Giancarlo Zuppini: Esplorazione Artistica della Valle d'Aosta tra Memoria e Tradizione

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Il documento è una pubblicazione dedicata a Giancarlo Zuppini, artista nato a Milano nel 1930 e profondamente legato alla Valle d'Aosta, celebrando la sua carriera e il suo profondo legame con la regione. La pubblicazione ruota attorno a due importanti esposizioni—"L'anima del tempo" (Saint-Pierre, 1999) e "Archeologia dell'intimo" (Aosta, 2006, postuma)—che ne ripercorrono la formazione all'Accademia di Brera, i riconoscimenti e il suo stile pittorico neo-figurativo, influenzato dal Cubofuturismo. Le opere di Zuppini, prevalentemente tecniche miste, catturano scene di vita rurale, tradizioni locali, paesaggi alpini e momenti storici della Valle d'Aosta, evocando nostalgia e semplicità attraverso i colori della terra. Il volume include introduzioni critiche, una biografia, elenchi di mostre e un ampio catalogo illustrato delle sue creazioni. A completamento, una sezione di testi di Antonio Vizzi approfondisce la cultura, la storia, l'artigianato e l'economia della Valle d'Aosta, fornendo un ricco contesto per l'arte di Zuppini.

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Testo Originale Estratto
Giancarlo
ZUPPINI
L'anima del tempo


Testo Originale Estratto
a Saint-Pierre e a Carla


Testo Originale Estratto
REGIONE AUTONOMA VALLE D'AOSTA
RÉGION AUTONOME VALLÉE D'AOSTE
Assessorato all'Istruzione e alla Cultura
Assessorat à l'éducation et à la culture
COMUNE DI SAINT-PIERRE
COMMUNE DE SAINT-PIERRE
BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
BIBLIOTHÈQUE COMMUNALE DE SAINT-PIERRE
MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI
MUSÉE RÉGIONAL DE SCIENCES NATURELLES
Esposizione Museo Regionale di Scienze Naturali - Saint-Pierre
5-30 giugno 1999
Exposition Musée Régional de Sciences Naturelles - Saint-Pierre
5-30 juin 1999
Organizzazione e coordinamento / Organisation et coordination
Servizio attività culturali / Service des activités culturelles
Introduzione / Préface
Ezio Bérard
Traduzione testo francese / Traduction texte français
Marisa Cavalli
Stampa Tipografia Valdostana - Aosta
L'artista ringrazia in modo particolare le persone che hanno prestato opere
e ne hanno concesso la riproduzione sul presente catalogo.
Giancarlo Zuppini
L'anima del tempo


Testo Originale Estratto
Indice - Index pagina 5
Presentazione / Présentation Germano Dionisi
6 Presentazione / Présentation Giuseppe Jocallaz
7 Introduzione / Introduction Ezio Bérard
9 Opere / Œuvres
42 Biografia / Biographie
43 Bibliografia / Premi e selezioni / Critica
44 Recensioni critiche
46 Esposizioni
47 Elenco delle opere

Presentazione
Germano Dionisi
Presidente della commissione di gestione della Biblioteca

Mi è difficile pensare a questa presentazione come ad un
atto formale, per due motivi: non sono un esperto d'arte
e ciò che mi lega a Giancarlo un sentimento di profonda amicizia.
Rimando quindi alle pagine "esperte" di questo catalogo gli aspetti
riferiti alla critica, aggiungendo però una considerazione che mi
deriva dal mio insegnante di arte, il quale ci diceva spesso: "non
chiedetevi cosa ha voluto dire l'artista, interrogatevi sulle sensazioni
che provate di fronte ad un suo quadro"... e i quadri di Giancarlo
non mi hanno mai lasciato privo di emozioni.
Il fatto poi che sia anche un amico mi permette di gioire maggior-
mente di questa occasione in cui la Biblioteca comunale di Saint-
Pierre può rappresentare l'intera comunità nel tributargli un omag-
gio come artista che opera in questo paese. Saint-Pierre lo apprez-
za per le sue doti artistiche ed umane ed in questa occasione ha
saputo anche valorizzarlo, non solo per le sue opere, ma anche per
il suo prezioso contributo alla vita culturale. L'anima del tempo rac-
chiusa tra queste cornici rappresenta un piacevole viaggio nella
memoria, privo di retorica e filtrato da uno sguardo attento alle per-
sone nel loro gioire e faticare su di una terra naturalmente incante-
vole, ma, nella sua storia, dura nel dispensare benessere.

Présentation
Germano Dionisi
Président de la commission de gestion de la Bibliothèque

Il m'est impossible de penser à cette présentation comme à un acte
formel et ce pour deux raisons: je ne suis pas un expert d'art et
ce qui me lie à Giancarlo est un sentiment d'amitié profonde.
Je renvoie donc le lecteur aux pages "expertes" de ce catalogue pour
les aspects critiques. J'ajoute toutefois une considération qui m'est
suggérée par mon professeur d'art, qui me disait souvent: "Ne vous
demandez pas ce que l'artiste a voulu dire, interrogez-vous sur les
sensations que vous ressentez devant un de ses tableaux"... et les
tableaux de Giancarlo ont toujours suscité en moi des émotions.
Le fait que, en outre, il s'agit d'un ami, me permet de jouir encore
plus de cette occasion où la Bibliothèque communale de Saint-
Pierre, au nom de toute la Communauté, peut lui rendre hommage
en tant qu'artiste qui travaille dans ce village. Saint-Pierre, qui l'ap-
précie pour ses talents artistiques et humains a su, à cette occasion,
le valoriser non seulement pour ses œuvres, mais également pour
son apport précieux à la vie culturelle du village. L'âme du temps,
que renferment ces cadres, constitue un agréable voyage dans la
mémoire, un voyage sans rhétorique, filtré par un regard attentif
aux personnes dans leurs joies et dans leurs peines sur une terre
naturellement enchanteresse, mais âpre, dans son histoire, à dis-
penser le bien-être.


Testo Originale Estratto
Presentazione
Giuseppe Jocallaz
Sindaco del Comune di Saint-Pierre

È con vivo piacere che il Comune di Saint-Pierre, grazie
all'iniziativa della Biblioteca ed alla collaborazione
dell'Assessorato all'Istruzione e alla Cultura della Regione,
ospita nelle sale del Museo di scienze naturali dal 5 al 30 giugno
1999, una mostra dedicata interamente all'artista Giancarlo Zuppini.
Questa mostra, dal suggestivo titolo "L'anima del tempo", rappre-
senta un omaggio ad un amico che ha scelto di vivere nel nostro
paese ed inoltre un riconoscimento per l'artista che ha saputo
cogliere gli aspetti più caratteristici di un tempo trascorso, attraver-
so una tecnica sicura e pregevole e soprattutto dando ai suoi qua-
dri una luce che li colloca "fuori" dal mero folklore, permettendoci
di goderne la freschezza e l'immediatezza.
Mi preme ribadire che la presenza di Giancarlo Zuppini a Saint-
Pierre, e forse in Valle d'Aosta, non è mai stata silenziosa e passiva,
non solo per le sue opere, ma anche per l'impegno che ha sempre
accettato di mettere al servizio della comunità, basti ricordare i corsi
di creatività rivolti ai bambini e agli adulti nonché la sua compe-
tente presenza sia nella giuria della Foire de Saint-Ours sia
nell'IVAT.
Queste poche righe, dunque, per augurare ai visitatori un felice
viaggio "nell'anima del tempo" nella speranza che possano apprez-
zare le intime e suggestive atmosfere che questa mostra evoca.

Présentation
Giuseppe Jocallaz
Syndic de la Commune de Saint-Pierre

C'est avec grand plaisir que la Commune de Saint-Pierre,
grâce à l'initiative de la Bibliothèque et à la collaboration de
l'Assessorat de l'Éducation et de la Culture de la Région,
accueille dans les salles du Musée des sciences naturelles du 5 au 30
juin 1999, une exposition entièrement consacrée à l'artiste
Giancarlo Zuppini.
Cette exposition, au titre suggestif "l'âme du temps", représente un
hommage à un ami qui a choisi de vivre dans notre village et, en
outre, une reconnaissance pour l'artiste qui a su saisir les aspects les
plus caractéristiques d'un temps révolu et qui, à travers une techni-
que sûre et de valeur, a surtout donné à ses tableaux une lumière
qui les place "en dehors" du simple folklore, nous permettant ainsi
de jouir de leur fraîcheur et de leur spontanéité.
Je tiens à souligner que la présence de Giancarlo Zuppini à Saint-
Pierre et peut-être en Vallée d'Aoste, n'a jamais été silencieuse et
passive. En effet il est actif non seulement par ses oeuvres, mais éga-
lement par son engagement: il suffit ici de rappeler les cours de créa-
tivités pour les enfants et les adultes ainsi que sa présence compé-
tente dans le jury de la Foire de Saint-Ours et dans l'IVAT.
Par ces quelques lignes, j'entends souhaiter aux visiteurs un heu-
reux voyage "dans l'âme du temps" dans l'espoir qu'ils pourront
apprécier les atmosphères intimes et suggestives que cette exposition
évoque.

Introduzione
Ezio Bérard

Un tuffo nel passato, nella semplicità delle cose, negli antichi mestie-
ri, nell'atmosfera semplice e pura di una volta. La pittura di
Giancarlo Zuppini ci riporta piacevolmente indietro nel tempo; è un
cammino a ritroso in un'epoca in cui tutto sembra sbilanciato in avanti,
alla ricerca delle più sofisticate tecnologie. All'anonima folla della città, pervasa
da una frenesia continua, che sempre più spesso ci coinvolge, le opere di
Zuppini propongono in alternativa, la gente semplice della montagna, con
i suoi ritmi e i suoi mestieri quotidiani; il procedere lento tra le case del vil-
laggio, dove si assapora ancora l'incontro con il vicino o il contatto con la
natura; i momenti di allegria e di gioia, con il gruppo, nel piazzale al cen-
tro del villaggio o nei campi al termine di una dura giornata di lavoro.
"Chaque homme doit inventer son chemin" scriveva Jean-Paul Sartre e
Giancarlo Zuppini è stato l'artefice del suo cammino artistico e della sua
strada tematica: quella della "memoria". Un itinerario maturato negli anni,
alla scoperta dell'anima del tempo.
Una carriera la sua, incominciata da autodidatta, poi negli anni sessanta sfo-
ciata nell'esigenza di migliorare la tecnica espressiva e per migliorare la tec-
nica non c'è che la scuola. Si iscrive all'Accademia di Brera dove ha l'op-
portunità di trovare dei maestri veramente bravi.
Sono stato fortunato. Quando sono entrato all'Accademia, subito come
maestro ho avuto Mariani; mi hanno dato un cavalletto, ho disegnato qual-
che cosa e mi hanno passato subito al terzo anno con Ettore Calvelli, il mio
primo vero maestro. Dopo due mesi hanno ritenuto che ero maturo per pas-
sare al colore. Per passare al colore, fare cioè quattro anni in uno solo, è
stata necessaria la dispensa del rettore Varisco, che mi diede tale possibilità
e così ho seguito questo corso con Contardo Barbieri; infine come maestro
ho avuto Amalia Panigati, per ciò che rappresentava l'astratto. Da non
confondere con l'informale che è qualcosa di diverso.
Questi tre maestri mi hanno dato l'opportunità di maturare e di essere quel-
lo che sono, di rinforzare molto il mio modo di vedere, di pensare e anche
di non affezionarmi troppo alle mie opere ed ancora altri suggerimenti che
sono stati per me molto importanti.
La sua è una pittura piacevole, ma mai scontata; è sempre frutto di un'ela-
borazione artistica e di una tecnica particolare. Opere che sanno trasmet-
tere sensazioni ed anche emotività.
Mi confida Zuppini che anche Quaglino, noto gallerista di Torino, diceva
che in tanti anni di esposizioni, una tecnica del genere non l'aveva mai vista.
Io dipingo a sovrapposizione, sempre con colori ad evaporazione e mai ad
ossidazione. Questo tipo di pittura non consente eccessivi ripensamenti o
correzioni, perché riaffiora sempre ciò che si vuole cancellare. Il colore ad
evaporazione, tra l'altro, è molto trasparente, come l'acquerello. E' una tec-

Introduction
Ezio Bérard

Un retour au passé, dans la simplicité des choses, dans les anciens
métiers, dans l'atmosphère simple et pure d'autrefois. Le peintre
Giancarlo Zuppini nous ramène agréablement en arrière dans le
temps; c'est un chemin à rebours à une époque où tout semble projeté vers
l'avenir, à la recherche des technologies les plus sophistiquées. Face à la
foule anonyme de la ville, parcourue d'une frénésie perpétuelle, les œuvres
de Zuppini proposent comme alternative les gens simples de la montagne
avec leurs rythmes et leurs métiers quotidiens; la marche lente au milieu
des maisons du village, où l'on apprécie encore la rencontre avec le voisin
ou le contact avec la nature; les moments d'allégresse et de joie, en groupe,
sur la place au centre du village ou dans les champs au terme d'une dure
journée de travail. "Chaque homme doit inventer son chemin" écrivait
Jean-Paul Sartre et Giancarlo Zuppini a été l'artisan de son chemin artisti-
que et de son parcours thématique: celui de la "mémoire". Un itinéraire
qui a mûri au cours des années, à la découverte de l'âme du temps.
Sa carrière commence en autodidacte, puis, dans les années soixante. Elle
aboutit à l'exigence de perfectionner la technique expressive et pour ce faire
il n'y a que l'école. Il s'inscrit à l'Académie de Brera où il a l'opportunité
de rencontrer des maîtres vraiment compétents.
J'ai eu de la chance. Quand je suis entré à l'Académie, j'ai eu tout de suite
comme maître Mariani; on m'a donné un chevalet, j'ai dessiné quelque
chose et on m'a tout de suite placé en troisième année avec Ettore Calvelli,
mon premier vrai maître. Après deux mois, ils ont pensé que j'étais mûr
pour passer à la couleur. Pour passer à la couleur, c'est-à-dire faire quatre
années en une seule, il a fallu la dispense du recteur Varisco, qui m'a accor-
dé cette possibilité: j'ai ainsi suivi ce cours avec Contardo Barbieri; j'ai eu
enfin comme maître Amalia Panigati pour ce qui concernait l'abstrait. À ne
pas confondre avec l'informel qui est quelque chose de différent.
Ces trois maîtres m'ont donné l'opportunité de mûrir et d'être ce que je
suis, de fortement renforcer ma façon de voir, de penser et aussi de ne pas
trop m'attacher à mes œuvres et encore d'autres suggestions qui ont été
très importantes pour moi. Sa peinture est agréable, mais jamais banale:
c'est toujours le fruit d'une élaboration artistique et d'une technique parti-
culière. Des œuvres qui sont à même de transmettre des sensations aussi
bien que des émotions. Zuppini me confie que même Quaglino, renommé
gallerista de Turin, disait que, au cours de tant d'années d'exposition, il
n'avait encore jamais vu une technique de ce genre.
Je peins par superposition, toujours avec des couleurs à évaporation et
jamais à oxydation. Ce genre de peinture ne permet pas de trop souvent
repenser ou corriger, car ce que l'on veut effacer ressort toujours. La cou-
leur à évaporation, entre autres, est très transparente, comme l'aquarelle.
C'est une technique qui requiert beaucoup d'attention. La couleur est très


Testo Originale Estratto
nica che richiede molta attenzione. Nelle opere di un pittore è molto impor-
tante il colore, o i colori che tendono a ripetersi e a diventare, con il tempo,
una caratteristica dell'artista.
Io uso le terre. Per me le terre sono la base di tutto. Lo scultore Mario Stuffer,
quando qualche volta usavo altri colori, affermava di non riconoscermi
più, perché - Tu sei il re delle terre - diceva.
È vero. Le terre mi danno un senso di calore e di legame con il territorio.
Giancarlo Zuppini è un pittore dall'animo semplice e sensibile che apprez-
za i gesti, i sentimenti e intuisce, nella conversazione con gli amici, i ragio-
amenti sottili, ma anche il valore dei silenzi.
In Valle d'Aosta ha proseguito la sua strada pittorica, già di per sé signifi-
cativa, ma che oggi è sicuramente più pregnante.
L'arrivo in Valle mi ha ridato serenità, ho recuperato, in un certo qual
senso, tutti i miei appunti raccolti in tanti anni di visite a realtà che non ci
sono più, a luoghi che hanno subito negli anni mutamenti e ho intrapreso
questo nuovo filone. Qualcuno mi ha detto che assomiglio a Mus, qualcun
altro no: comunque per me il soggetto è un pretesto per dipingere; a me inte-
ressa la luce. L'atmosfera che riesco a creare in un quadro.
Non mi pento di quello che ho fatto in questi anni, anzi, vorrei riuscire a
trasmettere nell'animodegli altri quello che ho provato e provo tuttora.
Un itinerario pittorico artistico che negli anni si è dunque modificato, ose-
rei dire evoluto, in un filone di ricerca che è un “cammino nella memoria”
“Qualcuno mi ha fatto notare che quando non ci sarà più non ci sarà più
nessuno che rappresenterà questo mondo, in parte già scomparso o che sta
scomparendo. In effetti, morti Mus e Colonnello, in un certo qual senso,
altri artisti hanno intrapreso vie diverse, anche se lodevolissime, ma non su
questi temi; ed ecco allora che ritorna un po' del mio carattere crepuscola-
re perché le cose che non ci sono più sono intrise di rimpianti; è un mondo
nostalgico che mi è rimasto dentro. È vero nei trittici, nell'ultima sezione
generalmente rappresento momenti di festa paesana, di gioia contenuta,
ma c'è sempre una vena di malinconia. D'altronde anche la Valle d'Aosta
è cambiata: una volta le persone erano più allegre; c'erano più feste; più
occasioni di incontro; c'era meno gente che si rinchiudeva in casa a vede-
re la televisione. Le persone sapevano distribuire la loro gioia, la loro feli-
cità vissuta anche nei momenti più semplici: tutte situazioni che oggi pur
troppo si sono smarrite in un mondo spesso vuoto e troppo superficiale.
Sensazioni, stati d'animo, certo; messaggi, forse. "Sono sincero non ho
dipinto per lanciare messaggi, ma per una esigenza mia: dentro di me c'è
ancora oggi questa nostalgia del passato, inteso come luoghi, persone,
mestieri di una volta. Certo ho avuto la sensazione, alcune volte, di tra-
smettere qualche cosa anche ai giovani che riescono a captare nelle mie
opere forse i racconti della nonna, queste atmosfere che non esistono più,
situazioni che sono ancora cercate, ma che ormai stanno scomparendo."
La personale di Giancarlo Zuppini, la prima a Saint-Pierre, suo paese d'a-
dozione, si terrà nelle sale del Castello, che è il simbolo della località. Si
tratta di un doveroso riconoscimento ad un artista che in questi anni ha
contribuito molto a far conoscere, attraverso la sua pittura, aspetti rilevanti
della nostra storia quotidiana.
importante dans les œuvres d'un peintre comme les couleurs qui ont ten-
dance à se répéter et à devenir, avec le temps, une caractéristique de l'artiste.
J'utilise les ocres. Pour moi les ocres sont le fondement de tout. Le sculp-
teur Mario Stuffer, quand j'utilisais parfois d'autres couleurs, affirmait qu'il
ne me reconnaissait plus, car "Tu es le roi des ocres", disait-il.
C'est vrai. Les ocres me donnent une sensation de chaleur et de lien avec
la terre. Giancarlo Zuppini est un peintre à l'âme simple et sensible qui
apprécie les gestes, les sentiments et saisit, dans la conversation avec les
amis, aussi bien les raisonnements subtils que la valeur des silences.
Au Val d'Aoste, il a poursuivi son chemin pictural, déjà en lui-même signi-
ficatif, mais qui est aujourd'hui certainement plus chargé de sens.
L'arrivée dans la Vallée m'a redonné la sérénité, j'ai récupéré, en un certain
sens, toutes les notes que j'avais recueillies au cours de tant d'années de
visites dans des réalités qui n'existent plus, dans des lieux qui ont subi au
cours de ces années des transformations et j'ai entrepris ce nouveau filon.
Quelqu'un m'a dit que je ressemble à Mus, quelqu'un d'autre que c'est
faux; de toute façon le sujet pour moi est un prétexte pour peindre; ce
qui m'intéresse c'est la lumière, l'atmosphère que je réussis à créer dans un
tableau. Je ne me repens pas de ce que j'ai fait pendant ces années : je vou-
drais même réussir à transmettre à l'âme des autres ce que j'ai ressenti et
que je ressens encore.
Un itinéraire pictural et artistique qui s'est donc modifié au fil du temps,
qui a évolué, oserai-je dire, en une recherche qui est une "marche dans la
mémoire". Quelqu'un m'a fait remarquer que, quand je ne serai plus là, il
n'y aura plus personne pour représenter ce monde, en partie déjà disparu
ou en voie de disparition. En effet, après la mort de Mus et Colonnello, en
un certain sens, d'autres artistes ont entrepris des voies différentes, tout à
fait louables, mais certes pas sur ces thèmes ; ainsi se manifeste mon carac-
tère crépusculaire car les choses qui ne sont plus sont imbues de regrets ;
c'est un monde plein de nostalgie que je garde en moi. C'est vrai que dans
mes triptyques, dans la dernière section, je représente généralement des
moments de fêtes paysannes, de joie contenue, mais il y a toujours une note
de mélancolie. D'ailleurs le Val d'Aoste aussi a changé : autrefois les gens
étaient plus gais ; il y avait un grand nombre de fêtes et d'occasions
de rencontres ; beaucoup moins de gens se renfermaient chez eux pour
regarder la télévision. Les gens savaient partager leur joie, leur bonheur
vécu même dans les moments les plus simples de la vie: situations qui se
sont toutes malheureusement perdues dans un monde souvent vide ou trop
superficiel. Sensazioni, états d'âme, certes; messages, peut-être.
Je suis sincère : je n'ai pas peint pour lancer des messages, mais pour satis-
faire une exigence personnelle : dans mon for intérieur il y a encore cette
nostalgie du passé, considéré en tant que lieux, personnes, métiers d'au-
trefois. Certes, j'ai eu la sensation, parfois, de transmettre quelque chose
également aux jeunes qui réussissent à capter dans mes œuvres, peut-être,
plus, situations que l'on recherche encore, mais qui sont en train de disparaître.
L'exposition individuelle de Giancarlo Zuppini, la première à Saint-Pierre,
son village d'adoption, aura lieu dans les salles du Château, qui est le sym-
bole de cette localité. Il s'agit d'un signe de reconnaissance que nous devons
à un artiste qui, au cours de ces années, a beaucoup contribué à faire
connaître, à travers sa peinture, les aspects importants de notre histoire
quotidienne.
Opere/Œuvres
8


Testo Originale Estratto
1. Lo Sabotier, 30 x 40
tecnica mista

10

2. Nevicata sulla vecchia chiesetta, 30 x 40
tecnica mista


Testo Originale Estratto
3. Lavandaia, 30 x 40
tecnica mista
12

4. Nevicata a Tignè, 35 x 45
tecnica mista
13


Testo Originale Estratto
5. Ledze - la slitta, 35 x 45
tecnica mista
14
6. Il Cestaio, 35 x 45
tecnica mista
15


Testo Originale Estratto
7. Immagine sacra, 35 x 45
tecnica mista
16
8. Pascolo (Vetan), 40 x 50
tecnica mista
17


Testo Originale Estratto
9. Bataille des reines, 40 x 50
tecnica mista

18

10. Il falciatore, 40 x 50
tecnica mista

19


Testo Originale Estratto
11. Il rientro del pastore, 40 x 50
tecnica mista

20

12. Le Selleraines, 50 x 60
tecnica mista

21


Testo Originale Estratto
13. Nevicata, 50 x 60
tecnica mista

22

14. Danza in costume di Cogne, 50 x 70
tecnica mista

23


Testo Originale Estratto
15. La trabaou, 30 x 40
tecnica mista
24

16. La Savana, 30 x 40
tecnica mista
25


Testo Originale Estratto
17. Il focolare, 35 x 45
tecnica mista
26

18. Galline sull'aia, 35 x 45
tecnica mista
27


Testo Originale Estratto
19. Profumo di polenta, 40 x 50
tecnica mista
28

20. Latteria, 40 x 50
tecnica mista
29


Testo Originale Estratto
21. La raccolta, 40 x 50
tecnica mista
30
22. Fiera di Sant'Orso, 50 x 60
tecnica mista
31


Testo Originale Estratto
23. Interno con donne, 50 x 60
tecnica mista
32

24. Fromagerie, 35 x 45
tecnica mista
33


Testo Originale Estratto
25. Brenzone del Garda, 35 x 45
tecnica mista

34

26. Il grillaio (Maremma), 25 x 45
tecnica mista

35


Testo Originale Estratto
27. Randazzo (Sicilia), 35 x 45
tempera verniciata

36

28. Tramonto Chiavennasco Sondrio, 60 x 80
tecnica mista


Testo Originale Estratto
29. Il Concilio, 95 x 32
tempera cerata

38

30. Festa Patronale (Trittico), 150 x 70
tecnica mista

39


Testo Originale Estratto
31. Stagioni (Trittico), 150 x 70
tecnica mista
40

32. Fiera di Sant'Orso (Trittico), 150 x 70
tecnica mista
41


Testo Originale Estratto
BIOGRAFIA
GIANCARLO ZUPPINI nasce a Milano il 21 aprile 1930. Inizia a dipingere nella
sua città natale, come autodidatta. Appassionato di montagna, frequentando le
Alpi, ed in particolare la Valle d'Aosta, viene colpito dal mondo agreste-pastorale
e comincia ad affidare le sue impressioni a piccoli disegni, che in futuro saranno
poi preziosi per ritrovare scene di vita che con il passare del tempo sono scom-
parse.
Negli anni sessanta sente la necessità di perfezionare la sua tecnica pittorica e fre-
quenta i corsi dell'Accademia di Belle Arti di Brera e la Scuola libera del Nudo. In
quel favoloso periodo gli insegnanti titolari erano il maestro Ettore Calvelli, il pit-
tore Contardo Barbieri e la vetratista Amalia Panigati. Con questi artisti si lega di
amicizia sincera, arricchita di un'impronta di idee e stimoli che hanno, negli anni
di frequentazione, tracciato per lui una via maestra.
Gli anni di scuola si concludono e viene licenziato con medaglia d'argento.
In quel periodo entra a far parte del «Gruppo Allievi Artefici di Brera» fondato dalla
vetratista Amalia Panigati; questo sodalizio gli offre l'occasione di partecipare a
mostre collettive ed estemporanee dove più volte viene premiato.
Il 1965 lo vede invitato come unico allievo di Brera alla XXIV Biennale d'Arte di
Milano, dove presenta «Il Concilio» che raccoglierà una buona critica in un artico-
lo di Leonardo Borgese sul «Corriere della Sera», il quale, dato il prestigioso con-
testo di artisti presenti (Ajmone, Brindisi, Cascella, Capogrossi, Dova, Guttuso,
Labò, Migneco, Sassu, Tamburi, ecc.), costituisce un lusinghiero riconoscimento.
Nel 1966 diventa membro della «Società per le Belle Arti ed Esposizione
Permanente» di Milano; entra a far parte della «Famiglia Artistica» di Milano e del
«Circolo culturale Permanente Lucania». La critica italiana e francese si interessano
a lui, cataloghi e volumi d'Arte lo pubblicano.
Il Comune di Milano, nel 1968, lo invita ad esporre al «Palazzo del Turismo
Arengario» in un novero di famosi artisti, per la manifestazione «L'infanzia senza
sorriso» organizzata dall'Unione Italiana per la promozione dei diritti del minore.
Gli anni settanta, con il trasferimento in Valle d'Aosta, lo vedono nuovamente inte-
ressato al mondo contadino e valligiano, dove fa tesoro delle immagini a suo
tempo raccolte. Nel 1973 presenta, con successo, una personale a Saint-Nicolas.
Il 1977, '78 e '79 lo vedono in personali alla Botteguccia d'Arte, alla Galleria La
Defense di Aosta, alla Quaglino Galleria d'Arte di Torino e alla Galleria d'Arte
Sant'Ambroeus di Milano; in quelle occasioni critica e pubblico gli riservano un'ot-
tima accoglienza. Partecipa nel frattempo a concorsi di pittura e collettive varie
dove raccoglie premi e riconoscimenti. In Savoia, a Sallanches e a Chamonix,
viene invitato in collettive e manifestazioni d'Arte.
Gli anni ottanta lo vedono impegnato come insegnante in corsi di creatività arti-
stica. Pur continuando la ricerca e la produzione non si impegna in esposizioni e
mostre.
Negli anni novanta entra a far parte del «Piemonte Artistico e Culturale» di Torino
ed è presente in esposizioni collettive a Torino ed Aosta.
Nel 1997-98 partecipa alla manifestazione d'arte «Premio Estate» di Casaleggio di
Novara. Nel 1999 è invitato a presentare una personale a Ghislarengo, in provin-
cia di Vercelli.
Una personale antologica di grande prestigio viene organizzata per lui nel Castello
di Saint-Pierre in Valle d'Aosta.
Sue opere sono presenti in collezioni private in Italia e all'estero.

