Castelli di Cultura 2006: Letteratura, Sociologia e Storie dei Villaggi di Saint-Pierre
castelli di cultura 2006 35 pag.pdfIl documento "Castelli di Cultura: Tra lettura e scrittura 2006" è una pubblicazione della Biblioteca Comunale di Saint-Pierre che celebra la sua terza edizione, con l'obiettivo di promuovere la lettura e la scrittura nel contesto dei castelli di Saint-Pierre e Sarriod de La Tour. Raccoglie contributi letterari di autori contemporanei come Andrea Vitali, Paolo Cioni, Luisito Bianchi e Alessandro Perissinotto, includendo anche racconti scaturiti da un corso di scrittura. Una sezione è dedicata a un saggio sociologico di Luca Ricolfi sulle trasformazioni consumistiche e socio-politiche italiane. Ampio spazio è inoltre riservato all'esplorazione del patrimonio storico-culturale e delle tradizioni dei villaggi circostanti Saint-Pierre (Bachod, Etavel, La Charrère, La Grange), attraverso testimonianze locali e descrizioni del paesaggio e dell'evoluzione sociale.
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CASTELLI DI CULTURA Tra lettura e scrittura 2006 CASTELLI DI CULTURA TRA LETTURA E SCRITTURA 2006 Saint-Pierre e Sarriod de La Tour BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE Supplemento al N.3 di "Mélange" – Dicembre 2006
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CASTELLI DI CULTURA TRA LETTURA E SCRITTURA 2006 Foto dei castelli: Archivio Biblioteca comunale Foto dei villaggi: Ferruccio Sommariva Foto di copertina: Il Castello Sarriod de La Tour in una cartolina d'epoca Impaginazione, fotolito e stampa Tipografia Valdostana, Aosta SAINT PIERRE BIBLIOTECA COMUNALE AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI SAINT-PIERRE CASTELLI DI CULTURA TRA LETTURA E SCRITTURA 2006 Saint-Pierre e Sarriod de La Tour BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
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Presentazione Castelli di Cultura 2006, la piccola rassegna letteraria organizzata dalla Biblioteca di Saint-Pierre in collaborazione con l'Amministrazione comuna- le è giunta al suo terzo anno di vita. Mi piace paragonare la nostra inizia- tiva ad un bimbo che dopo aver accennato i primi passi sulle sue gambette tre- molanti, assaporato il gusto di camminare, parte alla scoperta del mondo che lo circonda. E così siamo stati noi, che dopo il primo momento di riflessione su come articolare questo progetto, abbiamo iniziato la ricerca sui probabili scrit- tori e giornalisti che avrebbero potuto allietare le nostre serate. Non è stato cer- tamente facile...ma possiamo ritenerci soddisfatti in quanto il numero dei personaggi si sta allungando sempre più e le loro qualità artistiche nonché la loro fama fanno sì che la rassegna cominci ad avere una sua connotazione propria. Sono certa che le scelte fatte per l'anno in corso soddisferanno appie- no tutti gli estimatori del genere letterario e che le nostre proposte contribui- ranno ad aumentare ancora di più i frequentatori della biblioteca comuna- le. Tengo a precisare che la scelta di alcuni scrittori è stata dettata dai sugge- rimenti degli stessi lettori con i quali è presente una forte interazione. In tut- to ciò non dobbiamo dimenticare il contesto in cui le serate letterarie hanno luogo: i castelli di Saint-Pierre e di Sarriod de La Tour, che grazie alle loro peculiarità storiche ed artistiche contribuiscono a fare sì che i nostri appun- tamenti diventino degli eventi ai quali non si può rinunciare. LAURA GLAREY Assessore alla Cultura del Comune di Saint-Pierre
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Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. J.D. SALINGER, “IL GIOVANE HOLDEN” Un libro è un regalo che puoi aprire ancora e ancora. KEILLOR G. Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. DANIEL PENNAC PREFAZIONE Roberto Benigni legge Dante e riempie alcune piazze d'Italia. Luciano Canfora tiene una lezione di storia all'auditorium di Roma, in una tiepida domenica di novembre, e migliaia di persone si mettono in coda per ascol- tarlo. Ma allora - mi dico con stupore - la televisione non ha ancora vinto la sua battaglia per una omologazione “verso il basso” del pensiero? Sì di- rebbe proprio di no. Resta intensa la voglia di conoscere, il piacere di ascoltare narrazioni e argomentazioni così come il piacere di leggere storie che, spesso, dialoga- no con le nostre vite. Potrà sembrare una battaglia di “retroguardia”, come si diceva una volta, ma noi insistiamo: i libri sono ossigeno, in un mondo in cui l'aria culturale è sempre più inquinata dalla superficialità di certe im- magini, padrone incontrastate del nulla mediatico. E così noi insistiamo con la carta e rilanciamo l'idea che un libro ed un autore rappresentano la possibilità di incontrare storie, pensieri, immagini, suoni, atmosfere. Ecco, in sintesi, in pillole, la filosofia di “Castelli di Cultura”, manifestazione che abbiamo fortemente voluto e che con soddisfazione vediamo crescere. In questi primi anni di esperienza abbiamo avuto come ospiti scrittori, gior- nalisti, studiosi che non solo hanno qualitativamente caratterizzato le se- rate, ma con i quali abbiamo anche costruito un legame, un filo comuni- cativo al punto che alcuni di loro hanno accettato di contribuire alla rea- lizzazione del nostro libro di Natale (la “strenna”, come amiamo definire questo appuntamento annuale con le famiglie di Saint-Pierre) con scritti originali. Nelle pagine di questo libro, però, non troverete solo nomi celebri, ma anche alcuni racconti scritti nell'ambito del corso di scrittura tenuto in bi- blioteca da uno degli autori ospite di “Castelli di Cultura”, così come tro- verete gli ultimi articoli di Mélange riferiti alla storia dei nostri villaggi. Buon 2007, buone feste, buona lettura! GERMANO DIONISI Presidente della Commissione di gestione della Biblioteca comunale
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Un salut de Saint Pierre Le Chef-lieu et le Château ARAGOSTA DI NATALE Andrea Vitali
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ANDREA VITALI è nato nel 1956 a Bellano, dove esercita la professione di medico di base. I suoi romanzi traggono vantaggio da una innata capacità di ascolto delle vi- cende della gente comune che egli trasforma in prodigiosa azione romanzesca. Lui stesso dichiara: "Confesso che sin da giovane ho avvertito la necessità di scrivere, di usare la scrittura come mezzo di comunicazione con gli altri. Come confessione, me ne rendo conto, non è gran che, ma non riesco a partire da altro punto per tentare di spiegare come sono arrivato a raccontare un certo tipo di storie". Come scrittore ha esordito nel 1987 con 16 racconti pubblicati sulla rivista «il bel paese». Nel 1990 ot- tiene il premio Mont Blanc per il romanzo giovanile con "il Procuratore". Nel 1991 acquisisce il premio Millelibri-Liguori. Seguono altri importanti romanzi quali: "Il meccanico Landru", "A partire dai nomi", "L'ombra di Marinetti?", "Una fi- nestra vista lago", "La signorina Tecla Manzi", "La figlia del podestà" (premiato con il Bancarella 2006) e, ultimo grande successo, "Olive comprese". Aragosta di Natale Babbo Natale e Gesù Bambino ci vennero sottratti dalla vita attorno ai sei, otto anni. I più fortunati durarono fino ai nove, dieci. Io magari. Tra l'età della disillusione e quella della piena coscienza, ci fu la terra di nessu- no. Domande. Una, tra le tante: cos'era Natale. Il Carluccio seppe darsi una risposta, all'età di 17 anni quando, nel 1967, la pro loco di Bellano bandì il concorso "Vetrina di Natale". Natale era lo stupore. Le bocche aperte dei bambini che trovano i re- gali sotto l'albero. Una gioia calda. Un sogno che diventa realtà. La realtà, però, si deteriora e svanisce. Il Carluccio all'inizio della sua avventura, non lo sapeva ancora. Era fermo allo stupore. E poiché non era più un bambino, decise che avrebbe ricreato quello stupore, rivisto le bocche spalancate, dato quel brivido cal- do a tutti coloro che sarebbero passati davanti alle vetrine del negozio di gastronomia dei suoi. Ma come? Bel problema. Come stupire quella gente, come lui, di lago, che spesso non commentava nemmeno, accontentandosi di un'alzata di spalle buona per ogni eventualità? Con la vastità. Opponendo alla razionalità del ragionamento l'irrazio- nalità della fantasia. Il lago stava all'uno come il mare all'altra. Bene, si di- se. Avrebbe fatto una vetrina col pesce di mare. Di cui, a Bellano, nel 1967, si contavano assai pochi conoscitori. Fu il viaggio. Il primo lungo viaggio della sua vita. In treno, verso Milano. L'unico mercato del pesce di mare sottomano: e, sottomano, lo si aggiunge tanto per dire. Milano. Milano era chiedere scusi e per favore. Buona educazione di provincia. Rispetto dei più anziani. Il Carluccio entrò nel mercato del pesce e l'odore lo invase. Una puz- za, pensò. Natale, in casa sua, non aveva quell'odore. E quei pescetti non avevano niente di straordinario. Forse aveva sbagliato. Le trote, i caveda- ni, gli agoni. Le alborelle. Cos'avevano in più, quelli di mare, rispetto ai pesci del lago? Ma la vide. Diobono! Pensò. Cos'è? Cos'è? Chiese. Un'aragosta. E pesa? Tre chili tutta. La compro. E dove la metti, bòcia? V'acatroia, era vero. Dove la metteva? In una pentola. Era o non era a Milano? L'avrebbe ben trovato un ne- gozio che vendeva pentole. "Lei", rispose a quello che l'aveva chiamato bòcia. Il lei: la vecchia lezione di famiglia. 11
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 “Lei me la tenga, che arrivo fra un po’”. Nel negozio di stoviglie lo presero per il culo. Sentita la richiesta, sor- risero. “Una pentola per un’aragosta di tre chili? Ma non esistono!” “Pentole o aragoste?” fece il Carluccio, pragmatico. “Aragoste”. Il Carluccio si morsicò il labbro inferiore. All’oratorio ce n’erano di al- trettanti, che credevano di essere più furbi di lui. “Ma” chiese “se esistesse un’aragosta di tre chili voi ce l’avreste una pentola grande da contenerla?” “Ma certo”. Milanese ganassa. “E allora la compro”. Il treno del ritorno era alle due. Ma di che giorno? Perché al Carluccio sembrava di essere stato a Milano una settimana, un mese, un anno. Salì, e già l’odore di limatura di ferro gli ricordò casa. Non fosse stato per la vicina di viaggio, avrebbe pensato anche a cosa fare di quell’arago- sta enorme. Ma la vicina guardava in su. Verso la retina dove, quale baga- glio, lui aveva appoggiato la pentola con l’aragosta. Viva. Che, di tanto in tanto, grattava le pareti della pentola. E, un paio di volte, forzando il co- perchio, esibì la tenaglia mostruosa. Tanto che la vicina, pur non parlan- do, sgranò gli occhi. Così il Carluccio si sentì come uno di quei matti che fuggivano da Mombrello o dal Paolo Pini: quelli che pensavano di essere Napoleone o il Messia. I carabinieri li beccavano sempre, finiva il sogno. Finalmente la vicina scese. A Monza, a Calolzio? Troppo tardi comun- que. Il sonno prevalse sul futuro. Quando il capostazione gridò: “Bellano Tartavalle Terme!” il Carluccio stava per cedere a un nuovo sonno. Dormiva, o pareva che dormisse, l’aragosta. Dalla stazione alla gastro- nomia, la bestia ebbe un solo sussulto: quando passò il ponte sul Pioverna, sfiancato dal gelido montivo. Gli toccò legarla ad un asse, tant’era grande e forte, per immobilizzar- la e poi metterla nell’acqua a bollire e morire. Non gli venne in mente, mentre lo faceva, una similitudine con la croce: il suo obiettivo erano lo stupore, le bocche aperte. Quando la tirò fuori dalla pentola ebbe una per- cezione rapida, subito cancellata: si sentì solo. Come se l’aragosta con la quale aveva condiviso il viaggio in treno fosse stata un qualcuno che ades- so non c’era più. Si scrollò di dosso la lugubre fantasia. Ad altre doveva la- sciare posto, perché ora cominciava il vero lavoro. Due giorni, due notti. 12 Aragosta di Natale Due giorni e due notti in cui il Carluccio ritornò davvero bambino. E come un vero bambino, ogni fibra del suo corpo fu impegnata in quel com- pito assoluto: creare con l’aragosta un fantasmagorico carro natalizio, guar- nito di gamberi, di creme, di gelatine colorate, di verdure bollite. Un di- segno, un sogno che acquistava via via realtà e che non era mai bello ab- bastanza, ma troppo vicino a quello che aveva in mente, a quello che l’a- veva fulminato quando, al mercato del pesce di Milano, aveva visto la vit- tima sacrificale dello stupore natalizio. “Basta Carluccio”. Bisognò dirglielo che era ora di smettere. L’opera era compiuta. Insistere voleva dire correre il rischio di rovinarla. E poi, la vetrina attendeva, il con- corso urgeva. Ad essere sinceri, se ne separò malvolentieri. E, a volerla dire tutta, non gode più di tanto dello stupore di quelli che schiacciavano il naso sulla sua vetrina per ispezionare in ogni particolare quel capolavoro, dei compli- menti, degli elogi. Forse era un po’ geloso: come di una morosa bella, che tutti guardavano e concupivano. Così la medaglia d’oro che la giuria del concorso gli assegnò finì subito in un cassetto, come se fosse il prezzo di una delazione o di un tradimento. Il prezzo, quello vero, non lo volle sapere. I soldi non li volle toccare. Chiese perché: “Carluccio, cosa volevi farne”? La domanda gliela pose non so chi. Davanti alla vetrina vuota la sera della vigilia. Cosa voleva farne? Boh! Uno era entrato, aveva pattuito il prezzo e s’era portato via tutto il suo lavoro. Aveva lasciato la vetrina vuota. Farne? Niente ne avrebbe fatto. Ma l’avrebbe tenuta lì ancora un po’. Guardarla e pensare. Fare domande e aspettare risposte. Magari ci avrebbe passato assieme la notte di Natale. Invece adesso aveva l’impressione che Natale fosse già passato. Quella notte il Carluccio dormì male, col pensiero che certe regole del commercio, come alcune della vita, non fossero eque. 13
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Cast. Sarriod de la Tour IL CINGHIO Paolo Cioni
