen-
za tra la visione di una parte e la visione super partes che era tipica invece
del pretore del lavoro. Fu allora che riscontrai praticamente quanto la ma-
gistratura potesse essere interessante. Io non so se esista, tra le attività uma-
ne, una più nobile di quella del cercare di rendere giustizia. Insomma, la
prospettiva di diventare magistrato mi parve interessante, anche se non dal
punto di vista immediatamente economico...

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D. Si è mai pentito della sua scelta?
R. No. In vent'anni no. Iniziai nel giugno del 1978. E posso dire che in
tutto questo tempo non mi è mai stato imposto, o chiesto, o vagamente
suggerito, di fare qualcosa che potesse essere in conflitto con la mia co-
scienza. Io non so in quante altre attività sia possibile fare il proprio dove-
re senza aver la necessità di "resistere" a pressioni altrui.

D. Lei si sente particolarmente fortunato per gli ambienti in cui ha operato?
R. Forse un po' sì. Però è andata così.

D. Alle spalle lei ha familiari avvocati o magistrati?
R. No. Soltanto mio nonno materno era laureato in giurisprudenza. Ma
faceva il segretario comunale.

D. Dove ha svolto il suo tirocinio appena entrato in magistratura?
R. Negli uffici giudiziari di Milano. Un'esperienza che ha segnato me e
tutti quelli della mia generazione. Arrivai nel 1978 e partii nel settembre
1979. In gennaio venne ucciso Emilio Alessandrini, presso il quale ero sta-
to uditore giudiziario. Tutti ne fummo sconvolti. Ricordo i funerali e la vi-
sita del Capo dello Stato. Poi venne ucciso un altro magistrato che avevo
conosciuto, Guido Galli. E lavorai con Ferdinando Enrico Pomarici men-
tre si occupava della colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse.

D. Esperienze che l'hanno segnata?
R. Certamente. Avevo allora la visione di un paese che non trovava più la
sicurezza in se stesso....un Palazzo di Giustizia che durante i processi a ter-
roristi veniva presidiato da centinaia di uomini...uno Stato che si richiude-
va in sé tremante di paura di fronte a un pericolo che poi si è dimostrato,
tutto sommato, piuttosto contenuto. Nel panico generale, che emergeva
nei mezzi di informazione di massa e che si percepiva nelle dichiarazioni de-
gli esponenti politici, gli unici che sembravano mantenere una certa luci-
dità erano i magistrati che vedevo all'opera e con i quali parlavo. Ricordo,
ad esempio, che in quel periodo venne arrestato Corrado Alunni, il primo
terrorista di rilievo catturato dopo il sequestro Moro. La Procura decise di
procedere con rito direttissimo per il reato di detenzione di armi. In quel-
l'epoca era difficile formare le corti di Assise perché i rischi erano molti e
fioccavano i certificati medici, non soltanto dei giudici popolari. L'allora