BIOGRAPHIE
GIANCARLO ZUPPINI naît à Milan le 21 avril 1930. Il commence à
peindre, en autodidacte, dans sa ville natale. Passionné de montagne, au
contact des Alpes et, notamment, du Val D'Aoste, il est captivé par le monde
agropastoral et il commence à confier ses impressions à de petits dessins, qui
seront précieux, plus tard, pour retrouver des scènes de vie désormais dispa-
rues. Dans les années soixante, comme il ressent le besoin de perfectionner
sa technique de peinture, il fréquente les cours de l'Accademia di Belle Arti
de Brera et de la Scuola libera del Nudo.
Dans cette période fabuleuse, les enseignants titulaires étaient le maître
Ettore Calvelli, le peintre Contardo Barbieri et le maître verrier Amalia
Panigati. Il se lie d'amitié à ces artistes dont l'empreinte, en termes d'idées et
de stimulis, a tracé pour lui, au cours de ces années de fréquentation, une
voie maîtresse. Les années d'école se terminent et il est licencié avec la
médaille d'argent. Au cours de cette période, il fait partie du Groupe Allievi
Artefici di Brera fondé par le maître verrier Amalia Panigati ; ce groupe lui
offre l'occasion de participer à des expositions collectives et temporaires où il
est plusieurs fois primé.
En 1965 il est envoyé comme seul élève de Brera à la XXIV Biennale d'Arte
de Milan, où il présente Il Concilio qui a eu droit à une bonne critique dans
un article de Leonardo Borghese dans le Corriere della Sera, ce qui repré-
sente une reconnaissance flatteuse étant donné la présence, à cette manifes-
tation, d'artistes prestigieux tels qu'Ajmone, Brindisi, Cascella, Capogrossi,
Dova, Guttuso, Labò, Migneco, Sassu, Tamburi, etc. En 1966 il devient
membbre de la Société par le Belle Arti ed Exposition Permanente Lucania.
La critique italienne et française s'intéressent à lui, des catalogues et des
textes d'art publient ses œuvres. La Commune de Milan, en 1968, l'invite à
exposer au Palazzo del Turismo Arengario avec des artistes connus, pour la
manifestation l'enfance sans sorriso organisée par l'Unionc Italiana per la
promotion des droits du minorc. Au cours des années soixante, à la suite
de son installation au Val D'Aoste, il s'intéresse de nouveau au monde pay-
san et montagnard: pour le représenter il exploite alors les images recueillies
autrefois. En 1973 il présente, avec succès, une exposition individuelle à
Saint-Nicolas.
En 1977 et 78 il est présent avec des expositions individuelles à la
Botteguccia d'Arte, à la Galerie La Défense d'Aoste et à la Quaglino Galleria
d'Arte de Turin; à ces occasions la critique et le public lui font bon accueil.
Il participe entre-temps à des concours de peinture et à diverses expositions
artistiques. Dans les années 80 il enseigne dans des cours de créativité artis-
tique. Tout en poursuivant sa recherche et sa production, il délaisse un temps
les expositions.
Dans les années 90 il fait partie du Piemonte Artistico et Culturale de Turin
et il est présent dans des expositions collectives à Turin et à Aoste. En 1977-
78 il participe à la manifestation d'art Premio Estate de Casaleggio de
Novara. En 1999 il est invité à présenter une exposition individuelle à
Ghislarengo, dans la province de Vercelli.
Une exposition individuelle rétrospective de grand prestige est organisée pour
lui dans le Château de Saint-Pierre au Val d'Aoste. Ses œuvres sont présentes
dans des collections privées en Italie et à l'étranger.

Bibliografia
Informazione Arte - Gente Nostra - Il Quadrato - Pittura It.
Contemporanea - Arte Italiana nel Mondo - Pittore e Scultori con-
temporanei - Enciclopedia d'Arte SEDA - Diorama e documenti -
Biennale d'Arte Pittori e Scultori Italiani - Enciclopedia Leonardo -
Intercatalogo Donadei - Comanducci - Pittori Italiani XX sec. -
Bolaffi Arte 14 - La Revue Moderne - Parliamoci - Corr. della Sera
- La Notte - El Tivan - Corr. di Torino - Gazzetta del Popolo - Play
Time - Kunsthistorisches Institut in Florenz - Archivio Arte Italiana
900 - Lo Flambo - Corr. di Aosta e altri.

Premi e selezioni
Premio Cantù - Premio Artavaggio - Premio Sassetti - Premio
Albino - Premio Chiavenna - Premio Marco d'Oggiono - Premio
Magenta - Premio Città di Intra - Premio Menaggio - Orfeo in
paradiso Sassetti - Vecchia Milano Sassetti - L'Isola di Milano -
Milano dei Navigli 68 - Ghiglione 75 - Conc. Int. Città di
Borgosesia - 6° Conc. naz. Città di Arona - XI Conc. naz. Santhià -
Conc. Int. Il pennello d'oro 1976-77-78-79 - Noël en Vallée d'Aoste
- Conc. Naz. Villa Santina - Conc. Naz. Donnas 1977-78-79 -
Coppa Turistica Città di Aosta 1979 - Conc. Naz. Città di Besana.

Critica
C. Millet, Parigi - La Revue Moderne
V. Manuelle, Parigi - La Revue Moderne
M. Fagnani, Como - El Tivan
L. Borgese, Milano - Corriere della Sera
G. Ferro, Milano - Parliamoci
V. Bottino, Torino - Corriere di Torino
A. Mistrangelo, Torino
inoltre: A. Panigati, F. Gioannini, Mario Portalupi

42


Testo Originale Estratto
Recensioni critiche

... Le succès vient assez tôt couronner ses études sur les
mœurs des habitants de ces belles vallées qu'il aime tant.
Ce sont des danses dans les villages haut perchés sur la mon-
tagne. des rudes paysans à leur dur labeur, des regards sur
l'infini à contre-jour des arrêtes rocheuses depuis les verts
pâturages, là où il rêve.
Par son style, par ses sujets traités, il est entièrement un
des «nôtres».
da Art et Montagne les Maîtres Savoyards et Valdôtains

Anche se il panorama è ibrido e confuso alla «Permanente» di
Milano i buoni artisti non mancano, ed ecco finalmente un
po' di opere che possiamo rammentare alla XXIV Biennale di
Milano:... Concilio di Giancarlo Zuppini.
dal Corriere della Sera - LEONARDO BORGESE

Zuppini. propone la Valle d'Aosta in chiave allegra e lumi-
nosa; esiste ancora la tradizione, la lotta con la terra, le inti-
me riunioni, la potenza della montagna, il fascino delle baite,
le intime e le misurate forme che compongono il paesaggio
che forse è fede - a rallegrare gli avvenimenti. I Personaggi,
le cose, la natura, si muovono in dimensioni reali su fondi di
ispirazione astratta. I piani geometrici non tradiscono l'armo-
nia logica anzi concorrono a dare un assieme quasi fantasti-
co nel quale si agita un mondo vero non ancora tradito dal
consumismo.
Si scoprono le danze, la battaglia delle mucche, una partita
a carte, i tetti di borgate alpine, le rocce dei monti, si sente
soprattutto l'amicizia e l'intimità. Un pittore pulito e sereno
che nella luce trova gli effetti migliori, visivi ed emozionali,
un'artista che validamente difende una valle tutta arte
naturale.
VITTORIO BOTTINO

L'opera di Zuppini approfondisce una sua poetica e mantie-
ne sempre le caratteristiche del suo linguaggio. L'aspetto raf-
figurativo vive dentro una atmosfera sensibile. A volte si fa
stilizzato e simbolico, in un clima arricchito dalla capacità e
freschezza.
dalla rivista d'arte Parliamoci - GIUSEPPE FERRO

Ma più mi è piaciuto quel tramonto sul lago che Giancarlo
Zuppini deve proprio aver assaporato con la bramasità del
milanese che sente sé rinato nel colore lariano, così da ren-
dere in una soavità di toni di arancione, di rosa e di verde
tenero, in un grande quadro, la poesia del lago nella mae-
stosità dell'orizzonte che si dispiega da quel balcone creato
dalla natura sul centro lago.
da El Tivan - Como - M. FAGNANI

Le immagini genuine e quotidiane che popolano le tele di
Giancarlo Zuppini ci riportano come d'incanto alla sua «Val
d'Aosta», ci trasmettono la festosità di un ballo campestre o
la freschezza di un paesaggio alpestre. La delicatezza del
colore, il movimento delle figure, la serena visione d'insieme
conferisce a questo suo mondo un sapore di riscoperta e di
attenta testimonianza di una cultura da sempre vicina a una
umanità ricca di lontane tradizioni.
ANGELO MISTRANGELO

Giancarlo Zuppini abandonne un certain formalisme pour
traduire le décor environnant avec un charme et une poésie
délicate. Son coup de pinceau, en touches fines, est aisé et
harmonieux. Ses tendances néo-figuratives font de son
œuvre un spectacle agréable. La lumière éclaire ses œuvres
et les faits vibrer. L'artiste a étudié son art à Brera où il a
obtenu une médaille d'argent. Remarqué par les critiques, il
a participé à la Biennale nationale d'art de Milan où il a pré-
senté Concilio, en l'honneur du concile. De la structure en
humaine tout à la fois qui fait aimer cette toile.
dalla Revue Moderne (Parigi)

En effet Giancarlo Zuppini nous propose des œuvres lumi-
neuses et gaies où les personnages et la nature sont insérés
dans des dimensions réelles qui nous rappellent un monde
post où l'ère de la consommation n'est pas encore ter-
miné. Son œuvre reflète toujours une logique visive carac-
térisée par des tons poétiques qui permettent de rentrer
les scènes qui décrivent un tas de choses de chez nous, tel
les que les danses, les fêtes patronales, les badoches, une
partie aux cartes et la vie champêtre.
da Lo Flambo - R. VAUTHERIN

Gazzetta del Popolo - Agosto 1979
Il più votato dai turisti al premio «Città di Aosta»
Il mondo contadino di Giancarlo Zuppini

Vorremmo soffermarci oggi sull'artista che ha ottenuto il
maggior numero di preferenze dei turisti: Giancarlo Zuppini.
Formatosi a Brera, alla scuola di Contardo Barbieri, Ettore
Calvelli, Amalia Panigatti, Zuppini è passato dall'astrattismo
figurativo, caratterizzandosi in una tematica ben definita
dopo il suo trasferimento da Milano in Valle d'Aosta. L'opera
presenta nelle sue tele il mondo contadino, filtrando le
immagini attraverso la sua nostalgia di semplicità di vita,
gustando il sapore di cose che ancora ci sono, ma vanno
scomparendo. Inseriti in interni o en plein air, i suoi perso-
naggi vivono i momenti più sereni della vita contadina, spes-
so colti nel movimento di una danza agreste o nel convo-
re quieto o animato da un'osteria.
Zuppini non ama le tinte forti; i suoi colori sono caldi, calmi,
sfumati. Ottiene trasparenze e velature grazie ad una singo-
lare tecnica mista.
L'opera premiata - espressamente preparata per il concorso -
rientra nella sua tipica produzione di soggetto valdostano.
GIANCARLO ZUPPINI
Vive e lavora a Saint-Pierre (Aosta) - Villaggio Alleysin, 29
Tel. 0165.903441


Testo Originale Estratto
Esposizioni

1965 XXIV Biennale d'Arte, Milano
1965-68 Galleria d'Arte «L'Isola di Milano», Milano
1965-66 Casa Giacobbe, Magenta
1966 Famiglia Artistica, Milano
1966 Palazzo Permanente, Milano
1966 Permanente d'Arte Lucania, Milano
1968 Palazzo Turismo Arengario, Milano
1969 Centro Culturale OM, Milano
1969 Lyceum-Guastalla, Milano
1969-71 Galleria Guastalla, Milano
1977 Botteguccia d'Arte, Aosta
1977 Sala d'Arte Leslin, Aosta
1978 Galleria Marini, Aosta
1978 Quaglino Galleria d'Arte, Torino
1978 Galleria La Defense, Aosta
1979 Art et Montagne, Sallanches (Francia)
1979 Les Montagnards chez eux, Sallanches (Francia)
1979 Galleria Sant'Ambroeus, Milano
1980 Art et Montagne, Chamonix (Francia)
1990 Saletta Mastro Batta, Aosta
1991-93 Piemonte Artistico Culturale, Torino
1997-98 Sala Comunale Casaleggio, Novara
1999 Ghislarengo, Vercelli
1999 Castello di Saint-Pierre

Elenco delle opere / Liste des œuvres

1. Lo Sabotier, 30 x 40
tecnica mista
2. Nevicata sulla vecchia chiesetta, 30 x 40
tecnica mista
3. Lavandaia, 30 x 40
tecnica mista
4. Nevicata a Tigné, 35 x 45
tecnica mista
5. Ledze - la slitta, 35 x 45
tecnica mista
6. Il Cestaio, 35 x 45
tecnica mista
7. Immagine sacra, 35 x 45
tecnica mista
8. Pascolo (Vetan), 40 x 50
tecnica mista
9. Bataille des reines, 40 x 50
tecnica mista
10. Il falciatore, 40 x 50
tecnica mista
11. Il rientro del pastore, 40 x 50
tecnica mista
12. Le Selleraines, 50 x 60
tecnica mista
13. Nevicata, 50 x 60
tecnica mista
14. Danza in costume di Cognee, 50 x 70
tecnica mista
15. Lo baou, 30 x 40
tecnica mista
16. La Savara, 30 x 40
tecnica mista
17. Il focolare, 35 x 45
tecnica mista
18. Galline sull'aia, 35 x 45
tecnica mista
19. Profumo di polenta, 40 x 50
tecnica mista
20. Latteria, 40 x 50
tecnica mista
21. La raccolta, 40 x 50
tecnica mista
22. Fiera di Sant'Orso, 50 x 60
tecnica mista
23. Interno con donne, 50 x 60
tecnica mista
24. Fromagerie, 35 x 45
tecnica mista
25. Brenzone del Garda, 35 x 45
tecnica mista
26. Il grillaio (Maremma), 25 x 45
tecnica mista
27. Randazzo (Sicilia), 35 x 45
tempera verniciata
28. Tramonto Chiavennasco Sondrio, 60 x 80
tecnica mista
29. Il Concilio, 35 x 32
tempera cerata
30. Festa Patronale (Trittico), 150 x 70
tecnica mista
31. Stagioni (Trittico), 150 x 70
tecnica mista
32. Fiera di Sant'Orso (Trittico), 150 x 70
tecnica mista


Testo Originale Estratto
Finito di stampare
nel mese di maggio 1999
presso la Tipografia Valdostana, Aosta


Testo Originale Estratto
uppini


Testo Originale Estratto
PRESENTAZIONE
Zuppini, propone la Valle d'Aosta in chiave allegra e luminosa; esiste
ancora la tradizione, la lotta con la terra, le intime riunioni, la potenza
della montagna, il fascino delle baite, gli interni raccolti e mistici, su tutto
però incombe il sole - che forse è fede - a rallegrare gli avvenimenti. I per-
sonaggi, le cose, la natura, si muovono in dimensioni reali su fondi di
ispirazione astratta. I piani geometrici non tradiscono l'armonia logica
anzi concorrono a dare un assieme quasi fantastico nel quale si agita un
mondo vero non ancora tradito dal consumismo.
Si scoprono le danze, la battaglia delle mucche, una partita a carte, i tetti
borgate alpine, le rocce dei monti, si sente soprattutto l'amicizia e l'intimità.
Un pittore pulito e sereno che nella luce trova gli effetti migliori, visivi ed
emozionali, un artista che validamente difende una valle tutta arte naturale.
Vittorio Bottino

ESPOSIZIONI
XXIV Biennale d'Arte, Milano
Galleria Guastalla, Milano
Lyceum, Milano
Famiglia Artistica, Milano
Permanente d'Arte Lucania, Milano
Palazzo Turismo Arengario, Milano
Palazzo Permanente, Milano
Casa Giacobbe, Magenta
Centro Cult. OM
Botteguccia d'Arte, Aosta
Sala d'Arte Leslin, Aosta
Galleria Marini, Aosta
Galleria Quaglino, Torino
Galleria La Defense, Aosta
Art et Montagne, Sallanches (Francia)
Les Montagnards chez eux, Sallanches (Francia)
Galleria Sant'Ambroeus, Milano
Saletta Mastro Batta, Aosta
Piemonte Artistico Culturale, Torino
Sala Comunale Casaleggio, Novara
Palazzo d'Adda, Varallo Sesia

BIOGRAFIA
Giancarlo Zuppini nato a Milano nel 1930, vive ed opera a Saint-Pierre
(Aosta) - Villaggio Alleysin, tel. 0165.903441. Ha compiuto gli studi arti-
stici all'Accademia di Brera, sotto la guida di Contardo Barbieri, Amalia
Panigati e Ettore Calvelli. Si perfezionò e si distinse, per una sua poetica
di linguaggio. Nelle numerose partecipazioni e manifestazioni d'arte,
pubblico e critica sono sempre stati concordi in un giudizio positivo.

CRITICA
C. Millet, Parigi - La Revue Moderne
V. Manuelle, Parigi - La Revue Moderne
M. Fagnani, Como - El Tivan
L. Borgese, Milano - Corriere della Sera
G. Ferro, Milano - Parliamoci
V. Bottino, Torino - Corriere di Torino
A. Mistrangelo, Torino
inoltre: A. Panigati, F. Gioannini, Mario Portalupi
Ghisla rengo, Vercelli
Castello di Saint Pierre, Aosta
Atelier d'Arts et Métiers, Cogne (Ao)

BIBLIOGRAFIA
Informazione Arte - Gente Nostra - Il Quadrato - Pittura It.
Contemporanea - Arte Italiana nel Mondo - Pittori e Scultori con-
temporanei - Enciclopedia d'Arte SEDA - Diorama e documenti -
Biennale d'Arte Pittori e Scultori Italiani - Enciclopedia Leonardo -
Intercatalogo Donadei - Comanducci - Pittori Italiani XX sec. -
Bolaffi Arte 14 - La Revue Moderne - Parliamoci - Corr. della Sera -
La Notte - El Tivan - Corr. di Torino - Gazzetta del Popolo - Play Time
- Kunsthistorisches Institut in Florenz - Archivio Arte Italiana 900 - Lo
Flambo - Corr. di Aosta e altri.

PREMI E SELEZIONI
Premio Cantù - Premio Artavaggio - Premio Sassetti - Premio Albino
- Premio Chiavenna - Premio Marco d'Oggiono - Premio Magenta -
Premio Città di Intra - Premio Menaggio - Orfeo in paradiso Sassetti
- Vecchia Milano Sassetti -L'Isola di Milano - Milano dei Navigli 68 -
Ghiglione 75 - Conc. Int. Città di Borgosesia - 6° Conc. naz. Città di
Arona - XI Conc. naz. Santhià - Conc. Int. Il pennello d'oro 1976-77-
78-79 - Noël en Vallée d'Aoste - Conc. Naz. Villa Santina - Conc.
Naz. Donnas 1977-78-79 - Coppa Turista Città di Aosta 1979 - Conc.
Naz. Città di Besana.

....hanno scritto di lui
... Le succès vient assez tôt couronner ses études sur les mœurs des habitants
de ces belles vallées qu'il aime tant.
Ce sont des danses dans les villages haut perchés sur la montagne, des rudes
paysans à leur dur labeur, des regards sur l'infini à contre-jour des arêtes
rocheuses depuis les verts pâturages, là où il rêve.
... Par son style, par ses sujets traités, il est entièrement un des «nôtres».
da Art et Montagne Les Maîtres Savoyards et Valdôtains

Anche se il panorama è ibrido e confuso alla "Permanente" di Milano i buoni
artisti non mancano, ed ecco finalmente un po' di opere che possiamo ram-
mentare alla XXIV Biennale di Milano:... Concilio di Giancarlo Zuppini.
dal corriere della Sera - Leonardo Borgese


Testo Originale Estratto
L'opera di Zuppini approfondisce una sua poetica e mantiene sempre le
caratteristiche del suo linguaggio. L'aspetto raffigurativo vive dentro un'
atmosfera sensibile. A volte si fa stilizzato e simbolico, in un clima arricchi-
to dalla capacità e freschezza.

dalla rivista d'arte Parliamoci - Giuseppe Ferro

Ma più mi è piaciuto quel tramonto sul lago che Giancarlo Zuppini deve pro-
prio aver assaporato con la bramosia del milanese che si sente sé rinato nel colo-
re lariano, così da rendere in una soavità di toni di arancione, di rosa e di verde
tenero, in un grande quadro, la poesia del lago nella maestosità dell'orizzon-
te che si dispiega da quel balcone creato dalla natura sul centro lago.

da El Tivan - Como - M. Fagnani

Le immagini genuine e quotidiane che popolano le tele di Giancarlo Zuppini
ci riportano come d'incanto alla sua "Val d'Aosta", ci trasmettono la festosità
di un ballo campestre o la freschezza di un paesaggio alpestre. La delicatezza
del colore, il movimento delle figure, la serena visione d'insieme conferisce a
questo suo mondo un sapore di riscoperta e di attenta testimonianza di una
cultura da sempre vicina a una umanità ricca di lontane tradizioni.

Angelo Mistrangelo

Giancarlo Zuppini abandonne un certain formalisme pour traduire le décor
environnant avec un charme et une poésie délicate. Son coup de pinceau, en
touches fines, est aisé et harmonieux. Ses tendances néo-figuratives font de
son œuvre un spectacle agréable. La lumière éclaire ses œuvres et les fait
vibrer. L'artiste a étudié son art à Brera où il a obtenu une médaille d'argent.
Remarqué par les critiques, il a participé à la Biennale nationale d'art de
Milan où il a présenté Concilio, en l'honneur du concile. De la structure en
touches de cette œuvre, se dégage une atmosphère grave et humaine tout à
la fois qui fait aimer cette toile.

Dalla Revue Moderne (Parigi)

En effet Giancarlo Zuppini nous propose des œuvres lumineuses et gaies où les
personnages et la nature sont insérés dans des dimensions réelles qui nous rap-
pellent un monde pur où l'ère de la consommation n'est pas encore contaminé.
Son œuvre reflète toujours une logique visive caractérisée par des tons poéti-
ques qui permettent de rentrer facilement en contact avec leur langage et de
dialoguer avec des scènes qui décrivent un tas de choses de chez nous, telles
que les danses, les fêtes patronales, les badoches, une partie aux cartes et la
vie champêtre.

