Memorie e Cultura a Saint-Pierre: Esplorando Villaggi, Teatro, Letteratura e Arte.

piacere dellalettura 2004 36 pag.pdf

Questo documento è una pubblicazione culturale della Biblioteca Comunale di Saint-Pierre, intitolata "Il Piacere della Lettura: Villaggi, Teatro, Libri, Quadri", presentata come "quarta strenna natalizia" nel dicembre 2004. L'opera è un viaggio multidisciplinare volto a "fare memoria" e arricchire i lettori. Essa esplora i "Villaggi" attraverso la descrizione dettagliata di comunità locali come La Comba e il patrimonio storico di Château Feuillet a Saint-Pierre, evidenziando la necessità di preservazione. La sezione "Teatro" è ampiamente dedicata all'adattazione di "Romeo e Giulietta" del Gruppo Teatrale Eidos, con dialoghi, monologhi e scene che esplorano l'amore, il destino e le emozioni umane. La parte "Libri" propone un percorso di lettura con estratti di autori vari, coprendo temi dalla memoria alla vita rurale, mentre la sezione "Quadri" associa tali testi alle opere dell'artista Giancarlo Zuppini, stimolando interpretazioni emotive. Il documento celebra la cultura locale, l'arte drammatica e la letteratura come mezzi per costruire e valorizzare la memoria collettiva.

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Contenuto Fogli


Testo Originale Estratto
Vanda Champrétavy
Gruppo Teatrale Eidos

IL PIACERE
DELLA LETTURA
VILLAGGI, TEATRO,
LIBRI, QUADRI

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Supplemento al N. 3 di "Mélange" - Dicembre 2004


Testo Originale Estratto
Gli articoli sui villaggi sono stati scritti da Vanda Champrétavy
Un grazie particolare ai testimoni che hanno permesso a Vanda Champrétavy
di ripercorrere la vita, gli aneddoti... la storia dei villaggi.
Il gruppo teatrale Eidos:
Arline Anselmet, Francesca Bagnod, Francesca Barmaz, Daniela Belley,
Julie e Yvette Chentre, Sylvie Christille, Solange Cianci, Claudine Collomb,
Florencia De Los Rios, Alexandra e Frédéric D'Herin, Fabiano Domaine,
Christian Fidale, Chiara Francesconi, Daniela e Rossana Guasconi,
Laura Lazzaro, Ilenia e Yuri Mafrica, Alessia Pellissier, François Pianta,
Giulia Puglisi, Martina Tacchella, Erica Truc, Thomas Villella.
Lo spettacolo:
ROMEO E JULIETTE. Frammenti di un sogno d'amore
Priorato di Saint-Pierre, 12 giugno 2004
Regia: Paola Corti
Con la partecipazione di:
Biblioteca comunale di Saint-Pierre, Amministrazione comunale di Saint-Pierre,
Priorato di Saint-Pierre, Pro Loco di Saint-Pierre

Foto di: Ferruccio Sommaria e Dino Belley
Foto di copertina: Il Priorato di Saint-Pierre in una foto d'epoca
Disegni: Ester Saltarelli

Impaginazione, fotolito e stampa
Tipografia Valdostana, Aosta

BIBLIOTECA COMUNALE
DI SAINT-PIERRE

AMMINISTRAZIONE
COMUNALE DI
SAINT-PIERRE

PRO LOCO
DI
SAINT-PIERRE

Vanda Champrétavy
Gruppo Teatrale Eidos

IL PIACERE
DELLA
LETTURA

VILLAGGI, TEATRO,
LIBRI, QUADRI

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE


Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

FARE MEMORIA

“Memoria”, nonostante le ferree regole dell'analisi grammaticale,
è un sostantivo concreto, e il verbo che più gli si addice non è l'aulico
"commemorare", né l'ormai tecnico "memorizzare", e nemmeno
il pur significativo ausiliare "avere", bensì il servile, quotidiano, materiale
"fare". Sì, l'essere umano è capace di "fare memoria", che significa
non solo custodire, ma anche rielaborare un ricordo, trasformarlo in principio
e fondamento dell'agire, in motivazione etica: memoria non è solo
conservazione, ma è sempre anche costruzione. È grazie all'aver visto
e vissuto determinate cose, all'averle consapevolmente assunte come parte
del nostro patrimonio culturale interiore, al saperle riattualizzare narrandole
a chi non le aveva conosciute, che saremo determinati a comportarci
in un modo piuttosto che in un altro, a cercare di ripetere un'esperienza
che la nostra memoria giudica positiva e a rifuggire una realtà
il cui ricordo ci fa esclamare “mai più”.

(Enzo Bianchi, La forza del perdono, La Stampa, 27 gennaio 2004)

Avrete colto subito dalla citazione a fronte, tratta ancora da uno scritto di Enzo
Bianchi, Priore della Comunità monastica di Bose, che il tema della memoria
ci accompagna anche quest'anno, nella speranza che ciò che troverete sulle pa-
gine di questa quarta strenna natalizia vi aiuti a fare memoria senza dimentica-
re che siamo una piccola biblioteca di paese e, con molta umiltà, abbiamo cerca-
to negli anni di accompagnare i nostri utenti in un percorso continuo di scoperta
del piacere della lettura, di fare in modo che i libri accompagnassero la loro vita
per le emozioni che sanno dare, per il loro potenziale evocativo, perché permettono
- seduti in poltrona – di scoprire colori, paesaggi, profumi, rumori, sapori...
Insomma: poche tracce di inchiostro sono spesso uno sguardo sul mondo, un mon-
do la cui cartografia comprende anche la mappa delle nostre emozioni.
(Dal catalogo della mostra di Giancarlo Zuppini dal titolo “Vocazione inte-
riore”, Saint-Pierre, Museo di Scienze Naturali, agosto 2004).
Mi pare che fare memoria attraverso il piacere della lettura possa rappre-
sentare un buon filo conduttore per un appuntamento che nel tempo permet-
te alla biblioteca di entrare nelle vostre case senza clamore, senza il frastuono
pubblicitario a cui siamo drammaticamente assuefatti, senza nessuna promessa
mirabolante... bussiamo, umilmente, per raccontarvi una parte del 2004, dal
nostro punto di vista.
Dunque, che cosa troverete da leggere, ci auguriamo con piacere, nelle pa-
gine che seguono?
Ancora due articoli sui villaggi, narrati da Vanda Champrètavy con il suo in-
confondibile stile che coniuga informazioni documentali a testimonianze orali.
Il testo del lavoro teatrale dei ragazzi del gruppo EIDOS (laboratorio tea-
trale che vede la partecipazione di oltre trenta giovani del nostro paese sotto la
guida di Paola Corti) che quest'anno si sono cimentati con SHAKESPEARE
(mettendo in scena un inedito ROMEO et JULIETTE (frammenti di un sogno
d'amore); leggendolo con attenzione scoprirete con quanta “arte” questo grup-
po sa maneggiare le parole e le emozioni.
Troverete, infine, la parte riferita all'abbinamento quadri/libri proposto nel-
la mostra del pittore Giancarlo Zuppini, anche in questo caso...quadri, libri,
emozioni.
Ma non vi anticipo altro, vi lascio al piacere di accarezzare la carta per sfo-
gliare le pagine di questo piccolo libro.
Buona lettura, buone feste...e un buon 2005 capace di fare memoria.

GERMANO DIONISI
Presidente della Commissione di gestione della Biblioteca comunale

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Testo Originale Estratto
I Villaggi
TERZA PARTE
...
E IL VIAGGIO
CONTINUA
...


Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

LA COMBA

Il villaggio di La Comba, meglio conosciuto come Comba tout court, è
forse uno dei più piccoli del Comune. Si trova a soli 725 metri s.l.m. e sem-
bra adagiato in un piccolo pianoro alle spalle della collinetta che sovrasta
il paese.
Vi si giunge sia dalla strada della Collina che fiancheggia la collinetta sia
da Praximond all'altezza dell'Albergo Grivola.
All'inizio del secolo aveva solo tre costruzioni: una centrale lunga, col
tetto ricoperto di tegole rosse, appartenente alle famiglie Lale Castain e
Guichardaz, una alle sue spalle ed una piccola davanti. La costruzione cen-
trale è posta su tre piani con una stalla molto interrata, due piani d'abita-
zione ed un fienile. Per accedere a quest'ultimo, si doveva percorrere un
lungo ponte molto stretto e ripido sostenuto da una volta, ancora in per-
fetto stato di conservazione. Sotto la volta c'è un passaggio ed una nicchia
usata come deposito. Il fieno veniva portato su a spalle in quanto il ponte
era troppo stretto e poco robusto perché potesse accedervi un mulo.
La casa situata alle spalle di questa grande costruzione era conosciuta
come " la casa di Cerylle ", un uomo di Rhemes Saint Gorge che vi sog-
giornava solo durante l'inverno con le sue pecore. D'altra parte neanche
la famiglia Lale Castain viveva tutto l'anno a La Comba. Avendo terreni e
casa a La Barma, sotto Verrogne, vi trascorreva buona parte dell'anno e
trasportava giù il fieno per l'inverno. Solo i Guichardaz vivevano qui tut-
to l'anno.
L'ultima casa del villaggio è bassa, ad un solo piano, appartenuta ad una
signora di nome Natalie.

Tutti nel villaggio facevano i contadini ed allevavano bestiame. Alcuni
avevano campi dove coltivavano segale tra i filari, a Bréan e al Crè (alle spal-
le di La Charrère). Per l'irrigazione e per tutti gli usi domestici di pulizia
ed abbeveraggio usavano l'acqua della Menaressa che raccoglievano in un
largo fossato davanti al villaggio. Era molto scomodo, soprattutto per fare
il bucato, in quanto si dovevano usare assi molto strette e stare in ginoc-
chio.

Nel 1922 fu costruita una fontana, ma per attingere acqua potabile si
doveva andare a Praximond. Finalmente nel 1951 il villaggio ebbe l'acqua
potabile. L'acquedotto scende da Babelon e fu progettato dal signor Paillex
Enrico: serve, oltre al villaggio di La Comba, anche quello di Alleysin. Poco
sotto vi era la sorgente che alimentava la fontana del borgo di sopra ed era
stata concessa nel 1680 circa dal Barone di Saint Pierre, Conte di

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BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

Mercenasco. Per riconoscenza gli abitanti di questa borgata ad ogni festa
Patronale (29 Giugno) gli dovevano consegnare dieci polli "ben grassi e
di suo gradimento".
Gli abitanti di La Comba facevano il pane a Praximond e portavano il
latte alla latteria di Alleysin. Nella famiglia Lale Castain era la mamma che
faceva il formaggio, generalmente con il latte ben scremato. Il burro (così
come le mele) veniva venduto per pagare le tasse - che allora erano molto
alte per le loro entrate -.
I bambini andavano a scuola alla Charrère.
All'entrata del villaggio, là dove c'è una biforcazione sorge, ancora ades-
so, un piccolo oratorio. È dedicato alla Madonna Immacolata e risale ad
un'epoca molto remota. È chiuso da un cancelletto in ferro battuto e pur-
troppo porta i segni del tempo..... Ai piedi dell'oratorio si può notare un
largo gradino che ancora adesso è il punto di sosta di tutti i funerali pro-
venienti dai villaggi a monte dell'oratorio stesso. I funerali, fatti a piedi, un

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

tempo seguivano sempre lo stesso percorso e, giunti a La Comba, la bara
veniva posata su questo gradino in attesa dell'arrivo del Parroco e della
Gran Croce. Questo momento veniva chiamato “la léoda”. Dopo la be-
nedizione il funerale proseguiva il suo cammino verso la Chiesa.
Da qualche anno il villaggio si è ingrandito, ma di poco. Infatti la casa
Cerylle è stata completamente rifatta, altre due villette, a valle del villag-
gio, si sono aggiunte alle costruzioni preesistenti e la grande casa dei Lale
Castain è ancora lì a sfidare il tempo. “Per fortuna - mi dice la “nonna”
del villaggio – ci sono sempre tanti bambini che, coi loro giochi e le loro
grida, mi fanno compagnia e mi fanno sentire meno sola.