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Il Cinghio PAOLO CIONI è nato nel 1967 a Loano, in provincia di Savona ma è cresciuto in Emilia. Si laurea con lode in Architettura presso l'Ateneo di Firenze, con indirizzo in Storia dell'architettura. Sua attività principale è oggi quella di editore. Dirige la casa editrice Mattioli 1885, attiva a Fidenza, occupandosi della gestione generale e in particolare delle collane di narrativa e saggistica rivolte al pubblico di varia. Nel 2003 esce il numero zero della rivista multisensoriale Experience di cui è fondatore e attuale Direttore. Nel corso del primo anno escono 4 numeri della rivista, 4 cd mu- sicali inediti e 4 romanzi. Nel 2004 il font "Mattioli 1885", creato dalla casa edi- trice con il designer L. Perondi per la rivista Experience e poi per tutte le pubblica- zioni del catalogo, viene segnalato dall'ADI, Associazione Design Industriale e poi pubblicato sull'Index annuale. Nel 2005 per il lavoro svolto con la rivista e le nuove collane vince il Premio Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel 2006 esce per Feltrinelli 'Ovunque e al mio fianco', il suo primo romanzo, una frenetica storia on the road che trascina un gruppo di amici per le strade di Spagna fuggendo, inseguendo qualcosa, qualcuno. Dalla primavera del 2006 gestisce un blog, all'in- terno del sito Feltrinelli, dal titolo sognante: 'Come Alberto Rollo, il signor Feltrinelli ed io cambieremo il mondo'. Il Cinghio giurava di essere immortale e, quando morì, molti a San Nicomede erano sicuri che fosse una finta. Mio nonno, che era stato a scuo- la con lui, era uno di questi. Non aveva dubbi perché l'aveva visto morire altre cinque volte almeno. - Storie!- Gli ripeteva semplicemente mia nonna, e lui cominciava a gru- gnire e agitava le mani sopra la testa, senza alzarsi da tavola. Io restavo se- duto in fondo al tavolo e facevo finta di non accorgermi di niente. Poi mio nonno posava la fronte sulla tovaglia a fiori e si sgonfiava come un pallo- ne bucato. - T'ho detto che è vero. - Sospirava. - E io ho detto: storie!- Rispondeva mia nonna. - ...Sei rimasto solo tu a credere a queste sciocchezze. - E così cominciavano. Non litigavano veramente. - Vuoi aver ragione tu? - Ripartiva mio nonno. Lo guardavo mentre fa- ceva roteare un indice a mezz'aria. - Te lo ricordi o no che a dodici anni è caduto di testa dal campanile? L'abbiamo portato all'ospedale, e hanno detto che non poteva scampare... Il giorno dopo ha giocato a centrocam- po con la squadra dell'oratorio.- Io, senza il coraggio di dire una parola, ascoltavo. Avrei voluto sapere perché mai fosse salito sul campanile, e se si fosse buttato di sua volontà o se l'avevano spinto, ma non volevo prendere le parti di mio nonno. Però, per qualche motivo che non so, ero sicuro che, cadendo giù, il Cinghio non si fosse fatto nemmeno un graffio. Era la prima estate che passavo a San Nicomede e avevo pressapoco l'età del Cinghio quando saltò dal campanile di Ponte Ghiara. Ero cresciuto a Fidenza, in un quartiere di casette costruite alla fine degli anni sessanta al limitare della campagna, lungo una strada dove allora passavano al massi- mo tre macchine in un giorno. Giocavamo a tennis davanti a casa, ten- dendo un filo da un cancello a quello di fronte, e fra una macchina e l'al- tra giocavamo due set. Con la fine dell'anno scolastico mi trasferivo dai nonni e di macchine non ne vedevo più fino a settembre. Per me San Nicomede era un territorio inesplorato, una fila di colline rigate di vigne e sotto, lungo l'asfalto che si scioglieva al sole, quattro case ed una droghe- ria con una vecchia veranda che faceva anche da bar. Tutti chiamavano mio nonno Din Din. Era un nome strano, che nessuno mi seppe mai spiegare, ma che aveva una sua musica improvvisa, un'apertura di buon umore e di bel tempo. Mia nonna invece si chiamava Maria. Maria e basta, non aveva soprannome e non aveva fantasia. Veniva da una famiglia benestante e co- nosceva a memoria metà dell'Inferno di Dante. Portava sempre lo stesso 17
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 Il Cinghio grembiule stinto, che le cadeva come uno straccio sul corpo un po' curvo, e al taschino appuntava ogni mattina una piccola spilla della Madonna di Fontanellato. Questa Madonna di Fontanellato, se andavi fino al Santuario a piedi una volta ogni tanto, faceva i miracoli abbastanza volentieri. Così quando mia nonna tirava fuori la medaglietta, Din Din non diceva niente e si voltava dall'altra parte. Probabilmente pensava: ‘ci credi anche tu ai mi- racoli allora’, ma preferiva tacere. Avevano una fattoria con una stalla sen- za più mucche. Io non avevo fatto in tempo a vederle perché mio nonno si era deciso a venderle più o meno quando io ero venuto al mondo. Ma c'era altro a San Nicomede che mi aspettava. Ero arrivato ai primi di agosto. Sapevo molte cose del Cinghio perché mio nonno Din Din me le aveva confidate come segreti che solo io potevo custodire. Lo seguivo quando attraversava la strada e saliva la costa della col- lina per sistemare la vigna o per falciare l'erba per i conigli, e lui parlava poco ma rispondeva sempre alle domande. Così sapevo la storia a pezzi, soltanto qualche battuta, qualche ricordo appena accennato. Quella sera, mentre mia nonna mi scrutava nella penombra per vedere che faccia facessi e mio non- no brontolava mettendo lo zucchero nel caffè, mi convinsi che, se mia non- na cercava di scoraggiare la mia curiosità, allora era il caso di saperne di più. Una cosa, per cominciare, l'avevo scoperta: al cimitero, dove andava- mo ogni tanto la domenica, la lapide del Cinghio non c'era. Il cimitero di San Nicomede era un quadrato di mura di mattoni rossi in fondo ad una stradina bianca, con un portale e un cancello e poi due ali di porticato e file di lapidi e lumini. Mio nonno ci andava per i suoi parenti e per tutti gli amici a cui era sopravvissuto. Mia nonna portava i fiori a sua madre e ad una sorella. In mezz'ora le lapidi le avevo fatte passare tutte e del Cinghio, che in realtà si chiamava Moretti, non avevo trovato traccia. Il giorno seguente, lasciando mia nonna in cucina, uscii con Din Din e lo seguii lungo la carraia della collina. Era un tipo taciturno e non badava a chiedermi se volessi andare con lui. Io ci ero abituato, anzi mi piaceva perché mia madre parlava sempre troppo. - Prendi il cappello che stiamo al sole. - Disse. - Fattelo dare da tua non- na. - Mi meravigliai che aprisse bocca. Tornai in casa e mi feci dare un cap- pello. Quando uscii lo dovetti rincorrere perché era già oltre lo steccato dell'orto. - Aspettami!- Urlai. Lui si fermò, senza voltarsi. - Io ci credo.- Dissi quando lo raggiunsi. Allora lui si voltò e vidi che non ava capito. - Alla storia del Cinghio...- Spiegai. - La nonna dice che è sot- toterrra, come tutti gli altri tuoi amici. Ma al cimitero non l'ho trovato.- Lui alzò le sopracciglia. Aveva il naso arrossato e gonfio, come scotta- to dal sole. - Hai cercato la tomba...- Mormorò stancamente. Io feci cenno di sì. Temevo di aver fatto qualcosa di riprovevole, ma lui si rianimò. - Infatti non c'è... Niente tomba. L'hai visto anche tu. Vallo a spiegare a tua nonna Maria. Dice che non l'hanno portato qui perché non era bat- tezzato... Invece è vivo, e sta nascosto da qualche parte probabilmente.- - Dove?- Domandai. - Non lo so dove. Testone. Se sapevo dove, non ero mica qui a parlare con te... Andavo a scovarlo e insieme tornavamo da tua nonna a darle una lezione.- Scosse la testa e cominciammo a salire la carraia. Faceva caldo e si alza- va un po' di polvere quando posavamo i piedi nella ghiaia. - Così l'hai cercato. Come facevi a sperare di trovarlo? Non è mica uno qualsiasi il Cinghio. Non ci va sottoterra lui. L'ha sempre detto. Quando l'ho conosciuto eravamo sulla porta della scuola. Dovevamo presentarci per fare la prima e mio padre mi aveva lasciato sulle scale. Lui mi stava di fianco e mi guardava: 'ciao', mi fa, te mi conosci. E io: no che non ti co- nosco. 'Sì, te mi conosci: sono il Cinghio. Ho dei poteri.' Quali poteri? gli domando. 'Faccio venire la pioggia, come e quando ne ho voglia... Di not- te posso volare, anche se nessuno mi vede, e poi... sono immortale.'- Ecco. Avevamo la conferma: era inutile cercare la lapide. - Volava davvero?- - Mah, quello lì non l'ho mai visto. Diceva che era buono solo di notte e non capitava mai che potessimo vederci di notte. Ma che era immortale lo sapevano tutti. C'erano un paio di stupidi di Salsomaggiore che non ci volevano credere... due che insieme non facevano una testa normale. Erano i figli del padrone del Consorzio. E così lui fu costretto a saltare dal cam- panile. Venne giù di testa, senza farsi un problema. Dopo sanguinava, ma mica tanto. Il dottore dell'ospedale diceva: è andato. Ma lui dopo un po' saltò su, e mentre l'altro era ancora a bocca aperta gli strizzò un occhio.- - Fece l'occhiolino al dottore?- Volevo essere sicuro di aver capito bene. - Sì, per fare spettacolo... Al Cinghio gli veniva naturale. Aveva la com- media nel sangue. Gli piaceva fare le cose alla grande.- Arrivammo alla vigna e mio nonno buttò un sacco di attrezzi sull'erba. Ci sedemmo all'ombra e lui disse che faceva troppo caldo per lavorare. - Faccio il vino e tuo padre dice che è gramo. Digli di comprarlo, di quello di fabbrica. Tanto non capisce niente di vino.- 18 19
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 - Lui dice che ha studiato. Ha fatto una scuola sui vini.- - Va bene, va bene... _Se secondo lui certe cose si imparano alle scuole lasciamolo stare.- - Parliamo del Cinghio-, dissi risoluto,- hai detto che faceva piovere, se voleva.- - Certo, questo gli veniva facile. A volte faceva piovere anche per due giorni di fila. Se avevo bisogno gli chiedevo sempre che mi mandasse un po' di pioggia e lui non si tirava mai indietro se poteva. Ma c'erano delle cose più importanti, e tua nonna dovrebbe saperlo perché, se non fosse per il Cinghio che lei detesta tanto, io non sarei qui da un pezzo. Mi ha salva- to la vita almeno due volte.- Avevo la bocca spalancata e mio nonno Din Din ogni tanto, con uno sguardo veloce, si girava nella mia direzione e poi tornava a guardare i rami del noce che ci facevano da ombrello. - Se vuoi saperlo-, disse, - mi ha salvato la pelle nel diciassette. Prima Guerra mondiale, eravamo a venti chilometri dal fronte di Asiago, ci era- vamo ritrovati nello stesso battaglione dopo sette otto anni che non ci ve- devamo, e dormivamo in una caserma che aveva un deposito di munizio- ni a due passi. Nella notte lui mi sveglia, si avvicina alla mia branda e mi fa: ho fatto un sogno, vieni. Solo questo. Io lo seguo e usciamo nel cortile. Un minuto dopo salta tutto per aria. Piovono schegge, tegole del tetto, perfino qualche scarpone e io...- si interruppe. - Insomma, noi siamo gli unici a scampare...- Io restai senza fiato e mio nonno si voltò dall'altra parte. Mi piaceva sempre quando raccontava della guerra, ma tagliava sempre corto e si emo- zionava e diceva che non voleva pensarci. L'avevo già sentita altre volte quella storia. Una volta, mentre la raccontava a mio padre, senza che nes- suno facesse caso a me, avevo sentito anche la parte mancante. Gli scarpo- ni piovevano dall'alto, e mio nonno era scalzo. Aveva allungato le mani per prenderli e soltanto allora si era accorto di quello che era successo: dentro gli scarponi c'erano i piedi di qualcuno meno fortunato. Ero troppo pic- colo per quella storia, ma la conoscevo ormai, e non mi faceva a otto anni la paura che mi avrebbe fatto in seguito. Il Cinghio però lì a fianco, l'a- veva scosso, l'aveva trascinato con sé. Il Cinghio, pensavo io, roba che an- dare in guerra con lui era una passeggiata. Mio nonno mi puntò un dito contro: - Ci credi a questo? E sai che cosa mi ha detto poi quella notte? Mi ha detto: Din Din, se stai attaccato a me, te la scampi anche tu. Devi solo star- mi sempre attaccato. E così ho fatto, ed eccomi qui.- 20 Il Cinghio - E poi?- Chiesi avidamente. - E poi siamo tornati e lui è sparito per qualche anno ancora. Lo cerca- vo e nessuno sapeva dove fosse. So che ha salvato tutta una famiglia da un incendio in una cascina della bassa. Negli anni dopo la Prima Guerra que- sto. Io in quegli anni lì, l'ho visto in piedi, sul tetto della locomotiva del treno per Salsomaggiore, in un pomeriggio di dicembre, con la nebbia che saliva dai campi...- - Sul tetto?- Domandai gonfio di ammirazione. Lui annuì. - Puoi giurarci.- - Ma cosa ci faceva, sul tetto della locomotiva?- - Fai sempre delle domande che non si può rispondere,- si spazientì mio nonno agitando una mano,- era lassù come un domatore sopra un elefan- te. Avrà avuto i suoi motivi. Comunque, con me c'erano anche degli altri quando lo vidi passare, e quindi puoi credere anche a questo. Poi, quando è venuta quest'ultima guerra, lui non voleva stare né coi fascisti né coi par- tigiani, e finiva per litigare con questi e con quelli. Non stava zitto e al suo posto, voleva dire le sue ragioni. Tu non ti puoi immaginare com'era allo- ra. Ogni tanto prendevano qualcuno e lo fucilavano. Non dire a tua non- na che ti racconto queste cose...- Mi guardò e si grattò il mento. Io credo che sapesse che sapevo degli scarponi. Si sentivano le vespe ronzare nel sole che batteva la vigna. -...E una volta,- continuò,- presero anche il Cinghio: con lui c'erano altri nove, li portarono a Scipione e le fecero fuori, ma quando le donne andarono a riprendersi i morti il Cinghio non c'era. Non si trovava più. Spuntò dopo due giorni, sporco e insanguinato, che non si ricordava nem- meno dove era stato. Aveva dei fori nella camicia, sul petto, ma sotto non c'erano ferite. E questo lo so per certo.- Volevo sapere di più, ma avevo paura di fare un'altra stupida doman- da da bambino. Così gli chiesi perché lo chiamavano Din Din. Era una cosa che da sempre avevo voluto domandargli. Lui mi guardò strizzando gli occhi. - Non lo so più neanch'io,- disse. - è andata che hanno cominciato a chiamarmi così...- Quando tornammo verso casa faceva meno caldo. La collina scendeva verso la strada deserta e, più in là, i campi falciati si stendevano fino allo Stirone, fino alla macchia scura di gaggie che si muovevano appena nel vento. - Non dire niente alla nonna,- disse mio nonno. - Stai zitto se ti chiede.- 21
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 Il Cinghio Ero due passi avanti a lui e mi voltai senza smettere di camminare. Lui annuì e sorrise soltanto con gli occhi. Avevamo un segreto. La nonna non doveva sapere niente. Entrammo nel cortile e lei era sotto il portico. - Vieni a lavarti,- urlò slacciandosi il grembiule. - è ora di cena. E te, - disse a mio nonno, - perché l'hai riportato a quest'ora?- Mio nonno non rispose. Restò in silenzio finché non arrivò l'ora di se- derci a tavola. - Mi ha aiutato con la vigna. Dovremo fargli sentire il Gutturnio quan- do sarà ora.- Disse arricciando le labbra. - Cos'è il Gutturnio ?- Domandai. - Non è roba per un ragazzino.- Disse secca mia nonna. - È il nome del vino,- disse lui rivolgendosi soltanto a me. - E comun- que, staremo a vedere quando sarà nelle bottiglie. Staremo a vedere,- ri- peté strizzandomi l'occhio. - Lascia lì.- Concluse mia nonna. - Gli fai venire le stesse idee balorde che hai in testa tu.- Dopo cena lui uscì a fumare in cortile e io aiutai mia nonna a sparec- chiare. - Domani telefoniamo a tua madre.- Disse mentre piegavamo insieme la tovaglia.- Vorrà sapere se sei tutto intero.- Non mi piaceva telefonare a mia madre, ma sapevo che non si poteva evitare. Sapevo che mi avrebbe messo addosso la nostalgia. - Senti un po', buttò lì mia nonna. - Din Din mi ha detto che avete parlato ancora del Cinghio... Mio nonna era una donna molto astuta e io avevo solo otto anni. Ammisi candidamente, domandandomi perché mio nonno mi avesse chiesto di tenere il segreto e poi avesse parlato. Lei avvampò, spalancò gli occhi, gonfiò il petto, e io capii che ero stato uno stupido a tradirmi. In quel momento rientrò mio nonno e la vide. Poi guardò me e io fui sul pun- to di scoppiare a piangere. Lui non disse niente, si mise soltanto il cappel- lo e uscì di nuovo. Nonostante lo sforzo per trattenermi, una lacrima mi scese su una guan- cia. Mia nonna si avvicinò e mi posò una mano sulla spalla. Tra i singhioz- zi le domandai che cosa ci fosse di male a parlare del Cinghio. A me il Cinghio piaceva. - Te lo dirò.- Disse tornando verso il lavello.- Perché è giusto che tu senta anche la mia campana. Quello lì, il vostro Cinghio, era un fanfarone senza Dio. Un figlio di nessuno che non si sapeva nemmeno dove abitava. 22 Il prete di Ponte Ghiara diceva che non era nemmeno battezzato. Di si- curo era così: la prima volta che lo vidi ero in chiesa, era una domenica di Quaresima e io avevo al massimo la tua età. Ero con mia madre, nei ban- chi davanti, quando arrivò lui, spalancò la porta e rimase in piedi nella luce che arrivava da fuori. Si era messo una specie di mantello, un tabarro o qualcosa, e fumava un sigaro tra i denti.- Smisi di piangere e mi tirai su. Ecco il Cinghio che si buttava in un al- tro dei suoi pezzi da teatro. - Lui se ne stava là, - continuò mia nonna, - e il prete si era fermato nel dire messa e lo guardava. Senza togliersi la cicca dai denti quel matto ci guardò tutti e poi disse a Don Samuele: ‘prete, a me non lo fai mica il fu- nerale. Non mettere le mani avanti. Io sono immortale... e vuol dire che non posso morire.' Questo era il vostro Cinghio, un senzadìo, un fanfaro- ne un po' scemo, e mi meraviglio che tuo nonno ce l'abbia ancora in men- te. Alla fine, come tocca a tutti noi poveretti, è morto, all'ospedale di Fidenza, senza nessuno che lo accudisse. Basterebbe dire pace all'anima sua, invece che farci su un romanzo. Comunque, adesso che sai perché non mi è mai piaciuto, puoi andare a dormire. Buonanotte e dormi bene. - Era una donna dura, non mi baciò, mi lasciò andare su per le scale sen- za aggiungere una parola e io mi lavai i denti nel piccolo bagnetto che ave- vano ricavato sul pianerottolo, e mi infilai nel letto. I vetri erano aperti e sentivo il gracidare delle rane nei fossi. Senza alzarmi da letto, fissai il ret- tangolo di cielo stellato che vedevo dalla finestra e, per un pezzo, aspettai fiducioso di vedere la macchia scura del Cinghio, col suo immenso man- tello, che volteggiava in silenzio, preparando il suo inevitabile ritorno sul- la scena. UNA NOTA DI SCARSA IMPORTANZA SULLA LEGGENDA DEL CINGHIO. Ho scritto il Cinghio con un occhio all'orologio. Nel pomeriggio un amico scrittore mi aveva detto di un volume di racconti inediti che stava curando, con un tema legato alle leggende. Io stavo lavorando al primo numero di Experience, la rivista che dirigo tutt'ora, e avevo sul tavolo pile di dattilo- scritti da riordinare. Mi sembrava una buona occasione e senza riflettere gli dissi di avere da qualche parte un testo perfetto per la sua raccolta. Non gli dissi che speravo fosse il mio, ma sia la rivista che il sottoscritto avevano estre- mo bisogno di visibilità. I tempi erano strettissimi e tornando verso casa mi 23