Da Lo Flambo R. Vautherin

Giancarlo Zuppini
Villaggio Alleysin, 29
11010 Saint-Pierre (Aosta)
Tel. 0165.903441


Testo Originale Estratto
REGIO A AUTONOMA VALLE D'AOSTA REGION AUTONOME VALLEE D'AOSTA Giancarlo ZUPPINI Archeologia dell'intimo / Archéologie intérieure


Testo Originale Estratto
GIANCARLO ZUPPINI


Testo Originale Estratto
GIANCARLO ZUPPINI
Archeologia dell'intimo / Archéologie intérieure

Aosta, Chiesa di San Lorenzo
Aoste, Eglise Saint-Laurent
7 luglio – 29 ottobre 2006
7 juillet – 29 octobre 2006

Regione Autonoma Valle d'Aosta
Région Autonome Vallée d'Aoste

Presidente della Regione
Président de la Région
On. Luciano Caveri

Soprintendente per i beni e
le attività culturali
Surintendant des activités et
des biens culturels
Roberto Domaine

Direttore della Direzione attività culturali
Directeur de la Direction des activités
culturelles
Elmo Domaine

Capo del Servizio attività espositive
Chef du Service des expositions
Daria Joriox

Testo critico
Texte critique
Paolo Levi

Testi
Textes
Antonio Vizzi

Organizzazione della mostra
Organisation de l'exposition
Assessorato Istruzione e Cultura
Direzione attività culturali
Servizio attività espositive
Assessorat de l'Education et de la Culture
Direction des activités culturelles
Service des expositions

Coordinamento tecnico
Coordination technique
Bruno Giordano

Segreteria organizzativa
Secrétariat pour l'organisation
Monica Bonin
Daniela Fazari
Sabina Vagneur

Progetto espositivo
Conception de la mise en scène
Fortunato Sergi
Christine Valeton

Progetto grafico
Projet graphique
Christine Valeton

Traduzioni
Traductions
Christel Lambot

Fotografie
Photographies
© Stefano Venturini

Ufficio stampa
Bureau de presse
Andrea Andruet

Stampa del catalogo
Impression du catalogue
Musumeci S.p.A., Quart

Assicurazione
Assurance
Willis Italia S.p.A., Torino

Internet: www.regione.vda.it

© Regione Autonoma Valle d'Aosta 2006
© Musumeci Editore 2006
ISBN 88-7032-762-0 (794)
Tutti i diritti riservati

Archeologia dell'intimo / Archéologie intérieure


Testo Originale Estratto
Presentazione
On. Luciano Caveri

Presidente
Regione Autonoma Valle d'Aosta

È un vero piacere, sia pur venato di tristezza per l'improvvisa
scomparsa dell'autore, tributare questo omaggio al pittore
Giancarlo Zuppini nell'ambito delle iniziative culturali orga-
nizzate per l'estate 2006 dal Servizio attività espositive della
Regione Autonoma Valle d'Aosta. L'artista, milanese di nascita,
ma valdostano di adozione, aveva infatti scelto, a partire dagli
anni Settanta, di dimorare stabilmente nella nostra regione alla
quale era profondamente legato non soltanto per la bellezza
dell'ambiente che lo circondava, quanto per la continua ricerca
di un mondo genuino e vero quale quello rappresentato dalle
popolazioni delle nostre valli.

La sua arte riflette appieno una realtà valdostana fatta di quo-
tidiana operosità, di profonda religiosità e di momenti di festa
con uno stile meticoloso, particolare e originale.

L'esposizione, ospitata nei suggestivi ambienti della chiesa di
San Lorenzo di Aosta, propone una serie di opere, realizzate a
tecnica mista, che ben rappresentano il lavoro di Zuppini, già
allievo dell'Accademia di Belle Arti di Brera e in seguito mem-
bro della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente
di Milano.

Ringraziamo la signora Carla Maria che, nonostante il difficile
momento, ha contribuito con la sua preziosa collaborazione al-
l'organizzazione di questa mostra, che riteniamo non mancherà
di ricevere l'attenzione che merita.

Présentation
M. Luciano Caveri

Président
Région Autonome Vallée d'Aoste

C'est avec un grand plaisir, bien qu'il soit voilé de tristesse
pour la disparition soudaine de l'auteur, que, dans le cadre
des initiatives culturelles organisées pendant l'été 2006 par le
Service des expositions de la Région Autonome Vallée d'Ao-
ste, nous rendons hommage au peintre Giancarlo Zuppini. Cet
artiste était né à Milan, mais il avait choisi, à partir des années
soixante-dix, de s'établir dans notre région à laquelle il était
profondément lié, non seulement pour la beauté de son envi-
ronnement, mais aussi parce qu'il recherchait un monde naturel
et authentique comme celui des populations de nos vallées.

Son art et son style minutieux, particulier et original dévoilent
pleinement la réalité valdôtaine, faite de dur labeur quotidien,
de profonde religiosité et de moments de fête.

L'exposition, accueillie par la suggestive église Saint-Laurent
d'Aoste, nous propose une sélection d'œuvres, réalisées en te-
chnique mixte, représentative du travail de Zuppini, qui a été
élève de l'Académie des Beaux-Arts de Brera et ensuite mem-
bre de la Société per le Belle Arti ed Esposition Permanente
de Milan.

Nous remercions Madame Carla Maria qui, malgré le moment
difficile qu'elle traverse, a accordé sa précieuse collaboration
à la préparation de cette exposition. Nous sommes sûrs que
cet événement ne manquera pas de recevoir l'attention qu'il
mérite.


Testo Originale Estratto
I paesaggi dell'emozione
Paolo Levi

Non saprei proporre un argomento più appropriato sull'opera e
sul temperamento di questo artista, morto di recente - pressoché
alla vigilia dell'antologica nella Chiesa di San Lorenzo in Aosta
- se non quello trasmessomi, verbalmente, dalla moglie e dagli
amici che hanno vissuto il lento e meditato nascere del suo
mondo poetico: Giancarlo Zuppini era un pittore perfezionista,
che nulla lasciava al caso.
La sua visione parte da lontano, da una meditazione sulla
essenzialità calibrata della cultura quotidiana della Valle
d'Aosta (v. Raccolta delle mele e Pietra ollare - Le pentole)
che lo porta a sezionare, senza distruggere, i piani dei volumi,
equilibrandoli in una poetica essenziale e antiveristica. La sua
ricerca è coerente, affondando le sue radici nelle avanguardie
storiche europee dell'inizio del secolo scorso, e quindi più
precisamente, nel Cubofuturismo.
Solo il grande trittico Festa Patronale risente ancora della
lezione pittorica realista, appresa all'Accademia di Brera, dove
il bel disegno preparatorio doveva essere tutt'uno con il colore.
Dal realismo sociale, infine, gli sono pervenuti i messaggi sulla
gravosità del lavoro in fabbrica (v. Industria pesante - La colata),
e sulla ritualità laica di un mondo contadino antico, come ne Le
castagne - La raccolta.

Zuppini possiede una precisa coscienza e conoscenza dei
problemi formali che hanno agitato il Novecento nel campo delle
arti figurative. Se da un lato il Cubofuturismo lo ha portato a una
ricerca essenziale, espressivamente astratta, come in Battaglia
delle capre, in altri momenti quella modalità rappresentativa
ha costituito una sorta di coadiuvante linguistico e iconografico
per dare corpo a una poetica altrimenti inesprimibile: è questo
il caso del dipinto dedicato a Saint-Barthélemy e le stelle.
Captando del vero l'essenza lirica, Giancarlo Zuppini, la
restituisce in volumi informi (v. I cercatori di cristalli o Fatica in
miniera) in uno stadio figurale sempre allusivo, ma soprattutto
espressivamente dinamico.
Se poi vogliamo parlare della struttura di questi lavori, va detto
che essa vive sugli accostamenti fra la figura umana, i rituali
festosi o lavorativi e gli oggetti del quotidiano, che vengono
pittoricamente stabilizzati in rapporti e relazioni volumetriche
di grande espressività e precisione, ma lasciando libero spazio
al sentimento e alla fantasia.

Ho provato diletto e stupore nell'esaminare i bozzetti di
partenza, che sono microscopici e accuratissimi appunti
su carta e bellissimi anche se, ovviamente, sono funzionali
all'artista. In queste carte c'è già tutta la costruzione dell'opera
definitiva, spesso eseguita con tecniche miste, dove tende a
prevalere la tempera, che appare a volte trasparente come un
acquerello.
Giancarlo Zuppini vive il mondo che lo circonda in chiave
dapprima emozionale, ma poi lo seziona sulla base di
una ragione geometrica in tasselli di colore, optando
per un'oggettività che tuttavia nulla toglie al messaggio
contenutistico, come nei casi poeticamente suggestivi de //
pane e il forno, o nella composizione antiretorica dedicata a Lo
spazzacamino.
Non conosco altri pittori contemporanei che abbiano optato
per le avanguardie del secolo scorso, per non cedere al
romanticismo paesista dell'Ottocento, trovando in esse
un'alternativa salvifica per esprimere la propria razionale
visionarietà.

Nativo di Milano, tre decenni fa Zuppini si è stabilito a
Saint-Pierre, un paese di poche case, con molto verde e su
uno sfondo incantevole di montagne. Eppure egli dialoga solo
con l'artigiano intagliatore o con chi fatica in miniera, e non
con il cielo e le montagne. I suoi sono dipinti che riflettono
l'esperienza generosa di un artista che opera pazientemente, e
che prepara con meticolosità i dettagli per le sue microstorie di
cultura materiale, della quale si è fatto sapiente cronista.
Aderendo al Cubofuturismo, è come se formulasse un giudizio
critico nei confronti dei paesisti di tradizione che l'hanno
preceduto. Zuppini in realtà ha cercato la sua verità espressiva
nella perfetta e geometrica purezza delle linee intersecate
e nella magica sommatoria dei tasselli cromatici che
ricostruiscono l'insieme dell'immagine in una riconoscibilità
piena e significativa.

La meditata conquista di Zuppini comprende in realtà tutto
quello che è ormai un dato acquisito nella figurazione
tradizionale, ma senza lasciarlo trapelare. Nessuna traccia
quindi del verismo storico, di cui Italo Mus, in Valle d'Aosta, è il
massimo rappresentante.
Egli s'inserisce nel mondo valdostano, nelle feste (è splendida,
a questo proposito, La processione di San Grato) e nella
laboriosità quotidiana, ben cosciente di non essere nativo del
luogo, ma non per questo meno disponibile a farsene interprete,
con un tratto pittorico del tutto personale e inconfondibile.
Adeguando la sua scrittura pittorica alle strutture e agli stilemi
cubofuturisti, Zuppini ha ben compreso quanto dato stilistico
sia congeniale alla sua sensibilità creativa, e necessario per
dare significato narrativo alla sua attenzione per il mondo che
lo circonda e che ha eletto a patria spirituale.
In questi quadri la natura sociale del suo lirismo è stata
certamente una scelta intellettuale consapevole, ma dettata
all'origine da un amore istintivo e sconfinato per i volti, le forme
e lo spirito della sua Valle. Esprimendosi con grande naturalezza
- le sue stesure sono nette, senza ripensamenti, soprattutto
senza decorativismi, e quindi, vorrei dire, commisurate
strettamente alle sue esigenze descrittive - questo artista ha
creato limpide scenografie che appaiono illuminate da una luce
interiore, poeticamente filtrata da una razionalità commossa e
partecipe.


Testo Originale Estratto
Les paysages de l'émotion
Paolo Levi

Je ne saurais proposer un thème plus approprié sur le travail
et sur le tempérament de cet artiste, disparu récemment -
presque à la veille de l'exposition d'œuvres choisies à l'église
Saint-Laurent d'Aoste -, que ce qui m'a été dit de vive voix par
son épouse et par ses amis. Ces personnes, qui ont assisté à la
naissance lente et méditée de l'univers poétique de Giancarlo
Zuppini, affirment : c'était un peintre perfectionniste, qui ne
laissait rien au hasard.
Sa vision part de loin, d'une méditation sur le caractère
essentiel et calibré de la culture quotidienne de la Vallée
d'Aoste (voir La récolte des pommes et Pierre ollaire - Les
pots) qui l'amène à sectionner, sans les détruire, les plans des
volumes, en les équilibrant dans une poétique essentielle et
anti-vériste. Sa recherche cohérente plonge ses racines dans
les avant-gardes historiques européennes du début du siècle
passé, à savoir dans le Cubofuturisme.
Seul le grand triptyque Fête patronale est encore influencé
par le réalisme de l'Académie de Brera, où le beau dessin
préparatoire doit former une unité avec la couleur. Le réalisme
social, enfin, est présent dans la représentation du lourd travail
à l'usine (voir Industrie lourde - La coulée) et des rites laïques
d'un monde paysan ancien, comme dans Les châtaignes - La
récolte.

Giancarlo Zuppini est très conscient des problèmes formels qui
ont agité le XXème siècle dans le domaine des arts figuratifs :
il les connaît bien. D'une part, le Cubofuturisme le conduit

vers une recherche essentielle, abstraite sur le plan expressif,
comme dans La bataille des chèvres. D'autre part, la modalité
représentative constitue une sorte de soutien linguistique et
iconographique permettant de donner corps à une poétique qui,
autrement, ne pourrait pas s'exprimer : c'est le cas du tableau
consacré à Saint-Barthélemy et les étoiles.
En saisissant l'essence lyrique de la réalité, le peintre la
restitue dans des volumes informes (voir Les chercheurs de
cristaux ou Le dur travail dans la mine) riches d'allusions, mais,
surtout, dynamiques au point de vue expressif.
Par ailleurs, la structure de ces œuvres se base sur les
rapprochements entre la figure humaine, les rites liés à la
fête ou au travail et les objets du quotidien, qui sont stabilisés
sur le plan de la peinture - dans des relations et des rapports
volumétriques très expressifs et précis, tout en laissant toute
liberté au sentiment et à l'imagination.

J'ai été à la fois charmé et surpris par les esquisses qui sont
à l'origine de ces œuvres : il s'agit de notes minuscules et
extrêmement soignées tracées sur papier, fonctionnelles
pour l'artiste, mais magnifiques. Ces ébauches contiennent
déjà toute la construction de la peinture définitive, souvent
exécutée avec des techniques mixtes, où la détrempe - parfois
transparente comme une aquarelle - domine généralement.
Giancarlo Zuppini vit le monde qui l'entoure d'abord sous
l'angle des émotions, pour le sectionner ensuite en éléments
colorés sur la base d'une raison géométrique, en optant

pour une objectivité qui n'ôte rien, toutefois, au contenu du
message, comme dans les cas poétiquement suggestifs de Le
pain et le four ou de la composition anti - rhétorique dédiée au
Ramoneur.
Il n'existe pas, à ma connaissance, d'autres peintres
contemporains qui, afin de ne pas céder au romantisme des
paysagistes du XIXème siècle, ont choisi les avant-gardes du
siècle dernier, trouvant ainsi une alternative salvatrice pour
exprimer leur caractère à la fois visionnaire et rationnel.

Né à Milan, il y a une trentaine d'années Giancarlo Zuppini s'est
établi à Saint-Pierre, un village avec peu de maisons, beaucoup
de verdure et un superbe paysage de montagne. Cependant,
il ne dialogue ni avec le ciel, ni avec les montagnes, mais
avec l'artisan graveur ou les mineurs. Ses peintures reflètent
l'expérience généreuse d'un artiste qui travaille patiemment,
qui prépare minutieusement les détails pour ses micro-histoires
de culture matérielle, dont il devient un chroniqueur habile.
Son adhésion au Cubofuturisme sonne comme un jugement
critique vis-à-vis des paysagistes traditionnels qui l'ont
précédé. En réalité, Zuppini a cherché sa vérité expressive dans
la pureté parfaite et géométrique des lignes qui s'entrecoupent
et dans la somme magique des fragments chromatiques, qui
reconstruisent l'ensemble de l'image, la rendant tout à fait
reconnaissable et pleine de sens.
La conquête méditée de l'artiste inclut, en réalité, tout ce
qui fait désormais partie des acquis de la représentation

traditionnelle, mais sans le montrer. Aucune trace du vérisme
historique, dont Italo Mus est le représentant le plus important
en Vallée d'Aoste.
Giancarlo Zuppini s'insère dans le monde valdôtain, dans les
fêtes (à ce propos, La procession de saint Grat est magnifique)
et dans le labeur quotidien ; conscient de ne pas être né dans la
région, il est entièrement disposé à s'en faire l'interprète, avec
son coup de pinceau très personnel, impossible à confondre.
En adaptant sa peinture aux structures et aux tournures
cubofuturistes, Zuppini a prouvé qu'il a compris combien ce
style convient à sa sensibilité créative et s'avère nécessaire
afin de donner un sens narratif à son attention pour le monde
qui l'entoure et qu'il a élu comme patrie spirituelle.
Dans ces tableaux, la nature sociale de son lyrisme a
certainement été un choix intellectuel conscient, mais dicté
à l'origine par un amour instinctif et illimité pour les visages,
liberté
les formes et l'esprit de sa Vallée. S'exprimant avec beaucoup
de naturel - ses œuvres sont nettes, sans hésitations et,
surtout, sans surabondance d'éléments décoratifs : elles sont
donc étroitement proportionnées par rapport à ses exigences
descriptives -, cet artiste a créé des scénographies limpides,
comme illuminées d'une flamme intérieure, poétiquement
filtrée par une rationalité émue et touchée.


Testo Originale Estratto
OPERE 1a SEZIONE / ŒUVRES 1ère SECTION


Testo Originale Estratto
1 - Il Pane (il forno)
tecnica mista
cm 60x80

2 - Battaglia delle capre
tecnica mista
cm 50x60


Testo Originale Estratto
3 - Latte e fontina
tecnica mista
cm 50x60

3 - Latte e fontina
(particolare)


Testo Originale Estratto
4 - Il vino di montagna
tecnica mista
cm 50x60
4 - Il vino di montagna
(particolare)


Testo Originale Estratto
5 - Le castagne (La raccolta)
tecnica mista
cm 50x60

6 - I cercatori di cristalli
tecnica mista
cm 50x60


Testo Originale Estratto
7 - Il Tunnel (M. Bianco)
tecnica mista
cm 40x50
8 - Lo spazzacamino
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
9 - Carnevale in Coumba Freide
tecnica mista
cm 50x60

9 - Carnevale in Coumba Freide
(particolare)
Zuppini


Testo Originale Estratto
10 - Pietra ollare (le pentole)
tecnica mista
cm 40x50

11 - Montagne superbe (L'alpinismo)
tecnica mista
cm 50x60


Testo Originale Estratto
12 - Saint-Barthélemy e le stelle
tecnica mista
cm 50x60

13 - Giochi tradizionali (La rebatta)
tecnica mista
cm 50x60


Testo Originale Estratto
14 - La processione (San Grato)
tecnica mista
cm 50x60

14 - La processione (San Grato)
(particolare)


Testo Originale Estratto
15 - I Marrons della Coumba Freide
tecnica mista
cm 50x60

16 - Il Buon prodotto (l'olio di noci)
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
17 - Raccolta delle mele
tecnica mista
cm 40x50

18 - Industria pesante (La colata)
tecnica mista
cm 50x70


Testo Originale Estratto
19 - L'Artigiano intagliatore
tecnica mista
cm 40x50

20 - Gli orditi montanari (Tessitura a telaio)
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
21 - La Badoche (in costume di Cogne)
tecnica mista
cm 40x50

22 - 4 luglio 1886 (Inaugurazione ferroviaria)
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
23 - Dentelles de Cogne
tecnica mista
cm 40x50

24 - Fatica in miniera
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
OPERE 2ª SEZIONE / ŒUVRES 2ème SECTION


Testo Originale Estratto
G. Zuppini


Testo Originale Estratto
La fêta patronalla
trittico
2004/2006
tecnica mista
cm 150x70
(pagine precedenti)

Fiera di Sant'Orso
2004/2006
tecnica mista
cm 50x60

Les Sallereins (La danza)
2004/2006
tecnica mista
cm 50x60


Testo Originale Estratto
La cappella di Ecours (nevicata)
2004/2006
tecnica mista
cm 50x60

Maggengo (il falciatore)
2004/2006
tecnica mista
cm 50x60

Vita di villaggio
trittico
2004/2006
tecnica mista
cm 150x70
(pagina successiva)


Testo Originale Estratto
Nessun testo estratto.


Testo Originale Estratto
56


Testo Originale Estratto
Nessun testo estratto.


Testo Originale Estratto
Inverno (il mondo di Rosy)
trittico
2004/2006
tecnica mista
cm 150x70
(pagine precedenti)

Inverno (il mondo di Rosy)
(particolare
pagina precedente)

Lo baou (La stalla)
2004/2006
tecnica mista
cm 30x40

Benedizione dei campi
2004/2006
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
La raccolta
2004/2006
tecnica mista
cm 40x50

La raccolta
(particolare)
Zuppini


Testo Originale Estratto
1950. Mercato in Piazza Chanoux
2004/2006
tecnica mista
cm 100x70

1950. Mercato in Piazza Chanoux
(particolare)


Testo Originale Estratto
Vedeun al tramonto Galline sull'aia
2004/2006 2004/2006
tecnica mista tecnica mista
cm 100x70 cm 35x45


Testo Originale Estratto
Neve a Champlong
2004/2006
tecnica mista
cm 30x40

La cena (interno)
2004/2006
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
Fatica nei campi
2004/2006
tecnica mista
cm 35x45

Bataille des reines
2004/2006
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
I pensieri della lavandaia
2004/2006
tecnica mista
cm 35x45

Il Re del ferro (il fabbro)
2004/2006
tecnica mista
cm 50x70


Testo Originale Estratto
Danza in costume di Cogne
2004/2006
tecnica mista
cm 50x70

Molitta (l'arrotino)
2004/2006
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
Magnin (lo stagnino)
2004/2006
tecnica mista
cm 40x50

Il Cristo morente
2004/2006
tecnica mista
cm 40x50


Testo Originale Estratto
La donna con il mulo
2004/2006
tecnica mista
cm 50x60
Il ritmo della battitura
2004/2006
tecnica mista
cm 50x60


Testo Originale Estratto
Testi/Textes Antonio Vizzi


Testo Originale Estratto
1. IL PANE E IL FORNO
Il pane per gli abitanti della montagna,
spesso avara, è sempre stato fondamentale
per la vita stessa delle comunità. Tutti i
popoli della Terra hanno avuto e tuttora
hanno un atteggiamento di profondo rispetto
nei suoi riguardi. Infatti, a tutte le latitudini
e le longitudini del nostro pianeta si svolge
una liturgia, che si ripete da millenni, per la
produzione del pane. Oggi i forni sono muti
testimoni di una tradizione che consentiva ai
valligiani di provvedere alle scorte necessarie
per superare gli inverni e affrontare con
serenità lo scorrere del tempo. Le piccole
comunità dei villaggi isolati si attenevano
a procedure precise e mai scritte, che si
rinnovavano di anno in anno. I contadini
coltivavano la segale, lou bià, in quantità
sufficiente per sfamare il nucleo familiare.
«Pieu li brats sunt pichout et fébiou et pieu
li pan son ner et countà» dicevano i vecchi
di Champorcher (Più le braccia – dei bambini:
ndr – sono piccole e deboli e più i pani sono
neri e contati). In montagna il frumento, di
solito, non era coltivato, perché non garantiva
un buon raccolto, sia per l'aridità del terreno
che per le temperature molto rigide. Spesso
il grano non maturava e ammuffiva sulla
spiga o "carbonchiava”, diventava nero. La
mietitura deve essere puntuale per evitare
che le spighe disperdano i loro preziosi
chicchi. Si trattava, allora, di sopravvivere
e, quindi, ogni spreco era impensabile. La
perfetta maturazione della segale e del grano
assicura la buona farina per un'altrettanto
buona panificazione. In montagna qualunque
piccolo appezzamento o terrazzamento era
venivano alternati con le patate. I contadini
erano anche abili mulattieri, perché dovevano
costruire i murretti di sostegno
dei loro minuscoli podi
con la natura per strappare
dai fianchi della montagna i campi per la
semina. Ancora oggi si possono osservare
resti di opere che testimoniano le difficoltà
e le fatiche dei montanari. Una volta ricavato
il fazzoletto di terra, bisognava bonificare il
terreno trasportando letame e con
tsátun (la gerla), operazione, quest'ultima
che abitualmente svolgevano le donne.
Lungo i torrenti veniva costruiti i mulini, a
valle in villaggi per la macina
per ricavarne la farina,
per la panificazione. A La
esempio, tra Brengon e Clou
pendio, alimentati
piccolo torrente. Ognuno di
gli abitanti di altrettanto
messi in funzione
serviva più per irrigare
abbandono ne sono stati
Ogni famiglia aveva il
frumento o la segale per
giorni al mese. Poi, prima
il tempo per preparare
solo una volta all'anno.
famiglie avevano
la segale e del
rimasta solo la cenere e dopo (circa 12 ore)
che le pietre della vouta (la volta del forno)
avevano assunto una colorazione bianco-
cenere, lou forni, il fornaio iniziava, con lou
robiou, le operazioni di pulizia. Raccoglieva
le braci nella tzampana (il cinerario) e con
gli icoats eliminava i residui. Veniva chiusa
la bocca del forno con una pietra e sigillata con
terra inumidita (anche il foro, lou bonommo,
che consentiva la respirazione del forno
stesso). Il forno restava per 4/6 ore chiuso
per boundé lou four, per distribuire il calore
all'interno in modo omogeneo. E mentre
lou forni lo controllava la famiglia di turno
provvedeva a predisporre la leverì, il lievito
naturale (la madre), e ripulire l'attrezzatura.
Ecco allora entrare in opera il pastin, l'uomo
che preparava l'impasto per la panificazione.
Le panificazione avveniva nelle stalle, il posto
della casa notoriamente più caldo e quindi
centro della vita quotidiana. Nella stalla da
un lato c'era il bantsì, il posto delle mucche,
e dall'altro il posto dedicato alle persone, di
solito su un palchetto di legno. In quel lato
era dislocato un telaio per la tessitura (ci
riferiamo, in questo caso, alle tradizioni
Champorcher), un tavolo, qualche panca, un
letto ed una piccola stufa per la cottura dei
cibi. Era il lato della casa che di solito aveva
una o due piccole finestre. Nelle stalle più
grandi si ospitavano anche amici e parenti. In
esse si svolgeva d'inverno la vita del nucleo
familiare, soprattutto nelle giornate più rigide.
Gli uomini intagliavano oggetti di legno o
preparavano utensili; le donne filavano o
tesevano, mentre gli anziani raccontavano
le storie del passato. Dopo la veillà molti
si addormentavano nella stalla, cullati dal
tepore delle bestie. La stalla era il luogo dove
avveniva la fermentazione spontanea della
farina di segale intrisa d'acqua e mescolata
allo lévéirì, il lievito naturale, grazie alle
ideali condizioni interne (il calore costante,
l'umidità dell'aria, la presenza di batteri e
microrganismi). Ogni famiglia, al termine
delle operazioni di panificazione, passava
alla famiglia successiva una parte d'impasto
lievitato. Approntata la lèvéirì, lo pastin
iniziava a impastare (boulundzì). I pastin erano
abitualmente uomini perché l'operazione era
molto faticosa. Poi le breiererele, le donne e le
ragazze (da brei, preparare) preparavano lo
pan. Le famiglie più povere, per assicurare
il quantitativo di pane necessario per un
anno (i vecchi si ricordano che già a fine
agosto, fine settembre dell'anno dopo il pane
scarseggiava) aggiungevano alla segale la
crusca. Per una famiglia di 8/9 persone si
cuocevano circa 9 infornate di pane, per un
totale di 900 pani. Il paton, la pasta lavorata,
veniva fatta lievitare per tre ore. Trascorso il
tempo necessario si suddivideva in porzioni e
lo si lavorava sulla toula de brei, sull'asse di
lavorazione. Li pan venivano creati dalle mani
delle ragazze sotto l'occhio vigile delle donne
anziane. Anche i giovanotti prima di scegliere
moglie andavano a controllare le giovani
breiererele per valutarne l'abilità manuale,
necessaria per la futura economia familiare.
Li pan erano incisi con il coltello o con lo rabio
sia per riconoscere i propri pani (ogni famiglia
aveva i personali marchi, soprattutto quando
in una infornata si cuocevano pani per più
famiglie) e sia per favorire la cottura. Lo forni
infornava i pani (90/100 per volta), sigillava
latte o nell'acqua. Potevano anche essere
rosicchiati durante il lavoro in campo o
mentre si pascolavano le mucche.