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
CASTELLI DI CULTURA. Tra lettura e scrittura
presidente dell'VIII sezione penale era a casa con una gamba ingessata.
Ebbene, lui tornò in servizio appositamente per celebrare il processo a
Corrado Alunni e dare il buon esempio in quella situazione difficile: non
voleva esporre altri a pericoli che sentiva di dover correre in prima persona.
D. Chi era?
R. Francesco Saverio Borrelli... Da allora coltivai una profonda ammirazio-
ne per coloro che mostravano questa fermezza. Così pure mi colpì un altro
collega, Giovanni Porqueddu, che all'assemblea seguita all'uccisione di Emilio
Alessandrini disse: "io faccio il pretore, mi occupo di civile e non conosco il
penale. Io non so fare il pubblico ministero. Ma siccome con questo delitto
si vogliono intimidire quelli che stanno in Procura, oggi stesso presenterò
domanda di trasferimento proprio in Procura. È importante che tutti sap-
piano che per ognuno che dovrà essere ucciso ci sarà qualcun altro pronto a
prendere il suo posto. Non importa che io non sappia ancora fare processi
difficili, solleverò coloro che ne sono in grado da altre incombenze".
Insomma, questi erano i segni di un autentico senso del dovere e di una lu-
cidità che rimaneva salda. E fu proprio allora che si stabilì l'effettiva direzio-
ne del pubblico ministero sulle attività della polizia giudiziaria, non su un
piano normativo, perché era così da sempre, ma nella prassi operativa.
D. Finito il tirocinio dove andò?
R. Come prima destinazione a Vigevano. Allora il Consiglio superiore vo-
leva bilanciare il reclutamento, perché quasi tutti i magistrati venivano dal
Sud e le sedi scoperte erano al Nord. Ciò creava un continuo flusso mi-
gratorio. Chi voleva andarsene lo faceva appena poteva. Per rimediare alla
situazione, il CSM individuò alcune sedi "ad alto avvicendamento" nelle
quali era prevista una priorità per gli aspiranti che vi risiedevano. Andai a
Vigevano, perché era il mio circondario di origine. Fu una politica che ebbe
successo. Oggi abbiamo il problema opposto: sedi vacanti al Sud.
D. E che cosa trovò a Vigevano?
R. Mi imbattei subito in una vicenda grave di reati contro la pubblica am-
ministrazione: nell'ufficio IVA di Pavia vennero arrestati ventinove impie-
gati e io mi confrontai per la prima volta da magistrato con fenomeni dei
quali si sentiva chiacchierare ma che nessuno aveva mai concretamente
quantificato. E soprattutto verificai la diffusita di questi fenomeni.
D. Ne fu sorpreso?
R. Fui sorpreso soprattutto dall'abisso tra i principi predicati e studiati al-
l'università e la concreta realtà in cui operava la pubblica amministrazione.
Procedure che sembravano razionali e ben congegnate si dimostravano dis-
sennate e malate.
D. Quando tornò a Milano?
R. Nel 1981. Fui assegnato alla Procura della Repubblica perché preferi-
vo fare il pubblico ministero e non il giudice. Io credo che le due attività
siano da svolgere in modo molto simile, ma le condanne è meglio chie-
derle che irrogarle. Sono più tranquillo psicologicamente nel sapere che
un giudice verificherà il mio lavoro e controllerà i miei eventuali errori.
Dopo qualche tempo fui assegnato al settore del crimine organizzato con
un fraterno amico purtroppo prematuramente mancato, Francesco Di
Maggio. Insieme affrontammo procedimenti assai complessi a quell'epo-
ca: infiltrazioni mafiose in case da gioco e la vicenda Epaminonda. Poi mi
occupai di reati societari e finanziari.
D. E "Mani pulite"?
R. Ricordo che nel 1992, prima di partire per qualche giorno di ferie, ven-
ni chiamato dal procuratore aggiunto. Avevo sentito che era stato arresta-
to Mario Chiesa e che questi stava parlando di molte cose con Antonio Di
Pietro e Gherardo Colombo. D'Ambrosio mi chiese di occuparmene an-
ch'io e mi diede degli atti per farmi un'idea della questione. In ferie li les-
si. Sapevo che ne sarebbero conseguiti guai, me lo sono sempre immagi-
nato. Ma accettai. Avrei potuto fare diversamente? Il giorno che rientrai
dalle ferie, nel maggio del 1992, furono uccisi Giovanni Falcone, la mo-
glie e la sua scorta. Con eventi di quel tipo sarebbe stato veramente igno-
bile preoccuparsi del rischio di possibili provvedimenti disciplinari.
D. E da allora?
R. Da allora sono immerso in questa vicenda molto complessa e, per mil-
le aspetti, abbastanza stressante.
D. Ha mai pensato di passare alla magistratura giudicante?
R. Sì. Ogni tanto è bene rimescolare le carte, spostando la propria ango-
lazione visiva. Altrimenti ci si fossilizza in una funzione specifica. Devo dire,
però, che a mio parere il pubblico ministero è colui che ha la visione più
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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura