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 resi conto di non avere niente che potesse andare. Non scrivo molti racconti e quando comincio a scriverne normalmente finiscono per dilatarsi e diventa- no dei romanzi. Comunque avevo tutta la notte a disposizione e dopo cena mi misi al lavoro, con un occhio alle lancette dell'orologio e la mente che an- dava alla magia dei racconti di Fenoglio e a qualche ricordo del mio nonno paterno. Non so dire da dove venga questa storia, ma è uscita tutta d'un fiato. Per me questo Cinghio è leggenda allo stato puro. Il mattino seguente rilessi e, sen- za indicare il nome dell'autore, spedii la mia storia. Il curatore non rispose mai, e l'antologia - ad almeno quattro anni di distanza da quel giorno - non è ancora uscita. Per cui non so se si possa dire che il racconto è stato rifiuta- to. Non ne parlammo più e mi rimisi al lavoro. Due mesi dopo il numero uno della rivista era pronto per la tipografia, quando scoprimmo di avere qual- che pagina ancora da riempire: io avevo pronto un racconto senza un auto- re, per cui mi inventai uno pseudonimo. Non monto la panna anche se da, quando capita. Qualche settimana dopo l'uscita cominciai a ricevere timidi complimenti per la rivista ma soprattutto per questo racconto: gli amici ne parlavano liberamente proprio perché nessuno pensava che l'avessi scritto io. A nessuno piace fare troppi complimenti, mentre gli scrittori non aspettano altro. Complimenti e nessuna critica, neppure costruttiva. Io vi ho avvertito. E adesso ecco il Cinghio, in una versione rivista e un po' ampliata, pron- ta per una nuova esperienza di stampa offset, sempre il solito Cinghio, ma con il mio nome finalmente. J. B. 295. Château de Saint-Pierre, restauré vers la fin du XIX s. AL TEMPO DEL GRANOTURCO Luisito Bianchi 24
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Al tempo del granoturco LUISITO BIANCHI. Rivelazione è una di quelle parole naufragate nell'oceano dell'a- buso. Ma per don Luisito Bianchi il termine si può usare tranquillamente. Una ri- velazione, davvero. Non solo come teologo scomodo o come sacerdote inquieto ma an- che come narratore. Il suo romanzo, “La messa dell'uomo disarmato” (edito da Sironi) vide la luce nel 1989 in un'edizione semiclendestina. Don Luisito ha pub- blicato molti libri (“Salariati” (1980), “Come un atomo sulla bilancia” (1972), “Dialogo sulla gratuità” (1975), “Gratuità tra cronaca e storia” (1982), “Dittico vescovatino” (2001), “Sfilacciature di fabbrica” (1970), “Simon Mago” (2002), oggi ha 79 anni e fa la spola tra Cremona, la sua città, e l'Abbazia di Viboldone, a due passi da Milano, dove è cappellano. Perché ha scelto di essere prete? La domanda che, in assoluto, non è mai scontata, lo è ancora meno quando si ha di fronte un uomo, un prete come don Luisito Bianchi. E infatti lui risponde anzitutto con un silenzio, che lì per lì può lasciare imbarazzato chi lo conosce solo superficialmente. In realtà don Luisito non si chiude in quel silenzio, ma vi sprofonda alla ricerca di risposte che non sono mai banali, come non lo sono state le risposte più importanti della sua vita, quelle con cui ha cercato di dare ascolto e di interpretare gli interrogativi profondi del suo percorso umano e sacerdotale. Nella grande pianura era arrivata l'ora del granoturco. Quella del fru- mento è più discreta, assomiglia all'ora in cui viene al mondo un uomo, con tutto quel lavoro nascosto della terra che tesse e ritesse veli satinati at- torno ad un soffio di stelo. L'uomo getta nella terra il seme, e poi deve ac- contentarsi degli occhi e della speranza che la croce di salice, benedetta sul sagrato il 25 aprile e piantata al centro della piana, col suo pennacchio d'u- livo della domenica delle Palme, faccia da scudo alla grandine. L'ora del granoturco, invece, è una girandola che comincia i suoi schiop- petti con il diradamento, la mondatura, la zappatura e la rincalzatura dei gambi, si fa più veloce con la cimatura e la sfogliatura, e scoppia inconte- nibile col tonfo della prima pannocchia nel cavagno, il giorno della rac- colta, per continuare, sostenuta dal canto degli uomini e delle donne, fino all'ultimo tonfo su un mucchio d'oro a notte alta. Ma quella sera, per la quinta volta successiva, non si cantò alla Campanella attorno al mucchio di granoturco, perché c'era ancora la guer- ra e si sarebbe fatto torto alla gente che moriva sotto le bombe, senza con- tare quanto Piero e gli altri passavano in quel momento sulle montagne. Parlare, però, non si faceva torto a nessuno dato che, anche con un mor- to in casa, si parla, ed è anzi un bene, così ci si sfoga un poco e si dimostra che finché c'è fiato c'è vita. E poi è sempre una consolazione sentire una voce amica, distrae dalle preoccupazioni che, a tenersele chiuse di dentro, fanno ammattire, cosicché la Cecina, che tutte queste cose le aveva impa- rate, anche a non volere, fin dalla guerra '15-18, teneva banco, s'inter- rompeva solo ogni tanto con la parola in bocca, fermava le mani sul fru- scio del cartoccio, tendeva l'orecchio, faceva segno a tutti di zittire, guar- dava in alto, in un cielo che stava cambiando velocemente in blu fondo l'azzurro lattiginoso del crepuscolo, e diceva: - Vorrei sbagliarmi, ma mi pare di sentire quel lucifero scatenato... Toni approfittava di quell'insperato silenzio: - Hai un calabrone nell'o- recchio - rideva. - Figurati se viene a quest'ora, starà per partire adesso. Non c'è nessuna luce accesa? - riprendeva la Cecina senza raccogliere la provocazione del suo uomo, perché erano cose serie; e si guardava at- torno per accertarsi che nessuna luce filtrasse dalle finestre. - Franco, mi raccomando, a quel demonio basta anche una spera per buttar giù bombe e farci tutti a pezzi. Lo chiamavano Pippo, e, da qualche settimana, sorvolava ogni notte i paesi del circondario, ronzante proprio come un enorme calabrone, e sca- ricava spezzoni e mitragliava dove filtrava qualche luce, fosse stato anche un capriccioso riverbero della luna sull'acqua cheta dei fossi. 27
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 Faceva già buio e il mucchio s'era soltanto dimezzato. Andarono avan- ti lo stesso, con le mani che si muovevano da sole, con lo spuntone di fer- ro che infilzava sicuro la punta del cartoccio, la divideva in due parti e sci- volava nell'indice per lasciare libere le due mani nel colpo secco fra la pan- nocchia e il cartoccio. Maria aveva messo a letto il piccolo Andrea e s'era seduta accanto a Benedetta sullo gabellino di legno: - Chissà Mauro come si sarebbe divertito stasera. – le disse. - Piero penserà che sono le sere del granoturco. Gli piacevano molto. Ti ricordi l'anno scorso? Eravate appena sposati. - Siamo ancora appena sposati – disse Maria con un sospiro. – Il picco- lo gli assomiglia, vero? - Assomiglia tanto anche a te. È bello come voi due messi assieme. L'ultimo giorno dell'essiccatura del granoturco, il bollettino dell'una parlò d'un rastrellamento appena iniziato che avrebbe spazzato via tutti i ribelli. È dalle parti di Piero e di Stalino – scappò detto al padre di fronte alla sua donna. Si morse le labbra, non doveva dirlo, cercò di rimediare: - Le montagne non sono come qui da noi. Le montagne sono un fienile pieno di paglia, e i partigiani ci stanno dentro come un ago. Giusto – intervenne Toni – Rastrellamento, eh? Guarda nell'aia il gra- noturco, – e si rivolse a Benedetta – io ci passo il rastrello, ai denti ci si at- tacca un po' di barba ma nemmeno un grano. I partigiani sono il grano- turco e la barba è il pugno di mosche che si portano indietro i fascisti. Nemmeno la Cecina ebbe la forza di fiatare, con quel boccone di schiac- ciata, fatta da Benedetta per festeggiare l'insaccatura serale del granotur- co, che non le voleva andare giù. L'arciprete fece la sua passeggiata alla Campanella, non parlò del ra- strellamento, ma gli si leggeva negli occhi la domanda. L'abbiamo sentito anche noi dalla radio – disse il padre, e poi comin- ciò ad armeggiare con Toni per impiantare il grosso setaccio per la pulitu- ra del granoturco già ammucchiato. L'arciprete mise le mani nel mucchio di granoturco, le ritrasse colme, aprì a poco a poco le dita per sentire quella pioggia sonante, e fece tante domande sul granoturco che il padre si sentì consolato. Arrivò Anna con in braccio Giovannino, e Maria le fece festa: - Crescono tutti e due che è un incanto. Anna sorrise e non ebbe il coraggio di chiedere da quali parti facessero il rastrellamento. Mancavano ancora pochi sacchi a esaurire il mucchio di granoturco 28 Al tempo del granoturco quando arrivò il cognato di Stalino: - Anna m'ha detto: vacci tu, con te possono parlare più liberamente. E pensare che io volevo venire da te perché qui non sappiamo niente – disse Toni. I gambi del granoturco, legati in fascine con polloni di gelso e scorza di salice, erano già accatastati lungo il muro dell'aia per l'essiccatura, e la radio annunciò che il rastrellamento era terminato con l'eliminazione del- le bande dei ribelli e l'uccisione di centinaia di quei banditi, fra i quali un loro capo, un traditore che si faceva chiamare il Capitano. Alla Campanella non ebbero nemmeno la consolazione di parlarne as- sieme. Ciascuno, tacendo su quel fatto, pensava di togliere un po' di peso all'altro. Toni smise di andare all'osteria perché, non sapeva che cosa fos- se, si sentiva come se qualcuno gli avesse fatto un grosso torto, e la gen- te guarda e sembra dire: non se lo meritava, poveretto. Così inventava qual- che lavoro nell'orto o in un angolo dell'aia, quasi per nascondersi e non avere addosso gli occhi di Benedetta, come se lui sapesse e avesse paura di doverle dire che le cose non potevano andare diversamente perché un eroe, che eroe sarebbe se non finisse ammazzato? Uno sproposito, giacché an- che Piero era stato un eroe in Grecia, e non per questo doveva finire am- mazzato come il Capitano. Benedetta piangeva di nascosto e in fretta tutte le lacrime che accumu- lava per essere serena e sorridente quando parlava con Maria. Anna, con quelle notizie da seccare l'anima, perse il latte. Maria s'offrìe d'allattare Giovannino, e la gente del paese continuava ad arrabattarsi per trovare un po' di farina perché il pane della tessera era immangiabile, e a temere Pipo di notte, come se non ci fosse stato un rastrellamento. Maria non aveva latte sufficiente, cosicché i due piccoli piangevano per la fame. Non puoi, ci vanno di mezzo tutti e due. Per Giovannino provvedere- mo col latte di capra – le disse la madre. Il signor Gaspara sapeva dove trovare una capra e non volle essere pa- gato. – Non lo faccio solo per te, – disse alla figlia – m'immagino che cosa può provare quella donna. I due piccoli non piansero più per la fame e ricominciarono a crescere. - Se li dovranno ricordare per tutta la vita i giorni in cui sono nati e cre- sciuti – disse Benedetta. - Io non ci sarò più, - soggiunse la Cecina – ma se non li ricordano, giu- ro che esco dalla tomba a cantargliele chiare. - Se li ricorderanno, sono venuti al mondo segnati – disse Anna che ave- 29