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CHÂTEAU FEUILLET

Chi, per la prima volta, attraversa Saint-Pierre per recarsi nell'alta valle, ri-
mane affascinato di fronte alla maestosità del castello che si erge in cima
alla roccia che domina il paese; si sofferma ad osservare nel piano l'altro
castello, molto meno appariscente, ma altrettanto interessante e poi pro-
segue. Non si aspetta certo di vedere, appena oltre il curvone, un'altra co-
struzione altrettanto interessante: Château Feuillet. Non è un castello ma,
lo si capisce subito, qualcosa di molto simile.
E, proprio per conoscerlo meglio, noi siamo andati a “chiacchierare”
con uno dei proprietari di questa stupenda costruzione: Eddy Bonin (uno
dei quattro proprietari) non solo ci ha dato una quantità d'informazioni,
ma ci ha anche accompagnato a visitare il “Castello” e la “Grandze” dal-
l'alto in basso. Ed ecco quanto abbiamo appreso: “Secondo Zanotto que-
sta era una torre romana: infatti è stata costruita in tre tempi. Le fonda-
menta della torre partono da sei metri di larghezza e vanno su, su perden-
do man mano spessore. Per questo si pensa che sia stato un bastione o una

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri
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torre romana. Si esclude che possa essere di epoca medievale perché allo-
ra non usavano fare fondazioni di questo tipo”. Al nostro sguardo appare
quindi una grande costruzione a forma di parallelepipedo con delle arcate
sia sul lato sud che verso est, mentre ad ovest queste sono state murate.
Verso nord c'è una scalinata che si biforca ad un certo punto e termina, da
un lato, con un largo terrazzo. Verso sud sono ancora ben visibili i muri di
cinta del giardino su cui s'innalzano dei pilastri costruiti naturalmente a
secco.
La parte ad ovest è stata restaurata nel 1811: infatti sopra la porta d'en-
trata si può leggere la scritta 1811 – J. P. G. A.. Si capisce che le varie par-
ti della casa risalgono ad epoche diverse dall'architettura stessa della co-
struzione. Infatti le volte dei soffitti sono diverse da un lato all'altro della
struttura come i montanti e le cerniere delle porte: alcuni più antichi altri
più recenti.
Anticamente il “Castello” apparteneva ai Baroni Gerbore, proprietari
anche di uno dei castelli di Gressan. In seguito passò, non si sa se per un
lascito o una donazione alla Chiesa di Sant'Orso. Intorno al 1910 ci furo-
no degli ammanchi nelle casse della Collegiata e, per coprirli, furono mes-
se in vendita le proprietà di Château Feuillet, della Croix Blanche e di
Chevrère ( nei Comuni di Villeneuve e Introd.
“Proprio in quel periodo” – ci racconta il Signor Bonin – “mio nonno
Vittorio Berthod, emigrato in America, tornò in Italia per far conoscere ai
figli (nati tutti in America) la prima famiglia d'origine. Quale non fu la loro
sorpresa nel trovarsi in un mondo così diverso dal loro! Andarono a stare
a Roisan, paese della nonna, in attesa di tornare in America. Nel frattem-
po un cognato di mio nonno, Canonico di Sant'Orso, lo informò del fat-
to che Château Feuillet era in vendita per 42.000 lire: mio nonno, che ave-
va quel denaro, l'acquistò. Tornò in America a sistemare i suoi affari e dopo
due o tre anni ritornò definitivamente. A quel tempo la casa era affittata a
un certo Vallet di Avise ed era tenuta molto bene. Davanti c'era il “giardi-
no delle Rose” che era una meraviglia e un lungo viale conduceva al can-
cello d'ingresso fatto a semicerchio (esedra) ai cui lati si ergevano impo-
nenti due splendidi pioppi cipressini. Altri due pioppi si trovavano lungo
il muro di cinta verso Villeneuve. Questo muro era alto, in certi punti, fino
a quattro metri per riparare la proprietà dal vento. In fondo, verso il muro
di cinta, c'era una piccola costruzione bianca dove i proprietari andavano
per conversare o lavorare a maglia.
Tutta la proprietà, che si estendeva fino all'ex Hotel Lanterna dove c'e-
ra un sentiero che conduceva a Chavonne, era coltivata a vigna. Al suo ri-
torno dall'America mio nonno tolse la vigna e coltivò il terreno a prato”.
La casa si trovava su quattro piani tuttora esistenti e, sotto di essa, vi
sono: una grossa cantina ed altre due più piccole adibite alla lavorazione
del vino. Sopra di queste una rimessa per riparare gli attrezzi per la vinifi-
cazione. Qui è visibile un grosso foro che serviva per far scendere il mosto
nelle botti. Una di queste cantine ha ancora la volta tutta dipinta.
Al primo piano abitavano i contadini e sopra vi era la residenza padro-
nale. In cima c'era una Cappella molto ben arredata, accanto c'è ancora un
soffitto del 1600.
Al momento dell'acquisto trovarono la casa completamente arredata.
La Chiesa di S'Orso non portò via nulla: né il vino contenuto nelle botti,
né gli arredi, né i libri (pare che ce ne fosse un numero considerevole e d'i-
nestimabile valore).
Ad un certo punto, quando ormai la vigna che richiedeva troppo lavo-
ro fu sostituita da prato, accanto alla costruzione ad uso civile nacque la
“Grandze” (una grande cascina). Siamo all'inizio del 1800: la “Grandze”
è composta da un fienile lungo 32 metri e largo 10 e da tre stalle e vari al-
loggi per il personale. Proprio per la sua capienza nel fienile venne proiet-
tato il primo film alla cui visione la popolazione di Saint-Pierre partecipò
in massa. Sullo stesso piano del fienile c'erano due alloggi per i contadini
e sotto, oltre alle tre stalle, vi erano un magazzino, un locale per la lavora-
zione del latte ed una stanza per il casaro.
Fuori, davanti alla cascina, c'è ancora una grossa fontana datata 1819
che era alimentata da una sorgente posta sotto Etavel; avevano diritto a
quest'acqua per 4/5 Château Feuillet e per 1/5 il castello di Saint-Pierre.
Sulla vasca di alimentazione ci sono ancora dei segni che testimoniano que-
sta ripartizione. Le tubature erano in eternit e col tempo iniziarono ad ave-
re delle perdite. Gli scavi per le riparazioni furono sempre fatti a mano con
grandi fatiche. Molto più tardi, quando fu fatta l'irrigazione a pioggia, ven-
ne posta negli stessi scavi anche una tubazione in plastica per l'acqua del-
la sorgente. Da allora questa scomparve e Château Feuillet dovette colle-
garsi all'acquedotto comunale.
Anche per l'irrigazione dei prati, una volta tolta la vigna, si presentò il
problema dell'acqua. Il “Castello” aveva diritto all'acqua della Muneresse
e possedeva una piscina, ma l'acqua si perdeva lungo il cammino! Un anno
infatti sembra che abbiano raccolto solamente 4 “ballon” di fieno! Le cose
migliorarono con la costruzione del canale di Saint-Pierre. La cascina ebbe
allora il diritto all'acqua per due volte alla settimana: il giovedì e il venerdì
di una settimana ed il martedì e mezza giornata del venerdì di quella suc-
cessiva.
Continua il Signor Bonin: “Poi gli anni sono passati e nel 1943 la non-
na è rimasta vedova. La casa per molto tempo fu affittata e subì le conse-
guenze della guerra. Tutti gli oggetti in oro della Cappella e i suppelletti
in rame della famiglia vennero dati al fascio. Nella casa si alternarono vari
inquilini: maestranze straniere durante la costruzione della centrale di
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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri
Chavonne e poi altre famiglie. Un poco per volta molte delle cose, in par-
ticolare i libri e gli arredi sacri, contenute nella casa scomparvero sia per-
ché portate via sia perché bruciate. I pochi oggetti rimasti nella Cappella
li abbiamo donati noi: i candelabri e il porta messale alla Chiesa di Saint
Martin (la mia mamma abitava in quella parrocchia), gli inginocchiatoi alla
Cappella di Vetan. Io ho conservato una pietra detta “pietra di
Gerusalemme”.
Nel 1950 noi abbiamo restaurato una parte del “Castello” cercando di
mantenere il più possibile l’aspetto originario della costruzione.
Precedentemente erano stati tolti da tutte le stanze i camini e, già nel 1930,
era stata messa ad ogni piano l’acqua potabile con una tubazione in piombo.
Ora la campagna viene coltivata da più contadini e nella cascina non ci
sono più animali perché, dopo aver adibito una parte della stessa ad “agri-
turismo”, non è stata più permessa la presenza di bestiame”.
Nel 1980 Château Feuillet e tutti i terreni intorno alla costruzione sono
stati messi sotto vincolo paesaggistico dalla Soprintendenza delle Belle Arti.
Pensando a Château Feuillet mi è venuta spontanea questa riflessione:
peccato che ai nostri giorni non esistano più i mecenati perché questa stu-
penda costruzione avrebbe bisogno di uno veramente speciale per ri-
sorgere e tornare all’antico splendore!
Romeo et Juliette
Frammenti
di un sogno
d’amore
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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

Chavonne e poi altre famiglie. Un poco per volta molte delle cose, in par-
ticolare i libri e gli arredi sacri, contenute nella casa scomparvero sia per-
ché portate via sia perché bruciate. I pochi oggetti rimasti nella Cappella
li abbiamo donati noi: i candelabri e il porta messale alla Chiesa di Saint
Martin (la mia mamma abitava in quella parrocchia), gli inginocchiatoi alla
Cappella di Vetan. Io ho conservato una pietra detta “pietra di
Gerusalemme”.
Nel 1950 noi abbiamo restaurato una parte del “Castello” cercando di
mantenere il più possibile l'aspetto originario della costruzione.
Precedentemente erano stati tolti da tutte le stanze i camini e, già nel 1930,
era stata messa ad ogni piano l'acqua potabile con una tubazione in piombo.
Ora la campagna viene coltivata da più contadini e nella cascina non ci
sono più animali perché, dopo aver adibito una parte della stessa ad “agri-
turismo”, non è stata più permessa la presenza di bestiame”.
Nel 1980 Château Feuillet e tutti i terreni intorno alla costruzione sono
stati messi sotto vincolo paesaggistico dalla Sovrintendenza delle Belle Arti.
Pensando a Château Feuillet mi è venuta spontanea questa riflessione:
peccato che ai nostri giorni non esistano più i mecenati perché questa stu-
penda costruzione ne avrebbe bisogno di uno veramente speciale per ri-
sorgere e tornare all'antico splendore!

Romeo et Juliette

Frammenti
di un sogno
d'amore

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

I QUADRO

I BUFFONI SHAKESPEARIANI

(I buffoni, lontani dal pubblico, si stupiscono. Ridacchiano e parlottano fra
di loro.)

FABIANO - Sssshhhtttt!!!

BUFFONI – (Avanzano – sì, sì, sì... – verso il pubblico, si fermano accanto
alla porta. Piccoli saluti. Ma... Oh! – si tappano la bocca, inorridisco-
no, per la paura – Allungano una mano verso il pubblico – contano da
dx - pollice/mignolo e poi sx poi si guardano tutte e due le mani – guar-
dano gli spettatori e deglutiscono. Piccoli saluti imbarazzati. Fabiano
scaraventa fuori dal gruppo Florencia - Noooo! - si gira, “salto con pa-
naro” e torna nel gruppo).

THOMAS E YURI – Ma cosa fate qua, chi vi ha detto di uscire? Razza di
schifosi, tornate al vostro posto!

BUFFONI – (Intimoriti) Sì sì... (ma non appena i domatori dan loro le
spalle, i buffoni fanno il verso e sputacchiano...)

T. & Y. – Allora? Vi ho detto di tornare nelle cantine, quello è il vostro po-
sto! E se non fate i bravi, più tardi, niente festa per voi!