2. BATTAGLIA DELLE CAPRE
Perloz è un antico paese all'ingresso della
Vallesana, che si estende all'envers e all'adret
(alla destra e sinistra orografica) del torrente
Lys, ricco di circa 40 villaggi, con soli 468
abitanti. Il capoluogo, costruito a 660 metri di
quota su un terrazzamento dell'adret, vanta
un'insolita caratteristica che lo distingue
dagli altri comuni. Si tratta della battaglia
che si combatte fra le capre, una
manifestazione che mutua la più
popolare battaglia delle Regine (le mucche
valdosiane). Il combattimento si disputa fra
i migliori caprini, verso la fine di novembre
di ogni anno, nel villaggio di Tour d'Héréras.
Si tratta, in realtà, della fase
che le consente di produrre un
latte altamente digeribile e ricco di proteine
nobili. Perché in Valle d'Aosta sono nate e si
sono affermate Les Batailles des Chèvres?
Alcune risposte sono fornite dall'Associazione
Comité Régional Batailles des Chèvres che
ha sede a Perloz (tel. 0125-805162). Uno
dei primi motivi è il rispetto della tradizione,
sottolineato dall'articolo 2 dello Statuto che
prescrive al Comité Régional di promuovere
la Batailles des Chèvres e diffondere la
passione per l'allevamento caprino. Un
altro motivo viene suggellato dall'interesse
che possono avere gli allevatori. Infatti,
le competizioni, mai cruente e quindi mai
mortali, stimolano (come avviene, peraltro
per la Batailles des Reines e la Batailles
de Moudzon) essenzialmente la qualità
della razza. Gli allevatori sono pertanto
spinti ad avere animali sempre più belli e
più sani. La cura del bestiame consente di
Falconer e Capra aegagrus o capra selvatica
ou del Bezoar o egagro (selvatico). Ed è proprio
dalla Capra aegagrus che sembra derivata
la comune capra domestica (Capra hircus),
insieme alla Capra prisca che oggi risulta
estinta. Le capre si nutrono essenzialmente
di foraggi secchi e legnosi o di ramoscelli
verdi, pertanto risultano altamente nocive
per la vegetazione perché inaridiscono le
foreste alpine fino a distruggerle. La loro
gestione fa parte di una precisa politica
economica agro-alimentare. La Valle d'Aosta
presenta territori idonei al loro allevamento,
tanto è vero che esiste oggi anche una Razza
Valdostana di taglia medio-grande, che
raggiunge al garrese un'altezza di 70/75 cm.
Le corna delle capre valdostane, che possono
raggiungere dimensioni enormi soprattutto
negli esemplari maschi, sono presenti in
entrambi i sessi. La Capra valdostana ha
un carattere esuberante ed è dotata di una
spiccata intelligenza. Essa pascola sulle
nostre montagne in continuazione per brucare
la tenera erba che le consente di produrre un
latte altamente digeribile e ricco di proteine
nobili. Perché in Valle d'Aosta sono nate e si
sono affermate Les Batailles des Chèvres?
Alcune risposte sono fornite dall'Associazione
Comité Régional Batailles des Chèvres che
ha sede a Perloz (tel. 0125-805162). Uno
dei primi motivi è il rispetto della tradizione,
sottolineato dall'articolo 2 dello Statuto che
prescrive al Comité Régional di promuovere
la Batailles des Chèvres e diffondere la
passione per l'allevamento caprino. Un
altro motivo viene suggellato dall'interesse
che possono avere gli allevatori. Infatti,
le competizioni, mai cruente e quindi mai
mortali, stimolano (come avviene, peraltro
per la Batailles des Reines e la Batailles
de Moudzon) essenzialmente la qualità
della razza. Gli allevatori sono pertanto
spinti ad avere animali sempre più belli e
più sani. La cura del bestiame consente di
base al peso e all'età, si fanno
una competizione che consente
di mettere in mostra i loro capi
e dimostrane la qualità. Sembra
che la capra sia stato il primo
essere addomesticato dall'uomo.
ale del mammifero è, infatti, la
dove vive sia allo stato domestico
o. Il genere comprende quattro
ra ibex o stambecco delle Alpi;
paica, o stambecco dei Pirenei;
rieri, ossia la capra Markhor o di


Testo Originale Estratto
selezione per la razza per ottenere specie più adeguate all'allevamento. Anche la rivalità fra gli allevatori rappresenta un'opportunità di confronto che produce benefici risultati. L'interesse poi che si suscita all'esterno del mondo agro-pastorale consente allo spettatore di assistere ad uno spettacolo ancestrale che da milioni di anni si rinnova sulla Terra per individuare nell'ambito del branco il capo dominante che dovrà concedersi al suo harem. La Capra ibex risale a 13 milioni di anni fa. Sembra, pertanto, che sia il mammifero più antico tuttora presente sul nostro pianeta; e se pensiamo che l'origine dell'uomo risale solo a 2 milioni di anni, quando per la prima volta sulla Terra apparve l'Homo sapiens, non possiamo far altro che guardare con stupore e ammirazione questi animali. Tancredi Tibaldi inoltre ricorda che, poiché le società tradizionali agro-pastorali si basavano sulla competizione (per cui la comunità era strutturata in maniera gerarchica, dal capo- pastore al tchit - il bambino), il recupero della Batailles des Chèvres assumeva anche una funzione di controllo delle pulsioni giovanili, tendenti alla lotta. La gioventù di ogni villaggio ingaggiava sanguinose dispute con giovani di altri villaggi o vallate viciniori. Il XIX secolo fu teatro di scontri che spesso si concludevano con feriti e morti. Poi le lotte si trasformarono in tradizionali scontri fra coscritti per stabilire una superiorità nel gruppo: proprio gli obiettivi che oggi, infatti, producono le Batailles des Chèvres o Rénies riuscendo ad appagare i più ancestrali istinti umani (quello che avviene, come sappiamo, assistendo ad una partita di calcio). In Valle d'Aosta nel 2006 si concluderà la nona edizione della Batailles des Chèvres (Batailla dé Tehévre in patois di Perloz). La competizione, caratteristico e folcloristico combattimento fra i migliori esemplari caprini, avviene attraverso due eliminatorie, quella primaverile che si disputa a Donnas, Verrayes, Charvensod e Introd (da aprile a maggio) e quella autunnale a Valgrisenche e Introd (da settembre e ottobre) per confluire a Perloz in novembre per la fase finale, che eleggerà nelle varie categorie (1^ - oltre 65 kg; 2^ - da 55 a 65 kg; 3^ - sotto i 55 kg; 4^ bime - meno di due anni) le vincitrici. Il Comité de Direction de la Batailles des Chèvres prevede un presidente (Sistemi Badery, che rappresenta il referente principale della specialità, è lanciata a Perloz nel 1981) un vice (Edy Guichardaz), cinque membri di Giunta, un segretario, due revisori dei conti e sette delegati di zona, corrispondenti alle cinque località che ospitano le fasi eliminatorie. In Valle d'Aosta si contano circa 4.000 capre, distribuite in tutta la regione. turnaria è quella di Etroubles, fondata nel 1853 da un domestico di Marcoz Anselme per invitare i compaesani a riunirsi in consorteria, come in Svizzera. La mucca, caposaldo dell'economia valdostana, ha sempre rappresentato la ricchezza delle famiglie e un tempo era valutata in capi posseduti. Dalla mucca si ricava il latte e da questo il burro, il formaggio e la ricotta. Le mucche locali sono esemplari di pura razza valdostana dal mantello "pezzato rosso" o "pezzato nero", a seconda del colore predominante, appunto, del mantello. In Valle d'Aosta sono oltre 50.000 i capi che costituiscono il patrimonio bovino. La mucca, per sua natura, deve stabilire nell'ambito della mandria una rigida gerarchia, per questo si scontra con le rivali, fino a definire i rapporti di forza, in incruenti combattimenti individuali, e per stabilire la regina dell'alpeggio. Il giorno della discesa, la desarpa (di solito il 29 settembre, giorno di san Michele) la si riconosce dal bosquet, un trofeo di fiori, nastri e specchi. Analogo riconoscimento viene assegnato alla mucca che produce più latte, ma con un "bosquet" di nastri bianchi. La passione del valdostano per i "combattimenti" tra mucche si è trasformata in un vero e proprio campionato regionale con vari livelli di selezione. I "duelli" conclusivi si svolgono ad Aosta, dove viene proclamata la "regina delle regine". Le mucche iscritte alla competizione sono, quindi, di pura razza valdostana, ingravidate da almeno tre mesi. Esistono, ovviamente, diverse categorie, a seconda del peso dell'animale. La finale si svolge nell'arena della "Croix Noire", appositamente attrezzata per lo scopo, nella penultima domenica di ottobre. Le mucche dichiarate vincitrici nelle loro categorie ricevono in una coreografica cerimonia finale la sonaille de Chamonix, addobbata con un grande fiocco rosso, che indosserà per un intero anno, fino all'inizio della successiva competizione. 3. LATTE E FONTINA. La Fontina, dal 1955 prodotto doc a livello nazionale, protetto dal 1996 dal marchio dop, denominazione di origine protetta anche in ambito europeo, è un formaggio grasso, dolce, elastico, fondente in bocca, di color paglierino dalla pasta cotta prodotta con latte intero vaccino proveniente da una sola mungitura, secondo la definizione ufficiale del disciplinare. Di formaggi si parla in Valle d'Aosta almeno dal XIII secolo, quando nel Liber redditorum del capitolo della Cattedrale di Aosta, si fa menzione nel 1267, al fromaige; sempre nel 1267, si parla della seras tra i prodotti soggetti ad imposizioni fiscali di Châtel-Argent. Ancora a Brissogne, nel 1270, si fa accenno al vacherinus, da cui deriverebbe il toponimo del villaggio di Vacherin. Fontina, come sostantivo, appare solo nel 1717 all'Ospizio del Gran San Bernardo, quando il céllerier, l'economo della casa, lo inserisce nei suoi registri con la seguente annotazione «... devo dare una fontina di un rupt e quattro livres di nocciole fresche...». Il rupt o rub o rubt era un'unità di peso, corrispondente a 9,6 kg, mentre le livres sono un sottomultiplo corrispondente a 38,4 ettogrammi. La Fontina poteva pesare, quindi, anche 25 livres. Fontina ha un'etimologia ancora controversa; forse deriva dalla sua specifica caratteristica di saper fondere. Ma i più propendono per farla derivare dal nome di un alpeggio, Fontin, sopra Quart, dove vengono ancor oggi prodotte rinomate fontine, che viaggiatori britannici dell'800 descrissero con vivo interesse. Oggi le forme di Fontina hanno un peso di 8/10 chilogrammi. Lo scalzo, l'altezza della forma, è di misura ridotta e le superfici della forma sono concave per evitare screpolature nel corso della maturazione. Per mescolare il latte viene usato lo spino, un mestolo di legno a rebbi contrapposti, su un fuoco di 50° circa. La maturazione delle Fontine dura dai 4 ai 5 mesi. Il prodotto viene tutelato dal Consorzio Produttori Fontina che vigila sulla qualità e sulla commercializzazione. La maturazione sono distribuiti in gallerie scavate nella montagna, nelle quali sono fondamentali il grado di umidità e la temperatura. Dalla Fontina si produce anche la Fonduta di Fontina, venduto e confezionato in un barattolo per il consumo in cucina. Oltre alla Fontina si produce il Fromadzo, dall'aroma caratteristico e con un minor contenuto di grasso. Un altro tipico prodotto derivato dal latte è il Reblec, formaggio cremoso, ricavato prelevando lo strato superficiale dalla cagliata. Il Reblec è molto delicato e va consumato entro pochi giorni. L'ultimo derivato dalla filiera Latte-Fontina è il Séras, di colore chiaro e sapore acidulo, che si consuma a fette, abitualmente con la polenta. 4. IL VINO DI MONTAGNA. fazzoletti di terreno coltivabile sulle falde, in genere all'adret (la zona esposta a sud) delle montagne. La pratica agro-pastorale affonda le radici nella notte dei tempi. La siccità e l'isolamento dei villaggi hanno costretto i contadini valdostani ad una lotta quotidiana e la ricerca di spazi per la vite si è rivelata difficile. Solo dopo la II guerra mondiale la viticoltura regionale ha avuto il suo sviluppo grazie alla presenza dei monaci svizzeri del Gran San Bernardo che oggi gestiscono l'Institut Agricole Régional di Aosta, producendo ottimi vini e preparando valent tecnici. Le superficie coltivata a vite si distribuisce su circa 700 ettari (gli storici asseriscono che nel passato fossero stati recuperati 3000 ha di terreno coltivabile a vite). La produzione non è lontana dai 30.000/ 35.000 ettolitri di vino (pari a meno di 1/1000 della produzione nazionale). Ciò dà la misura di quanto sia modesta la quantità di prodotto, che tuttavia si rivela di elevatissima qualità. Una quantità insignificante se raffrontata alla produzione mondiale. I vini valdostani sono considerati di qualità molto pregiata e sono particolarmente richiesti dagli intenditori e appassionati del settore. Esiste, a tal proposito, la Route des Vins che consente di visitare tutte le zone di produzione di D.O.C.G e D.O.C (denominazione di origine controllata garantita e denominazione di origine controllata), una strada con fini culturali che dai terrazzamenti arditi di Pont- Saint-Martin e Verrès arriva ai 1300 metri di La Salle e Morgex, ossia fino al limite per la sopravvivenza della vite. I vigneti della Valdigne, infatti, sono considerati i più alti d'Europa; vi nasce il "Bianco dei Ghiacciai". Grazie all'escursione termica, molto elevata in tutta la Valle d'Aosta, si producono gli aromi forti e fruttati che caratterizzano il D.O.C. Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste ricco di 27 qualità e 22 vitigni autorizzati dal


Testo Originale Estratto
disciplinare. Tra i vini più pregiati troviamo il Moscato di Chambave, l'Enfer d'Arvier, il Torrette e il Donnas. Una attenta politica regionale ha gestito con opportuni sostegni economici il settore, rivelandosi determinante per la qualità del prodotto "vino", che oggi rappresenta uno dei vanti del settore agro- alimentare. Il settore vitivinicolo della regione rappresenta una parte consistente dell'economia del comparto agricolo regionale con un giro di affari che tende verso i sei milioni e mezzo di euro (13 miliardi di vecchie lire). Gli operatori che si dedicano con amore e passione alla viticoltura devono confrontarsi con una natura aspra e difficile, in situazioni spesso al limite. Con il loro lavoro trasformano l'ambiente creando terrazzamenti incantevoli che s'inseriscono armonicamente nell'insieme vallivo. I vitigni, che da secoli si abbarbicano sui pendii assolati delle regioni montuose e dei territori con forte pendenza, si traducono in una visione estetica di grande suggestione, che arricchisce il paesaggio e si trasforma in un concreto intervento di consolidamento del territorio. La "9a Esposizione Vini Doc della Valle d'Aosta" ha registrato una vendita di oltre 5.000 bicchieri ed una partecipazione di circa 15.000 visitatori, di cui la metà proveniente da fuori Valle. Sabato 27 agosto 2005 nel Salone Ducale del Municipio di Aosta sono stati premiati i vincitori del concorso (svoltosi a Courmayeur il 2 luglio con l'analisi di 531 bottiglie provenienti da 9 paesi europei), che ha visto assegnare una "Menzione Speciale" (sulle 9 concesse) ad un vino valdostano, il "Blanc de Morgex et de La Salle-Metodo Classico 2002", e a due vini siciliani, "Etna Rosato Doc - Tenuta Scilio-2004" e "Sicilia IGT Nero d'Avola - Terre di Ginestra-2003". Delle 18 "Medaglie d'Oro" attribuite, 5 sono state assegnate a vini italiani, mentre delle 115 "Medaglie d'Argento" 30 sono andate ai prodotti nazionali, di cui 6 alla Valle d'Aosta (4 per i vini bianchi e 2 per i vini rossi). Durante la "9a Esposizione Vini Doc della Valle d'Aosta" sono stati presentati gli oltre 500 vini in gara per il "V Concorso Internazionale Vini di Montagna" (organizzato dal CERVIM, Centro di Ricerche, Studi, Salvaguardia e Valorizzazione per la Montagna, che ha sede a Quart, in collaborazione con l'Assessorato Agricoltura regionale) provenienti dall'Europa: Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Svizzera e Ungheria; e dall'Italia: Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Liguria, Veneto, Campania, Calabria, Sicilia e Valle d'Aosta.

5. RACCOLTA DELLE CASTAGNE
Una legge regionale del 1990 ha riservato un particolare riguardo al castagno da frutto con diametro superiore agli ottanta centimetri o con una chioma vitale all'80%. Di tali alberi il Servizio Forestale regionale si prende cura, su precisa richiesta dei proprietari. Una recente indagine ha censito oltre 600 castagni che rientrano nella precedente categoria, ai quali si devono aggiungere 160 alberi di castagno considerati monumentali. Perloz vanta in località Chieva un'altezza superiore ad una decina di metri ed una base di quasi nove metri. Gli abitanti di Perloz, per secoli hanno convissuto con la coltura del castagno tanto da chiamarlo semplicemente ebbro, albero. Alcune delle qualità di castagne hanno preso il nome da famiglie locali, oppure hanno dato il nome alla località. Il castagno cresce e si sviluppa nelle Alpi tra i 300 e i 900 metri di quota, preferendo terreni a reazione acida o neutra. Ecco spiegato il motivo per cui ha trovato un ideale habitat nella bassa valle e, soprattutto, nei paesi della VII Comunità Montana Mont Rose, dove si è diffuso anche a quote che raggiungono i 1500 metri, producendo, oltre ai frutti, anche ottimo legname. Purtroppo, la quantità di raccolto è andata via via riducendosi; dagli oltre 15.000 quintali del periodo antecedente l'ultima guerra mondiale, si è passati ai 5.000 q.li degli anni 1950 e a poche centinaia di quintali all'inizio degli anni 1990. Si può ben comprendere quale potenzialità commerciale abbia il comparto della castanicoltura nell'ambito della Comunità. Le cause della enorme diminuzione della produzione sono molteplici: i costi necessari per la raccolta dei frutti non si possono compensare con i ricavi dalla vendita. A ciò si aggiunga la difficoltà della raccolta perché i terreni impervi dei boschi di castagne non si prestano alla meccanizzazione delle operazioni, il problema delle malattie parassitarie e la presenza del cancro corticale (Endothia parasitica), che, giunto dall'America si è insediato dal 1938, prima in Liguria, per poi diffondersi a causa del vento in tutte le Alpi. La Comunità Montana Mont Rose, istituita nel 1973, ha affidato la sua immagine promozionale proprio alla castagna. Infatti, l'allegorico logo riporta in uno stilizzato riccio tre belle castagne. Il territorio della Comunità, che prende il nome dal massiccio del Monte Rosa, aveva affidato al tipico frutto del castagno un'importanza fondamentale per la sopravvivenza delle famiglie locali. Nel passato i maestosi alberi di castagno fornivano l'elemento base dell'alimentazione per tutte le contrade, rappresentando il menù fondamentale, e per alcuni mesi dell'anno (font subsister pendant quelques mois le menu du peuple), come ricorda la relazione del vicebalivo Peyrani e dell'avvocato Flandrin del 1759. Dal 1994 è stata attivata la Cooperativa "Il Riccio", che ha come scopo il recupero della tradizione alimentare della castagna e l'incremento e la valorizzazione della castanicoltura, oltre alla commercializzazione dei prodotti spontanei e coltivati. I soci sono oggi circa cinquanta, con una produzione ancora modesta, che non supera le migliaia di quintali. Una parte della produzione viene sottoposta a curatura perché si possa conservare la raccolta fino a Natale. Un'altra consistente parte della produzione subisce un processo di essiccazione per essere messa in commercio come "Castagne bianche", in appositi sacchetti, o trasformate in farina. Dal castagno si ricava anche un miele particolare, apprezzato dai buongustai per la presenza di tannini, per l'aroma tipico e per il colore ambrato. Il miele, confezionato elegantemente, viene commercializzato sui mercati sia dalla Cooperativa che da produttori privati di Pont-Saint-Martin, Lillianes e Fontainemore. Alla fine del secolo scorso in Valle d'Aosta è stato dato l'avvio al "Progetto Castagne" dall'Assessorato Agricoltura e Foreste Regionale, con l'obiettivo di evitare la scomparsa della tipica coltura. Gli interventi dell'Ente pubblico si traducono nell'organizzare corsi di aggiornamento e formazione. I primi campi sperimentali e dimostrativi sono stati realizzati a Donnas (Dalbard), Perloz, Lillianes e Pontboset. In tale quadro di recupero la VII Comunità Montana interviene con sostegni diretti agli agricoltori, con attività promozionali, eventi informativi e culturali. Uno dei primi provvedimenti messi in atto è stato il ringiovanimento delle vecchie piante, operando potature drastiche e innestando polloni con varietà locali come la Genetta, la Crest e la Chemiou, o con marroni di alta qualità. Si sono anche inseriti nel programma innesti di nuovi marroni e ibridi eurogiapponesi, che appaiono resistenti al cancro corticale. La civilisation du châtaignier è stata raccolta nel Bollettino n. 4 dalla Biblioteca Comunale di Donnas nel 1988 perché la memoria di tale cultura non vada dispersa. Il bollettino, in patois e francese, illustra l'antico mondo rurale della zona, analizzando gli aspetti caratteristici della coltura del castagno. Si va dall'abbacchiatura alla raccolta; dalla natura umana all'utilizzo a fini alimentari per gli animali; dall'innesto alle varie qualità; dall'utilizzo dei rami e delle foglie; allo sfruttamento del legname alla raccolta e utilizzo del tannino. Quello che più può sorprendere, a Donnas per esempio, è l'elevata quantità di varietà di castagne che si conoscevano almeno quattordici termini per indicare le qualità delle castagne. Le Réchane sono quelle che maturano almeno quindici giorni prima della stagione; la Yeuya e la Dzénaotte sono le castagne che si devono avere le castagne che si devono avere per boune per frèvoles. Van ben per fére un bon cousé se vendivouo tsére! (Una castagna buona può essere venduta cara!) È una piumbèsa, una maroun rossa, una verdèla, una roussana, una verdèla, a grosso e rosse, a bounèinta, a roussina, a verdèla. (Nota: alcune parole dialettali non trascritte con esattezza). ritieneva abitato da diavoli, mostri e streghe. E la convinzione era talmente radicata che persino uomini di scienza non sfuggivano a tale timore. Ce ne offre un esempio lo zurighese Johann-Jakob Scheuchezer, membro delle Accademie Regie d'Inghilterra e di Prussia, che gettò le basi della geofisica alpina e rivoluzionò le teorie sulla formazione della crosta terrestre. Ebbene, nonostante fosse un personaggio autorevole, dava credito alle leggende tanto che pensò di organizzare una ricerca per verificare se i draghi fossero a guardia dei luoghi più impervi. Eppure lo Scheuchezer non solo disse di averli incontrati, ma arrivò persino a dichiarare le sue scoperte nei resoconti che pubblicò a partire dal 1702. Nei suoi "Itinera Alpina" affermò di aver incontrato le terribili creature, tra le quali un serpente con una testa di gatto, ed altri con le ali di pipistrello. Quello che più lo aveva atterrito era, tuttavia, un serpente con una fulva testa di gatto con zampe squamate e coda biforcuta. Non tutti gli credettero, ma il timore si rafforzò tanto da far considerare il Monte Bianco "Montagnes Maudites". Qualcuno, inoltre, temeva d'incontrare briganti e popolazioni poco socievoli. Ma possiamo ritenere che si trattasse di paure diffuse ad arte, perché la montagna fu sempre e comunque frequentata da ardimentosi cacciatori e, soprattutto, dai cercatori di cristalli, i cristalliers. Sin dall'antichità l'uomo si è interessato ai cristalli di quarzo trasparente e poiché li raccoglieva in varie parti delle Alpi, riteneva che fossero composti di acqua congelata a temperature molto basse, dove il nome krystrallos (ghiaccio in greco), che non si poteva più disciogliere. Si trattava, indubbiamente, di oggetti straordinari, limpidi, luminosi, levigati e carichi di fascino e perciò magici, che potevano arricchire gli spericolati cercatori. Già Plinio il Vecchio, nel I secolo d. C., affermava che il quarzo nasceva insieme a minerali.