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 va portato il suo piccolo a farlo vedere per i bei colori che aveva ripreso col latte di capra. - Sarà il sangue che hanno dentro a ricordarglielo continuamente – as- sicurò Maria. - Giusto, il sangue è segnato da quello che ha passato una madre nei nove mesi – confermò la Cecina. La terra aveva messo definitivamente da parte i registri acuti e comin- ciava i primi accordi sui violoncelli con quei cieli ovattati che le davano man forte. Il cognato di Stalino nei suoi giri era già stato un paio di volte alla ca- scina di Sbrinz, ma anche lì era come se avessero il cuore sull'aspo, con le notizie che erano giunte di cose spaventose compiute dai tedeschi contro i partigiani, tutto un si dice e non si dice, senza costrutto, ma qualcosa di vero ci doveva essere, non poteva essere tutta propaganda fascista. Un pomeriggio, verso gli ultimi di ottobre, andò alla Campanella per sfogarsi un po' con Franco, se appena le donne non gli avessero fissato gli occhi addosso. Lì incontrò Giuliano, col primo sacco di macinatura del nuovo granoturco e gli venne, lì per lì, un'idea che, a pensarci subito, cer- te notti non si sarebbe svegliato di soprassalto come se Stalino gli fosse ap- parso accanto al letto per dirgli che era stato ammazzato. Tiene il carretto? – chiese a Giuliano prendendola alla lunga. Figurati, ha resistito alle mazzate di Natale – rispose Giuliano. Debbo proprio dire che ho investito bene i miei soldi. Però quest'asino a fare una salita gli scoppia la milza, non c'è nessun fabbro che lo possa rinforzare – ghignò il cognato di Stalino. È un asino di pianura, come la tua bicicletta – sospirò compiunto Giuliano. Anche Benedetta, che era uscita con un tegame per qualche manciata di farina da mescolare con quella vecchia, e saldare così, nella polenta del- la sera, la vecchia stagione con la nuova, sorrise. Giuliano ne fu contento, e il cognato di Stalino si sentì più incoraggiato a fare la sua proposta, Eppure, pianura o no, io dico che, se il padrone non fosse così vecchio, l'asino ce la farebbe. Il cognato di Stalino, soprattutto quando diceva le cose più strampala- te, aveva sempre davanti uno scopo ben concreto. La poteva dare in in- tendere a quelli fuori paese, ma non a gente che lo conosceva bene; e poi a Giuliano ci voleva poco, è perché aveva fatto solo la seconda elementa- re, ma si sa, l'intelligenza non c'entra con la scuola, e capire al volo era que- 30 Al tempo del granoturco stione d'intelligenza. Cosicché era inutile che Pino ci girasse attorno come faceva quando voleva riempire il sacco senza pagare troppo, e Giuliano ta- gliò corto, anche perché c'era lì Benedetta. Ho capito, hai bisogno d'una condotta in montagna, e io, quando si tratta di montagne...- e guardò Benedetta. – Quanto al vecchio, ricordati caro mio che dove manca il sangue ci scorre l'esperienza, e io in sessant'anni ne ho visti di cose, ne ho visti... Ma tanti preti tutti insieme in una volta non ne hai ancora visti – rise il cognato di Stalino, contento pure lui che fosse stato Giuliano a parlare per primo di montagne – e un prete loro capo che è come un vescovo ...come si dice? – e guardò Benedetta. Vuoi andare al monastero? – e gli occhi di Benedetta dicevano timore e contentezza. Sì, avevo speso una parola con lui, ora mi ricordo, si dice abate, che ci sarei ritornato per la fine d'ottobre, con tutti quei rottami che non avevo potuto caricarmi sulla bicicletta la prima volta...ma chissà se ce la fa l'a- sino – disse il cognato di Stalino, meravigliandosi lui stesso che la faccenda gli fosse uscita così naturale da sembrare vera. Se io dico che ci sto, - alzò la voce Giuliano – vuol dire che anche l'a- sino ce la fa. Affare fatto, allora – disse il cognato di Stalino stringendo la mano di Giuliano e picchiando con l'altra un colpo sulle due. – Domani è sabato, va' in municipio per il permesso della condotta fuori provincia, fatti met- tere tutti i timbri che ci sono sul tavolo, ai tedeschi piacciono i timbri, e di' a quei saraceni che non facciano storie perché presto cambia la suonata...no, questo non dirglielo, lo sanno già da loro...Per il prezzo ci aggiustiamo sempre. E lunedì si parte, col tuo asino che è fresco di domenica. Se è per il prezzo... - e Giuliano guardò ancora Benedetta. Lunedì va bene anche a me, basta che sia a casa per giovedì, sono i Morti e io non ho mai mancato una volta in quel giorno al cimitero. Dipende dal tuo asino – disse il cognato di Stalino. Venite a bere un bicchiere con comodo in casa – li invitò Benedetta. (Tratto da La messa dell'uomo disarmato di Lusito Bianchi, Sironi editore, 2003) 31
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Valle d'Aosta (St. Pierre) Castello dei Conti De La-Tour Riservata ai F.lli Alessio - Aosta - G. Modiano & Co. - Milano 9895 E. fesina. UNA PICCOLA STORIA IGNOBILE Alessandro Perissinotto
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Una piccola storia ignobile ALESSANDRO PERISSINOTTO nasce a Torino nel 1964. Pratica vari mestieri e, intanto, si laurea in Lettere nel 1992 con un tesi in semiotica. Inizia quindi un'intensa at- tività di ricerca, occupandosi di semiologia della fiaba, di multimedialità e di di- dattica della letteratura. È docente di “Teorie e tecniche delle comunicazioni di mas- sa” presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Torino. Tra i suoi saggi ritroviamo Il testo multimediale (Utet-Libreria) e, con G.P. Caprettini, il Dizionario della fiaba (Meltemi, Premio C. Nigra per il folclore). Alla narrativa approda nel 1997 con il romanzo poliziesco “L'anno che uccisero Rosetta” (Sellerio), storia di un'indagine condotta negli anni '60 in un remoto paese delle alpi piemon- tesi, al quale fa seguito “La canzone di Colombano”, nel 2000, (Sellerio), un “noir” ambientato tra Val di Susa e Delfinato all'inizio del Cinquecento. Il suo ultimo ro- manzo “Una piccola storia ignobile” è in graduatoria tra i libri più venduti. [...] Abbiamo appena superato Aosta, il coupé di Benedetta corre ben più forte dei cento all'ora che sono consentiti su questo tratto di autostra- da. Non parliamo; da quando siamo partiti da Milano ci saremo scambia- te sì e no dieci frasi. Non parliamo soprattutto perché siamo tese verso la risposta finale, quella che io credo di sapere ma che non voglio anticiparle per paura di essere smentita dai fatti. Anche perché è una risposta forte, di quelle che potrebbero fare male. Non parliamo quindi. Io leggo il giornale. A Milano ho comprato il “Corriere” e ho cercato la notizia del cadavere ritrovato a Vittuone. Non c'era. Evidente. Se va bene la polizia ha trovato il corpo che il giornale era già uscito. Se va male, se mi va male, non l'ha trovato affatto; magari non ha neanche preso in considerazione la telefonata di quella pazza che, par- lando senza prendere fiato, ha buttato lì una storia inverosimile. In com- penso, nella pagina della cronaca, ci sono altre vicende uguali a quella. C'è un operaio ucciso in una lite per un parcheggio, c'è un manovale caduto da un'impalcatura, c'è un tunisino picchiato a morte da un gruppo di con- nazionali per della droga non pagata. Insomma, c'è tutta l'ovvietà di quel- le morte violente che non ha nemmeno bisogno di ragioni, che basta a se stessa, che si spiega da sola proprio perché non si spiega affatto. Iniziano le gallerie. Chiudo il giornale e anche gli occhi. Ho sonno. Questa notte ho dormito veramente male. C'era da aspettarselo. È stato un alternarsi di dormiveglia e di sogni agitati. Sogni, non incubi. Non mi sono apparsi morti ammazzati o mani insanguinate; non mi è apparsa nep- pure la sagoma minacciosa di Imperiale: probabilmente il mio subconscio l'ha già collocato dietro le sbarre, l'ha già classificato come innocuo. No, niente di tutto questo. Ho sognato che Morgana era malata, che la signo- ra Ghislandi cercava di telefonarmi ma il cellulare era spento. E intanto Morgana peggiorava, respirava a fatica; coricata su un fianco mi cercava con gli occhi; e io non c'ero. Poi mi pare di aver fatto un sogno ricorren- te, quello in cui sono vestita solo dalla vita in su, in un grande ascensore affollato e tutti mi guardano mentre spiego che ho dimenticato i pantalo- ni a casa. Ma non sono certa di averlo fatto davvero quel sogno: è che quan- do dormo male mi tornano alla mente anche i sogni di altre notti, di altri sonni. E infine, poco prima di svegliarmi definitivamente, ho sognato Stefano. Erano almeno tre settimane che non mi capitava, ma anche quel- lo è un sogno ricorrente. Io e lui stiamo facendo l'amore nel nostro letto, niente di più. L'amore dolce e intenso, non come quello di una settimana fa. Sogno che io e lui facciamo l'amore nel nostro letto, di mattina, con la luce che filtra dalle persiane abbassate. Preferirei che fosse qualcosa di più 35
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 Una piccola storia ignobile perverso, di più torpido, del tipo che mentre facciamo l'amore lui si inter- rompe, si alza, apre la porta e fa entrare un'altra ragazza, me la presenta con cortesia e distacco, lei si spoglia e cerca di entrare nel letto con noi e io scappo urlandogli contro ogni genere di insulti. Vorrei che fosse così, significherebbe che sto elaborando la frattura, che anche la mia parte non razionale sta reagendo al tradimento. E invece è un sogno tenero, da ra- gazzina. Chiudo gli occhi e l'ultima cosa che riesco a provare prima che il son- no mi vinca è una grande rabbia verso me stessa, la rabbia di non essermi ancora distaccata emotivamente da Stefano: quando le emozioni si hanno forti, qualcosa di me torna a lui. Mi risveglia il sole all'uscita dall'ultima galleria. Siamo a Courmayeur. Per la strada c'è gente che arranca con gli sci in spalla e gli scarponi ai pie- di cercando di raggiungere la funivia. E vengo di nuovo frustrata da una scarica di ricordi. Di quando io e Stefano andavamo a sciare insieme, di quando passavamo il giorno di San Valentino in un alberghetto isolato dal- la neve, su al Piccolo San Bernardo. Non c'è memoria più incancellabile di quella dei luoghi amati insieme. Nel ritornarci ti senti come in preda a una perturbazione dello spazio-tempo: guardi le case, le montagne, i ristoran- ti, poi ti volgi e al tuo fianco ti aspetti l'altra persona. Per me Courmayeur è Stefano, non c'è altra possibilità, forse non ce ne sarà mai un'altra. "Prendiamo un caffè" mi dice Benedetta. "Va bene." "Andiamo al Posta". Evidentemente è di casa a Courmayeur. "Credo che sia meglio fermarci da Berthod, sul piazzale, facciamo prima". Lei si sorprende che anch'io conosca il posto, che anch'io abbia avuto successo qui, tra quelli da doppio cognome. Non ho voglia di spiegarle che le sciate ai piedi del Monte Bianco erano una delle poche cose che io e Stefano ci concedevamo. Io non ho voglia di spiegare e lei non capirebbe. Un po' seccata mi risponde: "Fai come ti pare, io vado al Posta, ho un appuntamento di lavoro". "Qui? Oggi?" "Te l'ho detto, il sabato è un giorno come gli altri e per parlare un bar va anche meglio di un ufficio; siccome sembrava che questo viaggio si do- vesse fare assolutamente ho pensato di sfruttare l'occasione per un appun- tamento con questo cliente, uno che a Milano non riesco mai a beccare." La guardo, senza parole. Lei aggiunge: 36 "Aspettami pure da Berthod, massimo mezz'ora e arrivo". Bevo il mio caffè e guardo le seggiovie che, girando, mandano piccoli riflessi abbaglianti, come spilli. Dopo trenta minuti esatti Benedetta è davanti a me, tanto che mi vie- ne da pensare che quello dell'appuntamento di lavoro sia solo un pretesto per dimostrarmi che lei non si adegua ai piani di nessuno, tanto meno ai miei. Riprendiamo il nostro viaggio. (Tratto da: Una piccola storia ignobile di Alessandro Perissinotto, Rizzoli, 2006). 37
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L. R. 626 - Vallée d'Aoste - Château de St. Pierre (Façade Nord ouest) LA SECONDA TRANSIZIONE CONSUMISTICA E LA FRATTURA ETICA FONDAMENTALE Luca Ricolfi
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LUCA RICOLFI, nato a Torino nel 1950, ha insegnato Sociologia presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Modena e Metodologia delle Scienze Sociali presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Torino. I suoi interessi teorici e me todologici includono il mercato del lavoro, i processi di scolarizzazione, la teoria del l'azione, la corruzione politica, lo spazio elettorale, l'analisi degli spazi percettivi, la teoria della misurazione, la teoria dei dati e la storia dell'analisi dei dati. Negli ul timi anni si è occupato prevalentemente di atteggiamenti giovanili, influenza della tv sul comportamento elettorale, percezione dei partiti, rapporto fra scelte politiche e preferenze morali. Attualmente insegna Analisi dei dati presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino, è responsabile scientifico dell'Osservatorio del Nord-Ovest nonchè direttore della rivista Polena PoLiTiCaL and Electoral NAVigations (Rivista Italiana di Analisi Elettorale). Tra le sue numerose pubblicazioni, la più recente «Tempo scaduto. Il «Contratto con gli italiani alla prova dei fatti" delinea lo stato di avanzamento dei lavori del famoso contratto siglato con gli italiani da Silvio Berlusconi ed esamina i singoli punti sullo sfondo delle vicende italiane degli ultimi cinque anni. La seconda transizione consumistica e la frattura etica fondamentale Nel racconto della storia nazionale degli ultimi 60 anni c'è almeno uno stereotipo che regge assolutamente intatto, quale che sia il giudizio che ognuno preferisce darne: l'idea che in Italia, a un certo punto, il consumi smo abbia vinto, e che la sua definitiva e irresistibile affermazione abbia modificato profondamente il nostro modo di vivere e di pensare. Nella sua genericità questo stereotipo è perfettamente credibile, persi no ovvio, e non può che essere serenamente riconosciuto come sostanzial mente vero. I problemi cominciano quando si cerca di indicare in che cosa la transizione consumistica sia consistita, e soprattutto quando sia avvenu ta. Per alcuni il passaggio cruciale sarebbe avvenuto in tempi relativamen te recenti, più o meno all'inizio degli anni Novanta, con l'instaurazione del regime mediatico di Berlusconi, e la trasformazione degli italiani in voraci consumatori di realtà virtuali. Per altri il passaggio cruciale risalirebbe alla fine degli anni Settanta, con l'esaurimento della stagione dell'impegno, il riflusso nel privato, la lenta ma inesorabile ascesa del craxismo. Agli uni e agli altri, tuttavia, non si può non ricordare che le prime for mulazioni della sindrome consumistica volgono lo sguardo ben più indietro nel tempo. Nelle riflessioni di Pasolini dei primi anni Settanta, poi confluite nelle Lettere luterane e negli Scritti corsari, il trionfo del consumismo è già una realtà del passato, che si installa in Italia nel cuore degli anni Sessanta, quando il nostro Paese assiste indifferente alla «sparizione delle lucciole». E anche l'affresco del Paese che Gian Paolo Ceserani ci consegna con La vita facilitata, uscito nel 1977 – due anni dopo la morte di Pasolini –, è tutto ri volto a ricostruire una transizione che è iniziata con il miracolo economico (1958-63), e a metà degli anni Settanta è sostanzialmente conclusa. Quando cambia l'Italia? Quando diventa «consumista»? E in che cosa consiste il cambiamento? Se per un momento proviamo ad adottare il punto di vista di Pasolini, è difficile non vedere che alla fine degli anni Sessanta l'Italia è già passata attraverso due grandi, profondissime transizioni, di cui Pasolini stesso ha avuto piena e diretta esperienza. La prima è quella dell'urbanizzazione, dello spostamento di grandi mas se contadine dalla campagna alla città: un movimento che seguirà soprat tutto la direttrice che dal Mezzogiorno sale verso il Nord, ma che per Pasolini – trasferitosi dal natio Friuli a Roma alla fine del 1949 – seguirà invece esattamente la direttrice opposta. Questo processo dura più o meno una quindicina d'anni, dalla fine della guerra alla fine degli anni Cinquanta, e coincide con la rapida scomparsa dell'Italia agricola (e poverissima). È il caso di ricordare che il censimento del 1951 è il primo nel quale la popo- 41