BUFFONI – (Intimoriti) Sì sì... (ma non appena i domatori dan loro le
spalle, i buffoni spernacchiano e Fabiano emerge con la sua pernacchio-
na)

T. & Y. – Bravi, bravissimi, bene benissimo!

BUFFONI – (Si godono il momento di gloria...)

T. & Y. – Animali! Via! Sciò! Tutti alla gogna finite! Ma che razza di figu-
re facciamo con il nostro pubblico, complimenti! Vi chiediamo scusa
cari spettatori...

BUFFONI – (Intimoriti) Sì sì... (ma non appena i domatori dan loro le
spalle, Fabiano emerge con il suo rutto sonoro)

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BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
T. & Y. – Viaaaa!!! Andate via! Voi non eravate qui per accogliere il pub-
blico? Non dovevate recitare un raffinato sonetto shakespeariano di
benvenuto? Orrore! Mentecatti e derelitti! Io a frustate vi prendo, al-
tro che... (li minaccia)

BUFFONI – Un benvenuto al gentile pubblico... (i domatori ora sono sod-
disfatti e si occupano d'altro) Speriamo che il sole se ne vada in fretta
e arrivi un bel temporale e poi anche una bufera così vi ammalate tut-
ti, e poi un bel tornado che vi spazza via tutti... e poi una bella epi-
demia di tifo e di peste e magari una bella cascata a pioggia, anzi no
un diluvio, di meteoriti provenienti da Marte. E speriamo che una
bella perturbazione atlantica porti una tempesta memorabile... (rido-
no goduti)
Soffia, soffia, vento gelato,
di te più snaturato
lo sconoscente uman.
Il dente tuo sì acuto
Non è: non sei veduto,
se il soffio hai pur villan.
Cantiamo olà olà, sotto il verde agrifoglio:
spesso amore è follia, l'amicizia un imbroglio.
Gela, gela, cielo inclemente,
morde ben più aspramente
l'obliato favor;
se per te l'acqua gela,
più crudo si rivela
l'amico senza cor.
Cantiamo olà olà, sotto il verde agrifoglio:
spesso amore è follia, l'amicizia un imbroglio.

THOMAS – (con l'aiutante caccia i buffoni con una sonora frustata e i due
accolgono il pubblico) Stasera, come è nostro vecchio uso, daremo una
festa. Avremo molti ospiti e dei più cari. E voi, fra questi, sarete fra i
più accetti. Venite con me. Oh, vedo il signor Martino, sua moglie e
le sue figliole; il conte Anselmo e le sue belle sorelle; la signora ve-
dova di Votruvio, il signor Piacenzo e le sue leggiadre nipoti;
Mercuzio e suo fratello Valentino; mio zio, sua moglie e le sue figliole;
la mia graziosa nipote Rosalina; Livia, il signor Valenzio e suoi cugi-
no Tebaldo; Lucio e la vispa Elena. Una bella comitiva!

YURI – Capo e che ci fanno tutti questi qui?

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T. – L'ho appena detto che questa sera qui ci sarà una grande festa! E tu
da bravo, gira per tutto il maniero, trova le persone i cui nomi stan-
no scritti qua e di' che offriamo al loro piacere la nostra casa e la no-
stra ospitalità.

Y. – Trovare le persone i cui nomi stanno scritti qui! È come dire che il cal-
zolaio deve trafficare con il metro e il sarto con la forma, il pescato-
re con la matita e il pittore con le reti; e io devo trovare le persone i
cui nomi stanno scritti qui? E non troverò mai che nomi ha scritto
quello che li ha scritti...

T. – Vai!

Y. – Prima le donne? Lo sanno tutte che sono un bel boccone di carne!

T. – Tanto meglio: se tu fossi di pesce, saresti uno stoccafisso!

II QUADRO

JUJU, JULIE et JULIETTE

(CANTO) Coeur petit coeur, coeur petit coeur, si tu était un diamant
Coeur petit coeur, coeur petit coeur, si tu était un diamant
Tu serais brisé par tant de douleur,
combien, combien j'en éprouve, combien j'en éprouve
et j'en ressens de plus en plus,
combien, combien j'en éprouve, combien j'en éprouve
et j'en ressens de plus en plus.

ALEXANDRA – Fou d'amour, mon coeur! Ta nature est lumière, et la lu-
mière ne se déchire pas, la lumière se pulvérise.

CLAUDINE – Innamorata?

A – Non...

JULIE – Non sei innamorata?

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Testo Originale Estratto
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Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

A - Non ho l'amore di chi amo.
J - Perché l'amore che è così gentile da vedere deve essere tanto tiranno e
duro da provare?

A - Ahimè! L'amore, che è pur sempre bendato, sa trovare i sentieri della
sua volontà. O litigioso amore! Odio amoroso! Caotico inganno di
leggiadre forme! Piuma di piombo, lucido fumo, gelido fuoco, infer-
ma salute, insonne dormire, non è mai ciò che è. Ma l'amore che io
provo non vede amore. Non ridi?

C - No, cugina, piuttosto piangerei.

A - Cuor tenero, e perché?

C - Piangerei a veder così oppresso il tuo cuore.

J - Potessimo sapere da dove le viene questa pena, saremmo tanto felici di
conoscerla quanto di guarirla.

A - L'amore è un fumo che sorge nella nebbia dei sospiri; se lo purifichi è
un fuoco che sfavilla negli occhi degli amanti; se lo agiti è un mare in-
grossato dalle loro lacrime. E che altro può essere? Una pazzia di-
screta, un'amarezza che soffoca e una dolcezza che alla fine ti salva.
No, non sono matta, ma più legata che se fossi matta; e incarcerata e
affamata e frustrata e torturata e...

J - Ma l'amore non è cosa tenera?

A - È ruvido, villano, rumoroso, e punge come se avesse le spine.

C - E allora fa' che una nuova ferita ti colpisca lo sguardo! C'è un nobi-
luomo giù al tuo paese, quel certo Paride che si batterebbe volentie-
ri per te...

A - Preferirei vedere un rospo, un rospo, vi dico che vedere lui.

J - Ma se Paride è il più bello degli uomini!

C - Ma guarda guarda come diventi più bianca del cencio più bianco...

J - Romeo come scelta non è un granché, non mi pare che ancora tu sap-

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pia scegliere un uomo. Romeo! No, lui no, benché abbia un viso più
bello di chiunque altro, ha le gambe senza uguali; e quanto alle mani,
ai piedi, al corpo; benché non se ne debba parlare, sono senza con-
fronto. Ma non è un modello di cortesia, anche se è garbato come un
agnellino.
A – Piuttosto di sposare Paride, ordinatemi di saltare giù da questa torre,
o di camminare per una via infestata dai briganti; nascondetemi in un
covo di serpenti o incatenatemi fra leoni ruggenti; rinchiudetemi di
notte in un sepolcro sotto scricchiolanti ossa di morti, sotto putride
membra e teschi sganasciati o fatemi entrare viva in una tomba appe-
na scavata accanto al cadavere. Udite queste cose avrei tremato, ma
adesso io le faro' senza esitare pur di rimanere l'amore del mio dolce
amore. E poi sono nuova al mondo, non ho ancora compiuto dicias-
sette anni. Prima di considerarmi matura per le nozze lasciamo che
svanisca il folgore di almeno altre due estati. Chi prima fiorisce prima
avvizzisce.
J – Tu sei ricca sì può dire, perché sei bella, ma sei povera perché, a conti-
nuar di questo passo, la tua bellezza morrà con te.
C – Avrai mica giurato di rimanere casta, se non ti sarà concesso l'amore
di costui?
J – A risparmiare con tanto rigore la propria bellezza la sprecherai perché
negherai ai posteri che tanto splendore continui. Sei troppo bella,
troppo savia, troppo saviamente bella, per meritare d'essere infelice
non facendo altro che disperarti.
C – Non rinnegare l'amore!
A – Se non mi sarà concesso d'amarlo, lo rinnegherò e in questo voto io
mi muoio e vivo solo per narrarvelo.
J – Juliette sei la creatura più dolce... Quando eri piccola eri così chiac-
cherina... Dammi retta, dimenticati di pensarci.
A – Ma dimmi tu come posso dimenticare di pensare.
C – Liberando da lui gli occhi tuoi: guarda altre bellezze, te lo abbiamo
già detto!
A – È un modo per accorgersi che la sua bellezza è anche più rara. Chi è
stato colpito dalla cecità non può dimenticare il tesoro della vista per-
duta. ...
J – E se il tuo cigno fosse un corvo?
A – Un uomo più bello del mio amore! Da che mondo è mondo, perfino
il sole, che vede tutto, mai ne vide l'uguale.
C/J – Ahahhahah!
A – Burlatevi di me, burlatevi pure! Voi avete gli scarpini da ballo risuola-
ti di cuoio leggero per la festa di stasera e io invece ho il cuore di
piombo che mi tiene attaccata alla terra.
C – Tu sei un'innamorata; fatti prestare le ali da Cupido e con quelle sor-
vola i tuoi spasimi.
A – Troppo sono le ferite del suo dardo perché io possa volare con quelle
ali leggere e tanto stretta sono fasciata che m'è impossibile alzarmi
d'una spanna sopra la mia tristezza senza che il peso dell'amore mi
faccia riprofondare.
J – Ma se ci caschi sopra lo schiacci, l'amore! Sei leggera sì, ma pesi trop-
po per una cosa tanto tenera! Se l'amore è villano con te, sii villana
con lui. Bucalo se ti buca e buttalo giù. Via, muoviti, e preparati per
il ballo!
III QUADRO
JULIETTE INVOCA LA NOTTE
ROSSANA – Via, sciò! Via! Galoppate veloci, cavalli dai piedi di fuoco, alle
case del sole. Un cocchiere come Fetone vi avrebbe già spinti a fru-
stare verso l'Occidente e già avrebbe riportata qui la fosca notte.
Notte! Notte! Stendi le tue dense cortine, notte propizia all'amore,
a chiudere le palpebre del giorno fuggitivo; così volerà il mio Romeo
tra queste braccia, non visto e non fermato da nessuno. A illuminare
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i riti amorosi degli amanti, basta la luce della loro bellezza: ché se l'a-
more è cieco, la notte è il suo elemento. Scendi notte cortese, sobria
matrona vestita di nero, e insegnami a perdere una partita in vantag-
gio, dove sono in gioco due intatte verginità. Copri col tuo mantel-
lo nero il mio sangue selvaggio, che mi assale la guancia: il mio timi-
do cuore, fatto audace, senta semplice e puro l'atto sincero d'amore.
Vieni, o notte; vieni, Romeo; vieni, tu, giorno nella notte, che sulle
ali della notte sarai come fiocco di neve fresca sul dorso di un corvo.
Vieni, notte gentile, vieni, amorosa notte dalle nere ciglia; portami il
mio Romeo; e se un giorno dovrà morire, prendilo e frantumalo in
tante stelline; e ne sarà la faccia del cielo così ridente e bella che il crea-
to non avrà più occhi che per la notte e si scorderà di adorare lo splen-
dore del sole. Oh, io mi sono costruita un castello d'amore, e non ne
sono ancora in possesso... Ah, giorno interminabile, come la notte
prima della festa all'impaziente fanciulla, che ha lì i vestiti nuovi e non
può ancora indossarli.