Testo Originale Estratto
nelle zone impervie delle Alpi (Naturalis
Historia XXXVII, 27). I cristalli di quarzo
erano utilizzati come elementi decorativi e
per la produzione di oggetti preziosi. L'illustre
scienziato ginevrino Horace-Bénédict De
Saussure, il cui nome è strettamente legato
al Monte Bianco, perché aveva offerto un
consistente premio in denaro a chi ne avesse
conquistato la vetta, può essere considerato
il fondatore della geologia. Nel suo Voyages
dans les Alpes, pubblicato nel 1779, racconta
che la «ricerca dei cristalli e la caccia sono
le uniche attività esclusivamente maschili.
Per fortuna la prima di esse (la ricerca di
cristalli, ndr) è oggi assai meno esercitata
che in passato... perché molti uomini vi
lasciavano la vita. La speranza di arricchirsi
subitamente con la scoperta di una caverna
piena di bei cristalli era una spinta così
forte che i cristallieri si esponevano ai
pericoli più tremendi, e non passava anno
che non ne morisse qualcuno o fra i ghiacci
o nei precipizi...». Jaques Balmat e Michel
Gabriel Paccard, che raggiunsero la vetta del
Monte Bianco l'8 agosto del 1786, dopo
avere accettato la sfida, erano proprio due
cristallieri. Balmat, infatti, perì precipitando
durante una ricerca di cristalli.
I "cercatori" erano esperti conoscitori dell'alta
montagna, di quella parte coperta dalle nevi
perenni e dai ghiacciai. Così, pian piano, con il
progredire delle scoperte, con l'arrivo sempre
più massiccio di studiosi e con la conquista
della vetta del Monte Bianco, che aprì le
porte all'alpinismo moderno, le leggende
sulle misteriose creature che dominavano il
mondo alpino si dissolsero come neve al sole.
Il quarzo perse il suo iniziale valore con la
scoperta all'estero di nuove miniere e infine
divenne insignificante quando, in epoche
più recenti, iniziò la produzione di cristalli
sintetici. I rischi per estrarre i minerali dalle
vene poste in zone spesso inaccessibili non
giustificavano più le perdite di vite umane.
Tuttavia, il fascino della professione del
cristalliers è ancora oggi vivo. Molti cercatori
si dedicano ad esplorare le Alpi, non più
per il bisogno di guadagnare, ma
spinti da una passione ancestrale;
per la ricerca di esemplari preziosi per scopi
naturalistici e scientifici.
Oggi sono numerosi i gruppi mineralogici
che operano nelle valli alpine. Ovunque sono
state definite alcune regole per disciplinare
la raccolta di cristalli, al fine di preservare
l'inestimabile patrimonio naturale. In Valle
d'Aosta il primo gruppo mineralogico (Cral
Gogne) è stato fondato nel 1972 per chiudersi
negli anni settanta. Nel 1995 è
nato il Gruppo mineralogico valdostano Les
Amis di Berrio che oggi vanta oltre cinquanta
iscritti. Si tratta di un gruppo che, nel rispetto
per l'ambiente, promuove la conoscenza
del territorio e affianca l'attività del Museo
Regionale di Scienze Naturali di Saint-Pierre.

7. IL TUNNEL DEL MONTE BIANCO
Per secoli i popoli europei sognarono di
attraversare le Alpi non superandole, ma
perforandole lungo la via più breve. Se questo
avveniva quando la tecnica e le tecnologie
non lo consentivano ancora, a maggior
ragione, quando, nel XVIII secolo, fu scoperto
il valore dell'esplosivo. Horace-Bénédict De
Saussure, il ginevrino facoltoso, ripercorse la via di
Balmat e Paccard, i due alpinisti che l'anno
prima avevano vinto con lui la sfida di salire
sulla vetta del Monte Bianco, per verificare
l'occhio dello scienziato, da fosse meno esteso, per
questo, che «Giorno verrà una strada rotabile
sarà perforata sotto il Monte Bianco; la
Valle d'Aosta e la Valle di Chamonix saranno
unire». L'anelito di abbattere le barriere
montuose comincerà ad Entrèves e quello francese a Villar. Con
il passar degli anni si affermò l'idea che,
se si voleva raggiungere un risultato di
portata europea, occorreva realizzare un
collegamento a due piste. E fu proprio questo
il progetto definitivo di Zignoli: nasceva così
il primo tunnel stradale destinato al traffico
automobilistico. Nel 1953 viene firmata a
Parigi una convenzione tra Francia e Italia
per la realizzazione della galleria. L'anno
successivo, anche il Parlamento di Roma
ratifica l'accordo e nel 1956 Ginevra decide
di partecipare al finanziamento. Il 1957 sarà
l'anno della ratifica della Francia e il 1°
settembre dello stesso anno viene fondata
la "Società Italiana per il Traforo del Monte
Bianco", seguita il 22 aprile dell'anno dopo
dalla "Société Concessionnaire Française pour
la Construction et l'Exploitation du Tunnel
Routier sous le Mont-Blanc".
Si fissano due lotti di lavori e nel 1959 iniziano
le operazioni di scavo dai due versanti.
Il 14 agosto del 1962 le squadre di minatori
italiani e francesi, abbattuto l'ultimo
diaframma, s'incontrarono al centro della
galleria: erano a 5800 metri dai rispettivi
punti di partenza e sopra le loro teste c'erano
2400 metri di roccia. Otto caduti mancavano
all'appello: i loro nomi sono ricordati nel
Santuario di Notre Dame de la Guérison,
all'imbocco della Val Veny.
Il traforo autostradale del Monte Bianco
venne inaugurato nel 1965, l'anno dopo
quello del Gran San Bernardo. Nel 1966
registrava un passaggio di 600.000 unità.
Oggi si parla di raddoppiarne la carreggiata
e di trasformarlo anche in galleria ferroviaria.
Vinceranno la sfida i tecnici e gli scienziati
del terzo millennio?

sotto le Alpi. Il primo grande successo lo si
registrerà con il tunnel del Moncenisio che
consentiva di collegare il nord-ovest della
penisola con il sud della Francia. Siamo nel
1870 e l'ultimo diaframma, di 12.849 metri
di galleria tra la Francia e l'Italia, era già
caduto. Nel 1814 il Comune di Courmayeur
aveva inviato al re di Piemonte e Sardegna
una petizione per sollecitare un collegamento
diretto con la Savoia. Il primo progetto degno
di nota fu presentato nel 1836 dal dottor
Vagneur, seguito otto anni dopo da quello
dell'avvocato Martinet, che si discostava
dal precedente di poco. Molti progetti furono
proposti da ingegneri francesi e italiani. Nel
1879, sotto la presidenza onoraria del Duca
d'Aosta, l'ingegner Chabloz lancia la sua idea
di traforo ferroviario in concorrenza con il
Sempione, sostenuto dalla Svizzera.
La diplomazia elvetica riuscì nell'intento ed
il Sempione sarà di lì a poco realizzato. Il
sogno di attraversare il Monte Bianco dovrà
ancora una volta essere dimenticato. Poi
la guerra mondiale concentrerà le energie
sociali verso altri drammatici problemi. Tra
il 1924 e il 1930 si sviluppano altri progetti
sia stradali che ferroviari. Nel 1935 i tempi
sono ancor più maturi perché il progetto di
Arnold Monod risulterà tanto convincente
da incoraggiare l'esecuzione dei lavori.
Ma un altro dramma bellico si affaccia
all'orizzonte dell'Europa e gli uomini hanno
cose più importanti da affrontare. Nel 1946,
terminata la guerra, il traforo del Monte
Bianco ritorna all'attenzione del mondo
politico e economico. Viene fondata dal
conte Lora Totino una compagnia per il
traforo del Monte Bianco. La stesura del
progetto viene affidata al professor Vittorio
Zignoli del Politecnico di Torino. Dopo una
lunga serie di rilevamenti da parte italiana e
la successiva conferma di un'equipe francese
che rilevò scarti di soli 10 centimetri, furono
posizionati i due imbocchi, quello italiano
di montagna. Molte delle zone alpine hanno
fornito schiere di ragazzi che partivano dalle
loro valli per "lo vouéco"(da vouéca, ossia
camino, e per estensione "spazzacamino"),
per andare a fare lo spazzacamino. Molte le
località, in Val d'Aosta, in Morgex, Valsavarenche, Introd, La Salle, Bionaz, Quart e, soprattutto, Gignod, Sarre, Valsavarenche, Introd, La Salle, Bionaz, Quart e, soprattutto, Morgex, Saint-Nicolas, Rhêmes-Notre-Dame e Dame e la sua valle) hanno fornito mano d'opera per la manutenzione dei camini, prima del sopraggiungere dell'inverno. Un'emigrazione provocata dalla povertà dei territori natali.
L'assistenza anche dei meno abbienti. Quei spazzacamini, i maïtres ramoneurs, giungevano nei paesi dove il mestiere era considerato tradizionale per "affittare" i bambini (che avevano a volte solo cinque o sei anni) per avviarli al duro lavoro. Le famiglie cedevano i loro figli non solo per qualche soldo ma anche per non doverli mantenere: "Una bocca in meno da sfamare". Lo sfruttamento del bambino un tempo molto diffuso nel Val d'Aosta tra la metà del 1800 e il 1930 del secolo scorso. Gli spazzacamini valdostani dal 1895 ebbero una loro pubblicazione l'Almanach du Peuple che durò per circa trenta anni. Il "padrone" associava letteralmente le famiglie per convincerle a cedere i loro
ant l'invern a sa nen cosa fene a l'afit ad
un spacíafomél. 'L presse d'afit a varia
second le circostansse da 4 a 2 lire per tuta
la stagion. E 'nt cous modo l' spacíafonél
a l'ha 'l so bofa che a cria e a rasccia ch'a
l'è un piasì, e 'ntant 'l pare e mare a vanso
d'mantenlo. Ma ch'a valo così poch i masnà
d'certi pais?». I piccoli spazzacamini, gàillo in
Valle d'Aosta, erano i preferiti dai proprietari
dei tetti perché pensavano che la leggerezza
del loro corpo non avrebbe danneggiato i
coppi di copertura della casa. Le mamme che
volveano intimorire i loro vivaci bambini li
zittivano minacciandoli con la fatidica frase:
"Guarda che ti mando a spazzacamino». Lo
speciale lavoro non sembra essere stato
appannaggio solo dei maschietti. Infatti si
racconta di una donna, Luisa Pellissier, del
villaggio di Vieu, in Val di Rhêmes, che a 11
anni seguiva il padre ramoneur, debilitato da
una grave forma di sordità, nelle trasferte in
Piemonte per aiutare il genitore nell'esercizio
del difficile mestiere. I gàillo erano vestiti con
panno di lana sul quale indossavano, durante
la pulitura del camino, "lo camesoleun de
la vouéca", una blusa di tela. Sulla testa
un berretto di tela a forma di sacchetto (la
bera de la vouéca) che lasciava solo gli occhi
liberi ed evitava che la fuliggine penetrasse
sotto i vestiti e non venisse respirata. La
squadra di ramoneur, cap-gàillo (un bimbo
più grandicello) e il gàillo, lasciava quindi la
valle di Rhêmes e si avviava verso la pianura.
Giunti come seconda tappa a Châtillon il
padrone dell'albergo Londres esclamava in
piemontese «Toh, écui chi, i spazzáfurnéi
d'la Val de Rém, l'è segn che l'ivern tarda
nen a rivè». Il mestiere dello spazzacamino
era molto richiesto fuori valle. In particolare
i valdostani frequentavano le zone del
Piemonte e della Lombardia.
Oggi, con l'avvento di moderni sistemi di
riscaldamento il tradizionale spazzacamino
non esiste più. Gli "eredi" di coloro che

8. LO SPAZZACAMINO
Quella dello spazzacamino, il ramoneur, era
una delle attività più diffuse nell'economia


Testo Originale Estratto
praticarono il vecchio mestiere del ramoneur
sono piccoli imprenditori e artigiani che
provvedono alla manutenzione di caldaie
e bruciatori per impianti di riscaldamento.
Tuttavia, alcuni dei vecchi spazzacamini
si sono organizzati ed hanno costituito gli
"Spazzacamini del 2000" in val Vigezzo.
Nel 1998 erano 300 in Italia, inquadrati
nell'Associazione Nazionale Fumisti e
Spazzacamini – A.N.F.U.S. – che ha aperto
diverse scuole per l'avviamento al mestiere.
Gli anziani spazzacamini, ancora gelosi del
fascino che emanava la loro antica arte,
oggi si considerano moderni tecnici, in
grado di provvedere al controllo dei sistemi
di riscaldamento, in armonia con i nuovi
criteri ecologici. Gli attuali burna, rusca o
ramoneurs indossano il frac nero, il cilindro
e calzoni con bande di raso. Si spostano con
auto di lusso e trasportano su grossi mezzi
scale, aspiratori, motori e altre sofisticate
attrezzature. Accanto all'A.N.F.U.S. gli
spazzacamini hanno una loro associazione
con fini storici, turistici e culturali, che ha
la sua sede a Santa Maria Maggiore in
Valle Vigezzo. Fedeli alla tradizione i vecchi
ramoneurs s'incontrano annualmente
dal 1982, durante la prima settimana di
settembre in un raduno internazionale al
quale aderiscono in massa gli spazzacamini
del 2000, provenienti da mezza Europa
(Svizzera, Olanda, Danimarca, Austria,
Svezia, Norvegia, e, soprattutto, Germania).
Nel 1997 erano più di ottocento i fieri
spazzacamini che sfilavano per le vie del paese della Val
Vigezzo, vestiti nelle loro eleganti divise e
con gli antichi attrezzi di lavoro, quasi tutti
rigorosamente con il viso annerito.
9. CARNEVALE IN COUMBA FREIDE
Anche in Valle d'Aosta il Carnevale è parte
integrante degli usi e costumi locali. In altre
epoche le ragioni del carnevale andavano
ricercate nell'antico significato rituale per
celebrare la fertilità della terra, nella gioia per salutare
l'arrivo della primavera, nella gioia per
l'inizio di un nuovo ciclo agricolo, nel bisogno
di esorcizzare la morte, nell'opportunità per il
popolo di dileggiare i potenti impunemente.
Oggi il fenomeno dei riti carnascialeschi,
sebbene siano essi storici o tradizionali, sembra aver
dimenticato le antiche motivazioni e appare
reinventato per offrire un nuovo ruolo sociale e relazionale in
chiave storica. Tra i protagonisti del carnevale esiste una
figura professionale. Pur nei tempi, il carnevale
è stato un elemento fortemente caratterizzante, che ha
conservato i suoi riti e le sue tradizioni, in grado di coinvolgere
emotivamente la gente. Infatti, chi conosce la lingua Walser, cioè il “patois”, troverà un'intera
comunità comunale impegnata nell'organizzazione del carnevale storico e,
soprattutto, a mantenere il “segreto” circa il nome di colei che impersonerà Caterina di
Challant. Anche Pont-Saint-Martin, il paese della Valle, non sfugge alla temperatura fredda a causa dei venti di
settentrione. Atterriamo, quindi, a Saint-Rhémy-en-Bosses, nei pressi del Gran San
Bernardo, dove incontriamo Le carnaval de Bosses, un carnevale che si fa risalire al
passaggio di Napoleone dal colle, durante la campagna d'Italia. Tra le maschere di Bosses
ritroviamo Napoleone sul suo destriero bianco seguito dalle landzette (maschere, costumi)
che ricordano i soldati del condottiero francese. Gli abitanti della zona sembra siano
rimasti impressionati dall'armata francese che discendeva il colle vestendo uniformi
dai colori più svariati. Un'altra maschera presente a Saint-Rhémy-en-Bosses è l'orso,
a ricordo di un animale che nelle vallate si è ormai definitivamente estinto. Scendiamo
a Saint-Oyen per incontrare i personaggi del famoso carnevale della Coumba Freida
dove i costumi, le landzette, in velluto, sono ornati da specchietti, spalline, nastri,
sonagli, paillettes, galloni dorati e frange, un carnevale molto sentito e apprezzato
da turisti e appassionati. Il carnevale riprende anche la commovente storia di due
innamorati, che desideravano sposarsi. Ma il giovane pretendente era tanto povero da
non potersi permettere un abito nuziale. La popolazione si dimostrò generosa e raccolse
tutti gli avanzi di stoffa che si trovavano nelle case del paese per confezionare un vestito
speciale. L'abito che fu preparato fu un vero trionfo di colori e di eleganza. Il giorno del
matrimonio gli abitanti del paese per non imbarazzare lo sposo adornarono i propri
abiti con perline, nastri e fiori dai vivaci colori. Da allora la comunità locale festeggia
il matrimonio di due giovani sposi in tono carnevalesco. Altri carnevali delle Valli del
Gran San Bernardo li troviamo a Etroubles, dove gli abitanti rievocano il passaggio delle
truppe di Napoleone e il giorno del giovedì grasso le maschere con la “benda”, la banda,
in testa fanno il giro delle frazioni danzando; a Gignod, dove ancora una volta viene
ricordato il passaggio di Napoleone diretto a Marengo con le maschere dette lanzette;
ad Allein, dove i costumi, sempre a ricordo di Napoleone, sono colorati di rosso; a Doues,
Bionaz, dove giovani e anziani indossano le coloratissime landzette, un tipico costume
che allegoricamente ricorda il passaggio dei soldati francesi di Napoleone armonizzato
con il proverbiale risveglio primaverile dei villaggi dopo il lungo periodo gelido, per
sfilare in paese con la “benda” (il gruppo di maschere), Ollomont, Oyace, Valpelline,
Roisan. Giunti in fondo valle troviamo Le carnaval de Sorreyley a Saint-Christophe e nel
capoluogo valdostano, ad Aosta, il carnevale del rione di Saint-Martin gestito dal Comitato
di Soque Sèn Marteun e Tsezallet. Scendendo verso la bassa valle incontriamo il carnevale
di Quart, con sfilata di carri, maschere e distribuzione del tradizionale minestrone,
quello di Nus, con un cerimoniale ricco e particolarmente suggestivo che si svolge
in Municipio alla presenza delle autorità, dei gruppi in costume e della popolazione; in
tale circostanza il sindaco consegna ai “Seigneurs de Nus” la chiave, simbolo del potere
comunale, Saint-Vincent e poi Issogne dove avviene la distribuzione di polenta e fagioli
mentre i carri allegorici e le maschere sfilano per le vie del paese per distribuire tè e
bugie, per ritornare a Verrès, dove Caterina di Challant, Pierre d'Introd e il corteo
storico si esibiscono nel centro del borgo e l'incontro con il Consiglio Comunale e per
la consegna dei poteri alla Châtelaine da parte del sindaco e infine il famoso Carnevale
di Pont-Saint-Martin con ricostruzioni storiche e costumi degni di un set cinematografico
per ricordare personaggi entrati nell'immaginario collettivo, il Diavolo e San Martino,
il Console Romano e la Ninfa del Lys, accompagnati dalla banda musicale e da numerosi
gruppi folcloristici.
10. PIETRA OLLARE
La pietra ollare, o l'ollite, è una roccia metamorfica conosciuta sin dal tardo
neolitico. Da essa si ricavavano recipienti per la cottura e alla conservazione
degli alimenti. Per i Romani le olle erano destinate ad custodire le ceneri dei
defunti. In mineralogia si utilizza l'aggettivo di clorite per una pietra scistosa di
base di cloriti, tenera e friabile, adatta alla produzione di contenitori e oggetti
ornamentali. Le olle di pietra ollare resistono agli sbalzi di calore e assorbono molto
lentamente per restituirlo altrettanto poco alla refrattarietà, ideale, per la costruzione
di stufe per abitazioni. In Valle d'Aosta esistono giacimenti di pietra ollare, che
appartiene al tipo verde a base di clorite. Nell'antichità furono prodotte lucerne,
fusaioli, vasi, oggetti di collana e forme svariate per getto di bronzo, e che divennero
oggetto di piccoli commerci e occasione di scambi con altri amici. A partire dal XVI
secolo la ollite assunse un valore fondamentale per le costruzioni alpine di stufe e
per scopi architettonici. Presso l'Università di Losanna esiste un inventario di tutti i
giacimenti conosciuti sulle Alpi occidentali, che sono circa 400, di cui alcuni minuscoli.
I più estesi giacimenti di pietra ollare della Valle d'Aosta sono stati individuati a
Tête Compagna, Gressoney-La-Trinité, in Valle d'Ayas, a Saint-Germain, Crosier, a
Champorcher a Rosières, Valmeriana, Sallirod e Bellecombe, a Champoluc, Saint-Jacques
e al Passo del Teodulo. A questo proposito Rosanna Mollo Mezzena afferma che «Le più
antiche testimonianze nella nostra regione risalgono al neolitico e si riferiscono alla
produzione di utensili ornamentali. Diversi i giacimenti che si conoscono in Valle d'Aosta e a
fianco a loro sono stati individuati luoghi di produzione risalenti all'età medievale».
La professoressa Mollo non esclude che con una ricerca sistematica si potrebbero
individuare laboratori e officine romani. I manufatti di pietra ollare sono concentrati
in Valle di Gressoney dove si costruivano stufe a doppio corpo per un duplice scopo.
Composte di un fornello, con un portello per introdurre il combustibile, e di una seconda
parte, collegata alla prima, nella quale passavano con percorso obbligato i fumi
caldi. La seconda parte della stufa veniva piazzata, o murata, tra la sala da pranzo e la
camera da letto. La prima parte della stufa serviva per cuocere i cibi, mentre la seconda
parte scaldava gli ambienti della casa senza dover affrontare l'inconveniente del fumo o
delle polveri. Ed è proprio con stufe di questo tipo che la pietra ollare svolge una funzione
significativa. Essa diventa un volano termico in quanto dopo il riscaldamento restituiva
lentamente il calore, a volte, per più giorni. La lavorabilità della pietra permetteva agli
abili artigiani di scolpire sulle stufe date, iniziali del casato, figure allegoriche, fiori,
rosoni e altri simboli tradizionali. Dalle stufe non è stato difficile passare ad altri oggetti
d'arredo e decorazione delle abitazioni e dei luoghi pubblici, come calamai, acquasantiere,
soprammobili, grolle, coppe dell'amicizia... Una precisa testimonianza ce la fornisce Jules
Brocherel nel suo Arte popolare valdostana (ed. O.N.D. 1937, pag. 53): «Generalmente,
la porta della casa (valdostana: ndr) s'apre nella cucina, dalla quale si passa nel tinello,
lo péllio, o stanza comune, la chambre de ménage della Savoia e del Vallese, nella
quale si riunisce abitualmente la famiglia, nelle ore del pasto, per accudire alle minute
faccende domestiche, per dormire, e dove le donne si dedicavano a svariati lavori
femminili, cucito, ricamo, merletti ecc.


Testo Originale Estratto
L'arredamento dello péllio comprende mobili
da camera da letto, da salotto, da sala da
pranzo, fabbricati localmente e adorni di
fregi floreali e geometrici. Nello péllio non
manca la stufa, lo fornet, anticamente di
pietra ollare, di forma cubica o cilindrica,
colla data di fabbricazione e qualche ornato
sul davanti. Nell'attigua spaziosa sala...
sui panconi... sono distribuiti... vasi e
olle di pietra». Oggi la pietra ollare non
è più utilizzata per ricavare strumenti di
uso domestico e ha perso la sua originaria
funzione. In compenso, appassionati scultori
creano oggetti decorativi e ornamentali,
come sculture e pannelli intarsiati. Il
progressivo disinteresse verso questo
materiale non è solo dipeso dalla scoperta
di materiali più docili da lavorare, ma deve
addebitarsi ad un esaurimento dei filoni
del minerale. I giacimenti ancora esistenti
sono, purtroppo, situati a quote elevate
e in zone, spesso, inaccessibili, per cui il
trasporto presenta evidenti difficoltà. Solo
la forte passione di alcuni artigiani e scultori
consente loro di andare a trovarsi i pezzi di
ollite da lavorare. La lavorazione della pietra
ollare con attrezzi tradizionali, richiede una
tecnica ed una padronanza assoluta. Se poi
alle abilità manuali si affianca uno spiccato
senso artistico che consente all'autore di
di Fénis; Silvano Salto di Nus; Marisa Sanson
(unica rappresentante femminile) di Donnas;
Donato Savin di Cogne (per la pietra dura);
Roberto Zavattaro e Ettore Merlot di Hône.

11. MONTAGNE SUPERBE
La Valle d'Aosta, la più piccola regione
italiana (3262 kmq) e meno popolata (122.209
abitanti con una densità di 37 ab/kmq), posta
ai confini nord-occidentale della penisola,
a cavallo tra le Alpi Graie e Pennine, è
anzi inizia il proverbiale antagonismo tra
Chamonix, nota come perla della Alpi, e
Courmayeur, destinata a diventare capitale
mondiale dell'Alpinismo. La prima scalata
del Monte Bianco (1786), dal versante
francese, aveva lanciato la località di
Chamonix in tutta Europa. Molti viaggiatori
desideravano salire sul Tetto d'Europa e le
Guide francesi si consorziarono e nel 1821
apriranno un proprio bureau, la Compagnie
des Guides, che si ripromise di disciplinare
la neonata professione. Nascono allora le
sarà
giugno delle "quattro regine": il
del Monte Rosa, il Cervino e il
Una regione, quindi, destinata
dell'alpinismo e sinonimo
superbe Montagne. Eppure,
dagli abitanti delle vallate
sospetto alle vette, perché
more di esseri "mostruosi" e
ani non si sottrassero a tale
e in molti casi dovettero
loro eserciti, i colli alpini in
mpres
e alpinistiche "ante
nismo, come lo intendiamo
da venire. Una delle prime
esione è del secolo XIV, con
rarca sul monte Ventoux.
Alpinismo fine a se stesso
el 1786, con la conquista
in alta montagna) e le guides à mulets (gli
anziani e le reclute, diremmo oggi noi). Ma
la via italiana al Monte Bianco non è stata
ancora definita e le guide di Courmayeur
si limitano ad accompagnare i viaggiatori
in punti e vette più accessibili. Finalmente
il 13 agosto 1863 anche la Valle d'Aosta
avrà la sua "Via al Bianco": le guide Julien
Grange, detto Le Bergé, Adolphe Orset e
Joseph-Marie Perrod, insieme all'alpinista
inglese Heald raggiungono la vetta del
Monte Bianco, partendo da Courmayeur:
Balmat, cercatore
Chamonix, Michel-
la vetta più alta d
Balmat ripeterà
Benedicte De Sa
che aveva lanc
forse involontari
dell'Alpinismo. D
di conquiste dell
rimaste inviolate
misterioso abi
draghi e esseri
una terra da scop
si
come riconoscimento a prima Guida Alpina,
inequivocabile nel mondo, per il valdostano
Jordaney. La sua idea si dimostrò talmente
precisa che 94 anni dopo, nel 1868, la guida
di Courmayeur, Julien Grange, scoprirà la
prima salita per il versante meridionale del
Dôme de Goûter. Nel maggio del 1868 due
documenti, della Deputazione Provinciale
e del Ministero dell'Interno, comprovano
l'avvenuta costituzione della Società delle
Guide di Courmayeur. Da quell'anno entrava
in funzione un bureau dove era affisso l'elenco
delle guide, suddivise in guides à pieds (le più
esperte, in grado di accompagnare il cliente
precise, entusiasmo e grande desiderio di
affermazione. Uno sport internazionale,
palestra di vita per i giovani che lo praticano.
Per la Valle d'Aosta, che vanta nella sua
storia guide e alpinisti di fama mondiale,
l'Alpinismo rappresenta un'offerta turistica
di enorme professionalità.