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 lazione che vive e lavora nelle campagne scende qualche punto al di sotto del 50% (nel 1936, ossia nell'anno dell'ultimo censimento anteguerra, gli occupati nell'agricoltura equivalevano alla somma degli occupati nell'in- dustria e nel terziario). Quanto alle condizioni di vita della popolazione, è oggi difficile figurarsi quanto potessero essere drammaticamente arretra- te: come ci ricorda Guido Crainz nel suo bel libro Il paese mancato, nel 1946 il consumo medio di carne era la metà di quello del «pur poverissi- mo e autarchico anteguerra», e solo dieci anni dopo – a metà degli anni Cinquanta – si riportava a tale livello originario, che comunque era appe- na un terzo di quello odierno. Un'abitazione che oggi considereremmo normale, con elettricità, acqua e servizi interni, era un privilegio di una ri- strettissima minoranza, meno di una famiglia su 10. Per non parlare del- l'analfabetismo, della bassissima scolarizzazione, ma soprattutto della man- canza di una lingua comune: secondo De Mauro ancora all'inizio degli anni Cinquanta erano meno del 20% gli italiani che usavano abitualmente l'italiano, e circa il 65% era in grado di esprimersi nel solo dialetto. Ma questa è solo la prima transizione che Pasolini ha la ventura di os- servare, e che non ha nulla a che fare con il consumismo. La seconda tran- sizione inizia alla fine degli anni Cinquanta, più o meno con l'avvio del mi- racolo economico, e consiste nel rapido dissolvimento delle culture di clas- se o – se preferite – nella scomparsa del «popolo» quale era sempre esisti- to in Italia. Di questa mutazione Pasolini si accorge non tanto perché i ceti subordinati conquistano modi di vita tipici del ceto medio – e in questo senso «si imborghesiscono» – ma perché i proletari, i borgatari, i «ragazzi di vita», a un certo punto cominciano a vergognarsi della propria condi- zione e a desiderare quella dei ceti che fino a pochi anni prima erano og- getto del loro dileggio. Vista con gli occhi nostalgici di Pasolini, di Ivan della Mea, di Renzo del Carria, questa transizione assume i caratteri di una vera e propria catastrofe antropologica, in cui la fine di un'epoca coincide con l'estinzione di un mondo. L'operaio imborghesito, vittima dei miti della società dei consumi, viene visto come qualcuno che ha rinunciato alla sua missione storica, la conquista del potere da parte delle classi subalter- ne, e ha desistito per motivi meschini, o piccolo-borghesi come allora si usava dire. Con le parole di una canzone di Ivan della Mea: Viva la vita / Pagata a rate / Con la Seicento / La lavatrice / Viva il sistema / Che rende uguale e fa felice / Chi ha il potere / E chi invece non ce l'ha. È questo il consumismo di cui parliamo oggi? 42 La seconda transizione consumistica e la frattura etica fondamentale Io penso di no, e penso di no perché la transizione del ventennio che va dall'inizio del miracolo economico (1958) alla fine del decennio dei movi- menti e all'uccisione di Moro (1978), ha avuto caratteri radicalmente diver- si dalla transizione successiva, quella avvenuta negli anni Ottanta e Novanta. Nel primo periodo l'Italia ha conosciuto una straordinaria crescita eco- nomica e sociale. Ai romantici cultori del tempo passato la scena della mo- glie dell'operaio che si spacca la schiena china sull'asse da lavare in una fred- da mattina d'inverno potrà anche apparire poetica, e suscitare emozioni raffinate. Come potrà provocare ribrezzo il medesimo operaio che fa gli straordinari per comprare la lavatrice, o si carica di cambiali per avere la Seicento, con cui la domenica porterà la famigliola a fare picnic in qualche prato di periferia. Possiamo etichettare tutto questo, alla Pasolini, come «sviluppo senza progresso». Eppure, con tutto l'amore che si può nutrire per Pasolini, per il suo coraggio intellettuale e la sua passione civile, è dif- ficile non dare ragione a Giorgio Amendola quando, a metà degli anni Settanta, si ricordava che venti anni di sviluppo economico e sociale ave- vano radicalmente migliorato la condizione degli italiani, e lo avevano fat- to a partire da una situazione assolutamente drammatica. Mortalità infan- tile, analfabetismo, scolarizzazione, condizioni igienico-sanitarie delle abi- tazioni, alimentazione, vestiario, possesso di beni durevoli, possibilità di spostamento, accesso all'informazione, capacità di comunicare: con qual- siasi indicatore si provi a confrontare l'Italia degli anni Cinquanta e quel- la degli anni Settanta, è arduo non riconoscere il cammino fatto. Questo cammino è stato reso possibile prima dal decollo dell'economia, dalla cre- scita «trainata dalle esportazioni», poi da un lungo ciclo di lotte sociali che hanno radicalmente cambiato – in meglio – la condizione dei ceti subor- dinati. All'inizio degli anni Settanta il salario operaio era decisamente cre- sciuto rispetto a pochissimi anni prima, le condizioni di lavoro erano radi- calmente migliorate, e uno Stato sociale imperfetto ma generoso si ergeva a protezione della vasta massa dei «garantiti», ossia di coloro che avevano (o avevano avuto) un'occupazione regolare. Naturalmente c'era anche l'altra faccia della medaglia. Squilibri territo- riali, specie fra Nord e Sud, vastissimi segmenti di economia sommersa, mi- lioni di lavoratori precari (o «marginali», come allora li si chiamava), spre- chi di denaro pubblico e abusi edilizi, inflazione a due cifre, domeniche a piedi per la crisi petrolifera. E poi: l'impegno politico che degenera in fa- natismo, la stagione dell'odio e della vendetta, le stragi di Stato e i servizi deviati, il terrorismo rosso e nero, il dilagare indiscriminato delle rivendi- 43
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 cazioni sindacali, l'assalto di tutti al bilancio dello Stato. Insomma, la pri- ma grande transizione consumistica non è stata tutta rose e fiori, eppure è arduo non vederne il nucleo economico-sociale fondamentale: la conqui- sta del benessere, o perlomeno di un ragionevole tenore di vita, per strati sempre più ampi della popolazione. Profondamente diversa si presenta la seconda grande transizione con- sumistica, che negli anni Ottanta e Novanta cambierà di nuovo il volto del Paese. Possiamo provare a descrivere la differenza da molte angolature. Si potrebbe notare, ad esempio, che in questa nuova fase sono soprattutto i ceti medi ad andare avanti, e che i nuovi beni conquistati – visti con gli oc- chi della generazione che ha vissuto la guerra – non sono propriamente beni fondamentali. Non l'auto, ma la seconda auto, naturalmente con i cer- chi in lega e una decina di altri optional. Non la casa, ma la seconda casa, possibilmente al mare o in montagna. Non la vespa per andare al lavoro, ma il gommone per le gite al mare. Non la bici o il pallone, sport popolari ed economici, ma le costose attrezzature da sub o da sci. Non le solite vacanze presso i parenti, ma i pacchetti turistici per isole e paradisi più o meno esotici. Non la vecchia tv pubblica in bianco e nero, ma il variopinto mondo delle tv a colori, commerciali e non (ricordiamo che ancora nel 1977, in nome dell'austerità, il Partito comunista si era battuto contro l'introduzione della tv a colori in Italia). Non i vecchi cibi di sem- pre, magari un po' più abbondanti, ma il variopinto mondo dei cibi alter- nativi, vegetariani, macrobiotici, new age, esotici, etnici, equi e solidali. Non il medico per il corpo, ma lo sterminato esercito dei medici dell'anima: psi- canalisti, psicoterapeuti, guide spirituali, guru, santoni, massaggiatori, chi- ropratici, e infine – ultima moda – il business degli allenatori personali, o personal trainer. Per non parlare dell'irrompere, negli anni Novanta, dei consumi tecnologici: tv satellitare, impianti hi-fi, telecamere digitali, regi- stratori portatili, agende elettroniche, i-pod, computer di ogni dimensione e foggia, telefonini, videofonini, megaschermi ultrapiatti, insomma un vero e proprio arsenale di cui pare non si possa proprio fare a meno, per «stare al passo con i tempi». E anche in questo caso alla transizione economico-sociale si accompa- gna una più ampia e complessa transizione del costume, della mentalità, del gusto. A segnare il passaggio fra due fasi della storia italiana alcuni even- ti traumatici: il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro (1978), il nuovo scandalo dei petroli (1979), «la marcia dei quarantamila» alla Fiat (1980), 44 La seconda transizione consumistica e la frattura etica fondamentale la sconfitta del sindacato nella battaglia sulla scala mobile (1984-1985). Ma il clima del Paese era svoltato repentinamente già dal 1977, subito dopo il grande raduno di Bologna «contro la repressione». Lì si capisce che una stagione è finita, che la speranza di cambiare le cose con l'azione collettiva è tramontata definitivamente, e che d'ora in poi ciascuno dovrà badare a se stesso. Anche qui, come nella prima grande transizione, ognu- no potrà vedere un po' quello che preferisce: la degenerazione delle isti- tuzioni pubbliche, con l'ascesa del craxismo, il dilagare della corruzione, il patto scellerato fra affari e politica; oppure il nuovo miracolo italiano, il dispiegarsi di un nuovo modello di sviluppo basato sul decentramento, la piccola impresa, i distretti, l'economia informale, le partite Iva, la bruli- cante laboriosità della moltitudine (small is beautiful, come il Censis ci in- segnerà a pensare); oppure la nascita della società dell'immagine, la vitto- ria del virtuale sul reale, il rapido tramonto dell'educazione, del buon gu- sto, del senso estetico; o ancora l'esplosione del desiderio di fare espe- rienze, di allargare gli orizzonti del proprio mondo, di rendere unica la propria vita; o infine il riflusso, il trionfo del privato, il ripiegamento degli individui su se stessi, insomma proprio quei processi che Christopher Lash aveva appena finito di descrivere in America, bollandoli severamente come «cultura del narcisismo». Se però ci chiediamo qual è la differenza più importante fra la prima e la seconda transizione consumistica, a me pare che essa stia un po' più in là, quasi discosta rispetto ai processi che abbiamo provato a rievocare. Certo, a voler guardare le crude cifre della storia economico-sociale dell'Italia repubblicana, potremmo anche dire che la prima transizione co- mincia intorno al 1957-58, quando gli addetti all'industria superano per la prima volta quelli all'agricoltura; e che la seconda transizione comincia vent'anni dopo, intorno al 1977-78, quando oltre metà della forza lavoro è occupata nel terziario. Insomma, prima il passaggio dall'agricoltura al- l'industria, che reca con sé il benessere, poi il passaggio dall'industria al ter- ziario, che reca con sé l'opulenza. Eppure chi ha vissuto direttamente entrambe le transizioni sa che la rot- tura della fine degli anni Settanta è stata anche qualcos'altro. Nei primi anni del decennio il grande fiume del cambiamento scorreva in un alveo tutto collettivo, fatto di lotte, rivendicazioni, affermazioni di diritti, spe- ranze sempre declinate al plurale. Anche le battaglie meno legate al be- nessere materiale, come quelle sulla scuola, sulla condizione femminile, sui diritti civili erano impensabili come istanze individuali. Alla fine degli anni 45
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 La seconda transizione consumistica e la frattura etica fondamentale Settanta, invece, tutto questo è già finito: il centro dell'azione non sono più le classi, i gruppi, i movimenti, ma i singoli individui, atomi più o meno impazziti e più o meno alla deriva. Ma è soprattutto l'orizzonte delle aspettative che è radicalmente muta- to: la stagione dell'impegno in nome di cause universali (giuste o sbagliate che fossero) cede repentinamente, quasi istantaneamente, il passo a una sta- gione speculare, in cui l'individuo ad essere al centro di tutto. Questo mu- tamento si manifesta all'improvviso, ma non casca dal cielo: è la storia de- gli anni Settanta che lo prepara con cura. Gli anni Settanta, è vero, inizia- no con gli aumenti salariali, le 150 ore, gli investimenti nel Mezzogiorno, le lotte operaie contro la nocività, ma continuano con le lotte studentesche, il femminismo, i movimenti per i diritti civili, le battaglie per il divorzio e per l'aborto. E qui la posta in gioco non sono più le condizioni materiali di esistenza dei ceti subordinati, l'orgogliosa rivendicazione della propria di- gnità di fronte a ceti dominanti. No, con i nuovi soggetti che si affacciano sulla scena pubblica il centro di tutto diventa l'individuo, il suo inderoga- bile diritto al successo, all'autorealizzazione, alla felicità (anche qui un'eco che viene dall'America, la cui Costituzione sancisce da sempre il diritto in- dividuale a «perseguire la felicità»). Questa spinta, che si forma già nel cuo- re degli anni Settanta, viene raccolta ed elaborata in modi diversi dalle for- ze di opposizione e da quelle di governo, e finirà per forgiare due modi di essere, o due mentalità, che ancora oggi coesistono e si combattono. L'elemento comune è l'idea che l'individuo sia assolutamente sovrano, una sorta di fascio di diritti, poco o per niente bilanciati da corrisponden- ti doveri. Ma su questo elemento comune le varie culture presenti nel Paese lavoreranno in modi diversi. Le forze di governo, ma in parte anche quel- le sindacali, si occuperanno soprattutto di tutelare le opportunità econo- miche dei ceti usciti vincitori dalla sconfitta operaia dei primi anni Ottanta: spesa pubblica in deficit, aumenti di stipendio sganciati dal merito, falsi in- validi, pensioni baby per i pubblici dipendenti, tolleranza per il lavoro nero e l'evasione fiscale, appalti truccati, favori, tangenti, incentivi industriali a pioggia, salvataggi di aziende decotte sono solo i primi esempi che vengo- no in mente quando ci si chiede come il ceto politico dell'era Craxi abbia declinato la cultura dei diritti. Diverso il cammino delle forze politiche della sinistra. Nel loro caso il problema dei problemi era gestire la sconfitta operaia, e fronteggiare l'i- nesorabile declino quantitativo della propria base sociale. E il problema venne risolto con due mosse cruciali. La prima: smarrito il proprio blocco sociale di riferimento, ripensarsi – e presentarsi al mondo – come rappre- sentanti di un «blocco etico», quello dell'Italia civile, che paga le tasse, è preoccupata del bene comune, e non pensa al vile denaro. La seconda: oc- cuparsi soprattutto delle esigenze dei ceti medi, e in particolare dei loro segmenti più istruiti, ossia impiegati, dipendenti pubblici, insegnanti, ma- gistrati, artisti, in breve di quei gruppi che – un paio di decenni dopo – lo storico Paul Ginsborg denominerà «ceti medi riflessivi». Ma che significa, o meglio che cosa ha significato, «occuparsi» di tali ceti? Fondamentalmente ha significato cambiare radicalmente l'identità del- la sinistra. All'inizio degli anni Ottanta la sinistra non aveva più né la for- za né la volontà di difendere davvero i deboli. E questo per due ragioni so- ciologiche, tanto semplici quanto decisive. La classe operaia era in ginoc- chio, e in drammatico ridimensionamento per la riconversione dell'appa- rato produttivo seguita ai due shock petroliferi (1973 e 1979). Ma so- prattutto i veri deboli non erano più gli operai, bensì la massa dei disoc- cupati, dei precari, dei lavoratori irregolari, per lo più occupati nelle pic- cole imprese artigiane e industriali della terza Italia (Triveneto e regioni rosse). Il primo a capire la novità fu Asor Rosa, che proprio nel 1977 co- niò l'espressione «le due società» precisamente per descrivere questa si- tuazione. Una situazione che vedeva schierati su una sponda i lavoratori «garantiti»: dipendenti pubblici, impiegati, operai delle fabbriche grandi e medie, tutelati dallo Statuto dei lavoratori. E sull'altra sponda i «non ga- rantiti», vulnerabili e sottoposti a ogni sorta di ricatto: studenti precari, di- soccupati, sottoccupati, lavoratori irregolari, operai delle microimprese. Ma occuparsi seriamente dei deboli avrebbe significato mettere in discussione i privilegi dei «garantiti», entrare in attrito con le confederazioni sindaca- li, perdere l'appoggio dei padroncini, tutti pilastri irrinunciabili del siste- ma di alleanze della sinistra storica. Di qui la necessità di reinventare la sinistra, di ridefinirne il perimetro e le ragioni. Ed è qui che matura la svolta fondamentale che ancora oggi le fornisce la sua impronta. In una situazione in cui la società italiana stava di- ventando sempre più individualista, sempre più ripiegata su se stessa, sem- pre più attenta alle ragioni del privato, la sinistra si libera rapidamente del- l' (obsoleta?) eredità berlingueriana, con il suo richiamo all'austerità, alla sobrietà, all'etica dei sacrifici, per sposare la più moderna e appetibile cul- tura dell'io. Più precisamente la sinistra, o meglio la cultura di sinistra, ac- centua in una misura senza precedenti il suo coté laico e libertario, asse- condando in tutti i modi le nuove mode che in quegli anni si vanno impo- nendo: non solo il politicamente corretto, essenziale per alimentare il sen- so di superiorità morale dei militanti, ma anche l'idea di una sorta di dirit- 46 47