IV QUADRO
JULIETTE SI PREPARA PER IL BALLO

FRANCESCA – Mamma me lo ripete sempre... “Paese straniero, stranie-
re le abitudini! Stai attenta con gli uomini e non comprometterti! Gli
uomini vogliono una sola cosa e ottenuta quella... Attenta a chi ti av-
vicina, attenta a questo, attenta a quello...! Attenta, attenta! E non
ballare con nessuno quei balli indiavolati, eh? Qui da noi si balla an-
cora tutti assieme...
Le danze da noi sono ancora quelle vere, quelle popolari, nei giorni
di festa tutta la famiglia balla... E tu ora stai là, in quel paese, lonta-
na da noi, dove i giovani si trovano solo nelle discoteche! Balla il tan-
go, balla il valzer, non ballare la musica del demonio!”
Mamma, lei lo adorava il ballo... Da ragazza andava tutte le domeni-
che a danzare... Mi racconta sempre che non pagava l'entrata al ballo,
ed era una delle poche cose buone perché, per il resto... Insomma gli
uomini erano “superiori” alle donne, e allora le ragazze dovevano sot-
tostare alle scelte dei ragazzi... Le ragazze stavano sempre poggiate con-
tro il muro. Oh, sì! E quando arrivava un giovanotto a chiedere di bal-
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lare, anche se quello non ti piaceva, non conveniva rifiutare! Ah, no!
Perché il galantone diceva: “Se non balli con me, stai seduta e ferma
per tre balli!” e così doveva essere! E se la ragazza si opponeva un po'...
capitava che il cavaliere si arrabbiasse e che mollasse dei sonori ceffoni
alla signorina in questione. Non era mica una cosa bella, eh!
Ieri la balia mi ha raccontato che anche da queste parti succedeva così,
mi ha detto che ne ha viste di simili baruffe! Sia a la Crête che a
Rumiod... Dice che se lo ricorda bene... E che c'erano ragazze più
mingherline che se rifiutavano il ballo se ne stavano buone buone se-
dute per un po' di balli, ma altre, più robuste, ah quelle, dice che sa-
pevano difendersi, o almeno ci provavano, e così... si prendevano gli
sberloni dei maschi. Stavano per un po' sedute a rimuginare, e poi...
riprendevano a ballare. Fino a morire di stanchezza! Anche io stase-
ra ballerò fino a morire, ma ballerò solo con il mio Romeo...

V QUADRO
È UN CIRCO IN FESTA

Primo numero - Ciancicato e la gallina ammaestrata - Martina/Erica

M – Oh ma quanta gente! Sera, sera, sera, sera! Signori e signore, bambi-
ni e bambine sono qui oggi per presentarvi la mia gallina ammaestrata!
Un applauso prego.

E – (verso e sputo sulla mano)

M – Vieni qui! Subito! Per incominciare la serata il uno, due, tre... il tri-
plo salto mortale!

E – (gestacci) Ma vaffan... piiiiiiiii!!!

M – Allora visto che il triplo salto mortale non va, farai uno, due, tre, quat-
tro, cinque... giri della morte!

E – (sviene)

M – Giri della morte non la morta!

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E – (spernacchia)

M – Guarda che gallina morta fa buon brodo!

E – (si rialza di soprassalto)

M – Bene, visto che i giri della morte non vanno, facci almeno un uovo
per il buffet!

E – (si accovaccia)

M – Lavora, muoviti, svegliati, sbrigati! Bene, esperimento riuscito! Un
applauso all'uovo!

E – E a me?

M – E alla gallina! Ma è nata prima la gallina o l'uovo? Vieni oca!

E – Gallina! (escono)

Secondo numero – Fritz, il domatore di pulci - Fabiano

involtini lichis
takitamì takitatì
Otoko - tuffo - bicchiere!
Bicchiere! No possibile tuffo, fledda fledda!
No possibile tuffo, calda, bicchiere gasata!
No bollicine! Natulale! Cin cin! (beve e esce)

Quarto numero – Vladimir e Tatjana e i serpenti incantati –
Daniela/Florencia/Alessia/Arline

D - Un applauso gentile pubblico! Me presento: Vladimir, de lontana
Roussia. Mia città natale Muosca. (gag della mosca con risata) Porca
mosca e Mosca è morta (kasachof) Vladimir è qui per presentarve nu-
mero pericolosissimo! Chi de voi spettatori ha cuore debole, delica-
to, che funziona no bene, se ne vada adesso o mai più. Per numero
pericolosissimo serve me assistente Tatjana. Bela Tatjana... Hem hem.
Tatiana!!!

F - Krafen, kartoffen, wurstel, strudel, ein, zwei, trei, achtung, Schumaker,
octoberfest! Foi non afere capito niente, nein? Io zono Friz, venire
da Sud tirol dove si mancia tanto strudel e tanto spek. Zono qui per
presentarfi numereen fantastischen! Inzieme alle mie tzwei care pulci:
Hansel e Cretel! Applausen. Dov'è Cretel? Mica l'afete presa foi? (si
gratta) Cretel birichinen! torna zubito tuo posten!. Ich cominciare
numeren facenden saltaren la mie pulcen. Hansel, là! Cretel, là!
Appluasen! Signore e sighnori adesso Hanzel e Cretel zalterannen
inziemen: Hansel, Cretel, achtung! Adessen triplen salten mortalen,
Hansel... crande! Cretel, achtung! Adessen numeren specialen: si-
lenzio crazie! Pentanen salten mortelen: ein, zwei, trei, fur, fir. Hansel,
Cretel, achtung! Braven! Applausen! (le spiaccica) Mie atoraten...
Non sopporten la vista di sanguen... Yololàihùùù... (esce)

Terzo numero – Il tuffo di Cin Cin – Francesca/Chiara

F - Buonasera gentile pubblico, tanti baci (gag dei baci)

D - Tatiana!

F - Daaa...

D - Cosa diavolo sta facendo?

F - Mandavo baci...

D - Tuo lavoro è no pensare, tu devi fare valletta! Tu va prendere quello

F - Daaa...

D - Vai! (Tatiana entra col baule) Dentro questo baule...

A. e A. – Ci sono io! E ci sono anch'io!

D - Tatiana non è adesso il momento de ventriloquo! Qui den-
tro a questo a questo baule ci sono due belve ferocissime, due ser-
penti velenosissimi che vengono de lontana India, vero Tatjana?

F - Daaa... Daaa!

F - Ning-hao
Cin ciun lai mi fun
wuantun flitti tofu
fun mi lai ciun cin

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VI QUADRO
È UNA DANZA
D – Adesso Vladimir incanterà questi serpenti velenosissimi!
F – (manda baci)
D – Tatjana! Fai quello che tu sai tu!
F – (apre il baule)
D – Adesso siete in mio potere! Al mio tre vi solleverete! An-da-tra! Niente,
un attimo che sistemo tutto. An-da-tra! Tutto sotto controllo...
Tatjana vedi di fare quello che tu sai tu!
F – Daaa... Pricrasnia, spasiba
A. e A. – Noooo!... Siamo in sciopero!... Ah, beh, se è così! Ci paga bene?
F – Yuuhhhh! Oh!
D – Ah! Altolà, chi va là? Vladimir è qui niente panico! Adesso siete in mio
potere! Al mio tre vi solleverete! An-da-tra!
A. e A. – (mimano “manco per niente”)
D – Tatjana ma cosa gli hai detto?
F – Che tu deve pagare!
D – E io pago...
A. e A. – Tirchione!
D – (lancia denaro, sempre di più)
A. e A. – Ohohohoh! (goduti e felici)
D – Adesso siete in mio potere! Al mio tre vi solleverete! An-da-tra!
A. e A. – (applausi, baci e lotta)
D. e F. – (mentre Tatjana chiude il baule) In salmi me li faccio stasera que-
sti due, con salsa tartara! Fuori!
GIULIA – Juliette very fig stasera for la festa: capel, labbr red rosset, eyes
blue eyes, pop vestit manic chiap... Strascic! Oh, Juliette!
FRANÇOIS – Che meravigliosa serata... Si danza, si ride, e c'è la donna
che amo... Juliette è bella. Protetta dalla corazza della sua castità, è
sicura che la debole freccia del fanciullo Amore non la raggiungerà
mai. Schiva l'assedio delle parole amorose, sfugge gli sguardi aggres-
sivi e resiste perfino all'oro che seduce anche i santi. Essa insegna alle
torce come si fa a splendere! Pare pendere dalle guancia della notte
come una gemma dall'orecchio di una negra; bellezza troppo grande
per poterla possedere e troppo preziosa per questa terra; quella dama
sta fra le sue compagne come una nivea colomba in uno stormo di
corvi. Chiederò una danza, la avvicinerò e farò benedetta la mia mano
rozza toccando la mano di lei. Il mio cuore ha già conosciuto l'amo-
re? Sguardo mio spergiuro! Occhi miei, prima di adesso non avevate
mai veduto una bellezza vera...
ILENIA – Bello il mio Romeo... Se è sposato, la mia tomba sarà il mio let-
to da sposa...
F. – Se la mano mia profanasse la santità della vostra, ed è un dolce pecca-
to, le mie labbra, come due pellegrini rossi di vergogna, sarebbero qui
pronte ad attenuare con un bacio la ruvidezza di questo contatto.
I. – Buon pellegrino, per dimostrare la tua cortese devozione fai troppo
torto alla tua mano. Le mani dei pellegrini possono toccare le mani
delle sante e il vero bacio del fedele è quello della palma contro la pal-
ma.
F. – Ma le sante non hanno labbra! E i fedeli neppure?
I. – Sì, pellegrino, hanno labbra per pregare.
F. – Ma allora, cara santa, lascia che anche le labbra facciano quel che fan-
no le mani. Le mie labbra continueranno a pregare finché la fede non
si muti in disperazione.
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I. – Le sante non si muovono anche se esaudiscono i voti di chi le prega.
F. – Allora non ti muovere mentre mi esaudisci. Dalle tue stesse labbra io
sono assolto dal peccato delle mie. (La bacia.)
I. – Ma allora resta sulle mie labbra il peccato di cui sei stato assolto.
F. – Oh, com'è dolce riparare a ciò. Rendimi il mio peccato. (La bacia di
nuovo)
I. – È tempo che io vada... Lasciarti è un dolore così dolce che vorrei dir
buonanotte finché fosse giorno... Sonno agli occhi tuoi, pace al tuo
cuore! Vorrei essere io il tuo sonno e la tua pace...

Ultimo numero - Romeo and Juliet story – Giulia/Erica

G. – One-two-three fiorellin. (Cade) Ah! tea time! (beve il thè, con “cacca
di corvo”) Very good! Ah, dolore! (se la piglia col sasso, lo lancia)

E – Ma che cavolo?!? Oh! (si esibisce in una performance da body builder)
Come ti chiami?

G – Sorry?

E – Chiam? Nom? Romeo!

G – Juliet (fly fly fly...) Romeo meglio del Colosso!

BALIA (v.f.c.) – Julieettt!

G – Excuse-me, bye bye! (schianta a terra) Colpo di fulmine!

E – Che donna! descrizio: capel.....che bel capel! Occhi, labr labr, laaab-
brr... Davanzale. Sogliola, vespa, Panaro! Davanzal davanzal panar pa-
nar! Je tombe amoureux! (schianta a terra)

G. – Dolooo! Romeo, Romeo! Romeo! Beautyfull boy! Capel! baf! Palestr.
palestr, muscol muscol muscol....No mollusco! Romeo meglio di
Colosseo! Romeo Romeo Romeo!

G./E. – Juliet! Romeo! (si cercano senza vedersi)

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Testo Originale Estratto
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THOMAS/YURI – Sudditi ribelli, nemici dell'amore, volete darmi ascol
to? Voi belve, che vi prendete gioco e spegnete il fuoco dell'amore di
Romeo e Juliette con gli zampilli della vostra invidia, alla tortura vi
darò, se non obbedite all'ordine di sparire e di smetterla con le men
zogne! Pettegoli, solo amore per trame inventate e ordite a scapito di
chi si ama! Per più volte, voi, avete rotto la quiete di un amore nas
costo con menzogne nate da futili parole. Se turberete ancora una vol
ta la pace pagherete con la vita i vostri errori. Via! Sciò!

FRANÇOIS – Cosa Juliette straniera? Mi costerà cara: il mio pegno sarà la
mia vita. Il mio unico amore è l'unico odio della mia famiglia? Troppo
presto veduta, troppo tardi conosciuta! Prodigio d'amore: amare un
nemico... è una canzone che m'ha insegnata uno che ballava con me...