12. SAINT-BARTHELEMY E LE STELLE
Clément Fillietroz, se fosse ancora in vita
oggi, sarebbe felice di ritornare a Saint-
Barthélemy: vi scoprirebbe l'Osservatorio
Astronomico che aveva sognato quando,
per un qua
giornaliera, r
dalla Stazio
sarebbe divi
Meteorologich
metri di quot
pionieri lung
tramutato in
Fracastoro de
sosteneva ch'
con metodica
il vantaggio
ben 2150 ore di sole all'anno, un
giorni sereni straordinariamente
da far risultare la località della
a al primo posto con 198 giorni
o i 133 di Siracusa. Un traguardo
l 24% in più rispetto allo stesso
e.
rebbe mancato nel 1981 e la sua
ale e scientifica di meteorologo
ra raccolta di alcuni appassionati.
azione Clément Fillietroz voluta l
2002 dalla Regione Autonoma
Aosta, Comunità Montana Mont
mune di Nus, si poté pianificare
di un Osservatorio Astronomico
cet dell'Oakleaf Astronomical
che nel 1993 aveva concluso la
a affermando che «... Dai dati sul
servativa prodotta
planetaria e un rifrattore acromatico oltre
numerose altre sofisticate apparecchiature.
E quale miglior risposta poteva il Comitato
Promotore offrire nell'autunno successivo?
La dodicesima edizione dello Star Party, il più
longevo tra gli Star Party italiani, dal 26 al 28
settembre, con manifestazioni varie, seminari
e visite all'Osservatorio.
Lignan di alcuni anni è meta di un pubblico
speciale: gli astrofili, ossia astronomi
dilettanti. Da agosto, salendo ai 1600
metri di Saint-Barthélemy, si ritrovano
nel loro habitat perché possono utilizzare
un telescopio di 800 mm f/7.5 di grande
potenza, come afferma il giovane e valente
professor Stefano Sandrelli dell'Osservatorio
Astronomico di Brera sottolineando che «...
il nuovo Osservatorio valdostano, che può
considerarsi il più potente e il più grande
'esperienza osservativa prodotta
tre mesi del 1993, possiamo
che il sito... si predispone
e ad accogliere un Osservatorio
o...».
gio 2003 è stato finalmente
l'Osservatorio Astronomico della
Autonoma Valle d'Aosta ed oggi lo
ere completamente operativo. La
ha registrato un'apprezzabile
vi turisti che si sono cimentati
rumenti dell'Osservatorio per
regreti delle Galassie. La struttura
i ottime apparecchiature: si va
(e qui il linguaggio è diretto soprattutto
agli esperti) da un riflettore di 800 mm
f/7.5, al quale si affiancano due telescopi
ausiliari di 250 mm (un Cassegrain f/15
e un Maksutov f/3.8) che costituiscono il
telescopio principale; alla terrazza dedicata
alla didattica con 7 telescopi di 250 mm f/10
in configurazione Cassegrain; alle terrazze
dedicate agli astrofili con un riflettore di 400
mm f/8 R-C, un Maksutov di 250 mm f/3.8
per l'osservazione del cielo profondo, un
Maksutov di 250 mm f/20 per l'osservazione
etaria e un rifrattore acromatico oltre
clima e dall
in questi
concludere
ottimamente
Astronomico
Il 23 mag
inaugurato
Regione Aut
si può riten
prima estat
presenza d
con gli st
scoprire i se
è dotata di
della Valle d
Emilius e C
l'istituzione
con il pl
Instruments
sua indagine
da
si


Testo Originale Estratto
risultati lusinghieri e si sta dimostrando
soluzione ideale per sostenere l'economia di
montagna. Siamo di fronte ad un esempio ben
riuscito d'intervento dell'Amministrazione
Pubblica: fornisce spunti ai giovani e li incita
ad animare la montagna, una montagna
che in tal modo offre occasioni di lavoro e
di interesse socio-culturale e radica nuove
generazioni ad un territorio che, per le sue
intrinseche caratteristiche, è considerato
ambiente ostile e difficile.
Il professor Emilio Sassone Corsi, apprezzato
astronomo, già direttore dell'Osservatorio,
ipotizza programmi sempre più articolati
per soddisfare le numerose istanze che
provengono dal mondo pedagogico, astrofilo
e della scuola in generale. La Fondazione
Clément Fillietroz è di proprietà della
Regione Autonoma Valle d'Aosta (51%),
della Comunità Montana Mont Emilius
(19%) e del Comune di Nus (30%), i quali,
oltre ad aver sostenuto inizialmente le
spese di costruzione (circa 5 miliardi di
vecchie lire), oggi gestiscono la struttura.
Sassone afferma: «La Regione Autonoma
della Valle d'Aosta dovrebbe cogliere
un'occasione unica e trasformarsi in un
territorio esemplare a livello europeo per
definire, con una legge regionale, i limiti
dell'inquinamento luminoso, prima ancora
che, a livello nazionale, venga approvata la
legge quadro di riferimento. Si tratterebbe
di una scelta quanto mai attuale che
imporrebbe il livello zero dell'illuminazione
pubblica, ossia l'obbligo per tutti i punti di
illuminazione a proiettare la luce verso il
basso. La Valle in tal caso si proporrebbe
anche a livello europeo come soggetto
pilota di riferimento e quale esempio da
imitare». Ecco un altro motivo per visitare
la nostra regione perché da alcuni anni si è
trasformata in un luogo da dove è possibile
scrutare la volta celeste. Dal 2005, inoltre,
un pezzo di Valle d'Aosta, ossia un piccolo
pianetino chiaro
cosmo; la Inte
(IAU) lo ha de
1983 GR, al pr
suo contributo a
13. GIOCHI TR
La Valle d'Aost
e sport popolare
ma hanno lasc
di paese. Un c
di Châtillon. S
al pallino, dopo aver totalizzato 16 o 21 punti.
La Rebatta, altro gioco praticato dai pastori,
prende il nome dalla pallina che si utilizza. Una
sferetta di trenta mm di diametro, un tempo
di legno duro, chiodata e rivestita di piombo,
oggi costruita con materiali più convenienti.
La spartana attrezzatura si completa con una
pipa, ossia la fioletta, in legno duro che funge
da leva per far saltare in aria la pallina, e un
bastone, la masetta. Con la masetta, che
in punta ha innestato un prisma in legno,
la macioca, per aumentare le superficie di
battuta, si colpisce la punta della fioletta
e la rebatta salta in aria. Il giocatore deve
colpire la rebatta per spedirla lontano. Il più
bravi riescono a lanciarla anche a 250 metri
di distanza. Lo Tsan è il più spettacolare tra i
giochi popolari. Si confrontano due squadre
di 12 persone ciascuna, più una riserva. Il
giocatore di una delle due squadre batte
una pallina di bosso, posta sopra un'asta
flessibile, e la lancia, nel tentativo di spedirla
nel campo, a forma di trapezio, distante 32
metri. Gli avversari, muniti di una racchetta
di legno, devono colpire lo tsan prima che
tocchi terra. Quando esso viene intercettato
il battitore si sostituisce con un altro della
stessa squadra; se cade sul terreno, nel
trapezio di gioco, il battitore guadagna una
buona, il premio, e continua a lanciare lo
tsan. Così fino ad esaurire tutti i battitori.
Poi si passa al "servizio" per completare la
partita. Uno dei giocatori avversari si dispone
a 20 metri dal punto in cui è infissa l'asta nel
terreno e lancia in alto la pallina. Il battitore
in carica, munito di una racchetta, deve
ribattere la pallina il più lontano possibile.
Ripeterà il "servizio" tante volte quante sono
le buone che ha guadagnato. Sommano le
distanze dei rispettivi tiri, vincerà la squadra
che avrà un risultato maggiore. Il Fiolet ha
regole più semplici di quelle dello Tsan.
La pallina di legno di bosso, il fiolet, di 30
grammi, è più piccola ed ha forma ovoidale.
In pratica un minuscolo ovetto adagiato su un
ciottolone liscio. Con un colpo si solleva la
pallina e la si lancia il più lontano possibile
nel campo di gioco (a forma di triangolo).
Ogni 15 metri si guadagna un punto. Le
squadre sono composte da cinque giocatori
più una riserva. Il battitore ha a disposizione
30 o 40 tiri. Vince la formazione con più
punti. Oggi la Regione, unica in Italia, tutela
i Giochi tradizionali con la legge n. 53 dell'11
agosto 1981, che all'art. 1 dice «La Regione
Valle d'Aosta riconosce i giochi tradizionali
valdostani denominati fiolet, palet, rebatta
e tsan quale espressione sportiva e culturale
della popolazione valdostana e pertanto
ne favorisce lo sviluppo, d'intesa con le
rispettive Associazioni, secondo le modalità
di cui alla presente legge». L'attività dei
giochi tradizionali è controllata, coordinata
e diretta dalla Federaxon Esport de Nohtra
Tera (Federazione degli sport della nostra
terra) così come previsto dalla precedente
legge all'art. 2. Tra gli altri giochi tradizionali
fa parte del patrimonio culturale della Valle
d'Aosta anche lo slittino, che i bambini
utilizzavano nel passato per scivolare sulla
neve. Fino agli anni cinquanta del secolo
scorso le cartelle costruite in legno erano
spesso lucide e consumate da una parte,
quella che scivolava sulla neve con il ragazzo
in groppa. Le piste erano le strette mulattiere
ghiacciate. La slitta serviva anche per il
lavoro. Nascevano, quindi, delle competizioni
folli tra i valligiani. Lo sport popolare,
più tardi, si trasformò e divenne pratica
riconosciuta a livello internazionale, dove
gli spericolati valdostani per lungo tempo
seppero eccellere. Infine, la rouletta, che si
pratica a Chambave, nel giorno dopo la festa
del patrono, il 10 agosto; a Lillianes, il giorno
dopo Natale; a Donnas, durante l'Epifania;
ad Arpuilles, frazione di Aosta, durante il
giorno dei Defunti; ad Arnad, il 16 agosto,
festa di san Rocco. Ecco come si svolge, per
esempio, a Chambave. Il campo da gioco è la
via principale del paese. Possono partecipare
solo i maschi del paese. Ogni giocatore
ha una boccia in legno, chiamata ramassa.
Il giocatore si schiera dietro il lanciatore del
tutto il diritto chi si avvicina al pallino. Il primo
corte e urlando «Bocin eun avan,
» (Pallino in avanti, Giovanni
e i tre giocatori più distanti dal
scono delle penalità. Subisce
giocatore che non urla il nome del
deve intervenire dopo di lui e
giocatore se non urla ramassa.
più divertente è un altro. Se
prima di lanciare il pallino e la
ette una gamba in una fontana,
devono imitarlo per non subire
ndo tutti giungono alla fine del
è finito. L'arbitro conta i punti
nessuno: i giocatori verseranno
base alle penalità ricevute (più
ggiore sarà il contributo) e poi
-
14. LA PROCE
Eusebio di V
Piemonte, che
cristianizzazion
nell'Italia no
settore milane
paleocristiana. L'organizzazione della
diocesi, con l'apparizione delle circoscrizioni
parrocchiali, si definisce nell'alto Medioevo.
Il legame resterà solido per oltre mille
anni, fino a quando (nel 1862) passerà alle
dipendenze dell'arcivescovo metropolita
di Torino, mantenendo uno spiccato
carattere transalpino, soprattutto nel culto
dei santi. In molte chiese della regione si
percepiscono le tendenze romaniche che
raggiungono la massima espressione nella
Cattedrale e nella Collegiata di Sant'Orso
durante l'episcopato del vescovo Anselmo
(994-1025). Nel periodo successivo San
Bernardo fonda i celebri ospizi sui
due passi più importanti della valle e svolge
il suo apostolato lanciando un messaggio di
accoglienza. Con la costruzione di numerosi
"ospedali" lungo le strade della valle,
per accogliere i pellegrini e i viandanti di
passaggio, si afferma una nuova concezione
di assistenza che interesserà le Alpi e si
protrarrà per tutto il Medioevo ed oltre.
Una delle figure più simboliche dell'epoca,
che onora tutta la Valle d'Aosta, è l'ormai
celebratissimo abate del Bec e arcivescovo
di Canterbury, Sant'Anselmo (+1109), nato
probabilmente ad Aosta nel 1003 e venerato
come dottore della Chiesa. Nella diocesi
di Aosta fioriscono alcuni istituti religiosi
come i Benedettini di Fruttuaria, i Canonici
del Gran San Bernardo, gli Agostiniani della
Prevostura di Verrès, i Canonici regolari della
Collegiata di Sant'Orso, i Francescani minori
conventuali e, unico esempio femminile,
il monastero di Santa Caterina. Le novità
luterane e calviniste saranno combattute dai
vescovi aostani e, soprattutto, dal cardinale
soggiorna ad
ha con sé i più
durante i torne
suo gigantesco
Giorgio di Chall
sfigurare: chiam
lottatore. I due
su un prato adia
ad un pubblico a
fino a tarda se
si accascia. L
ha battuto un p
oltre. Il Palet, pia
antichissimo. I p
le lunghe ore
greggi e delle
due pietre piatte
anche su terreni
una mano e un'a
romana delle Gallie, nel periodo
fondata Augusta Praetoria (25
d.C.), tra il IV e il V secolo, si registra
nella Diocesi di Aosta; i primi
lla presenza cristiana in Valle
51 d.C. con l'apparizione sulla
ei vescovi Eustasio, Grato che,
7 settembre, diverrà il Patrono
e Giacomo. A testimoniare
enza ci sono due complessi
la primitiva Cattedrale e la
riale fuori le mura, di epoca


Testo Originale Estratto
Marc'Antonio Bobba. L'apogeo della vita
religiosa locale si avrà nel Seicento: lo
testimoniano le numerose cappelle rurali,
edificate dopo la grave epidemia di peste
del 1630. Vengono fondati altri monasteri
femminili, la Visitazione e le Suore di Lorena,
oltre a quello dei Cappuccini. Con il vescovo
Pierre-François de Sales (+1783), nipote di
San Francesco, si moltiplicano le esperienze
eremitiche e si afferma la religiosità
popolare con nuove forme di culto tra cui le
processioni, i pellegrinaggi e le confraternite.
La spiritualità di San Francesco di Sales si
diffonde anche in Valle. Dopo la rivoluzione
francese viene soppressa la Diocesi di Aosta
(1803) e inglobata in quella di Ivrea. La
Chiesa valdostana sarà duramente provata
dagli eventi delle due guerre mondiali e
dal dopoguerra nel tentativo di superare i
conflitti sorti tra la società civile e lo spirito
della Chiesa. La Valle d'Aosta conta sul suo
territorio 93 parrocchie e nove Santuari:
Nôtre-Dame de la Guérison a Courmayeur;
Nôtre-Dame de la Garde a Perloz; Plout a
Sanit-Marcel; Machaby ad Arnad; Miserin
a Champorcher; Cunéy a Saint-Barthélemy;
Immacolata ad Aosta; Nôtre-Dame de Pitié a
Pont-Suaz; Eremo di San Grato a Charvensod.
La regione è attraversata per oltre 90
chilometri dalla storica Via Francigena (o
Via Romea, che in realtà è molto più antica
perché coincidente con la Via delle Gallie,
di origine romana), una delle strade del
pellegrinaggio europeo più conosciuta, che
da Roma raggiunge Canterbury, in Inghilterra.
La Valle con i suoi colli, Grande e Piccolo
San Bernardo era, ed è tuttora, il crocevia
per il nord Europa. La montagna è stata
da sempre considerata un luogo sacro, il
tramite, per eccellenza, con il trascendente
e il “serbatoio di vita” per tutta la pianura.
Jules Michelet definisce le Alpi “Il Castello
d'acqua dell'Europa”. I rituali propiziatori per
la pioggia avvengono nei luoghi più vicini al
Signore e quindi in montagna. Le processioni,
abitualmente in estate, si svolgono, pertanto,
nelle località ricche di acqua: laghi, ghiacciai,
sorgenti, luoghi dove sono stati eretti santuari
o innalzate croci. Nelle nostra Regione sono
particolarmente numerose le processioni e
i pellegrinaggi nei mesi di luglio e agosto
per attingere la sorgente dell'acqua viva,
l'albero della vita e ritrovare in essi la base
ancestrale di rituali che affondano le radici nel
passato remoto e affiorano in tutte le culture
e le religioni. La processioni più note sono
quelle dedicate all'Ermitage di San Grato
a 1773 metri di quota (data variabile), dove
si invoca nei periodi di siccità per impetrare
la pioggia.

nel nome che assunsero le prime guide alpine:
si tratta quindi degli antesignani degli attuali
professionisti della montagna. Documenti del
X e XI secolo fanno menzione della Vierie,
una sorta di monopolio assegnato ai giovani
locali. A questo proposito si può ricordare
la prima menzione di Etroubles, oggi una
delle più importanti località della Valle del
Gran San Bernardo. La notizia si trova in
una Cronica redatta nel 1130 dal monaco
Rodolfo, in cui si narra delle vicissitudini
di un gruppo di pellegrini che, dopo aver
trascorso il Natale a Piacenza, arrivò a
Etroubles e si affidò ad un gruppo locale di
marronniers. Le guide valligiane tentarono
di accompagnare i pellegrini al valico,
senza riuscirvi perché furono essi stessi
travolti dalle valanghe. Anche gli abitanti di
Etroubles, grazie alla posizione privilegiata,
svolgevano il marronnaggio. Ricorda Matilde
Daviso di Charvensod che i marronniers
erano riconoscibili per il loro particolare
equipaggiamento: testa incappucciata di
feltro per ripararsi dal freddo, mani guantate
di pelli villose, piedi muniti di stivali che
disponevano sotto la suola di acuminati
chiodi di ferro per muoversi agevolmente
sul ghiaccio, lunghi bastoni per tastare la
neve profonda, come farebbe oggi una guida
alpina. Per favorire i viaggiatori nel 1658
Carlo Emanuele II nominò i Marrons "Soldati
della Neve", dotandoli di una uniforme
speciale e esonerandoli dal prestare il
servizio militare. L'esosità dei Marroniers
è proverbiale. Dai documenti dell'epoca
si apprende che il compenso per il tratto
compreso tra Saint-Rhémy e il Colle era di
2 denari grossi nel 1390 e di 6 ducati d'oro
nel 1439. Il corporativismo che affratellava i
Marroniers faceva di essi una sorta di casta
elitaria. Erano, infatti, esentati dal prestare
servizio militare: tale prerogativa è stata
sfruttata dai giovani della Valle del Gran San
Bernardo in età di leva anche nella nostra
recente storia nazionale. Fino a pochi anni
fa non era improbabile incontrare gli ultimi
Marroniers della zona.
Mentre marronare significava riscuotere un
compenso in denaro per accompagnare un
viandante attraverso il Colle del Gran San
Bernardo, il diritto alla Viérie rappresentava
il monopolio che detenevano gli abitanti della
Valle per il trasporto delle merci. Solo i carri
e le slitte dei locali potevano muoversi lungo
la valle e attraversare il Colle. Tali privilegi
e monopoli, che si facevano passare per
diritti, erano abbastanza comuni anche in
altre vallate alpine. In Cadore, per esempio,
esisteva il “Rodolo”. La “Viérie” fu abolita
nel 1783. Il Marronnage, come abbiamo
già accennato, venne riconosciuto valido
anche durante la Prima Guerra Mondiale.
I Marroniers avevano però degli obblighi:
dovevano mantenere sgombra la strada
per il colle, sia d'estate che d'inverno. Ecco
spiegato il motivo per cui gli abitanti maschi
di Saint-Rhémy erano esonerati dal prestare
il Servizio Militare.

16. L'OLIO DI NOCI
Fino a qualche decennio fa, in Valle d'Aosta
l'albero di noci era particolarmente diffuso.
L'albero cresceva rigoglioso intorno ai 1000
metri, su terreni grassi e molto umidi, su un
suolo neutro o leggermente acido. In alcuni
casi, se l'esposizione era favorevole, il
maestoso “noce” poteva crescere anche fino
a 1200 metri. Nella storia di Saint-Nicolas,
nella frazione di Cerlogne, si segnalava la
presenza dell'albero ad una quota record
di 1582 metri. Il noce è sempre stato un
albero dalla crescita lenta; spesso, infatti, si
diceva che chi piantava un noce, difficilmente
avrebbe potuto raccoglierne i frutti. Sotto la
sua ombra, tuttavia, non cresceva nulla. Lo si
piantava isolato, affinché non intralciasse le
normali colture. In alcuni villaggi si potevano
incontrare addirittura dei veri e propri frutteti,
coltivati per la produzione di olio. Ma, in
generale, in Valle d'Aosta il frutteto di noci
era molto raro, perché la tradizione locale
considerava l'albero di noci solo produttore
di frutti e di pregiato legno, particolarmente
robusto e ideale per la lavorazione di mobili e
porte. Con il legno di noce si costruivano anche
calcidi per biliardi e calci per fucili. Anche
con le ceneri per i bucati (ricordiamo
che non esistevano i detersivi), perché
le donne lo prediligevano per l'alta qualità
sbiancante. I residui erano poi trasformati
in attrezzi, sculture e manufatti per la casa.
Il cuore della radice, detto navón, grazie alla
sua robustezza e durezza veniva trasformato
in mazzuoli. L'albero di noce in Valle d'Aosta
è ancora considerato un albero benefico.
Tuttavia, i vecchi evitavano di sedersi
alla sua ombra perché la ritenevano di
grado di provocare malattie respiratorie
(credenza ancora diffusa oggi in Piemonte
ed in altre regioni europee). I
frutti del noce giungono a maturazione in
autunno; alcuni cadono, gli altri devono
essere bacchiati per essere raccolti. Un
tempo le noci raccolte venivano distese nel
fienile; esse costituivano la strenna per il
Capodanno che si recava ai bambini, prima
di un pezzo di pane raffermo. Le noci
si porgeva con un pezzo di pane bianco a
parroci e ai bisognosi. Oggi la scienza
moderna ne riconosce oltre che un grande
valore in patologie cardiovascolari e tumori,
per abbassare il livello di colesterolo. Inoltre
le noci venivano utilizzate per produrre
l'olio, ricco di tutte le virtù del frutto.
I frutti venivano mondati durante una
veglia, di solito due volte all'anno (novembre
e marzo), per conservare l'olio di noci non si
poteva per un anno. Alla mondatura
partecipavano familiari e amici: l'occasione
era un'opportunità di festa. L'operazione
consentiva di raccogliere i gherigli in sacchi
prima di passarli alla fase di macinazione con
una speciale macchina per ottenere, quindi,
una pasta, il pahtón (o matsón per l'Alta
Valle). La pasta, prima di essere torchiata,
veniva scaldata in un paiolo fino a quando
non cambiava colore. La si avvolgeva,
poi, in un robusto telo e pressata tra due
tavolette con una grande vite in legno. Gli
operatori, che azionavano la leva della vite,
procedevano lentamente in modo che solo un
filo di olio cadesse nel recipiente raccoglitore.
Normalmente con dieci chili di noci si
producevano 5 litri d'olio. Il prodotto era il
fiour d'ole, il fiore d'olio. Dopo aver estratto
l'olio il pahtón si trasformava in troillet, un
pannello che assumeva la forma e il colore
di un pane di segale, che poi si mangiava a
colazione, accompagnato da pere candite, o
lo si portava a scuola per la merenda. Quando
la produzione di troillet era abbondante lo si
dava anche agli animali e in particolare ai
vitellini. L'olio di noci veniva poi usato in
cucina per svariate ricette. Era un prodotto
prezioso. Oggi è una rarità ricercata per il
sapore speciale che dona ai cibi. Ma l'olio,
quando il proprietario era agiato, veniva
usato anche per accendere una lampada, in
concorrenza con quella a petrolio agli inizi
del XX secolo e, più tardi, con l'illuminazione
elettrica. Per concludere, l'albero di noci,
i frutti e l'olio di noci avevano un ruolo
fondamentale nella farmacopea popolare
valdostana. E oggi? L'Amministrazione
regionale sta promuovendo la diffusione del
noce soprattutto per vitalizzare terreni incolti
che in tal modo creano un paesaggio gradevole
ed un equilibrio estetico, assicurando, nello
stesso tempo, la protezione del territorio. L'uso
dell'olio di noci potrebbe essere riproposto per
celebrare le tradizioni della cucina delle nostre
nonne nel campo della gastronomia di nicchia.