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 to all'autorealizzazione individuale. Questa nuova forma mentis, tuttavia, non si afferma attraverso le classiche battaglie della cultura laica, come quel- le sul divorzio o sull'aborto. La «mente nuova della sinistra», come la chia- merebbe Roger Penrose, si manifesta innanzitutto attraverso l'automatica adesione ad ogni sorta di rivendicazione civile: diritti dei gay, diritti delle coppie di fatto, fecondazione assistita, depenalizzazione delle droghe, di- ritto all'eutanasia, voto agli immigrati, indulto, amnistia. E poi per vie più sottili, nella propagazione progressiva di un credo vittimistico, in cui i fal- limenti individuali sono sempre colpa delle istituzioni cattive, e ogni indi- viduo pare divenuto titolare di un inalienabile diritto alla propria felicità. L'apice di questo processo, probabilmente, si registra tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio: prima la riforma scola- stica di Luigi Berlinguer, con l'ideologia e la pratica del «diritto al succes- so formativo», completa la distruzione di ogni senso di responsabilità nei giovani impegnati negli studi; poi – con un colpo di bacchetta magica – le conseguenze di quella stessa distruzione, ossia le difficoltà dei medesimi giovani sul mercato del lavoro, vengono attribuite alla legge Biagi, accu- sati di aver «tolto il futuro a un'intera generazione». È sullo sfondo di queste vicende che, poco per volta, nel sistema poli- tico italiano prende piede quella che si potrebbe chiamare la frattura eti- ca fondamentale. Una frattura che non divide la destra dalla sinistra, ma la attraversa entrambe. E che non coincide neppure con l'antica divisione fra laici e cattolici, perché spesso riemerge anche all'interno dei due campi. È proprio perché negli ultimi vent'anni le spinte individualistiche, lun- gi dallo spegnersi, sono andate troppo avanti sia a destra sia a sinistra, che in entrambi i campi si è da tempo avviata una reazione di segno contrario, una sorta di controspinta che prova a riequilibrare il pendolo spostandolo dal quadrante dei diritti a quello dei doveri, dal versante degli individui a quello delle istituzioni, dalla hybris consumistica e libertaria a una visione più sobria delle aspirazioni personali. Oggi elettori e partiti non si divido- no solo fra destra e sinistra, ma anche fra individualisti e istituzionalisti o – come alcuni preferiscono dire – fra radicali e moderati. Certo alla destra, specie quella leghista e berlusconiana, piace ancora gio- care con l'impulso al successo economico del popolo delle partite Iva. E alla sinistra, specie quella laico-radicale e quella marxista, piace giocare con i so- gni di felicità dei cosiddetti ceti medi riflessivi. E tuttavia in entrambi i cam- pi l'idea che si sta facendo largo è che, almeno nella forma estrema che ha assunto negli ultimi venticinque anni, la stagione dell'io sia al tramonto. La seconda transizione consumistica e la frattura etica fondamentale Non ci sono più risorse per soddisfare tutti gli appetiti, e forse non è nep- pure un bene che gli individui si sentano innanzitutto depositari di diritti. L'idea di una sorta di diritto individuale alla felicità è una potente spinta di civilizzazione dell'umanità, ma può diventare profondamente dannosa in campo educativo, dove un eccesso di libertà del singolo spesso significa sem- plicemente un ostacolo allo sviluppo del senso di responsabilità. È anche questo, forse, che agita le acque profonde della sinistra e della destra in Italia. La sinistra, da sempre regolatrice in economia e permissi- va nel costume, si sta faticosamente rendendo conto che la cultura dei di- ritti è andata oltre il segno, e che il principio del danno a terzi (senza vit- tima non c'è colpa) non può essere l'unico limite alla libertà individuale. La destra, da sempre liberista in economia e regolatrice nel costume, si sta rendendo conto che la libertà economica non può spingersi fino al punto di intaccare il senso delle istituzioni. La frattura etica fondamentale, in al- tre parole, modera al tempo stesso le spinte permissive della sinistra e quel- le deregulative della destra. Nessuno può sapere che volto avranno la sinistra e la destra nel prossi- mo futuro. Ma non è forse azzardato pensare che la frattura etica fonda- mentale, con la sua capacità di attraversare gli schieramenti, possa finire per rendere problematici i due grandi sogni – o miti? – che guidano il cammi- no della destra e della sinistra: il progetto di unificazione della sinistra, il «partito democratico», deve fare i conti con l'ostinata resistenza antiper- missiva e antilibertaria della Margherita; il progetto berlusconiano di uni- ficazione della destra, ricco di suggestioni individualiste e antipolitiche, si scontra con i richiami alla moderazione, al rispetto delle istituzioni, alla coesione sociale provenienti dall'Udc e in parte da An. Come andrà a finire? Non lo sappiamo, ma forse sarà proprio il modo in cui, a destra come a sinistra, la nuova frattura si comporrà con la vecchia che ci potrà dire con quale destra e con quale sinistra avrà a che fare l'Italia di domani. (Il testo di Luca Ricolfi è contenuto nell'Almanacco Guanda 2006, Come si cam- bia. 1989-2006: la metamorfosi italiana, a cura di Ranieri Polese, euro 23,00, ISBN 88-8246-925-5, uscito in libreria il 9 novembre 2006). 48 49
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Il Castello di S. PIERRE (m. 661) - Val d'Aosta CORSO DI SCRITTURA SAINT-PIERRE - 2006
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Corso di scrittura LA LUNA E LA VASCA Sandra Scafandro Nella primavera di quest'anno Marco Archetti, scrittore che aveva partici- pato alla precedente edizione di Castelli di Cultura, è ritornato nella nostra biblioteca per tenere un corso di scrittura. Una ventina di persone lo hanno seguito con attenzione per ben due giorni e, tra i compiti assegnati vi era il seguente: scrivete un breve racconto che parli di una cavalla che non riusci- va ad entrare in una vasca da bagno. Il compito ricalcava la richiesta che una nota casa editrice aveva fatto ad un altrettanto noto scrittore al suo esor- dio; in questo modo doveva dare prova di sintesi, capacità di racconto e di in- venzione. I testi che seguono sono due felici esempi della riuscita del corso, non- ché del talento di chi li ha prodotti. Sapeva di erba fermentata. Come se l'estate si fosse dimenticata di pas- sare. Come se gli fosse rimasta sul mantello. Sbuffava e scuoteva la crinie- ra in continuazione. Mi aveva odorato e avevo capito che gli piacevo. Avrebbe cercato di prendermi comunque, anche se fossimo stati liberi. Ma allora io sarei scappata e lui non ce l'avrebbe fatta. E poi avrebbe dovuto vedersela con qualcun altro, e allora. Quell'odore mi nauseava, mi costringeva a tenere la testa alzata, a cer- care altra aria. Ma più respiravo più mi penetrava una sensazione di putri- do che mi strangolava lo stomaco e risaliva in uno stordimento. Mi stavo ubriacando. Che era inutile lo sapevamo tutti. Io non volevo dar spettacolo, ma l'i- dea di non potermi mantenere lucida mi fece gridare. Fu un grave errore. Il baio si caricò ancor di più e gli uomini cominciarono a sghignazza- re, a fare il tifo con suoni gutturali e fischi interrotti. Sollevai il labbro e mi ricordai di mia madre che entrava nell'acqua del fiume. Io la guardavo brucando accanto alla riva. L'acqua la ricopriva. Io mi chiedevo se fosse il suo corpo a muoversi o l'acqua a sentirla e a lam- birle i fianchi. Mentre il fiume lavava mia madre, lui mi montò. Non so quanto tempo passò, dopo. L'uomo che mi amava e mi aveva tradito per sempre mi lasciò sola. Se n'era andato lasciandomi il portello- ne aperto. Fu un gesto inconsueto, una confessione, e io detestavo le con- fessioni, l'essere messa con le spalle al muro dalla fragilità altrui. Era lui che si era venduto la mia fedeltà. Il portellone aperto non era per me. Mi mossi inquieta, mi dolevano i muscoli e avevo la criniera appiccica- ticcia. L'erba fermentata m'era rimasta addosso. Provai a leccarmi il man- tello ma fui colta da una vertigine, come uno scalpitare frenetico sulla schie- na, un ronzio schiumoso nelle orecchie. Rividi gli occhi del baio. La mia estate era finita e la sua restava sul mio pelo. Dovevo lavarmi. Diedi un colpo al portellone e uscii. Ricordai di aver visto dietro la scu- deria una vecchia vasca da bagno, un abbeveratoio per i bovini. Aveva ac- qua corrente ed era abbastanza grande. 53
Testo Originale Estratto
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 Corso di scrittura Avrei fatto il bagno là dentro. L'idea dell'acqua mi diede un po' di vigore. Percorsi un tratto del cor- tile e girai lungo il terreno che costeggiava la scuderia. Quando arrivai da- vanti alla vasca restai a fissare l'acqua che scorreva, le piccole increspature. Vidi che la notte avanzava a piccole onde per poi cadere per terra, nell'er- ba. Dall'acqua della vasca cominciò a spuntare una luce. Drizzai il muso ma non percepii nessun altro odore. Guardai ancora, incuriosita. Le onde sospingevano la luce, l'aiutavano a nascere. La vasca aveva partorito una luna. Fu allora che desiderai il mio puledro. Fu allora che tentai di entrare nella vasca. Mi feci avanti con le zampe anteriori. Il freddo mi diede una scossa, ri- svegliando i muscoli indolenziti. La luna parve arretrare. Aspettai che la superficie s'acquietasse. Provai ad alzare i garretti posteriori, ma per quanto mi sforzassi riusci- vo solo a spostarmi da un lato o dall'altro. Continuai a tentare ancora e an- cora. Sbilanciandomi in avanti, rischiai di rompermi una delle zampe im- merse. Allora ruotai. Mi misi di fronte, sullo stesso asse della vasca. L'avrei percorsa fino al rubinetto, sfruttandone tutta la lunghezza e poi con un unico balzo l'avrei conquistata. La luna riluceva in un brillio scomposto. Ed io ero pazza. Poco importava se una volta nella vasca non ne fossi più uscita. Volevo entrare nell'acqua a tutti i costi. Presi un lungo respiro. Raccolsi tutte le energie che mi rimanevano e scalciai in alto cercando di contrarmi il più possibile. Ce l'avevo quasi fatta. Sentii una delle zampe posteriori entrare nell'acqua mentre la schiena si inarcava. Vai, mi dissi, VAI! Uno zoccolo urtò contro il bordo. Il muscolo della zampa si allungò, facendomi sbattere violentemente il muso contro il rubinetto. Nitrii e bev- vi. Compui uno sforzo immane per contrarre il collo cercando di spinger- mi indietro. Ci riuscii, ma caddi a terra, nel fango. Vinta. Un'altra volta. Ansimavo con fatica. Qualcosa di umido e caldo cominciò a scendere lungo il mio muso. Un dolore che non stava da nessuna parte avanzava dappertutto, dentro, mentre io non avevo più alcuna strada da percorre- re, alcun sentiero sicuro. Come quando mia madre era sparita e gli altri ca- valli del branco l'avevano trovata morta lungo un dirupo. Provai a muovermi, ma una zampa mi doleva. Allora alzai il collo per spostarmi. E la vidi. Mentre io scalpitavo e m'affannavo era caduta sull'erba e s'era messa a camminare. Mi mossi ancora un poco per guardarla meglio, ma urtai la va- sca. Con la mia caduta s'era divelta, ed era rimasta sospesa su tre zampe. L'acqua si rovesciò, spaccandosi in cascate su di me. Mi tolse il fiato e continuò a scorrere rotta sui miei fianchi e sul collo. Sentivo l'odore del fiume. Non ne sono sicura, ma giurerei di aver visto la luna sorridere. 54 55
Testo Originale Estratto
Corso di scrittura TUTTI HANNO UN SOGNO Valentina Manella I sogni. Tutti hanno un sogno. E così anch'io ho il mio. Continuo a fissarla: così bianca e lucente, lì in mezzo al prato che ver- deggia d'estate. C'ho perso le ore. Eppure niente. È più testarda di me. Ogni volta che vedo gli uomini avvicinarsi, spero che vengano a portarse- la via. Sì, a portarsi via il mio tormento. E invece no. Rimane sempre lì, un po' ingiallita dall'acqua stagnante e melmosa, ma sempre così luccicante! Penso di non essere mai stata così luccicante io. Il mio pelo ispido e nero è difficile da tenere pulito, almeno è quanto ho intuito dalle urla della mia padrona, prima che mi portasse alle fiere in città. Io col mio pelo ci sto bene, soprattutto quando scende forte la grandine. Quando stavo legata odiavo il mio pelo, perché mi faceva caldo. Il ca- lesse girava tutto il giorno nel centro di quella maledetta città afosa. E io tiravo e tiravo. Avevo tanta forza. Ma dov'è finita quella forza? Perché mi ha abbandonato? Perché mi lascia qui a guardarla, ogni giorno, ogni not- te, lei così bianca, io così nera. Da ormai qualche giorno non mi ci avvicino nemmeno più. L'ultima volta, lo zoccolo anteriore di destra è scivolato, forse per colpa di quelle alghe verdastre e quasi non potevo più correre. Ho rischiato molto. E io voglia di correre ce n'ho ancora tanta. Devo resistere. Il sole picchia sul mio pelo nero. Anche sotto gli alberi, mi sento soffo- care. Maledette mosche! Faccio un giro lungo la recinzione. Nessuno al- l'orizzonte. Ancora un altro giro. Sempre nessuno. Sempre più caldo. Un altro giro ancora. Eccomi a poca distanza da lei. Le giro intorno. Non pos- so dargliela vinta, ma ho sete. Il caldo. La sete. Quest'acqua è veramente fresca! Ormai l'ho toccata. Dai posso riprovarci ancora una volta. Questa volta è l'ultima, l'ultima davvero. Sì, vabbeh l'altra volta doveva essere l'ul- tima, ma intendevo penultima, dal cosa cambia per una volta. No no, con lo zoccolo destro, di certo non ci riprovo. Magari ho avuto un trauma da piccola e ho una frattura in quella gamba. Dai, il sinistro andrà benissimo. Sì, sì è più stabile. Riflettendoci su, quando stacco per un salto parto col destro, perché il sinistro sarà più stabile. In fondo sono vecchia, non ser- vo più a niente. Se mi hanno rinchiusa in questo recinto, è per quello. Anche se mi succede qualcosa, nessuno ne sarà dispiaciuto. Cavoli però che bello correre. In fondo non sono poi così vecchia. Potrei ancora galoppa- 57
Testo Originale Estratto
Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 re per miglia e miglia. È solo che loro sono troppo premurosi, mi voglio- no troppo bene e per questo mi tengono qui, al sicuro. Splash! Ecco! Avevo ragione! Questo zoccolo è solidissimo. È la gamba più robusta che mi ri- trovo. Ah, com'è fresca l'acqua. Che bello essere qui a metà dentro di te, così splendente, così bianca. Devo solo alzare lo zoccolo destro ed è qua- si fatta! Poi il sinistro di dietro e poi l'ultimo. Non sarà poi così difficile. Per forza ci sto. Me lo sento. Io devo starci. Splash! Ottimo, ora devo solo rannicchiarmi un po' e ci staranno anche le zampe posteriori. Dai, ha resistito anche il destro. Forse non ci sono più le alghe sul fondo. Non sono mai stata così al fresco. Un respiro profon- do e poi ci siamo. Basta concentrarsi, questa volta è quella buona. Non mi freghi più sai? Le tue alghe non mi spaventano. Uno, due, tre...Splash, boom, splash, bang! Mi chiedo solo perché. Perché tutti hanno dei bei sogni. Dei sogni da realizzare, per essere felici. Perché io questo maledetto sogno? Un'altra volta non ce l'ho fatta. Vince sempre lei. Perché non mi vuoi? Forse puzzo o ho le zecche. Sì, si potrebbe essere, ma potresti almeno pre- miare la tenacia. C'ero quasi, ma perché appena ho appena sollevato la zam- pa posteriore, sono scivolata in avanti e poi, aiuto, giro, cado, scivolo, ec- comi a terra un'altra volta. Su questa terra calda. Lei è così fresca. Che bello fissarla da qui. Sotto quest'albero posso ancora sopravvivere. E poi ho una posizione ottimale. Posso osservarla dal fianco. E così lucci- ca di più e sembra così grande. Ma io non riesco ad entrarci. Eppure sono in ottima forma. La sera sta per calare. Il cielo ormai grigio gorgoglia di suoni cattivi. Qualcuno si è arrabbiato lassù. La grandine arriverà presto e allora ci sarà fresco. Lei rimane immobile lì. Pronta a riempirsi di acqua fresca e buona. È così accogliente lei. Tranne che con me. Forse non gli piacciono i neri. Crac, tuum, bang! Una luce improvvisa rischiara tutti i cieli, sembra una magia, è un lampo, è un secondo e poi più nulla, solo lo scroscio dell'ac- qua che cade. All'improvviso un'immagine mi pervade e finalmente trovo un senso alla mia condanna. L'immagine antica, ma così nitida, come fosse ieri. Piazza Centrale, tanta gente, l'aria afosa, il mio pelo nero, tiro, tiro e poi laggiù in fondo, eccola, così maestosa, splendente, luccicante. Piena di ac- qua fresca, trasparente, chissà che buona e poi al centro della fontana lei. Quella splendente, perfetta, atletica, maestosa, cavalla in marmo. Tutto in marmo bianco. Tutto luccicante, splendente. E lei così fiera. Nessuno sulla sua groppa. Libera. 58 Corso di scrittura E tutto intorno folle e folle. E tanti flashs. Ognuno per lei. Solo per lei. Da tutte le direzioni. Beata lei. Sempre al fresco, fotografata. Mentre tiro, tiro e fa caldo. Una frustata e devo ripartire. Addio bella fontana, a dopo. Ogni giorno l'ho vista lì. Ogni ora. Alla luce del tramonto sembrava brillasse d'oro. Buio. Notte. Niente più temporali. Penso ancora a lei. A quella male- detta vasca da bagno che sta in mezzo al prato. Sarà piena d'acqua ora. Ma ormai ho perso. Oggi era l'ultimo tentativo. Sono vecchia e non tiro più calessi. Il mio sogno è nato per essere inseguito. Non sarò mai una cavalla di marmo splendente. Ma intanto anch'io ho avuto il mio flash dal cielo. 59
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S. PIERRE - Castello Sarriod de La Tour, del XV secolo VILLAGGI DI SAINT-PIERRE
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Villaggi di Saint-Pierre Bachod Il nostro “girovagare” attraverso Saint Pierre prosegue anche se sem- pre più a rilento e con maggiore difficoltà. Siamo giunti ormai ai villaggi di periferia, più piccoli e purtroppo con sempre meno persone che “san- no” cose dei tempi passati. Questa volta ci troviamo a Bachod, due piccoli villaggi posti a 850 me- tri d'altitudine ed a solo un chilometro dalla regionale per Saint Nicolas. Siamo ospiti della Signora Linda Lale Castain che abita a Bachod di sotto, in una piccola casa con tante finestre, dalla quale si gode un panorama spet- tacolare fino giù alla valle centrale. Ci parla di entrambi i villaggi scusandosi di non sapere tante cose per- ché: non sono originaria di qui” e tante cose le sfuggono e aggiunge se ci fosse Battista, lui si che si ricorderebbe di tante particolarità! Bachod di sotto è costruito sul crinale della Comba di Bachod ed è co- stituito da una decina di case poste l'una alle spalle dell'altra. Sono co- 63
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 struzioni per lo più basse, in parte ristrutturate conservando però le anti- che caratteristiche. In fondo al villaggio abitavano alcune signore che fa- cevano le sarte ed erano chiamate quelle del mal di pancia, forse perché co- noscevano segreti o rimedi particolari per questo disturbo. Alcune abita- zioni, nel corso degli anni, hanno cambiato proprietario vuoi per la mor- te, vuoi per il trasferimento dei precedenti. Bachod di sopra invece si trova quasi tutto nella Comba, è costituito da sole quattro case ed attualmente è abitato da due famiglie. All'inizio del villaggio vi è una grossa costruzione, ora vuota, in qui visse dal 1930 in poi una famiglia di ben nove persone trasferitasi qui dal villaggio di Fernet in Valgrisenche all'epoca della costruzione della diga. A fianco, in una picco- la casetta, viveva un'anziana signora di nome Ida e in fondo al villaggio una famiglia che abitava, in certi periodi dell'anno, anche a Rumiod. Proprio perché sono così vicini tra loro ed hanno anche lo stesso nome, i due villaggi hanno in comune quasi tutto. L'acqua potabile, ad esempio, proveniva da una sorgente posta all'altezza di Bachod di sotto e quelli di sopra dovevano scendere per attingere acqua. Solo in un secondo tempo acquistarono da un privato una sorgente posta in alto nella Comba e, con l'aiuto del Comune che fornì il materiale, gli abitanti fecero un acquedot- to nuovo. L'acqua per l'irrigazione (a ruscello) della parte più alta dei terreni, po- sti lungo il costone alle spalle di Bachod di sopra, proveniva da Bressan, mentre per la parte più bassa si prendeva l'acqua nel torrente appena so- pra Bachod. In un certo periodo dell'anno l'acqua veniva divisa in due par- ti di cui una andava fino a Montovert. Le zone coltivate erano piuttosto limitate e poste perlopiù in penden- za per cui il lavoro era molto faticoso. Quasi tutti i terreni erano coltivati a foraggio e meli; i campi erano più lontani: verso Caillet e lungo la regio- nale per Saint Nicolas. Con l'andar del tempo, forse perché non produce- vano più a sufficienza, furono trasformati in vigneti. I trasporti avvenivano tutti con i muli, con la slitta o portando i fasci di fieno sulla testa o sulle spalle. Davanti alle case si trovavano gli orti e dei pergolati d'uva Petit Rouge o Prié. Tutti facevano i contadini. Gli uomini inoltre lavoravano anche come muratori. Alcuni, da giovani, lavorarono anche nel settore alberghiero (Chapuis Innocenzo e Pallais Alberto) e facevano la stagione sia a Cogne che a Claviére. I villaggi erano collegati a quelli vicini da mulattiere e sentieri che ve- nivano percorsi da tutti per tutto l'anno: i bambini scendevano a scuola alla Villaggi di Saint-Pierre Charrière, si portava il latte ad Alleysin, si andava a fare la veglia a Bréyes... Qui era un po' il ritrovo di tutto il vicinato, soprattutto d'inverno; in par- ticolare gli uomini andavano a giocare a carte nella stalla di Luboz, lasciando spesso le mogli a casa... a sferruzzare! Le cose sono migliorate quando è arrivata l'irrigazione a pioggia e la strada. Abbiamo già detto che si bagnavano i prati a ruscello, questo fino al 1951. In quel periodo gli abitanti dei due villaggi si costituirono in con- sorzio per poter accedere ai contributi regionali per la costruzione di un impianto d'irrigazione a pioggia. Fu uno dei primi, se non il primo in as- soluto di tutto il Comune. Facevano parte del consorzio: Bois Enrico, Paillex Giovenale, Paillex Vincenzo e Chapuis Innocenzo ed erano tutti proprietari di terreni irrigabili posti nel territorio del villaggio. Il progetto per la costruzione dell'impianto d'irrigazione a pioggia fu affidato al geo- metra Tersillo Gilardi che lo stese e lo consegnò al consorzio insieme allo statuto il 15 Luglio 1950. Il progetto consisteva in: opera di sbancamen- to e presa d'acqua nel torrente la Crête, una vasca di carico, un dissabbia- tore ed infine scavi e posa delle tubature nei vari terreni per la distribuzio- ne dell'acqua. Tutto era completato da materiale accessorio per il funzio- namento dell'impianto. La spesa complessiva fu di Lire 2.189.969, = Negli anni successivi alcuni proprietari di terreni viciniori acquistarono il diritto di servirsi dell'impianto d'irrigazione; essi s'impegnarono a pagare ogni anno una percentuale sia per le riparazioni ordinarie che per l'acquisto di nuovo macchinario deliberato dal consorzio stesso. La strada, infine, arrivò verso il 1970-1972: non è molto larga, ma in entrambi i villaggi c'è un piazzale per parcheggiare e fare inversione di mar- cia. La prima autovettura che arrivò a Bachod di sotto fu una Fiat 500 che arrivò fino al villaggio malgrado non ci fosse un fondo stradale adeguato, infatti, ebbe parecchie difficoltà per tornare indietro.... Sotto Bachod di sopra, sul fianco di un alto muraglione di sostegno, sorge ancora un piccolo Oratorio dedicato all'Immacolata; quello prece- dente era molto grande e, soprattutto, più accessibile. Gli abitanti dei due villaggi si augurano che, negli anni a venire, la stra- da che viene da Breyes sia allargata un pochino per permettere loro di rag- giungere le proprie case con più facilità, soprattutto in inverno! VANDA CHAMPRÉTAVY 64 65
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 Villaggi di Saint-Pierre Etavel A soli 2 km dal Castello, a 800 m. di altitudine, si trova Etavel, uno dei villaggi più belli e più popolati della collina di Saint-Pierre. Lo si può rag- giungere sia dalla strada del Castello (tracciata nel 1960) che dalla bifor- cazione della regionale per Saint-Nicolas in località Ordines. Attualmente è un villaggio signorile: vi si vedono pochissime costru- zioni ancora da ristrutturare, stradine pavimentate in pietra o (porfido?), bellissimi balconi ornati di fiori, giardini e terrazzi che testimoniano il buon gusto degli abitanti. La popolazione attuale è di circa trenta famiglie. Noi siamo andati a parlare della “Etavel di una volta” con la signora Persod Maria Angela, una delle poche novantenni del paese. Abita in una bella casa all’inizio del villaggio proprio di fronte al grande piazzale. Così ci ha raccontato: Io sono originaria di Praulin e sono venuta qui nel ‘39, quando mi sono sposata. Allora c’erano 18 famiglie. Eravamo tutti contadini ed abitavamo qui tutto l’anno. Avevamo molti prati e vigne, que- ste ultime situate a Bréan e a Toules. Nei prati vi erano già tanti meli (re- nette) e tra i filari delle viti, coltivavamo segala. Alternavamo la coltura del le patate con quella del frumento. Avevamo quasi tutti due mucche da latte, alcuni vitelli e delle pecore. Noi e altre due famiglie avevamo anche il mulo che ci serviva per i lavori in campagna: trasporto della legna da Combellin o Verrogne, aratura dei campi e delle vigne, trasporto del fieno... All’entrata del villaggio c’era la latteria che raccoglieva il latte non solo delle nostre mucche, ma anche dei villaggi vicini. Non era molto grossa (500 – 600 l. circa). Avevamo comunque il lattaio. Per l’irrigazione usavamo sia l’acqua del ru d’Orléans che del ru d’Orsières e delle sorgenti del vallone di Méyèi. La sorgente del ru d’Orléans si trova in una località sotto Verrogne detta Toïlbye. Avevamo diritto a quest’acqua ogni 15 giorni e, siccome i turni erano spesso di notte, riempivamo le piscine che svuotavamo poi di giorno. Nella comba di Méyèi vi erano due piscine. Noi, Cogness, ne avevamo una dentro l’orto, qui davanti a casa, che riempivamo con l’acqua di scolo della fontana. Con questa bagnavamo l’orto e un grosso prato sotto la cappella che non aveva diritto a nessun altro corso d’acqua. Nel 1980 è stato tracciato dall’impresa Luigi Bonfanti l’impianto di ir- rigazione a pioggia che copriva tutta la zona da Etavel a Orléans. 66 67
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 Villaggi di Saint-Pierre Nel villaggio c'erano due fontane per l'acqua potabile. Una del 1813, si trovava qui, al centro del villaggio ed era molto bella fatta con grossi lastro- ni di pietra, l'altra invece era già in cemento. La prima, alcuni anni fa, è stata purtroppo sostituita da una in cemento. La seconda non è più utiliz- zabile perché le condutture si sono rotte e non sono state riparate. La sorgente si trova a Praulin, in un prato di mio padre (Luigi Persod). A quei tempi le fontane erano molto importanti per il villaggio: vi si anda- va ad attingere l'acqua per gli usi domestici, vi si abbeveravano gli anima- li, si lavavano i panni e, perché no, ci si scambiava quattro parole... Nel '56 è stato fatto l'acquedotto e da allora tutti abbiamo avuto un ru- binetto in casa. Malgrado ciò la fontana, anche se con meno frequenza, vie- ne usata ancora oggi. Gli scavi per la tubazione che è proseguita fino a Bussan, sono stati fatti interamente a mano da Carlo Lale Demoz e da Nestore Christille. Vicino alla latteria c'era la scuola che era stata aperta grazie ai fondi dati da un abitante del villaggio, Cognéin Michel. Fu chiusa nel 1922 per mancanza di alunni. Io ho frequentato qui la I elementare, la mia maestra si chiamava Linda Castellan e veniva da Castellamonte. Dalla III in poi si scendeva al capoluogo e poi al borgo alla "latteria". In III ho avuto una mae- stra di Etavel (Bochet Adèle). C'era una famiglia (Bochet) che aveva un groS- so forno. Conteneva 80 pani. Tutti, a dicembre, cuocevano qui il pane che ser- viva per tutto l'anno. Per pagare l'uso del forno ognuno dava al proprieta- rio due pani per ogni infornata. Noi, in casa, avevamo l'alambicco per la distillazione delle vinacce. Ogni anno, per due mesi, tutti i proprietari di vigne della zona venivano qui a fare la grappa. Veniva la finanza ad aprire e sigillare l'alambicco. Questo è du- rato per venti anni. Spesso distillavamo noi la grappa per gli altri. All'entrata del villaggio, verso ponente, proprio sulla strada comunale si trova infine la cappella dedicata a "Notre Dame des Douleurs" (M. Addolorata). Fu costruita nel 1960 per volontà del Rev. J.B. Lale, parroco di Villeneuve. Nella cappella c'è un dipinto che lo ricorda. Fu ristrutturata una prima volta nel 1960, quando era parroco Don Fosson. (In quell'anno è ar- rivata la strada da Tache fino alla cappella). Ultimamente, nel 2000, par- roco Don Aldo Rastello, è stata nuovamente rimessa a nuovo dall'impresa Bochet Camillo. Sulla facciata, anticamente, erano dipinti i quattro evangelisti, ora c'è solo una croce. Il campanile è basso, con due campane. All'interno della cap- pella vi sono alcune statue molto belle così come l'altare e tutto l'arredo. Proprio in occasione di questa nuova ristrutturazione, tutta la popolazione si è riunita per festeggiare il S. Patrono (il 15 settembre) ed ha continuato negli anni successivi facendo di questa data un'occasione per ritrovarsi e far festa tutti assieme. Etavel infine vanta uno dei primi corpi di vigili del fuoco volontari del Comune. Erano dodici, custodivamo la loro attrezzatura e la pompa in un locale vicino alla cappella e festeggiavano la loro Patrona il giorno di s. Barbara, il 4 dicembre. Per l'occasione avevano una cuoca che preparava per loro e tutti i loro invitati delle vere specialità. Per molti anni la loro cuoca fu la signora Canova Maria, seguita dalla signora Saccani, poi dalla proprie- taria dell'Hôtel des Roses e infine dalla signora Cabraz Pierina. La sera era no invitate anche le donne e si ballava fino alle ore piccole.... Nel corso degli anni anche da Etavel come da ogni altro villaggio del pae- se alcuni giovani partirono in cerca di fortuna: alcuni andarono in Francia, altri in America. Lavorarono negli alberghi, presso ricche famiglie o nell'edi- lizia. Non c'era nessuno del villaggio che andava via solo per una stagione. E per chiudere, dopo tanti ricordi piacevoli, non possiamo dimentica- re che Etavel ha dato alla Patria due suoi giovani figli: Rossan Ruggero, morto prigioniero in Russia e Chentre Pierino, morto in Albania o Grecia entrambi nell'ultima guerra. VANDA CHAMPRÉTAVY 68 69