VII QUADRO
È UN SOGNO

SYLVIE – Stanotte ho fatto un sogno... Ho sognato che chi sogna spes
so s'inganna, chi sogna ad occhi aperti si inganna... Stanotte ho so
gnato la regina Mab... Chi è la regina Mab? È la fata che fa sogna
re... Viene sul naso di chi dorme, tirata da una muta; il suo cocchio
ha i raggi delle ruote fatti con lunghe gambe di ragno, il mantice
con ali di cavalletta, i finimenti con umidi raggi di luna; la sua frusta
è un ossicino di grillo, lo sferzino un filo d'erba, il suo cocchiere è
una zanzara con un mantello grigio più piccolo della metà di uno di
quei bruchi tondi che si innidano nelle dita delle ragazze oziose; e il
cocchio, poi, è un guscio di nocciola lavorato dallo scoiattolo le
gnaiolo o dal vecchio tarlo i quali da tempo immemorabile sono i
carrozzieri delle fate. E così, una notte dopo l'altra, la regina Mab
galoppa attraverso i cervelli degli amanti e li fa sognare d'amore, sul
le ginocchia dei cortigiani perché sognino di riverenze, sulle dita de
gli avvocati perché sognino di parcelle o sulle labbra delle dame per
ché sognino di baci; intanto Mab gliene guasta di bolle, stizzita per
ché i troppi dolciumi han fatto loro il fiato cattivo. Alle volte galop
pa sul naso di un uomo di corte che così sogna di annusare una sup
plica, oppure viene con una codina di porco a fare i solletico al naso

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di un curato perché sogni di riscuotere un'altra decima; talvolta trot-
ta sul collo d'un soldato e questo sogna di nemici sgozzati, di brec-
ce, d'imboscate, di spade di toledo, di botti fonde cinque braccia, e
poi gli fa rullare un tamburo negli orecchi, lo sveglia di soprassalto
dopo avergli fatto tirare due o tre bestemmie per la paura lo lascia
riaddormentare. Questa è proprio quella Mab che di notte intreccia
le criniere dei cavalli e riduce i crini fatali in peli luridi e unti che
quando si strigano portano sciagura. Questa è quella strega che quan-
do le ragazze stanno supine, salta loro sulla pancia perché imparino
a saper portare il loro peso. Questa è quella... Basta, basta, mercu-
zio, basta... Parlo di niente. Parlo di sogni. Creature della vana fan-
tasia, sottile quanto l'aria e più incostante della brezza che ora si di-
letta con i geli del settentrione e ora stufa sorride al rugiadioso mez-
zogiorno. Ho sognato che era nato un amore, che avevan trovato
morti i due fidanzati, strano sogno! Con i loro baci di morte i fi-
danzati avevan dato alle loro labbra un soffio di vita ed eran risusci-
tati ed erano diventati imperatori. Ah! Sogni... E presagi sinistri...
Qui, da queste parti, le teste son piene di baruffe quanto un uovo è
pieno di carne eppure a forza di fare baruffe qui le teste si son vuo-
tate proprio come la coccia d'un uovo. Qui c'è gente che attacca bri-
gare con uno che tossisce per la strada, perché tossendo rischia di sve-
gliare i cani che dormono al sole. Qui c'è chi ha bisticciato con il sar-
to perché portava una giubba nuova già fuori moda! C'è chi ha bi-
sticciato con un altro che s'era legato le scarpe nuove con dei nastri
vecchi! Qui c'è chi non accetta tutto ciò che occhi, naso e orecchie
vedono e sentono di ignoto... Fa paura e rischia di dar fastidi e pru-
riti, anche alle mani, tutto ciò che è esotico... E vogliono insegna-
re a me come si fa per non litigare... Festa, sì... Tutta apparenza...
Negli uomini non v'è né fede né onestà né lealtà. Tutti malvagi, tut-
ti spergiuri, tutti perversi, tutti simulatori...

VIII QUADRO
È UN BRUTTO SOGNO

ILENIA – La terra ha inghiottito tutte le mie speranze. O Romeo, Romeo,
ma perché Romeo? Rinnego mio padre, rinuncio al mio nome; giu-
ra di essere il mio amore perché io non sia più una straniera. Solo il

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mio nome ti è nemico; io sono me stessa! Che cos'è una straniera?
Non è la mano, non è il piede, non è il braccio, non è il volto né qual-
siasi altra parte di un corpo umano. Prendo un altro nome, Romeo?
Cosa v'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa non perdereb-
be il suo profumo se avesse un altro nome. E così Romeo, anche se
non si chiamasse Romeo, resterebbe perfetto. Romeo, lascio andare
il mio nome? Se sei disposto ad amarmi con onore e se il tuo scopo è
di sposarmi, io metterò ai tuoi piedi tutti i miei beni e ti seguirò, mio
signore, per tutta la vita. Non lasciare che l'odio che permea la tua fa-
miglia, non molto diverso da quello che segna anche la mia di fami-
glia, quell'odio per tutto ciò che è strano, straniero, stravagante, estra-
neo soffochi le nostre promesse d'amore... Rinnego il mio nome e
ne inventiamo uno tutto nuovo, eh?, e non sarò più strana, straniera,
stravagante, estranea agli occhi dei tuoi genitori. Il mio nome non è
parte di me, prendi tutta me stessa...

(piange)

SOLANGE – Saranno stati gli anni '20, un ragazzo di Saint-Pierre era an-
dato in America, aveva emigrato, a causa della vita difficile che c'era
in Valle.
Prima di partire aveva lasciato la giovane fidanzata, promettendole
che si sarebbero rincontrati. Lui le mandava molte lettere dall'America,
ma i genitori della ragazza, non essendo contenti di quel fidanzato,
le avevano sempre nascoste e fatte sparire. La giovane non avendo
più notizie del suo amato, soffrì molto. E a sua volta il ragazzo, non
avendo mai ricevuto risposta, cessò di inviare lettere. E tutto finì così.
Il giovane si fece una vita in America, ma gli ultimi giorni della sua
vita li passò nuovamente a Saint-Pierre. E, dopo tanto tempo, rin-
contrò la sua fidanzata. Erano invecchiati tutti e due! Lei, negli anni
precedenti conobbe un giovane della zona, e lo sposò, ma non fu un
bel matrimonio, non funzionò e lei lo lasciò, il marito, si separarono,
fatto raro a quei tempi, e tornò dai genitori. E così lei venne a sape-
re delle lettere molto tardi e non poté nemmeno chiedere il perché ai
genitori perché erano già morti da tempo... A volte la vita e il desti-
no sono così crudeli e ingiusti, eh?

ILENIA – (piange, disperata)

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IX QUADRO
ROMEO INVOCA IL SOLE
CHRISTIAN – Lì è l’Oriente. E Juliette il sole. Levati, o sole bello, a can-
cellare la gelosa luna sbiancata e livida di rancore perché tu, Juliette,
vestale sua, sei bella, molto più bella di lei. Non farle più da ancella,
se è così invidiosa di te: ché tanto il suo manto di vestale s’è fatto or-
mai livido e consunto, e non lo portano più che le pazze. Buttalo via.
Juliette è la mia donna, oh! Il mio amore... Solo mio... Due delle
stelle più vive di tutto il firmamento, essendo occupate altrove, han-
no pregato i suoi occhi di brillare nelle loro orbite fino al loro ritor-
no. E se fossero i suoi occhi, lassù, e loro, le stelle, in fronte a lei?
Allora la luce del suo viso farebbe impallidire di mortificazione le due
stelle come lampade in pieno sole; e di lassù i suoi occhi versano per
il campo dell'etere un tal fiume di luce che gli uccelli, credendo finita
la notte, tutti insieme si mettono a cantare. Chissà come appoggia la
guancia sulla mano? Oh, foss'io il guanto su quella mano e sentire la
sua guancia! Solo la sua guancia voglio sentire, solo la sua guancia vo-
glio sentire... Null'altro mi va di ascolta-
re... (si tappa le orecchie)
quelli che sono qui centoventi euro. Con quello stipendio vivevo ab-
bastanza bene, al mio paese, perché con me lavoravano anche le mie
sorelle e mio padre. Ora lavoro in una casa-famiglia e faccio l'assi-
stente anziani. È mia sorella, che è arrivata qui prima di me, che mi
ha procurato un contratto di lavoro. Mia nonna ha scelto Aosta per
morire, e ha seguito fin qui l'amore... Io no, l'ho trovato qui...
Ci ho messo molti anni per riuscire a venire in Valle... non è stato fa-
cile. Quando sono arrivata non conoscevo nessuno... Ho anche tro-
vato chi non mi rivolgeva né sguardi né parole, per la mia identità,
per la mia provenienza, per il colore della mia pelle... come i tuoi ge-
nitori, Romeo... Non portare loro rancore, Romeo, non sono diver-
si da molte altre persone... Le ho già provate certe cose... E malgra-
do tutto, con te e con la gente di qui mi sento più libera! Da quan-
do vivo in Italia sono tornata in Marocco solo una volta. Non mi man-
ca molto, il mio paese...
Sono già stata fidanzata, anche lui era italiano. Sai, quando sono ar-
rivata qui avevo tante novità da scoprire, ho cercato, conosciuto, cu-
riosato, e alla fine ho capito che l'unica differenza sta nella diversità
della lingua, per il resto siamo tutti uguali. Mi piace la Valle d'Aosta,
Romeo! L'unica cosa a cui non mi sono ancora abituata è il clima. E
non mi sono abituata a certi tipi di formaggi! Nel mio paese non ci
sono certi tanti formaggi! Mi fa così strano l'odore e il sapore della
fontina, e della gorgonzola!
L'unica cosa che non ho mai assaggiato è il maiale perché nel nostro
paese lo consideriamo un animale impuro... Sì, perché mangia car-
ne! Ah, manterrò la mia religione, eh? Per me Dio è unico in qua-
lunque modo lo si chiami... Quindi rispetterò il Ramadan, e in quel
periodo non berrò, non mangerò, non metterò profumo dall'alba
al tramonto. Ti amo, Romeo, e ti prometto amarti e di onorarti per
sempre...
X QUADRO
È UNA PROMESSA
CHRISTIAN – Io Romeo sono nato a Rumiod, su in montagna, venticin-
que anni fa. La vita è stata tanto generosa con me, non tanto con i miei
genitori. Non che con questo io voglia giustificare il loro odio per te...
Mio padre da giovane scendeva a piedi fino a Saint-Pierre, altro che
mezzi pubblici, e poi con la bici arrivava fino ad Aosta per andare a
lavorare. Mio padre ha sempre amato l'idea di potersi istruire, ma i
suoi genitori, essendo contadini, non potevano mantenerlo agli stu-
di! E così lui, testardo, si è messo a studiare per conto suo! Mio pa-
dre mi ha trasmesso la passione per l'ingegneria. Io ho studiato. Al
Politecnico di Torino. Giù in città non ho fatto molta vita sociale, i
miei hanno fatto parecchi sacrifici per farmi studiare; insomma non
LAURA – Io Juliette, sono nata a Casablanca, Marocco, vent’anni fa. Vivo
e lavoro ad Aosta da due anni. Quando sono arrivata ho trovato per-
sone che mi hanno accolta e che mi hanno insegnato tutto. La mia
vita è cambiata tantissimo. Prima vivevo con la mia famiglia: mio pa-
dre è una persona dalla mentalità abbastanza aperta: non avevo l’ob-
bligo di coprirmi troppo. Mi vestivo normalmente, diversamente da
molte donne che non possono farlo, al mio paese, che non possono
esternare la loro femminilità, nemmeno qui in Italia. Lavoravo in una
fabbrica di jeans, l'orario di lavoro era pesante: dalle 8,30 alle 12.30
e dalle 14 alle 19. Dal lunedì al sabato. Capitava che dovessi restare
anche fino alle 24. Guadagnavo 60 centesimi all'ora, mensilmente
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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

ho avuto molte possibilità di divertirmi! Quando tornavo qui a Saint-
Pierre, il fine settimana, andavo al ballo al palchetto, anche perché i
soldi per la discoteca non ce li ho mai avuti! Meno male che fre-
quentavo i balli al palchetto, così ti ho incontrata!...
Sì, i miei genitori preferivano che trovassi una moglie valdostana, è
vero, mi hanno ripudiato, è vero, fingono di non avere più un figlio,
è vero... Non ha importanza, siamo noi due... Ah! Mi hanno chia-
mato per lavorare alla Cogne, e anche a Ivrea e a Torino ho avuto del-
le offerte, ma penso, e credo che sia la scelta giusta per il nostro fu-
turo insieme, che sia meglio lavorare il più vicino possibile a te... Qui.
Noi costruiremo il nostro futuro insieme qui.
Juliette prometto di occuparmi di te e dei nostri figli. Con me non
rimpiangerai mai né il tuo paese né la tua famiglia. Ti renderò felice
e orgogliosa di aver sposato un uomo di montagna. Ti amerò e ti ri-
spetterò per tutta la vita, finché morte non ci separi.