D. In che cosa consiste, invece, la concussione?
R. Si tratta della condotta di un funzionario pubblico che, abusando del-
la sua condotta o delle sue funzioni, costringe o induce un privato a dar-
gli o a promettergli denaro o altra utilità.
ampia del processo. Mentre il giudice vede soltanto un solo momento del
processo – le indagini preliminari o il dibattimento di primo grado o l’ap-
pello –, il pubblico ministero può seguire la vicenda dall’avvio delle inda-
gini all’esecuzione della pena. Il giudice, però, ha altri vantaggi; per esem-
pio, vede le vicende con una maggiore ponderazione e non è incalzato da
termini che scadono.
D. Deve essere difficile a volte decidere in fretta.
R. Sì. Il generale Dalla Chiesa diceva che è facile criticare decisioni prese
necessariamente in pochi minuti o in poche ore quando si hanno settima-
ne o mesi per pensare o per decidere. In ogni caso, l’essenza comune del-
la funzione del magistrato, che sia requirente o giudicante, è quella di de-
cidere “audita altera parte”, di sentire le ragioni di tutti e di non arroccar-
si in una sola verità. In questo senso sono contrario alla separazione delle
carriere; semmai ci dovrebbe essere maggiore compenetrazione e una li-
mitazione al permanere nella funzione di pubblico ministero. Anche se,
dobbiamo riconoscerlo, in certi campi per formare un pubblico ministero
davvero preparato ci vogliono anni e anni.
D. E quali sono le varianti interne della concussione?
R. Dipende: il funzionario pubblico può aver esercitata una costrizione o
una induzione. Sarebbe utile una semplificazione legislativa, bisognereb-
be veramente ripulire tutte queste diverse fattispecie, concentrarle e mar-
carne con precisione le distinzioni interne. A tale riguardo, però, a mio pa-
rere esiste una fondamentale questione relativa alla visione del rapporto
esistente tra l’autorità dello Stato e la società civile. Nel 1930, quando fu
redatto il codice penale in larga misura ancora in vigore, lo Stato era forte
e la società debole: l’autorità del pubblico funzionario era tutelata molto
energicamente. Per fare un esempio, prima del 1946 anche di fronte a un
suo atto gravemente arbitrario, l’oltraggio nei suoi confronti era sempre
sanzionato...
D. Dottor Davigo, ora che ci siamo conosciuti meglio, le proporrei di partire,
in questa nostra conversazione, da una definizione tecnica. Mi sembra op-
portuno, infatti, delimitare subito il terreno che cercheremo di esplorare, di
certo in modo non esaustivo ma almeno approfondito. Perciò le chiedo subito:
che cos’è la corruzione?
R. Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto distinguere
nettamente i due aspetti fondamentali della questione, quello giuridico e
quello socioeconomico. È inevitabile, infatti, prenderli in considerazione
D. ...e allora probabilmente il cittadino si sentiva sempre in una situazione
di debolezza.
R. Infatti. Oggigiorno invece la posizione dei pubblici funzionari è assai
meno forte del passato e il cittadino, quello che se lo può permettere na-
turalmente, è garantito da un’ampia gamma di possibili ricorsi. Pensiamo
ai grandi imprenditori e a tutti coloro che si avvalgono di uffici studi o di
professionisti nei loro rapporti con l’amministrazione dello Stato: questi
ultimi spesso sono ben più preparati del povero funzionario incaricato di
un controllo e così spesso è proprio quest’ultimo a trovarsi in una situa-
zione di minorità, privo di efficaci strumenti per condurre il proprio lavo-
ro e, al limite, per difendersi.
(Tratto da: Piercamillo Davigo La giubba del re. Intervista sulla corruzione,
a cura di Davide Pinardi ed. Laterza1998)
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Testo Originale Estratto
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura
INDICE
Prefazione ............................................................................................ 5
LUCIANO VIOLANTE ................................................................................ 7
ARIBERTO SEGALA ................................................................................ 13
MARCO ARCHETTI ................................................................................ 17
LUCA MERCALLI .................................................................................... 21
CHIARA MARCHELLI ................................................................................ 25
SILVANA PRESA ...................................................................................... 33
PIERCAMILLO DAVIGO ............................................................................ 39
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Testo Originale Estratto
Finito di stampare
nel mese di dicembre 2005
presso la Tipografia Valdostana
ad Aosta