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 La Charrère Siamo andati a parlare della Charrère con Ruggero Paillex, il decano del villaggio, nato e vissuto sempre qui. E' stato molto piacevole parlare con lui che, nonostante i suoi anni (89) e la sua non ottima salute, ha ancora una mente lucida ed una buona memoria. La Charrère si trova a 825 metri d'altitudine e a neanche un chilome- tro dalla regionale per Saint Nicolas. Appena si giunge al villaggio si trova un piccolo Oratorio recentemente restaurato e dedicato a San Giuseppe e le prime case che si affacciano sulla strada, mentre le altre, alle loro spalle, si sviluppano lungo ripide stradine sulla collina. Quando io ero bambino - ci racconta il Signor Paillex - qui vivevano otto famiglie. In una delle prime case c'era la scuola: le maestre erano tutte di- plomate e vi si facevano solo le prime tre classi; la mia prima maestra prove- niva da Nus. A scuola eravamo in pochi: io ed alcuni dei bambini allevati 70 Villaggi di Saint-Pierre dalla Signora Bianco, meglio conosciuta come “La Bianca”. Lei aveva tre fi- gli: due femmine ed un maschio; una figlia, Anita, è andata fin da piccola a Rumiod da un mio zio presso il quale è sempre vissuta. “La Bianca” allevava bambini che le venivano affidati dalla Provincia dietro pagamento di una piccola retta. Una volta cresciuti o cambiate le con- dizioni economiche delle loro famiglie, questi bambini tornavano a casa. Nella casa della “Bianca” c'erano il forno ed il mulino: il forno è ancora agibile e non ha subito ammodernamenti o cambiamenti mentre il mulino non esiste più. Per macinare si usava l'acqua della Minerese, funzionava tutto l'anno ed aveva una grande ruota il cui rumore si sentiva da lontano. La turbina era sotto la ruota, all'esterno, con l'albero di trasmissione che fa- ceva girare le macine. Moltissimi portavano qui il grano da macinare e le facevano fare il pane, anche durante l'estate: per 50 chili di grano ci veni- vano dati 50 chili di pane. In mezzo al villaggio c'era un'unica fontana costruita nel 1869, due anni dopo fu cambiata la colonna ed ancora oggi possiamo leggere le due diverse date incise nella pietra. L'acqua di scolo, cioè quella che usciva dalla fonta- na, veniva utilizzata dagli abitanti dell'altra parte del villaggio sia per ab- beverare il bestiame sia per annaffiare gli orti. La sorgente si trova in alto al “Barmi” sotto Babelon; non ha una vasca di captazione ma la tubazione parte direttamente dalla sorgente. Inizialmente vi erano tubi di cemento conici senza colletto e fatti a mano per- ciò c'erano molte perdite. Qui dietro, nel nostro prato, l'acqua veniva divisa in due diramazioni: una per il nostro villaggio e l'altra per il villaggio di Bosses. Nel 1979 abbiamo rifatto la tubazione in robusta plastica, dividendo l'acqua fin dalla sorgente. Tutti gli abitanti del villaggio, a parte quelli emigrati all'estero, erano contadini. Avevano prati e vigne e coltivavano il foraggio che serviva per il proprio bestiame. Non avevano molte mucche: una o due da latte più alcuni manzi o vitelli; la “Bianca” aveva solo pecore. Portavano il latte alla latte- ria di Alleysin dove, in certi periodi, si raggiungevano i mille litri di latte al giorno. Tutti noi avevamo vigne a Beyettes, dietro Bachod e qui sopra il villaggio; noi, per esempio, avevamo circa 3000 mq. di vigne dove coltivavamo più tipi di vitigni come il Nebiolo, il Petit Rouge ed altri che potevano dare buoni ri- sultati. Tra un filare e l'altro coltivavamo frumento e patate ad anni alter- ni. Si faceva anche la grappa per un periodo di oltre quindici giorni. Si bagnavano i prati con l'acqua del “ru d'Orsière” che aveva la presa al villaggio di Verne. Potevamo usare l'acqua dalle 4,30 del mattino fino alle 71
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 4,30 del pomeriggio una volta ogni quindici giorni, per il resto ci servivamo dell'acqua della Minerese. In certi periodi, quando si scioglievano le nevi, c'era acqua in abbondanza mentre, ad agosto per esempio, scarseggiava; ogni anno si facevano le corvées per la manutenzione del ruscello. Tutti avevamo qualche appezzamento di bosco a Verrogne e, anche se la le- gna non era molto buona per il riscaldamento, raccoglievamo tutto: ramaglie e tronchi che trasportavamo giù con le slitte, i muli od anche a spalla. Non avevamo molti alberi da frutta: qualche melo e parecchi peri chia- mati "a spina". Questi erano alberi altissimi che producevano pere abbastanza grosse e che si conservavano a lungo. La raccolta era molto difficoltosa data l'altezza delle piante e la fragilità dei rami. La Charrère ha dato a Saint-Pierre due sindaci: Vincenzo Lale-Gerard e Marino Paillex. Io ho fatto parte del primo Consiglio Comunale, dopo la guer- ra, nel 1947. In questo periodo abbiamo riportato il Comune a Saint-Pierre perché durante la guerra esisteva solamente il Comune di "Villanova Baltea" che comprendeva i Comuni di Saint-Pierre, Villeneuve, Aymavilles, Saint Nicolas ed Introd. L'Assessore ai Lavori Pubblici è riuscito a far acquistare dal Comune il Castello ed adibirlo a sede del Municipio. In questa prima Amministrazione c'era almeno un rappresentante per ogni zona del paese. Con me c'erano: Edy Berthod, Pacifico Persod (che era consigliere già prima della guerra), Marcello Lettry, Renato Micotti, Serafino Rumiod, Dario Luboz, Enrico Paillex, Jean Meynet, Daniel Lale-Castain ed Ermique Lale-Demoz. Ognuno conosceva le necessità della propria zona e, malgrado ci fossero pochi soldi, nel 1951 ab- biamo fatto il primo acquedotto di Saint-Pierre da La Charrère - Babelon a Ordines ed ogni famiglia ebbe un rubinetto per l'acqua in casa. Inoltre fu allargata la strada della collina dal bivio di Saint-Nicolas a Bosses: il Comune ci fornì il materiale e tutti noi facemmo il lavoro a corvées".- Questo è il racconto che abbiamo raccolto da Ruggero Paillex: memo- rie di anni difficili che è giusto ricordare per non perdere la nostra storia. VANDA CHAMPRÉTAVY FERRUCCIO SOMMARIVA 72 Villaggi di Saint-Pierre LE MOULIN DE "LA BIANCA" Tournait au bord du muletier chemin La grande roue d'un vieux moulin Elle était là, depuis qui sait quand! Déjà l'avaient vue mes arrière-grands-parents Elle tournait incessamment Depuis l'été jusqu'au printemps. Elle moulait du blé, du maïs, du froment Ron-ron-ron, elle chantait en tournant Sa voix, on l'entendait de très loin Elle m'était de fidèle compagnie Quand j'allais travailler à la campagne. Elle chantait de bon gré Au passage des berceaux enrubannés Son chant se faisait plus joyeux Au passage des couples heureux. Sa voix s'attendrissait quand c'était Un cortège funèbre qui passait Maintenant que cette voix je n'entends plus Pour moi c'est comme un monde qui a disparu Adieu, vieux moulin, adieu. (Tiré de: Lo poète di Tsanti de Silvio Champrétavy) 73
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 La Grange A 200 metri dal Castello di Saint Pierre, ad un'altitudine di 712 metri, sorge un piccolo villaggio il cui nome mi ha sempre incuriosito. Proprio per soddisfare questa mia curiosità Ferruccio, il nostro fotografo, mio in- sostituibile collaboratore, ed io siamo andati a trovare uno dei pochi abi- tanti di La Grange: Ezio Thomasset. Ezio è nato ed è sempre vissuto a La Grange e ce ne parla con tanto en- tusiasmo e competenza. «Il villaggio si chiama La Grange perché era “la grange du château”, la proprietà agricola del Castello di Saint Pierre. Essa comprendeva tutta la terra che c'era tra le due vecchie strade: quella di Bussen e quella di Comba; chiudeva il triangolo la vecchia strada vicinale di Etavel. Era una proprietà di circa 18 ettari. Il 7 Febbraio 1863, come risulta da un atto del notaio Gerbore Léonard, Gerbore Antoine di Saint Christophe, proprietario del castello (che aveva ac- quistato parecchi anni prima da eredi dei nobili del castello) divideva la gran- ge tra due figlie le quali acquisivano la proprietà di metà "grange" ciascuna. Veniva così divisa sia la proprietà agricola che la costruzione rurale compre- sa tra i due grandi portali: quello che c'è ancora adesso sulla strada per Bussen e quello, ormai scomparso, vicino alla fontana. All'interno di questi due por- tali vi era una grande corte rurale. La costruzione a levante era quella ad uso abitativo, quella a ponente era la costruzione rurale della cascina. Le due sorelle hanno a loro volta rivenduto le loro proprietà. Una con- servava la proprietà della sua parte di grange (quella rurale) fino al 1918/19, anno in cui mio nonno, Thomasset Samuel, l'ha comprata. In quegli anni il villaggio era diviso esattamente in due con tutta una serie di servitù particolarissime. Il fontanile, datato 1876 (uno dei più gros- si di Saint-Pierre) misura tre metri di lunghezza per uno e mezzo di lar- ghezza ed altrettanto di profondità ed è diviso in due parti. Quella a le- vante doveva garantire il passaggio delle acque irrigue, quella a ponente il passaggio del ruscello dell'acqua potabile. La costruzione acquistata da mio nonno era costituita da una grossissi- ma stalla al piano seminterrato e una specie di struttura al servizio della stalla al piano fuori terra. Il resto era fienile, granaio, ecc. Una cosa curio- 74 Villaggi di Saint-Pierre 75
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Castelli di Cultura. Tra lettura e scrittura 2006 Villaggi di Saint-Pierre sa di questa costruzione era il tetto girato nell'altro senso rispetto all'altra costruzione del villaggio. Dovendo costruire un'abitazione per la sua fa- miglia mio nonno ha mantenuto la stalla a volta, la struttura della casa al- zandola di un piano, girato il tetto e costruito tutta la parte posteriore at- tuale. Al piano terra di questa parte nuova aveva costruito un forno da pane. Mio nonno era originario di Avise e precisamente del villaggio di Thomasset; era poverissimo perché era rimasto orfano molto presto e non aveva nessuna proprietà. Faceva il “volè”, cioè l'uomo di fiducia, il facto- tum, quello di cui la famiglia borghese si fidava, presso Lanier Louis, il non- no dell'attuale signor Lanier. Probabilmente era bravo e ci sapeva fare, tant'è vero che, quando ha comprato la grange, non aveva soldi ed una parte li ebbe in prestito proprio da Louis Lanier. Insieme ai soldi aveva avu- to, in affitto, tutti gli alpeggi di Saint-Pierre e della Val di Rhêmes. Comprando La Grange aveva bonificato una parte dei terreni: qui vicino infatti c'era una “comba”, un avvallamento molto profondo, uguale a quel- lo che c'è ancora sotto e sopra la parte bonificata; aveva spianato tutto que- sto terreno e, poiché il gran ru non c'era ancora e l'acqua scarseggiava, ha iniziato a produrre grano da semente che esportava in Francia e Svizzera. Il grano che non andava bene per la vendita come semente perché troppo piccolo, lo macinava e lo usava per fare pane da mandare agli alpeggi du- rante tutta l'estate. Suppongo che facesse macinare il grano dai fratelli Ceriano: infatti qui, non essendoci acqua, non era possibile avere un mulino. All'epoca non ce n'erano più molti nella piana perché nel frattempo era stata costruita una centralina elettrica che utilizzava l'acqua sia della Muneresse che del Ru d'Orléans. Probabilmente il mulino era in fondo al paese verso la Dora e poteva funzionare solamente quando le latterie non caricavano l'acqua per far funzionare le zangole del burro. La stalla di mio nonno conteneva circa 35-40 capi di bestiame e lui si procurava il fieno necessario sia falciando alcune parti degli alpeggi, sia fa- cendo fieno qui e là in paese. Portava il latte, per comodità, alla latteria di Bussan pur avendo il diritto (non so per quale ragione) a tutte le latterie di Saint-Pierre. Dell'altra costruzione, quella ad uso abitativo, non ho molti ricordi e non so se se è sempre stata come la vediamo attualmente. Infatti nel 1943/44 vi è stato alloggiato un gruppo di militari tedeschi che hanno utilizzato buona parte della casa per circa due anni. Quando se ne sono andati la casa, non si sa se per una disattenzione o altro, è andata a fuoco; ci sono anco- ra alcuni travi bruciacchiati che testimoniano l'incendio. Il villaggio aveva una sorgente di acqua potabile che nasceva appena sot- to la strada comunale, in località La Pièce e scorreva in un ruscello fino al fontanile. Fino a due anni fa io mi alimentavo ancora lì; ora quando arriva va alla fontana però purtroppo è quasi secca. Per quanto riguarda l'acqua per l'irrigazione La Grange aveva un tur- no d'acqua che iniziava la domenica alle tre del mattino e finiva il martedì alla stessa ora. Tutto questo però doveva essere diviso a metà con Chateau Feuillet. La Muneresse si caricava solo di notte e quindi si doveva bagnare dal tramonto all'alba; a metà luglio poi non c'era più acqua. Avevamo an- che alcune ore del ru d'Orsière perché La Grange, oltre al terreno già det- to, aveva un prato lo preo dé la pessena (il prato della piscina) che aveva di- ritto sia al ru d'Orsière che alla Muneresse. Il villaggio aveva una piscina su nel Vallone di Oméyèi, all'altezza di Etavel, che raccoglieva le sorgenti che scendono tra Praulins e Orléans. Dopo la costruzione del canale le gran ru il terreno della Grange, un po' alla volta, ha cambiato destinazione agricola. Il grano è stato sostitui- to dal prato, si sono piantati alberi da frutto, soprattutto meli. Tutti gli abi- tanti del villaggio (cinque famiglie circa) allevavano parecchi capi di be- stiame. La vita era abbastanza movimentata anche perché c'erano molti bambini e non mancava una piccola nota di colore... In cima al villaggio vivevano due sorelle e una cognata. Abitavano ognuna per conto proprio, parlavano tutte francese perché avevano vissuto parecchio tempo in Francia e non perdevano occasione per stuzzicarsi a vicenda. Avevano delle capre (per lo più vecchissime) e delle pecore e ogni scappatella di queste era l'oc- casione buona per delle gran litigate che non sempre finivano in modo pa- cifico.» Ora il villaggio è cambiato, anche se non in modo radicale: c'è ancora un portale, la vecchia fontana, ma non c'è più un gran via vai. Gli abitan- ti sono davvero pochi e l'unico rumore che penso si possa sentire è quello degli attrezzi di Ezio che, chiuso nel suo laboratorio, crea bellissimi mo- bili su misura ed altri oggetti per la casa, piccoli capolavori conosciuti un po' dappertutto. VANDA CHAMPRÉTAVY 76 77
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INDICE Presentazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5 Prefazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7 ARAGOSTA DI NATALE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 IL CINGHIO . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 AL TEMPO DEL GRANOTURCO . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25 UNA PICCOLA STORIA IGNOBILE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 LA SECONDA TRANSIZIONE CONSUMISTICA E LA FRATTURA ETICA FONDAMENTALE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39 CORSO DI SCRITTURA - SAINT-PIERRE 2006 La luna e la vasca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53 Tutti hanno un sogno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57 VILLAGGI DI SAINT-PIERRE Bachod . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 Etavel . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66 La Charrère . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 70 La Grange . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 74 79
Testo Originale Estratto
Finito di stampare nel mese di dicembre 2006 presso la Tipografia Valdostana ad Aosta