Rito di matrimonio come scambio di cibi legati alle rispettive culture di ap-
partenenza: Juliette il pane azzimo, Romeo il latte

L. – Indietro sciocche lacrime, voi non siete che un tributo al dolore, ed è
un errore versarle per la gioia.

C. – Il paradiso è qua dove vivi, Giulietta. Ogni gatto, ogni cane, ogni to-
polino, ogni più indegna cosa che viva in questo paradiso può guar-
darti...

XI QUADRO

È SENZA SPERANZA

YVETTE – L'angoisse est la solitude. Seule. Bien sûr, avec toi mon amour,
chaque jour c'est un jour de fête, l'amour, tous seuls, nous deux...
Au début tout est beau et gai... Mais quand on est avec les autres...
C'est très difficile, je dois le reconnaître. Les valdôtains... Quand il
font la fête, ils sont très ouverts, très gais, mais en réalité ils sont très
fermés et il est très difficile de se faire des amis. C'est dur d'entrer
dans leur intimité...
Je suis angoissée, je connais quelqu'un, je le sais, mais j'ai peur...

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

Quand je sors toute seule, j'ai l'impression de ne connaître plus per-
sonne. L'angoisse est la solitude. Moi, tu le sais, Romeo, je suis avec
toi... Quand tu dois vendre ou acheter du bétail, je pars avec toi. Tous
les éleveurs de la région me connaissaient, je suis ta femme!, on est
toujours ensemble! Mais ils ont de préjugés... Ils ont de la peine à
me dire un simple "bonjour"...
C'est difficile, c'est difficile... J'ai quitté une ville de 150.000 habi-
tants et les amis, la famille, ma mère ne s'est jamais remise..., j'ai
quitté Aoste, tout le monde, pour me retrouver, ici, toute seule avec
des gens qui parlent italien ou, encore pire, patois. L'italien mainte-
nant, je ne le comprends, mais je ne le parle qu'avec le chien parce que,
si je le parle avec tes amis, ils sont noirs de rire, alors avec eux je n'es-
saye même pas.
Je croyais que quand on épouse quelqu'un, quand on l'aime, il faut
épouser la famille aussi, mais ta famille, Romeo, n'a jamais voulu me
voir... Je suis invisible!... Ça c'est dûr dûr dûr. Moi je viens de l'é-
tranger! Les paysans ont toujours un peu de restriction envers ceux
qui habitent à l'étranger, eh?, car il p il pensent qu'on est je ne sais pas
quoi! Je suis comme vous: je travaille et j'ai une famille! J'habitais
une grande ville, je sortais beaucoup car il y avait des théâtres, l'opé-
ra, des cinémas... Ici quand même il est un peu reduit... Parfois je
ne sais pas quoi faire, en attendant Romeo... Et je croyais qu'on jour
ta famille...
Je ne sais plus ce que je suis, quand je rentre à mon pays je me sens
étrangère, quand je circule dans ma ville je ne suis plus chez moi, et
ici je ne le suis pas vraiment non plus... L'angoisse est la solitude.
L'angoisse est la solitude. L'angoisse est la solitude. L'angoisse est
la solitude. L'angoisse est la solitude...

XII QUADRO
LA MORTE

FREDÉRIk – Per tante mattine ti ho veduto in quel bosco, gonfiare con
le tue lacrime la prima rugiada dell'alba, unire alle nuvole le nuvole
dei suoi sospiri. Ma appena il sole, nel lontano levante, comincia lie-
tamente a schiudere le ombrose cortine del letto di Aurora, tu, mia
triste sposa, schivando la luce, furtiva te ne torni a casa, ti rintani nel-

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la tua stanza, serri le finestre, escludi la luce del giorno e ti crei una
notte fittizia. Questo nero umore è stato fatale, e non ho trovato savi
consigli per allontanarne la causa tanto nota. I tuoi occhi, che chia-
mero' il mare, pompano e spruzzano lacrime; il tuo corpo è una bar-
ca che naviga su questi salati frutti; i venti sono i tuoi sospiri che in-
furiando agitano i tuoi occhi e, se non si calmano subito, finiranno
per sballottare il tuo corpo sballottato dalla tempesta...

DANIELA – Solo la morte è la fine di tutto...

F. – Avanti, avanti, uomo timoroso, la tristezza s'è innamorata del tuo
sembiente e tu hai sposato la disgrazia... E io che volevo stare solo e
per sempre con la mia Juliette... (piange)
Romeo, sei o non sei un uomo? Il tuo aspetto grida che lo sei, ma le
tue lacrime son di donna e i tuoi atti selvaggi sono di una belva.
Nascosta femmina in sembiante maschile! In forme animali! Via, via,
io al tuo amore, al tuo spirito.
Il tuo nobile aspetto è come una forma di cera che nulla abbia a che
fare con il valore dell'uomo; il tuo giuramento d'amore non è che
un vile spergiuro se uccidi l'amore che avevi fatto modo di tenere caro;
il tuo spirito, ornamento all'aspetto e all'amore, sprecato nella con-
dotta di questo e di quello come la polvere nell'arma di un soldato
inesperto, è brucato dalla tua ignoranza e da te disperso con le stes-
se armi della tua difesa.
Sento al cuore come l'oppressione di un destino che è ancora sospe-
so fra le stelle ma che scenderà spaventoso su di noi per troncarci avan-
ti tempo la vita che tanto disprezziamo. Più e più luce è nel cielo, più
e più buio è dentro di noi...

D. – Acconito Napello... la pianta cresce spontanea nei terreni freschi ed
umidi, come quelli della mia Irlanda, lungo i ruscelli, vicino alle stal-
le. Veleno potente, mortale... Vieni, fiala che il sapore della morte rac-
chiudi, vieni al mio labbro... Oh Romeo, vedi! Il liquor di morte, e
berrò solo per te... L'amore mi dia la forza, e la forza mi darà aiuto...
(beve) "Tanto verde, tanto mare, tanti fiori... Era questa la mia ter-
ra... l'Irlanda. È lì che ti ho conosciuto, è lì che ho incontrato colui che
è diventato mio marito: un valdostano... Ero in Inghilterra per lavo-
ro, su una nave da crociera irlandese, facevamo viaggi di 15 giorni sol-
cando le fredde acque dell'Oceano Atlantico. Anche tu lavoravi sulla
nave. Ci siamo innamorati e per me mi sono trasferita qui... È stato dif-
ficile per me... È stato duro abbandonare la mia famiglia, la mia terra,
le mie leggende... Ma per te e per il nostro amore l'ho fatto. Sono ar-

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

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rivata qui senza conoscere una parola di italiano, per non parlare del
patois! Era tutto da scoprire: un nuova lingua, nuove tradizioni, tan-
te montagne innevate e non più le distese color smeraldo della mia ter-
ra... Mi sono chiesta se avrei rifatto tutto... Penso di sì, è stato diffi-
cile, però io e te avevamo tanti sogni, tanti progetti, il primo fra tutti
quello di avere un figlio e il tuo di farmi imparare il patois... Niente di
tutto questo per noi, Romeo... Ci siamo sposati, sì, ma il nostro ma-
trimonio non è stato benedetto dalle nostre famiglie... Io troppo esu-
berante, strana... Il nostro matrimonio non è stato benedetto... Forse
perché io non ho voluto rinunciare alla mia religione protestante, e
questo non va bene perché io ero quella di via... Le malelingue dice-
vano che sarebbe stato un peccato per te accettarmi come moglie...
Così ci siamo sposati senza una religione, civilmente...

E. - Amore mio, sposa mia! La morte che ha aspirato il tuo dolce fiato, nes-
sun potere ha avuto sulla tua bellezza: non ti ha conquistato. La mor-
te non ha ancora issato su di te la sua pallida bandiera e l' insegna del-
la tua bellezza è ancora vermiglia sulle tue labbra e sulle tue guance.
Juliette mia, perché sei ancora tanto bella? Devo credere che la spet-
trale morte possa essere innamorata di te e che ti custodisca qui, al
buio, per farti la sua amante. Per tema di questo, rimango qui con te.
Non lascerò mai più la buia notte di questo palazzo: rimarrò qui dove
i vermi sono le tue ancelle; qui troverò riposo e potrò scrollare da que-
sto stanco corpo il gioco delle avverse stelle. Occhi, guardatela per
l'ultima volta! Braccia, godetevi il vostro ultimo amplesso! E voi, lab-
bra, custodi del respiro, suggellate con un bacio il vostro contratto
senza fine con la padrona morte. Vieni, amaro tutore; vieni, disgus-
tosa guida. Tu, pilota disperato, scagliati subito contro le rocce che
manderanno in frantumi la tua stanca e afflitta barca. Offro questo al
mio amore! (beve) Addio! il cielo sa quando ci rivedremo... Allora, fi-
nestra mia, fai entrare la luce e uscire la vita!

D - E ora cosa faranno con la nostra morte, Romeo? Chi deciderà per noi?
Questa volta chissà se mi vedranno come tua moglie e non solo come
una straniera?! Mi seppelliranno con te? Che colpa abbiamo avuto noi
due? Chiedevamo solo di vivere in felicità il nostro amore... Ma era-
vamo due stranieri per il mondo... Addio! Il Signore sa quando la no-
stre anime, felici solo per qualche debole istante, potranno rivedersi!
Mi sento correr per le vene il gelo della paura, che m'agghiacci a sen-
si ed il cuore!! Addio... Misero corpo mio, cedi alla terra, cessa ogni
moto, e tu e Romeo unitevi dentro un'unica e pesante bara. Vieni
morte sii la benvenuta!

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Testo Originale Estratto
XIII QUADRO
È LA FINE
BUFFONI – Son morti, deceduti, capite! Son morti. Oh che giornata!
Oh, doloroso, doloroso giorno! Un giorno di tanto pianto, un gior-
no di tanto strazio mai l’avevam veduto.
O giorno, o giorno, o giorno, odiosissimo giorno! Mai s’era veduto
un giorno nero così.
Tutto ciò che avevamo preparato per la festa sia pronto per il nero fu-
nerale! I nostri strumenti siano melanconiche campane, la nostra gaia
festa nuziale sia triste cerimonia di sepoltura, i nostri inni solenni sia-
no meste trenodie, i nostri fiori ricoprano le sepolture e tutte le cose
si mutino nel loro contrario. Romeo, che giace morto, era marito a
Juliette; e lei, che vedete lì, morta, era fedele moglie di Romeo. In
gente ricca Romeo giacerà vicino alla sua sposa; povere vittime del-
l’odio nostro. Il sole, in segno di lutto, non si affaccerà... Alcuni si
sentiranno responsabili, altri indifferenti.
Mai una storia, qui, è stata di tanto dolore quanto questa di Juliette
e del suo Romeo...

FINE

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Quadri, libri,
emozioni

Percorso di lettura

tratto dal catalogo della mostra
di Giancarlo Zuppini dal titolo
“Vocazione interiore”.

Saint-Pierre
Museo di Scienze Naturali

agosto 2004


Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

Vi chiederete che cosa c'entrano dei testi letterari, tratti da autori più o
meno famosi, con una mostra dedicata ai quadri di Giancarlo Zuppini. La
domanda è legittima e la risposta è relativamente semplice.