Testo Originale Estratto
17. RACCOLTA DELLE MELE
In Valle d'Aosta numerosi paesi, soprattutto quelli della Plaine, il territorio pianeggiante che si sviluppa lungo tutto il fiume Dora Baltea, hanno conservato un'economia agricola e si sono specializzati nel settore della frutticoltura e viticoltura. Tuttavia la superficie impegnata a frutticoltura si allarga, in maniera significativa, agli imbocchi delle valli tributarie del solco principale. La particolare situazione microclimatica delle fasce interessate favorisce la produzione di varietà frutticole di eccellente qualità, sia dal punto di vista della struttura e dell'aspetto del frutto, sia delle qualità organolettiche e sanitarie del prodotto. Inoltre, la Regione vanta un clima asciutto e ventilato che consente di limitare i trattamenti fitosanitari. Le coltivazioni raggiungono i mille metri di quota soprattutto sui versanti con favorevole esposizione (l'Adret). Tra le varietà cultivate in frutticoltura la scelta è da tempo caduta sulle mele tra cui la Renetta del Canada, la Golden Delicious, la Starking e la Jonagold. La qualità della frutta, sana e dai colori e profumi intensi, è dovuta principalmente alla posizione in tramontana della regione. Nel periodo di maturazione dei frutti, le consistenti escursioni termiche tra il caldo diurno e il fresco notturno conferiscono ai prodotti l'intensa colorazione e il particolare profumo. Le virtù alimentari e salutari delle mele sono note da tempo in Valle d'Aosta. Per valorizzare le produzioni, in numerose realtà locali si sono organizzati eventi legati alla mela come la Fêta de Pomme, la Sagra della Mela, con l'esposizione dei vari prodotti d'annata e con la sfida tra cuochi e cuoche per l'elaborazione di un dolce a base di mele. La frutticoltura in Valle, intesa come attività agricola impegnata nella produzione per scopi familiari e per il commercio, ricevette un forte impulso nella seconda metà dell'800, grazie ai sostegni professionali di organizzazioni agricole. Verso gli anni cinquanta del secolo scorso, la produzione valdostana della frutta, soprattutto della mela (la produzione delle pere incide per il 5% del raccolto annuale), ha superato i fabbisogni delle famiglie, per cui parte della produzione veniva avviata verso la commercializzazione. La produzione oggi supera i 50.000 q.li di mele, provenienti da 400 ha di frutteti, di cui il 90% è costituito da prati erborati e il restante 10% da terreni organizzati con criteri specialistici. Per quanto riguarda le mele la parte del leone la fanno la Renetta del Canada con il 60% e la Golden Delicious con il 30%, mentre il restante 10% viene coperto dalle varietà Jonagold e Red Delicious. Quasi tutti i frutticoltori sono associati alla Cofrutta, una cooperativa che, occupandosi della raccolta, conservazione e commercializzazione della frutta valdostana, gestisce il 60% di tutta la produzione. L'Assessorato dell'Agricoltura, Forestazione e Risorse naturali, attraverso il Servizio Fitosanitario e in collaborazione con l'Istituto Agricole Régional, ha intrapreso, a partire dal 1986, una ricerca per verificare l'entità dei residui di antiparassitari presenti al raccolto sulla frutta prodotta. L'impiego dei fitofarmaci in frutticoltura è regolato da rigide norme di legge, per tutelare il consumatore e per evitare rischi di intossicazioni da residui tossici. Dopo l'indagine, il Servizio Fitosanitario ha potuto stabilire che la Valle e la Regione ad avere produzioni sotto i limiti imposti dai disciplinari, soprattutto accreditati al clima asciutto e ventilato che favorisce il ritardo della maturazione del frutto. L'azienda, coadiuvata dal Servizio Assistenza Tecnica dell'Assessorato all'Agricoltura, effettua verifiche periodiche ai frutteti per mantenere sotto controllo lo stato fitosanitario e comunque al di sotto dei limiti stabiliti per legge. Gli agricoltori possono inoltre essere seguiti nelle pratiche di concimazione, di potatura, di diradamento e di irrigazione. Tra i prodotti derivati possiamo annoverare le Pere Martin Sec allo sciroppo e al vino rosso Doc Torrette; le mele Renette, Golden Delicious e Starking essiccate e confezionate in sacchetti, il succo di mela, il sidro, salse per carni rosse a base di mela. Le mele sono ricche di vitamine, zuccheri, enzimi, acidi e minerali indispensabili all'organismo umano. Il consumo può non avere limiti se si pensa che l'80% del contenuto delle mele è acqua. Per completare lo sguardo verso la frutticoltura della Valle d'Aosta consideriamo anche la pera, che in Valle d'Aosta, coincide essenzialmente con la qualità Martin Sec, conosciuta sin da tempi antichi. Minuscola e tipicamente rustica, è un prodotto rinfrescante, ricco di vitamine e zuccheri, tanto da essere tollerata dai diabetici. La sua succosa polpa non le consente un consumo fresco; pertanto, la fantasia delle massaie ha escogitato soluzioni gastronomiche eccellenti come le Pere Martin Sec al vino, tipico dessert invernale per i montanari. Dal 1964 in regione è stata fondata la Cofrutta, con sede amministrativa a Saint-Pierre e punti di distribuzione sparsi in tutta la valle. La Cofrutta oggi registra 330 soci che provengono da un comprensorio di 17 comuni con una produzione di oltre 30.000 q.li di mele, pere, patate e ortaggi vari che provengono da terreni situati tra i 400 e i 1600 metri di quota. La conservazione delle mele avviene senza il trattamento di sostanze chimiche, ma attraverso il sistema dell'atmosfera controllata, ossia ricorrendo all'abbassamento del tenore di ossigeno nella cella che favorisce il ritardo della maturazione del frutto. L'azienda, coadiuvata dal Servizio Assistenza Tecnica dell'Assessorato all'Agricoltura, effettua verifiche periodiche ai frutteti per mantenere sotto controllo lo stato fitosanitario e comunque al di sotto dei limiti stabiliti per legge. Gli agricoltori possono inoltre essere seguiti nelle pratiche di concimazione, di potatura, di diradamento e di irrigazione. Tra i prodotti derivati possiamo annoverare le Pere Martin Sec allo sciroppo e al vino rosso Doc Torrette; le mele Renette, Golden

18. LA COLATA
L'industria pesante in Valle d'Aosta è legata a due grandi realtà siderurgiche: Cogne Acciai Speciali SpA di Aosta, ancora oggi in attività, e l'ILSSA-VIOLA di Pont-Saint-Martin, dismessa nel 1981. Anche nella nostra regione, grazie alla presenza di importanti miniere, oggi chiuse, di carbone (a La Thuile) e ferro (a Cogne), l'industrializzazione divenne ben presto una realtà. Già a partire dal XVII secolo sorgono ferriere in numerose località della Valle e fiorenti industrie metallurgiche per la trasformazione dei prodotti minerari. È il caso di Aymavilles, che utilizzava il minerale estratto a Cogne con gli imprenditori bergamaschi Mutta; di Champdepraz, ancora con i Mutta, che avviarono una fonderia per sfruttare il ferro ricavato dalle miniere del lago Gelato; di Pont-Saint-Martin dove sorsero numerosi opifici che sfruttavano l'energia prodotta dai torrenti e dove la Società Gastaldi arrivò a produrre 20.000 quintali di ottima ghisa, corrispondente alla metà della produzione regionale; di Châtillon, dove, ancor prima, venne allestita una fucina per utilizzare il ferro estratto dalle zone di Ousser e alta Valmeryana, quale subentrerà più tardi la famiglia Mutta che sfrutterà anche il ferro di Valmeryana. Anche se inizialmente l'esperienza di Châtillon risulterà fallimentare la tradizione metallurgica della zona sembra molto più antica ed è fatta risalire intorno agli anni del 1346 quando un certo magister Hugoninus della Castellione forgiava piccoli cannoni per la duchessa di Monferrato e il Castello di Lanzo. La località manterrà nel corso dei secoli la sua tradizione fino a tutto il secolo XVIII, quando, con l'arrivo di Pantaleon Bich, già proprietario di altiforni in Bassa Valle, venne avviata l'esportazione del ferro nel vicino Piemonte. Il passo successivo lo faranno i Gervasone, dando una spinta importante allo sviluppo dell'industria metallurgica in Valle d'Aosta. Ma le novità tecnologiche dell'energia elettrica aprirà la strada a grandi insediamenti siderurgici ad Aosta e Pont-Saint-Martin. In queste vicende regione beneficiarà di grandi vantaggi per la produzione di acciai speciali prima e dopo il conflitto mondiale. Infatti, l'Ansaldo di Genova aveva acquistato le miniere di Cogne, dando uno spinta importante allo sviluppo dell'industria metallurgica. Dalle miniere di Cogne venne estratto il minerale che serviva all'industria automobilistica, chimica ed aeronautica. Nel 1928 la Cogne aveva un'occupazione consistente che incideva pesantemente sullo sviluppo della città. La popolazione di Aosta passò dai 7008 abitanti del 1911 ai 13.962 del 1931 e ai 25.515 del 1951. Quasi la metà della popolazione della città traeva sostentamento dall'industria siderurgica. Nella conca di Aosta stagnava un denso fumo emesso dalle ciminiere della Cogne. Il ritmo quotidiano non era più scandito dalle campane ma dalle sirene dell'acciaierie. Lo schema urbanistico della città saltò e la Cogne dovette costruire un intero quartiere (prima e dopo il II conflitto mondiale), ossia circa 1000 appartamenti, per alloggiare le maestranze, gli impiegati e i dirigenti. Aosta in quegli anni fu interessata da un incremento immobiliare come mai era stato visto, sin dal Medioevo. Oggi l'industria produce acciai speciali che esporta, soprattutto, nei paesi asiatici. E' stata aperta a Verrès una società per la lavorazione degli acciai che svolge anche lavorazioni artistiche. La crisi industriale di fine Ottocento coinvolse anche lo stabilimento della Società Gastaldi di Pont-Saint-Martin e si protrasse fino al 1931, quando la tradizione metallurgica venne rinnovata da una nuova azienda: l'ILSSA-VIOLA, l'Industria Lamiere Speciali S.p.A, voluta dal commendatore Carlo Viola (cavaliere del lavoro nel 1937), molto noto nel mondo imprenditoriale milanese. L'intervento consentì al paese di riprendere un ruolo primario nella zona perché la nuova fabbrica si potenziò velocemente fino ad assorbire 1350 dipendenti e si trasformò in un'azienda all'avanguardia nella produzione di acciai inox. Il moderno insediamento francese diretto dall'ingegner Paul Giraud, fondatore dell'acciaierie di Usines in Savoia, per un breve periodo, trasformò in Società Anonima la Cogne, che avviò un serio sviluppo di produzione di acciai speciali a favore dell'industria automobilistica, chimica ed aeronautica. Nel 1928 la Cogne aveva un'occupazione consistente che incideva pesantemente sullo sviluppo della città. La popolazione di Aosta passò dai 7008 abitanti del 1911 ai 13.962 del 1931 e ai 25.515 del 1951. Quasi


Testo Originale Estratto
dal Veneto e dalla Lombardia). Si trattava di
accorgimenti che favorivano l'integrazione
fra persone e famiglie di varia provenienza.
Purtroppo, nel 1981, una imprevista crisi del
settore costrinse la Società ILSSA-VIOLA a
ridurre l'attività: l'azienda contava ancora
931 dipendenti e 87, tra impiegati e operai,
in cassa integrazione. La situazione non
appariva ancora drammatica, ma la fine
era vicina. Nel 1986 il ciclo produttivo si
arrestò definitivamente: erano trascorsi 54
anni da quando i cancelli del Gerbido erano
stati aperti da Carlo Viola. Oggi Pont-Saint-
Martin ricorda con affetto il fertile periodo
dell'ILSSA-VIOLA: ogni anno operai, impiegati
e dirigenti, reduci dell'entusiasmante
esperienza lavorativa comune, si incontrano
convivialmente per ricordare con nostalgia
il loro passato presso l'azienda. L'iniziativa
si deve al commendatore Adolfo Formento-
Dojot, che 40 anni fa aveva contribuito a
fondare l'associazione Medaglie d'Oro ex-
ILSSA-VIOLA alla quale venivano iscritti tutti
i dipendenti con 25 anni di attività. Un ricordo
destinato a esaurirsi con l'ultima delle
medaglie d'oro per le quali il limite anagrafico
è vincolante, che tuttavia, sarà perennemente
testimoniato da un monumento eretto nella
zona industriale del Paese.

19. L'ARTIGIANO INTAGLIATORE
L'intaglio decorativo, altrimenti detto "a
punta di coltello", è una delle espressioni
artigianali più diffuse in Valle d'Aosta.
Su circa 1200 espositori alla tradizionale
Fiera di Sant'Orso (dati riferiti alla 1005a
edizione del 2006), oltre 200 rappresentano
la categoria degli "Oggetti intagliati". Se
poi si considerano che, nel lungo elenco, 43
rappresentano le Scuole d'intaglio, si può
apprezzare estensivamente il numero degli
artigiani che si dedicano all'intaglio. Ma che
cos'è l'intaglio? Intagliare significa scolpire

figure su legno o altro materiale (pietra
ollare, altre pietre o anche ferro); significa decorare
le superfici di oggetti per lo più destinati
all'arredo domestico o ambientale. L'operazione
avviene attraverso un'incisione superficiale,
effettuata in modo netto per ricavare il soggetto
che l'artista ha disegnato per primi gli
oggetti che si prestano egregiamente ad
essere intagliati, anche quelli destinati a
lavori agricoli o a scopi domestici. Ma sono,
ovviamente, privilegiati gli oggetti che per la
loro funzione evocano un'antica cultura popolare,
che l'estro dell'artigiano può impreziosire
con motivi simbolici. Anche i sabots, calzature
della società agricola, venivano impreziositi
di decorazioni. A questa pratica non sfuggivano,
e ancora oggi non sfuggono per rispetto della
tradizione, gli attrezzi destinati al lavoro
agricolo e domestico. In questo settore
si possono realizzare i rastrelli, i “fiéyé”,
bastoni per la battitura del grano, le gerle,
le botti, le slitte, i barili, la “gorba” per il
trasporto e la distribuzione dei semi nei
campi, la “corbeille” per trasportare vivande
e vettovaglie nei campi, i “tsaven” per
raccogliere ortaggi e frutta. Ma gli oggetti
che si prestano oggi ad essere intagliati sono
i mobili, che arredano le case e gli ambienti
collettivi. Gli “artson”, cassepanche per
alimenti o per il corredo, decorati acquistano
un plusvalore; le culle che i padri decoravano
in attesa degli eredi, gli armadi, i letti, le
cucine, le stufe in pietra ollare, e quant'altro
poteva rendere più agevole la vita familiare
e lavorativa, senza dimenticare pannelli
e piatti realizzati per puro decoro delle
pareti domestiche e degli interni abitativi.
Infine, ma non ultimi, i giocattoli avevano
un ruolo importante nella vita delle famiglie
valdostane per la loro funzione educativa
e ludica. I più tipici sono le cornailles,
minuscole mucche stilizzate e ricavate da
rametti che riproducevano le silhouettes
essenziali dell'immancabile animale della
cultura agro-pastorale valdostana. Questi
elementari giocattoli venivano realizzati dai
bambini, che spontaneamente ricreavano
con fervida fantasia l'ambiente familiare
con mucche, galline, gatti, cani, pecore e
quant'altro, ricorrendo spesso all'intaglio
con minuscoli coltellini. E se i maschietti
incrementavano i loro alpeggi in miniatura,
le bambine si divertivano con le bambole, le
poupées, inserite in mini abitazioni fornite di
mobili in scala ridotta che abili mani di adulto
arricchivano di intarsi e decorazioni.
Tra le 50.000 essenze di legname da
costruzione disponibili sulla Terra, gli
artisti e gli artigiani valdostani ne hanno
a disposizione pochi tra cui il Tiglio (Tilia
vulgaris e Tilia platyphyllos), nelle varietà
bianco o rosato, di grana fine e compatta, che
si presta bene per l'intaglio a coltello; il Pino
cembro (Pinus cembra), detto anche Cirmolo
o Arolla, utilizzato per le sculture, perché è
tenero, compatto, docile e leggero. Si presta
anche per lavori d'intaglio. Il Noce (Junglas
regia), utilizzato in Valle d'Aosta per lavori
di intaglio. L'elevato costo suggerisce un
impiego oculato soprattutto per i pezzi di
maggior valore. L'Acero (Acer
pseudoplatanus) offre eccellenti risultati
per l'intaglio. Il Bosso (Buxus sempervirens),
adatto ad intagli decorativi minuscoli e molto
raffinati. La Betulla (Betulla pendula), bianca
ed elastica, per costruire tabacchiere e
maschere. Il Bagolaro (Celtis australis), duro
ma di agevole lavorazione, viene impiegato
per i collari per le capre. Il Nocciolo selvatico
(Corylus avellana), bianco, tenero ed elastico,
per costruire bastoni intagliati, canocchie e
secchi per trasporto. Nella nostra regione si
utilizzano per l'intaglio anche il Ciliegio, il
Pero, il Melo, il Faggio, il Frassino, l'Acacia, il
Sorbo montano e il Gelso.

20. GLI ORDITI MONTANARI TESSITURA
A TELAIO
Fino a non molti anni fa, a Champorcher
c'erano in funzione oltre 100 telai, uno ogni
due famiglie, che lavoravano intensamente
per realizzare tele, poi trasformate in
tendaggi, tovaglie, abiti, asciugamani
e quant'altro poteva servire per la vita
quotidiana. La canapa giungeva dalla pianura
(Montjovet, Arrad, Canavese...) ed era poi
lavorata a Champorcher. Recentemente
è stato inaugurato un museo dedicato al
telaio. L'iniziativa locale rappresenta l'avvio
di un percorso con il quale l'amministrazione
pubblica intende promuovere l'allestimento
di un museo etnografico, che consenta
alla tradizione di Champorcher di rimanere
viva nella memoria delle generazioni
future. La tradizione di un'economia povera
e modesta ha saputo conservare una forte
dignità sociale ed è riuscita ad attivare, con
tenacia e determinazione, il fiorire del métier
e un'opportunità lavorativa per tutte
le famiglie champorcherine.
Un prezioso telaio, testimone di un passato
che è necessario non dimenticare, si trova
oggi nella restaurata Casa De Touma.
L'operazione è stata possibile grazie alla
lungimiranza della scrittrice e storica locale,
che a suo tempo lo aveva acquistato e conservato.
Il telaio è venuta da un progetto Interreg che
l'amministrazione comunale ha avviato. Ecco
quindi il dono inaspettato di Rosa Glarey
al Comune, gesto che l'Amministrazione
ha sottolineato con un'aperta targa
all'ingresso della Casa museo. Il telaio della
maestra Rosa Glarey ha circa 200 anni ed è
l'unico ancora funzionante, in grado di
tessere stoffe di 130 cm di altezza.
La fondazione della Cooperativa Lo Dzeut
si è rivelata un motore interessante per
la valorizzazione della vecchia abitazione
con annesso un mulino. Il complesso sarà
trasformato in Museo Etnografico regionale,
attraverso il quale esaltare soprattutto il lavoro
femminile; un tributo, quindi, alla donna ed al
suo silenzioso lavoro.
Lo Dzeut, in patois significa "sciame d'api", che
evoca il volo operoso degli insetti come viatico
per la produttività locale, o, ancora "germoglio",
ossia speranza, raggio di sole per la comunità
dell'alta valle di Champorcher. Lo Dzeut, con
sede nel villaggio di Chardoney, ha undici socie,
delle quali quattro si dedicano a tempo pieno
ai telai. La fama della cooperativa ha varcato i
confini nazionali, tanto che nel 2005 le tessitrici
di Champorcher hanno partecipato, su invito,
ad una fiera artigianale in Val d'Isere, e prima
ancora a La Plagne, in Francia, ospiti di uno
stand della Valle d'Aosta. Anche sul territorio
nazionale, oltre che partecipare alla Fiera di
Sant'Orso, è presente ad altre manifestazioni
in cui l'artigianato è protagonista. La fama
aumenta, poi, attraverso servizi apparsi su
riviste di settore. Dalla provincia dell'Aquila
e di Campobasso, infatti, sono arrivate a
Champorcher richieste da parte di privati e
di negozianti. La cooperativa dispone di tre
telai: uno, di 150 anni, è un unico strumento
meritevole di rispetto, perché continua a
tessere magnificamente. La differenza tra
quello detto del Sis de Touma sta nell'altezza
delle tele confezionate: il primo tesse una
tela di 65 cm di altezza e il secondo di 130.

Gli altri due telai in dotazione sono di recente
costruzione; uno dei due ha le medesime
caratteristiche del Telaio di De Touma perché è
stato ricopiato perfettamente in ogni dettaglio.
Lo Dzeut deve essere considerata una ottima
iniziativa per rivitalizzare l'economia di
montagna e recuperare "manualità" artigianali
altrimenti destinate all'oblio, in un quadro di
recupero di cultura contadina da inserire in
percorsi speciali di turismo fatto di emozioni
e partecipazione.
creare una fonte di
grado di perpetuare
all'oblio. Nel museo
le varie tappe (dalla
di canapa, al recup
mano, alle ricerche
della Canapa) che
esaltare per promuo
locali, che abbinino
interesse turistico-c
con il recupero dei
case della famiglia


Testo Originale Estratto
21. LA BADOCHE
All'interno di ogni comunità esistono
dinamiche sociali antichissime che
definiscono pratiche cerimoniali in grado,
spesso, di far scoprire quali siano stati i
lunghi processi di modificazione delle tappe
evolutive dei rapporti all'interno dei nuclei
di base, per quanto attiene, soprattutto,
al sincretismo religioso e agli avvenimenti
storici.
Nei comuni dell'Alta Valle d'Aosta
l'anniversario del santo patrono è legato ad
una manifestazione laica, la Badoche, per la
quale i protagonisti sono spesso i giovani, che
devono assumersi nei riguardi degli anziani e
delle comunità le loro responsabilità sociali.
Ancora oggi troviamo l'arcaica tradizione
nei comuni della Valdigne. Le date di
svolgimento sono: il 26 luglio, festa di
Sant'Anna, a Verrand; il 10 agosto, per San
Lorenzo, a Pré-Saint-Didier; il 13 e 14 agosto
a La Salle per San Cassiano; il 14 e il 15
agosto a Morgex per l'Assunta; il 16 agosto
al Villair per San Rocco; il 17 agosto per sén
Roqueun a Colonn. Anche in altre parti della
Regione si organizzano manifestazioni simili
alla Badoche: il 22 e 23 settembre per saint-
Maurice a Sarre e il 10 e l'11 novembre, per
San Martino, a Saint-Martin-de Corléans ad
Aosta. La cerimonia si svolge con un rituale
preciso. Alla vigilia della festa patronale i
alcune mele. Ed è proprio nelle mele che
vengono infilate le monete offerte durante
la questua. L'allegra brigata, che predilige
scherzi e comportamenti trasgressivi, gode
di generose elargizioni culinarie, innaffiate
da prelibati vini. Al termine della serata si
fa la conta del denaro raccolto e si decidono
le modalità di spesa. Il mattino successivo
tutti vengono convocati, come vuole la
tradizione, con un colpo di fucile. I giovani si
radunano nel centro del borgo e, preceduti
dai musicanti dotati di piffero, tamburello,
violino, clarinetto e trombone, vanno a
rendere omaggio ai coloro che nella giornata
precedente hanno dimostrato la loro simpatia
con contributi economici. Poi raggiungono
il bosco e recuperano il tronco, abbattuto
alla vigilia, lo ripuliscono lasciandogli la
chioma verde. Il tronco sarà allora
trasportato a braccia in paese con il
badocher a cavalcioni per sfilare
tra le vecchie case. Seguito da un codazzo
di fanciulli e una festosa partecipazione di
popolo, il badocher deve salvare
gli astanti con un inchino e poi passa a
presentare la badochère con la quale apre
le danze accompagnata da un tradizionale ballo
a ritmi: il valzer, la mazurca,
l'inferrina. Il badocher deve
essere uno dei danzanti e per tradizione
giovani del villaggio si riuniscono ed eleggono
il badocher, presidente e coordinatore della
cerimonia, che dovrà controllare il regolare
sviluppo della Badoche. Il badocher, dopo
aver individuato la sua compagna, la
badochère, guiderà il giovanile corteo per
la questua casa per casa. I componenti
dell'insolita processione si vestono con i
rituali costumi: blusa blu, arricchita di ricami
sulle spalle e sui polsini. Il badocher per
affermare il suo breve ed effimero potere
stringe in mano uno scettro di abete o alloro,
ricoperto di lustrini, dal quale pendono
E mentre il sole che sta tramontando invita
i paesani alla cena, i ragazzi ammucchiano
fascine e paglia intorno all'albero maggio
e attendono che il badocher, accompagnato
dalla sua guardia d'onore, attizzi il fuoco
alla catasta. La musica riprende e le danze
si riaccendono intorno al falò che illumina le
tenebre, fino a quando la brace carbonizza
il maggio e nei dintorni si illuminano altri
falò sulle alture circostanti. Le radici della
tradizionale badoche affondano in tempi
lontanissimi, in riti pagani come la fiammata
celtica del nord Europa o alla società dei
chierici o alle compagnie dei folli medievali.
Secondo Jules Brocherel la badoche
valdostana per i riti di maggio deriva dal
termine franco-provenzale abaudoche (dal
verbo abadà, che vuol dire dare la libertà,
distaccare) per indicare l'abbandono
dello stato di celibato dello sposo prima
delle nozze. In Valdigne però il significato
originario si è perso ed oggi la tradizione si
svolge in occasione della festa patronale,
seguita da un ballo campestre augurale.
Tutti i badochers, comunque, devono essere
celibi ed anche le badochères devono essere
nubili. Il capo dei badochers è colui che per
più anni ha partecipato alla badoche. Di
solito è colui che in testa al corteo detiene
il bastone guarnito di nastri colorati che sta
per sposarsi. Oggi tutti i riti della badoche nei
della propria parrocchia.
poi toccherà agli altri gruppi,
designato dal soprannome
di Saint-Nicolas; i Péliaté,
luoghi pietrosi d'Arvier; i
hieri di La Thuile; i Seublo,
d'Avise ecc.).
si arriva all'ultima danza alla
partecipare gli sposati per
La festa coinvolge tutti,
anziani, che disposti in tre
danzano in senso contrario
curiti ma felici, si arrestano.
vari paesi e villaggi hanno subito simpatiche
varianti, ma fondamentalmente le cerimonie
mantengono l'originario scopo di integrare i
giovani nella società locale, in una sorta di
rito d'iniziazione.