Poche righe per raccontarvi come è nata l'idea e come l'abbiamo rea-
lizzata. Abbiamo costituito un gruppo di lettori (tutti fedeli utenti della
biblioteca) a cui abbiamo chiesto di visionare i quadri di Giancarlo Zuppini
e poi, in seguito, abbiamo proposto loro, seguendo personali criteri, di
selezionare uno o più testi letterari che in qualche modo li rappresentasse-
ro, ma nella loro dimensione evocativa. Liberamente, ogni componente
del gruppo ha fatto la sua scelta.

I testi spesso non hanno una attinenza diretta con il contenuto del o
dei quadri esposti, altre volte paiono quasi descrittivi, in ogni modo rap-
presentano un tentativo della biblioteca, e del gruppo di lettori, di lancia-
re una piccola sfida culturale.

Piccola sfida che giriamo anche ai lettori: guardate i quadri, leggete i
testi, cercate anche voi i possibili, sottili, legami... e poi lasciate che l'este-
tica vi guidi attraverso il piacere di un viaggio che potrebbe portarvi verso
altri testi, altri libri, i vostri, quelli che per voi hanno e danno un senso al
vostro muovervi nel mondo attraverso la vostra mappa emotiva.
Buon viaggio

... Il bello di quei tempi era che tutto si faceva a stagione, e ogni stagione ave-
va la sua usanza e il suo gioco, secondo i lavori e i raccolti, e la pioggia o il
sereno. L'inverno si rientrava in cucina con gli zoccoli pesanti di terra, le
mani scorticate e la spalla rotta dall'aratro, ma poi, voltate quelle stoppie,
era finita, e cadeva la neve. Si passavano tante ore a mangiare le castagne, a
vegliare, a girare le stalle, che sembrava fosse sempre domenica.
(CESARE PAVESE, La luna e i falò)

... Le terrazze della Fortezza erano bianche, così come la valle del sud e il de-
serto del settentrione. La neve copriva interamente gli spalti, aveva steso una
fragile cornice lungo le merlature, precipitava con piccoli tonfi dalle gronde,
si staccava ogni tanto dal fianco dei precipizi, per nessuna comprensibile ra-
gione, e orribili masse rimbombavano nei canaloni fumando. Non era la pri-
ma neve, ma la terza o la quarta, e stava ad indicare che parecchi giorni era-
no passati...
(DINO BUZZATI, Il deserto dei Tartari)

... Astérie tordit la dernière chemise da sa lessive entre ses mains déformées
par les rhumatismes et tavelées par l'âge. Le printemps approchait, la glace
avait fondu, mais l'eau restait glacée.
Cette lessive-là, la première de l'année au lavoir, Astérie allait la payer
de douleurs carabinées. Ses vieux os ne supportaient plus des coups de froid
pareils.
(BERNARD LENTERIC, Les maîtres du pain)

... Le printemps arrive. L'été passe. Un nouvel hiver approche. Peu d'événe-
ments marquants, sinon un travail de plus en plus, astreignant qui me fait
courber l'échine...
(JEAN GRANGEOT, La canne aux rubans)

Gruppo di lettura

BELLEY DANIELA
BETTI PAOLA
BOSIO DANIELA
CHIESA CARLA
COLLOMB CORRADO
DIONISI GERMANO
GAIDO DENISE
GLAREY LAURA
JACQUEMOD MALVINA
PALLAIS GUIDO
VAUTHIER IOLE

... Solo di libri, da noi, c'era abbondanza: da una parete all'altra, in corri-
doio e in cucina e in ingresso e sui davanzali delle finestre e dappertutto.
Migliaia di volumi, in ogni angolo della casa. C'era come la sensazione che
mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godo-
no di eternità. Quand'ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non
uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche
uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand'anche lo si di-
strugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preser-
vi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato
in qualche sperduta biblioteca.

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Testo Originale Estratto
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

Vi chiederete che cosa c'entrano dei testi letterari, tratti da autori più o
meno famosi, con una mostra dedicata ai quadri di Giancarlo Zuppini. La
domanda è legittima e la risposta è relativamente semplice.
Poche righe per raccontarvi come è nata l'idea e come l'abbiamo rea-
lizzata. Abbiamo costituito un gruppo di lettori (tutti fedeli utenti della
biblioteca) a cui abbiamo chiesto di visionare i quadri di Giancarlo Zuppini
e poi, in seguito, abbiamo proposto loro, seguendo personali criteri, di
selezionare uno o più testi letterari che in qualche modo li rappresentasse-
ro, ma nella loro dimensione evocativa. Liberamente, ogni componente
del gruppo ha fatto la sua scelta.
I testi spesso non hanno una attinenza diretta con il contenuto del o
dei quadri esposti, altre volte paiono quasi descrittivi, in ogni modo rap-
presentano un tentativo della biblioteca, e del gruppo di lettori, di lancia-
re una piccola sfida culturale.
Piccola sfida che giriamo anche ai lettori: guardate i quadri, leggete i
testi, cercate anche voi i possibili, sottili, legami... e poi lasciate che l'este-
tica vi guidi attraverso il piacere di un viaggio che potrebbe portarvi verso
altri testi, altri libri, i vostri, quelli che per voi hanno e danno un senso al
vostro muovervi nel mondo attraverso la vostra mappa emotiva.
Buon viaggio

Gruppo di lettura

BELLEY DANIELA
BETTI PAOLA
BOSIO DANIELA
CHIESA CARLA
COLLOMB CORRADO
DIONISI GERMANO
GAIDO DENISE
GLAREY LAURA
JACQUEMOD MALVINA
PALLAIS GUIDO
VAUTHIER IOLE

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri
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IL PIACERE DELLA LETTURA
... Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l'atti-
mo antico che l'attrazione d'un attimo identico è venuta così di lontano a ri-
chiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so
(MARCEL PROUST, La strada di Swann)
... Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta
sempre dall'altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la
sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un al-
tro linguaggio dal loro, e non c'è davvero nessuna ragione perché li vogliano
capire. La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la
rassegnazione, senza speranza di paradiso, che curva le loro schiene sotto i
mali della natura
(CARLO LEVI, Cristo si è fermato a Eboli)
... Se vivrò abbastanza a lungo la fortuna cambierà. Sono quindici anni che
la sfortuna mi perseguita. Se un giorno avrò fortuna, sarò ricco. Sorrise. Sono
un buon giocatore, mi piacerebbe proprio essere ricco.
(ERNEST HEMINGWAY, Racconti)
La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando al dì di festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch'ebbe compagni dell'età più bella...
(GIACOMO LEOPARDI, Il sabato del villaggio)
... Il bello di quei tempi era che tutto si faceva a stagione, e ogni stagione ave-
va la sua usanza e il suo gioco, secondo i lavori e i raccolti, e la pioggia o il
sereno. L'inverno si rientrava in cucina con gli zoccoli pesanti di terra, le
mani scorticate e la spalla rotta dall'aratro, ma poi, voltate quelle stoppie,
era finita, e cadeva la neve. Si passavano tante ore a mangiar le castagne, a
vegliare, a girare le stalle, che sembrava fosse sempre domenica.
(CESARE PAVESE, La luna e i falò)
... Le terrazze della Fortezza erano bianche, così come la valle del sud e il de-
serto del settentrione. La neve copriva interamente gli spalti, aveva steso una
fragile cornice lungo le merlature, precipitava con piccoli tonfi dalle gronde,
gioni, e orribili masse rimbombavano nei cana-
ma neve, ma la terza o la quarta, e stava ad indicare che parecchi giorni era-
no passati...
(DINO BUZZATI, Il deserto dei Tartari)
... Astérie tordit la dernière chemise da sa lessive entre ses mains déformées
par les rhumatismes et tavelées par l'âge. Le printemps approchait, la glace
avait fondu, mais l'eau restait glacée.
... Cette lessive-là, la première de l'année au lavoir, Astérie allait la payer
de douleurs carabinées. Ses vieux os ne supportaient plus des coups de froid
pareils.
(BERNARD LENTERIC, Les maîtres du pain)
... Le printemps arrive. L'été passe. Un nouvel hiver approche. Peu d'événe-
ments marquants, sinon un travail de plus en plus, astreignant qui me fait
courber l'échine...
(JEAN GRANGEOT, La canne aux rubans)
... Solo di libri, da noi, c'era abbondanza: da una parete all'altra, in corri-
doio e in cucina e in ingresso e sui davanzali delle finestre e dappertutto.
Migliaia di volumi, in ogni angolo della casa. C'era come la sensazione che
mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godo-
no di eternità. Quand'ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non
uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche
uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand'anche lo si di-
strugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preser-
vi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato
in qualche sperduta biblioteca.
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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

[...] La nonna mi leggeva una storia o due, mi accarezzava le gote, mi bacia-
va in fronte e subito dopo la sfregava con un fazzoletto impregnato di profumo
che teneva sempre infilato nella manica sinistra e usava per scacciare o schiac-
ciare i microbi, infine spegneva la luce sopra di noi. Ma anche al buio conti-
nuava a canticchiare e nemmeno ronzare o borbottare, come scriverlo: attin-
geva da dentro di sé una specie di voce remota, trasognata, una voce color noce,
un suono scuro e piacevole che a poco a poco si assottigliava sino a diventare
un'ombra di voce, una sfumatura, un sentore, un gorgogliare attutito, scuro
calore, tiepido liquido amniotico. Per tutta la notte.
(Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra)

... Luigi Inzerillo era un povero disgraziato che, avendo perso il lavoro di mi-
natore per malattia, pur sapendo di avere i polmoni bucati aveva dovuto
adattarsi a fare il bracciante per mantenere la famiglia. Si portava appres-
so la figlia minore, perché la moglie era anch'essa malata. Mentre il padre
faticava, lei raccoglieva lumache, capperi, frutta selvatica, legna, tutto quel-
lo che riusciva a trovare per mangiare e accendere il fuoco. Al ritorno in pae-
se Luigi strascicava i piedi, stanco morto, mentre la bambina gli cammina-
va a lato impettita nonostante la pesante bisaccia del suo raccolto, a volte si
caricava perfino la zappa del padre.
A sei anni la piccola aveva cominciato a lavorare nelle squadre di mennula-
re. Era tra le più giovani, ma nessuna era brava come lei: si dava da fare con
concentrazione e caparbietà, pronta ad aiutare le altre e a imparare. I suoi
ditini non perdevano una mandorla, un'oliva, un pistacchio, come se i polpa-
strelli avessero occhi. Li scovava tra le zolle di terra dura, in mezzo alle pietre,
nei rovi. Dove passavano quelle piccole dita minute non restava bacca o frut-
to da raccogliere, né per terra né sui rami, senza paura si arrampicava sugli
alberi alti per staccare le mandorle più difficili, quelle che non vogliono cade-
re sotto i colpi delle bacchette. Dopo la morte del padre, all'età di otto anni, era
lei che manteneva la madre e la sorella. Non c'era lavoro che non accettasse,
dovunque e per qualsiasi compenso, purché le permettesse di ritornare in pae-
se la sera. Le sue dita parevano zampe di ragno, tanto erano magre e indaf-
farate a raccogliere mandorle, come se tessessero una rete sulla terra. Fu allo-
ra che le affibbiarono il nomignolo "la Mennulara", che le rimase.
[...] La vide crescere e diventare una ragazzina ben proporzionata dal cor-
po magro per la fame che aveva dentro, ma armonioso, il volto ovale, due oc-
chi vivacissimi dalle lunghe ciglia e un bel sorriso che le si apriva sui denti ir-
regolare e sporgenti. Cantava con voce seducente: quando le ragazze rispon-
devano alle stornellate dei picciotti, lei ci metteva tutto il sentimento e la pas-
sione di giovanetta. Coi picciotti scherzava, non era intimidita dagli uomi-
ni. Aveva appreso il linguaggio forte e volgare dei maschi, che usava come

una belva se qualcuno dei suoi pari le faceva torto o se credeva di essere vitti-
ma di un sopruso. Sapeva come comportarsi con i superiori e quando il so-
prastante o la guardiana erano ingiusti con lei, taceva, torva in viso.
(SIMONETTA AGNELLO HORNBY, La mennulara)

... Non so se farai come con molte delle altre lettere che a suo tempo, negli ul-
timi dieci anni del nostro ventennale matrimonio, ho avuto bisogno di scri-
verti: lettere che contenevano "le mie ragioni" e se vuoi "le mie prigioni" nei
tuoi confronti, e che ti mandavo sperando in una dialettica, un confronto in
cui ognuno dei due, facendo sue anche le ragioni dell'altro, si mostrasse desi-
deroso e capace di trovare una sintesi soddisfacente per entrambi.
[...] Mi spiace, perché vedo che non stai bene, combatti in silenzio contro una
serpeggiante depressione alla quale non sei abituato a dare parole, a "ester-
nare" con chi ti è vicino per farti davvero aiutare. Chissà, forse, per come sei
fatto, non vuoi neanche riconoscerla. Così come – e lì si per un malinteso sen-
so di rispetto per l'indipendenza dell'altro, anzi dell'altra che sono io, rispet-
to che finisce per tradursi in distrazione e indifferenza, in un deludente "la-
scia che sia" – fai cadere il silenzio sulle difficoltà, i dolori, la fatica, le delu-
sioni di chi ti è vicino.
Vorrei...
[...] Vorrei che tu, ogni tanto mi chiedessi scusa. Scusa per non avermi vista,
non avermi aiutata al momento giusto, non essermi stato vicino e quan-
do mi sarebbe servito da morire, non avermi fatto piangere fino a non poter-
ne più sulla tua spalla quando ne avrei avuto bisogno, e ridere in un mo-
mento successivo.
[...] Vorrei che tu mi chiedessi scusa per pensare così poco al mio piacere di vi-
vere, anche perché non riesci, non sei mai stato capace, di pensare al tuo.
[...] Vorrei sentirmi meno sola.
Vorrei essere più felice.
Non lo sono.
(ANNA MARIA MORI, Lasciami stare)

... In questa casa, alta, aperta al vento di tramontana che tira dal
Mongibello, vasta, con vani di finestre e balconi chiusi da tavole e cartoni,
Uccello sistema gli oggetti che fino ad allora aveva raccolto, il primo nucleo
del suo futuro museo. E intanto gira con la moglie in lungo e in largo per la
Sicilia, non tralasciando paese, contrada, sperduto casolare. E non raccoglie
solo cose, oggetti, ma canti, racconti, leggende, tradizioni popolari. Con fre-
nesia, con forza, con accanimento, in lotta con gli speculatori, con i nuovi
piccolo-borghesi che, nelle case fresche di cemento stipate di mobili in "stile" di
Cantù, d'oggetti industriali, volevano anche il pezzo di carretto, il pupo pa-

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Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri
ladino, il vaso di terracotta, il dipinto su vetro, cose che il giorno prima ave-
vano distrutto o dato al rigattiere. In lotta con il seppellimento e con l'oblio.
[...] Era instancabile. Arricchiva e ordinava la sua straordinaria Casa-mu-
seo di Palazzolo che non era il solito museo morto, polveroso ma una casa viva,
un museo in movimento dove a pianterreno si perpetuavano i lavori della fa-
miglia contadina: il pane, la ricotta, il formaggio, l'insaccamento del maia-
le, il telaio, il frantoio per le olive, la conservazione dei prodotti per l'inver-
no.
[...] E ora che sei migrato per sempre, caro Uccello, io rispondo a quella tua
richiesta di fare tutto il possibile...
È il possibile è questo, di ricordarti, dagli spazi chiusi di questa nostra Prigi-
one, che la vita è un ricordo, e il ricordo il futuro, cantore e predatore di memo-
ria, di reliquie d'un mondo trapassato di fatica e di dolore, vero, umano, per
il quale non nutrivi nostalgia, ma desiderio, speranza di riscatto.
(VINCENZO CONSOLO, Le pietre di Pantalica)
C'era una volta una donna che abitava in un podere della piana che aveva
una gallina secca, ma secca da fare pena: non faceva le uova, non voleva
cováre. La padrona cominciò a guardarla male pensando di tirarle il col-
lo. La gallina se ne accorse e capì che una volta o l'altra sarebbe finita male.
Così una mattina disse alla contadina: "Cara padrona, vedi come sono sec-
ca? Io cerco di mangiare, ma non riesco a ingrassare: uova non ne faccio, co-
vare non covo e ti sono solo di peso. Mandami in montagna: lassù c'è l'aria
buona, vacche, ghiande, castagne e bachi da mangiare... io ingrasserò, ti
farò l'uova, coverò e a suo tempo ti porterò una bella covata di galletti gras-
si che riempiranno il tuo pollaio! ..."
Fiabe toscane (scelte e trascritte da CARLO LAPUCCI)
Il pomeriggio, dopo le ore del caldo, cominciò la processione. Uscì dalla chie-
sa, e percorse tutto il paese. Risalì dapprima fino al cimitero, poi ridiscese alla
piazza, alla piazzetta, giù fino a Gagliano di Sotto e alla crollata Madonna
degli Angeli, per tornare poi, per la stessa strada, al punto di partenza, e rien-
trare in chiesa. Davanti camminavano dei giovanotti con delle pertiche, su
cui, a guisa di stendardi, erano attaccati dei panni, dei lenzuoli bianchi, e
li agitavano e sventolavano; i suonatori della banda di Stigliano con le trom-
be lucenti e fragorose. Poi, su un baldacchino retto da due lunghe stanghe,
portato a turno da una dozzina di uomini, veniva la Madonna. Era una
povera Madonna di cartapesta dipinta, una copia modesta della celebre e po-
tentissima Madonna di Viaggiano, e aveva, come quella, il viso nero: era tut-
ta coperta di abiti di gala, di collane e di braccialetti. Dietro la Madonna
camminava don Trajella, con una stola bianca sulla vecchia sottana bisun-
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ta, e il suo solito aspetto stanco, smunto e annoiato; poi il podestà e il briga-
diere, e poi i signori, e poi le donne, tutte insieme, con un grande ondeggiare
di veli bianchi, i ragazzi e i contadini.
(CARLO LEVI, Cristo si è fermato a Eboli)
... Ma prevale la tendenza ad accantonare il pesante bagaglio della realtà
quotidiana, per abbandonarsi al piacere dei momenti distensivi, delle riu-
nioni conviviali, delle soste all'osteria con in mano le carte...
(TERSILLA GATTO CHANU, Canti popolari del vecchio Piemonte)
... Nella fucina il fuoco era quasi spento e i pesanti attrezzi, i martelli, le te-
naglie e le raspe, giacevano a terra o erano appoggiati da qualche parte...
(W. G. SEBALD, Vertigini)
... L'economia più diffusa, dunque è legata all'agricoltura come l'artigiana-
to. C'è una incredibile ricchezza di mestieri oggi praticamente scomparsi: sel-
lai, maniscalchi, bottai, carradori, forgiatori e persino...
(NUTO REVELLI, Le due guerre)
Dal pezzo di legno comincia a delinearsi la forma di un sabot: nel patois lo-
cale questo passaggio si chiama échapolà. Contemporaneamente si sagoma an-
che l'imboccatura per il piede, controllando, riga alla mano, che il bordo su-
periore sia equidistante dalle due estremità: è la condizione indispensabile
perché il sabot calzi bene. Per queste operazioni il sabotier si affida esclusiva-
mente al suo occhio abituato e infallibile e ai suoi colpi precisi, frutto di una
lunga esperienza.
(L. CAPRA, S. FAVRE, G. SAGLIO, I sabotier d'Ayas, mestiere tradizionale di una comu-
nità valdostana)
... Rimase sulla ghiaia per un paio di minuti, non abbastanza spaventata da
fare dietrofront, ma nemmeno abbastanza sicura da procedere. Poteva tor-
nare dalla madre e tenerle compagnia in salotto dove stava aspettando. Poteva
percorrere una strada più sicura, lungo il vialetto principale prima che que-
sto si inoltrasse nel bosco, pur continuando a dare l'impressione di una ricer-
ca seria. Poi, proprio perché la giornata le aveva dimostrato che non era più
una bambina, e che ormai era entrata in una storia più intensa di cui dove-
va dimostrarsi all'altezza, si costrinse a proseguire e ad attraversare il ponte.
Da sotto di lei, amplificato dall'arco di pietra, giunse il sibilo della brezza tra
i falaschi, e un improvviso frullo d'ali sull'acqua che subito si spense. Rumori
familiari ingigantiti dal buio. Un buio che non era nulla, non aveva sostan-
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za, non era una presenza, nient'altro che un'assenza di luce. Il ponte condu-
ceva solo a un isolotto artificiale su un lago artificiale. Era lì da quasi due-
cento anni, un elemento separato dal terreno della villa che apparteneva a
Briony più che a chiunque altro. Lei era l'unica a venirci ogni tanto.
[...]Perciò non doveva essere così difficile scendere sulla riva e raggiungere il
tempio. Eppure Briony ebbe un altro momento di esitazione e si limitò a guar-
darsi intorno. L'indistinto pallore dell'edificio luccicava nel buio. Se lo guar-
dava fisso, si dissolveva. Si trovava a un centinaio di metri di distanza, men-
tre più vicino, al centro della distesa d'erba, c'era un cespuglio che non ri-
cordava. O meglio, le pareva che fosse sempre stato più vicino alla riva. Anche
gli alberi avevano qualcosa di insolito, almeno per quanto riusciva a scor-
gerne. La quercia era troppo gibbosa, l'olmo troppo rado, e in quella loro stra-
nezza parevano alleati. Quando Briony appoggiò la mano sul parapetto del
ponte un'anatra la fece trasalire con il suo verso chiassoso e sgradevole, quasi
umano con quella sua nota calante e roca. Ma ormai aveva deciso. Procedette
all'indietro, aggrappandosi ai ciuffi d'erba, e giunta al fondo si fermò solo
per pulirsi le mani nel vestito.
(IAN MCEWAN, Espiazione)

ELENCO DELLE OPERE CITATE
• La strada di Swann di Marcel Proust, Einaudi 1990
• Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Einaudi 1977
• Tutti i racconti di Ernest Hemingway, Mondadori 1990
• La luna e i falò di Cesare Pavese, Einaudi 2000
• Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, Mondadori 1989
• Les maîtres du pain di Bernard Lenteric, Paris, Plon 1993
• Canti di Giacomo Leopardi, Garzanti 1981
• Les noisettes sauvages de Robert Sabatier, Paris, Albin Michel 1980
• La canne aux rubans de Jean Grangeot, Editions Manya 1992
• Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz, Feltrinelli 2003
• La mennulara di Simonetta Agnello Hornby, Feltrinelli 2003
• Lasciami stare di Anna Maria Mori, Sperling & Kupfer 2003
• Le pietre di Pantalica di Vincenzo Consolo, Mondadori 2000
• Fiabe toscane scelte e trascritte da Carlo Lapucci, Mondadori 1994
• Canti popolari del vecchio Piemonte di Tersilla Gatto Chanu, Newton & Compton 1998
• Vertigini di W. G. Sebald, Adelphi 2002
• Le due guerre di Nuto Revelli, Einaudi 2003
• I sabotieri d'Ayas, mestieri tradizionali di una comunità valdostana
di L. Capra, S. Favre, G. Saglio, Priuli & Verlucca 1995
• Espiazione di Ian McEwan, Einaudi 2001

IL RE DEL FERRO (IL FABBRO), tecnica mista, cm 70x50

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Il piacere della lettura. Villaggi, teatri, libri, quadri

BOTTAIO, tecnica mista, cm 50x40

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MAGNIN (LO STAGNINO), tecnica mista, cm 60x50

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

IL RITMO DELLA BATTITURA (IL GRANO), tecnica mista, cm 50x60

LA DONNA CON IL MULO, tecnica mista, cm 60x50

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Testo Originale Estratto
Il piacere della lettura. Villaggi, teatro, libri, quadri

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE

I PENSIERI DELLA LAVANDAIA, tecnica mista, cm 45x35

MAGGENGO (IL FALCIATORE), tecnica mista, cm 60x50

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Testo Originale Estratto
Finito di stampare
nel mese di dicembre 2004
presso la Tipografia Valdostana
ad Aosta