22. 4 LUGLIO 1886 – INAUGURAZIONE
DELLA FERROVIA
Nel 1858 Ivrea venne collegata con una
ferrovia a Chivasso e si profilò il progetto di
collegarla anche ad Aosta. Ma alcuni eventi
nuovi, come la morte di Cavour nel 1861,
da sempre sostenitore dello sviluppo della
rete ferroviaria, la cessione della Savoia
alla Francia, nel 1860, la nascita dello Stato
italiano, la terza guerra d'indipendenza e
lo spostamento della capitale da Torino
a Firenze e poi a Roma, fecero passare
in secondo piano il programma. Nel
frattempo veniva aperto, nel 1871, il primo
collegamento ferroviario transfrontaliero,
tra Torino e Chambéry, attraverso il tunnel
del Fréjus, mentre l'anno dopo iniziavano i
lavori per la galleria del Gottardo. Il progetto
di mettere in comunicazione Torino con la
Savoia attraverso un collegamento ferroviario
sotto il Monte Bianco, perdeva sempre di più
consistenza e i valdostani venivano costretti
all'isolamento dall'Italia e dal resto d'Europa.
Nel 1879 il governo nazionale decise la
costruzione del tratto ferroviario Ivrea-Aosta,
ma solo nel 1881 poteva iniziare la fese
operativa per concludersi nel 1885. Durante
la prima fase dei lavori, nel 1883, in Aosta
veniva discussa l'ubicazione della stazione
ferroviaria, che dopo dibattiti, mozioni varie,
ripensamenti e forti polemiche, potè essere
costruita a sud della città, là dove oggi
si trova. Contemporaneamente venivano
costruiti i giardini pubblici e il corso Vittorio
Emanuele II (l'odierna avenue Conseil des
Commis), che avrebbe collegato la stazione
con la piazza Carlo Alberto, dove si trovava
il palazzo municipale. Il 4 luglio 1886 fu
organizzata una grande cerimonia per l'arrivo
del treno, che, partito da Torino, trainato da
una coppia di locomotive a vapore, giunse
con un forte ritardo. Si trattò di una giornata
indimenticabile, perché erano stati inaugurati
anche i giardini pubblici con la statua a le "Roi
Chasseur", il corso Vittorio Emanuele II e una
lapide all'inventore del telefono, Innocenzo
Manzetti. Per concludere degnamente la
giornata, prima del rientro a Torino del
treno inaugurale, fu attivata, la prima volta,
l'illuminazione elettrica della città di Aosta.
Le caratteristiche tecniche della nuova tratta
ferroviaria registravano: lunghezza, 66,437
km; profilo altimetrico con pendenze variabili
tra lo 0,54 e l'18 per mille, con una punta
massima, nelle gole della Montjovetta, del
forte di Bard ed al triangolo di Verrès, di 18
per mille. In origine erano previste 17
fermate escluse Ivrea. Per Aosta e la Valle la
distanza con Torino si riduceva notevolmente e rispetto ai
due o tre giorni prima necessari per raggiungere il
capoluogo piemontese, si poteva partire in
treno da Aosta e rientrare in giornata. Il
traffico viaggiatori, dopo il primo convoglio di
treni, ripensavano, quindi, la ferrovia di
Pont-Saint-Martin, non aveva avuto un grande
incrementato. Anche il re Umberto I e la
regina Margherita raggiungevano Aosta
con speciali carrozze. Più tardi vennero
programmati treni diretti con fermate solo
nei centri più importanti. Allora, il treno,
che partiva da Torino alle ore 9,07, arrivava
ad Aosta alle 12,30, ossia in sole tre ore
e mezza. Nel 1915, a conflitto iniziato, la
ferrovia Chivasso-Ivrea-Aosta fu affidata
al 6° Reggimento Genio, specializzato
nell'esercizio di linee ferroviarie. Lo sviluppo
della ferrovia sarà strettamente legato
alla Società Ansaldo, che nel 1916 darà
impulso alla costruzione dello stabilimento
siderurgico a sud della stazione ferroviaria.
Incrementato. Anche in Aosta e la
Regione Margherita raggiung
Aosta con speciali carrozze. Più tardi vennero
programmati treni diretti con fermate solo
nei centri più importanti. Allora, il treno,
che partiva da Torino alle ore 9,07, arrivava
ad Aosta alle 12,30, ossia in sole tre ore
e mezza. Nel 1915, a conflitto iniziato, la
ferrovia Chivasso-Ivrea-Aosta fu affidata
al 6° Reggimento Genio, specializzato
nell'esercizio di linee ferroviarie. Lo sviluppo
della ferrovia sarà strettamente legato
alla Società Ansaldo, che nel 1916 darà
impulso alla costruzione dello stabilimento
siderurgico a sud della stazione ferroviaria.
Aosta per i primi convogli di
6,13 e raggiungevano
viaggiatori, dopo
di treno, ripartivano
potevano, quindi, la
ferroviaria di Pont-Saint
dopo, ossia avevano
da Aosta, avevano
di quattro ore per raggiungere il capoluogo
piemontese. Il ritorno prevedeva un viaggio
più lungo perché il percorso è in salita. La velocità massima della locomotiva
era di 55 km all'ora. Ad Aosta si
proseguivano le attività produttive per i
lavori inerenti alla costruzione di edifici fuori
dalle mura, come la Caserma Beltricco tra
il 1886/87. Il turismo, specie quello termale
di Saint-Vincent e Pré-Saint-Didier, venne

23. DENTELLES DE COGNE
La Valle di Cogne è una "Valle nella
Valle". Perché? Gli insediamenti non sono
avvenuti dal fondo valle, ritenuto, nel primo
tratto, insuperabile, ma dal Piemonte, e
precisamente dalla Val Soana. Infatti, il patois
cognein è una parlata franco-provenzale con
influssi piemontesi. Cogne essendo rimasta
isolata per secoli ha creato un suo originale
folklore. Restano, infatti, le testimonianze nei
costumi tradizionali (per quelli femminili non
si trovano analogie con gli altri valdostani,
ma solo con quelli della Val Soana) che,
fino ad alcuni decenni fa, venivano indossati
quotidianamente. Il costume femminile è
composto da una gonna di panno ruvido,
pesante e di color nero, confezionata con un
telo tessuto, nel passato, dalle stesse donne.
Con la vita alta, rigonfia posteriormente,
è coperta sul davanti da un grembiule blu
scuro, spesso lucido e cerato che, ripiegato
in alto, prosegue verso il petto, sembra si
rifaccia al costume bretone. In testa una
cuffia nera. Si tratta di un completo molto
severo che però contrasta con la elegante
camicia bianca, arricchita da un colletto di
pizzo pieghettato, confezionato al tombolo
privilegia i giovani del paese con il badocher.
Dopo il primo ballo al centro dell'abitato,
ognuno dei quali è destinato ad ospitare i
(Viandé, i macellai; gli abitanti dei luoghi pietrosi di Arvier; i Meulatés, i mulattieri; i fischiatori o i folli di La Thuile; i Seublo, i pastori d'Avise ecc.).
A sera inoltrata si arriva all'ultima danza alla
quale possono partecipare gli sposati per
l'attesa pluètare. La festa coinvolge tutti,
giovani, adulti e anziani, che disposti in tre
cerchi concentrici danzano in senso contrario
fino a quando, esausti ma felici, si arrestano.
e la Regione Margherita raggiungevano
Il tuo treno partiva dal Pont-Saint-Martin
commerciale, tappa obbligata
viaggiatori diretti in Francia
importanza della nuova tratta
essere dimostrata dal traffico
un anno: 50.000 viaggiatori
zione locale modesta. Di lì a
le costruzioni di edifici fuori
come la Caserma Beltricco tra
specie quello termale
e Pré-Saint-Didier, venne


Testo Originale Estratto
dalle ragazze di Cogne. Il collo delle donne è impreziosito da vari giri di perline di vetro colorato, che disegnano diversi motivi geometrici, e dai quali pende una croce. Il costume maschile, invece, è costituito da una maglia bianca aperta con bordi verdi e rossi e pompon bianchi, completati da un pantalone nero e un gilet dello stesso colore. I due tipici abiti tradizionali utilizzano i colori bianco, nero, verde e rosso in un'armonica sintesi e in un accurato accostamento. Su questo simpatico abbigliamento fa da elegante tramite l'esclusivo "Pizzo di Cogne", un pizzo al tombolo, che in Valle d'Aosta è esclusivo della vallata del Gran Paradiso. Importato, forse, nel 1600 da suore francesi di Cluny, prima a Saint-Nicolas, come vuole la tradizione, e poi a Cogne, si è evoluto in maniera originale, sviluppando motivi d'ispirazione paesana: l'occhio della pernice, la farfalla, le stelle, il sole. I pizzi (dentelles)sono molto simili a quelli realizzati nell'isola veneziana di Burano. All'inizio del secolo XX tutte le donne, nessuna esclusa, confezionavano pizzi con i quali ornavano i propri capi di abbigliamento e per la casa. Inoltre, il lavoro al tombolo consentiva alle famiglie di arrotondare le magre entrate economiche. Quando l'uso di indossare i costumi si affievolì, anche il tombolo subì una netta flessione, tanto da rischiarne la totale perdita. Il rischio fu scongiurato per iniziativa dell'Amministrazione Regionale: dopo il secondo conflitto mondiale, con interventi mirati, sono state recuperate tradizioni, destinate all'oblìo. Grazie all'influsso della Fiera di Sant'Orso e delle numerose mostre dell'artigianato tipico, le dentellières di Cogne, hanno visto riconoscere il valore artistico della produzione di pizzi e, nel tempo, hanno saputo consolidare la loro immagine. Si è trattato, quindi, di un chiaro apprezzamento da parte di un pubblico attento, desideroso di riscoprire una tradizione destinata a scomparire; ma si è anche dimostrato altamente efficace l'intervento delle Amministrazioni Pubbliche, soprattutto a livello regionale, che con provvedimenti mirati hanno saputo offrire al settore occasioni di rinascita per riconfermare l'esigenza, spesso sottovalutata, di tramandare alle generazioni future le tradizioni del passato, come opportunità di crescita e arricchimento spirituale della società moderna. Chi visita Cogne potrebbe ammirare delle pregevoli realizzazioni in un locale dislocato accanto alla Parrocchiale di Sant'Orso. Nello stesso locale dà dimostrazione dell'arte delle Dentelles una donna nel suo abito di gala completo l'intera giornata, con i preziosi pezzi. 24. FATICA IN MINIERA Già nel 1439 alcuni documenti confermano l'estrazione del ferro nella zona nell'alta Valle di Cogne. La miniera di ferro di Cogne si trovava sul fianco sud del monte Creya, infelice perché posta ad una quota superiore ai 2000 metri. Si trattava, in sostanza, di un enorme ammasso di magnetitite pura (che registrava un tasso del 55%). Qualcuno afferma che lo sfruttamento di tipo artigianale, l'utilizzo della miniera fu sempre sotto tono e, in alcuni casi, per nulla redditizia; infatti, rimase chiusa per 125 anni fino al 1803, quando il dottor Cesare Grappein fu eletto sindaco del paese. Si deve al lungimirante personaggio se la miniera fu utilizzata in maniera moderna e redditizia. Grappein istituì una corvée gratuita con gli abitanti del paese per costruire la strada di collegamento tra Cogne e Vieyes. Il lavoro in miniera fu organizzato con la manovalanza di salassi e romani, ma solo frutto di leggende miniera fino al 1679 rimase di Vescovo di Aosta. Ciò, però, non abitanti di Cogne, che di tanto in qualche dispetto al vescovo strativi e qualche incendio Finché i difficili rapporti vescovo di Aosta a vendere la ne di Cogne per 200 "pistole" ta di allora. Il Comune a sua roprietario delle miniere fino gestione comunale non si pertanto, a meno di qualche belga, fu ceduta alla Lorier, nel 1895, seguita da un'altra, sempre belga, la TheisLorier. Nel 1910 la miniera passò all'Ansaldo di Genova, che iniziò la costruzione di una teleferica per trasferire il minerale da Colonna, sotto i Liconi, fino al fondo valle, ottimizzando in tal modo i costi di produzione. I primi lavori di costruzione furono eseguiti da un ingegnere svedese, Ranjar Nordenstein, che tra l'altro introdusse la pratica dello sci nella Valle di Cogne. Più avanti, durante il primo conflitto mondiale, fu anche costruita la moderna carrozzabile con la manodopera dei prigionieri austro-ungarici. Infine, con la realizzazione della galleria del Drinc, il minerale fu trasportato direttamente fuori della Valle di Cogne. Con la modernizzazione delle strutture e con l'entrata a pieno regime della miniera, affluirono in paese minatori bergamaschi, bresciani e del Veneto. Gli scapoli vivevano a Colonna, la più alta miniera di ferro dell'Europa, a 2400 metri di quota, in enormi caseggiati aggrappati sui costoni della montagna, che ancora oggi mantengono un aspetto di monasteri tibetani. Oggi tutti gli edifici sono vuoti e deserti. Fino agli anni settanta le miniere di Colonna e di Costa del Pino sono rimaste attive; esse rifornivano di magnetite gli altiforni degli stabilimenti siderurgici di Aosta. Il minerale veniva trasferito da Cogne a Pila, località sopra Aosta, con carrelli ferroviari attraverso un tunnel; da lì, poi, venivano calati a valle con una teleferica. Oggi, dopo molti anni di inoperosità, il tunnel sarà riutilizzato per il trasporto passeggeri a scopo turistico. Il programma rientra in un ampio quadro regionale per migliorare l'offerta promozionale: infatti, il trenino, oltre che trasformarsi, nel periodo estivo, in un mezzo di locomozione suggestivo e pieno di fascino, potrà essere preso dagli sciatori che da Cogne vorranno raggiungere le piste di Pila per una discesa e da Pila, viceversa, andranno a scivolare sul Prato di Sant'Orso, perfettamente innevato, con gli snelli sci di fondo. Oggi il passato minerario di Cogne rivive nel Museo della Miniera, che trova collocazione nel Villaggio dei Minatori, costruito, dopo l'abbandono della miniera di Colonna, nei pressi della stazione di teleferica. Plastici, fotografie, mappe, strumenti, ricordano con emozione un passato che il visitatore potrà rivivere con un filmato girato negli anni '30 del secolo scorso. Il Museo dedica molto spazio agli aspetti etnografici della Valle.


Testo Originale Estratto
1. LE PAIN ET LE FOUR
Pour les habitants de la montagne, souvent
avare, le pain a toujours été fondamental
dans la vie des communautés. À toutes
les époques, tous les peuples de la terre
ont manifesté un profond respect envers le
pain et cela demeure vrai de nos jours. Sous
toutes les latitudes et les longitudes de notre
planète, en effet, la production du pain est
une sorte de liturgie, qui se répète depuis des
millénaires. Aujourd'hui, les fours sont les
témoins muets d'une tradition qui permettait
aux habitants de la vallée de pourvoir aux
réserves nécessaires pour affronter les mois
d'hiver. Les petites collectivités des villages
isolés suivaient des procédures précises, qui
n'étaient transmises qu'oralement et qui se
renouvelaient d'année en année. Les paysans
cultivaient le seigle, lou bià, en quantité
suffisante pour nourrir leur noyau familial.
« Pieu li brats sunt pichout et fébiou et pieu
li pan son ner et countà », disaient les vieux
de Champorcher (Plus les bras - des enfants :
ndr - sont petits et faibles et plus les pains
sont noirs et comptés). En montagne, on
ne cultivait pas beaucoup de blé, car la
récolte n'était pas assurée en raison des
températures très basses et de l'aridité du
sol. Souvent, le froment ne mûrissait pas et
moississait sur l'épi ou attrapait le charbon et
noircissait. Le seigle, au contraire, est une
plante rustique qui résiste aussi bien au froid
qu'aux mauvaises herbes et qui mûrit vite. On
le récolte deux ou trois fois par an, parce que
le milieu du champ mûrit d'abord. La moisson
ne doit pas tarder, pour éviter que les épis
ne perdent leurs grains précieux. Autrefois,
il fallait survivre : le moindre gaspillage
était impensable. La maturation parfaite du
seigle et du blé permet d'obtenir une bonne
farine et une tout aussi bonne panification.
En montagne, la plus petite parcelle ou la
terrasse la plus étroite était utile pour semer
du seigle ou du froment, en alternance avec
les pommes de terre. Les paysans étaient
également des maçons habiles, car ils
devaient construire et réparer les murets de
soutien de leurs minuscules, dans une
combinaison heureuse de toutes les ressources
de la terre. Les restes de ces travaux pénibles
sont encore visibles aujourd'hui. Lorsque
J'on avait obtenu un lopin de terre, il fallait
bonifier le sol en transportant de la terre
et du fumier dans li tsatun (la hotte); cette
opération était habituellement effectuée
par les femmes. Les habitants des hameaux
se rendaient aux moulins pour la mouture des
grains, la farine indispensable à la
fabrication du pain. À La Magdeleine, par
exemple, entre Brengon et Clou, la pente est
jalonnée de huit moulins, alimentés par les
 eaux d'un petit torrent. Chacun était réservé
à une zone. Ils étaient mis en
fonction lorsque l'eau n'était plus utilisée
pour l'irrigation des prés (aujourd'hui, après
 un période d'abandon, cinq de ces moulins
 ont été restaurés). Chaque famille avait
le droit de moudre du blé ou du seigle un
 certain nombre de jours par mois. Puis, avant
 de préparer le pain, lo pan:
 une fois par an. Toutes les
familles pourvoyaient à la mouture du seigle
(et/ou du blé) avant le mois de novembre et,
fin octobre, les hommes se procuraient du
 bois, que les femmes transportaient avec lo
 tsatun (la hotte) ou sur leur tête, en posant
 ce fardeau sur un coussinet de paille, appelé
 li ratéil, les râteliers en bois, sur
lesquels ils étaient rangés sur les
 pailler. Ensuite, on préparait les atche
 (morceaux de bois fins et allongés) pour
 allumer le feu, ainsi que les atchon (fagots)
 pour contrôler l'intérieur des fours. On
 utilisait habituellement du bois de
 mélèze, de sapin ou d'arbres fruitiers, mais
 l'on évitait le pin, car sa résine rendait le plan
de cuisson collant. Les six-sept quintaux de
 bois entassés dans le four brûlaient. Quand il
ne restait que les cendres et quelques braises
et quand - après une douzaine d'heures - les
pierres de la voûta (la voûte) devenaient de
couleur blanchâtre, lou forni, le fournier,
commençait les opérations de nettoyage à
l'aide du robiou. Il rassemblait les braises
dans le cendrier, la tzampana, et il éliminait
les résidus avec les icoats. Il fermait ensuite
hermétiquement la gueule du four et sa
bouche d'aération, lou bonommo, avec une
pierre scellée à l'aide de terre humide. Le
four restait alors fermé pendant quatre/six
 heures afin de boundé lou four, c'est-à-dire
 de distribuer la chaleur à l'intérieur de
manière homogène. Pendant que lou forni
le surveillait, la famille à laquelle c'était le
tour s'occupait de préparer la leveri, la levure
naturelle (la mère) et de nettoyer le matériel.
Le pastin, l'homme qui préparait la pâte à
pain, pouvait alors se mettre à l'ouvrage.
Toutes ces opérations se déroulaient à
l'étable, le lieu le plus chaud de la maison
et, donc, le centre de la vie quotidienne.
Dans l'étable, il y avait l'espace réservé aux
vaches, les bantsi, d'un côté et, de l'autre,
l'espace réservé aux hommes, sur un plancher
de bois. De ce côté, l'on plaçait généralement
un métier à tisser (à Champorcher), une table,
quelques bancs, un lit et un petit poêle pour
la cuisson des aliments. D'habitude, une ou
deux petites fenêtres s'ouvraient sur ce côté
de la façade. Les étables les plus grandes
permettaient d'accueillir également la famille
et les amis. Pendant l'hiver, en particulier lors
des journées les plus froides, la vie du noyau
familial se passait à l'étable. Les hommes
sculptaient des objets de bois ou préparaient
des ustensiles ; les femmes filaient ou
tissaient, alors que les personnes âgées
racontaient des histoires et des aventures du
passé. Après la veillà, nombreux étaient ceux
qui s'endormaient à l'étable, bercés par la
douce chaleur des bêtes. C'était aussi le lieu
où la farine de seigle, mélangée à l'eau et à
la levure naturelle, fermentait spontanément,
grâce aux conditions idéales de l'intérieur :
chaleur constante, humidité de l'air, présence
de bactéries et de microorganismes.
Lorsqu'une famille avait terminé de préparer
son pain, elle passait une partie de pâte
levée à la famille suivante. Une fois que lo
pastin avait préparé la lèvéiri, il commençait
à pétrir (boulundzi). Les pastin étaient
généralement des hommes, car c'était un
travail très fatigant. Ensuite, les breierelle
(de brei, préparer), à savoir les femmes et les
jeunes filles, préparaient lo pan. Afin d'avoir
suffisamment de pain pour une année, les
familles les plus pauvres ajoutaient du son
au seigle. Les anciens se rappellent que, dès
la fin du mois d'août ou le début du mois de
septembre de l'année suivante, il arrivait que
le pain vienne à manquer. Pour une famille
de 8/9 personnes, il fallait cuire environ 9
fournées de pain (900 pains au total). Le
paton, la pâte pétrie, levait pendant trois
heures, puis il était partagé en portions et à
nouveau pétri sur la toula de brei, la planche
de travail. Li pan étaient modelés par les
mains des jeunes filles, sous la surveillance
des dames les plus âgées. Avant de prendre
femme, les jeunes gens aussi allaient
contrôler les breierelle pour évaluer leur
habileté manuelle, nécessaire à l'économie
domestique. Li pan étaient marqués au
couteau ou au rabio pour faciliter la cuisson
et pour les reconnaître (surtout quand
plusieurs familles participaient à la même
fournée). Chaque famille avait son signe
personnel. Lo forni enfournait les pains (de
90 à 100 par fournée), scellait la gueule du
four et attendait qu'ils soient cuits. Après une
heure environ, on commençait les opérations
pour défourner, difourné li pan. C'était le
moment tant attendu. Le pain fumant était
déposé dans des hottes (tsatun) ou dans des
paniers (tsavagn), puis transporté aux rascard
et aux grani, où il refroidissait avant d'être
rangé sur les étables en bois, sur
lesquels ils étaient à l'abri des rongeurs et
des autres animaux jusqu'au moment de la
consommation. Le pain, devenu très dur, était
coupé à l'aide du tsapiet. Aucune miette
n'était gaspillée: les petits morceaux étaient
trempés dans du lait ou dans de l'eau. On les
grignotait pendant le travail aux
champs ou au pâturage

2. LA BATAILLE DES CHÈVRES
L'ancien village de Perloz est situé à
l'embouchure d'une vallée de la Vallaise. Il
s'étend à l'adret, à la droite et à la gauche
d'une ligne orographique du Lys et il compte
40 hameaux environ, mais 468 habitants seulement.
Le chef-lieu, à 660 mètres d'altitude, sur
une terrasse de l'adret. Perloz se caractérise
par un événement insolite, qui le distingue
de celui des autres communes de la
Valle d'Aoste: la «Batailla dé Téhèvre»,
la bataille des chèvres, une manifestation qui
s'inspire de la bataille des reines (combat de
vaches), plus populaire au niveau régional.
Chaque année, vers la fin novembre, les
éleveurs de chèvres participent au combat
de Hérchéraz. Cet affrontement très
pacifique attire beaucoup de monde, de
l'intérieur et de l'extérieur. Il s'agit, en réalité,
d'une occasion de loisir liée au combat
des chèvres, qui permet aux éleveurs
de montrer leurs meilleures bêtes et de
montrer la qualité. L'art du combat a
probablement été le premier animal apprivoisé
par l'homme. L'habitat idéal
de ce mammifère est la montagne, où il vit
aujourd'hui et à l'état domestique et à l'état
sauvage. Il en existe quatre espèces: Capra
ibex ou bouquetin des Alpes, Capra pirenaica
ou bouquetin des Pyrénées, Capra falconieri
ou chèvre Markhor ou de Falconer et Capra
aegagrus ou chèvre sauvage ou du Bézoard.
C'est de la Capra aegagrus que descend la
chèvre domestique commune (Capra hircus),
avec la Capra prisca, aujourd'hui éteinte.
Les chèvres se nourrissent essentiellement
de fourrages secs et ligneux ou de petites
branches vertes; elles endommagent
donc fortement la végétation, car elles
dessèchent les forêts alpines au point de
les détruire. Leur gestion dépend d'une
politique économique agroalimentaire bien
précise. La Vallée d'Aoste possède des
territoires qui s'adaptent bien à l'élevage
des chèvres. Tant et si bien qu'il existe
aujourd'hui une race valdôtaine, de taille
mi-grande, qui atteint 70/75 cm de haut au
garrot. Les deux sexes portent des cornes,
qui peuvent être de dimensions énormes
chez les mâles. Fort intelligente, la chèvre
valdôtaine a un caractère exubérant. Elle
pâture continuellement dans nos montagnes
pour brouter l'herbe tendre qui lui permet
de produire un lait très digeste et riche en
protéines.
Pourquoi «Les Batailles des Chèvres»
sont-elles nées et se sont-elles affirmées
en Vallée d'Aoste? L'«Association Comité
Régional Batailles des Chèvres», dont le
siège se trouve à Perloz (tél. 0125-805162),
donne quelques informations à ce propos.
L'une des premières raisons est le respect
de la tradition, ainsi que cela est souligné
par l'article 2 des Statuts de ce Comité, qui
prône la diffusion de ces batailles et des
élevages de chèvres. Les éleveurs sont très
intéressés par ces combats, qui ne sont
jamais sanglants, donc jamais mortels, et
qui stimulent essentiellement la qualité de la


Testo Originale Estratto
race (comme les «Batailles des Reines» et les
«Batailles des Moudzon»). Cela pousse les
éleveurs à avoir des animaux toujours plus
beaux et toujours plus sains, à sélectionner la
race afin d'obtenir des espèces plus adaptées
à l'élevage. La rivalité entre éleveurs est
également l'occasion de se confronter et
produit des résultats positifs. En outre,
l'intérêt suscité à l'extérieur du monde
agropastoral permet au public d'assister à un
spectacle ancestral, qui se répète sur terre
depuis des millions d'année : la détermination
du chef dominant du troupeau, qui devra se
concéder à son harem. La Capra ibex remonte
à il y a 13 millions d'années. Il semblerait
donc que ce soit aujourd'hui le mammifère
le plus vieux de la planète ; l'Homo sapiens,
en revanche, a fait son apparition sur terre
voilà seulement 2 millions d'années. Compte
tenu de ces éléments, nous ne pourrons
dorénavant que regarder les chèvres avec
beaucoup d'étonnement et d'admiration.
Par ailleurs, Tancredi Tibaldi nous rappelle
que, puisque les sociétés agropastorales
traditionnelles se basaient essentiellement
sur la compétition (la communauté était donc
structurée de manière hiérarchique, du chef-
berger au tchit – l'enfant), la «Bataille des
Chèvres» jouait aussi un rôle de contrôle des
pulsions de lutte présentes chez les jeunes.
La jeunesse de chaque village engageait des
disputes violentes avec les jeunes d'autres
hameaux ou des vallées voisines. Le XIXème
siècle a ainsi été le théâtre de nombreux
affrontements qui, souvent, se terminaient
mal. Par la suite, ces combats se sont
transformés en oppositions traditionnelles
entre conscrits, pour établir une supériorité au
sein du groupe : ce sont les objectifs atteints
aujourd'hui par les batailles de chèvres ou
de vaches, qui parviennent à assouvir les
instincts humains les plus ancestraux (c'est
ce qui se vérifie, nous le savons, en assistant
à un match de football). En Vallée d'Aoste,
2006 est l'année
de la «Bataille
Tehévrè» en patois
c'est-à-dire le co
folklorique entre
s'articule en deux
au printemps, du
mai, à Donnas,
Introd ; la seconde
de septembre-oc
à Issogne. La fin
mois de novembr
gagnantes des différentes
au-delà de 65 kg ; 2ème – de
sous 55 kg ; 4ème bime – du
s de moins de deux ans.
rection de «La Bataille des
ellement présidé par Sisto
de cette spécialité, lancée
1981 ; il compte également
(Edy Guichardaz), cinq
mbrétaire, deux commissaires
atorze délégués (deux par
ent les éliminatoires). En
y a 4.000 chèvres environ
e territoire régional.

3. LAIT ET FONTINE
Le lait est l'un des aliments les plus
nécessaires dans l'alimentation humaine.
En Vallée d'Aoste, il existe aussi le Fromadzo, à
caractéristique et contenant moins
le Reblec, un fromage crémeux
prélevant la couche superficielle
Reblec est très délicat et doit
dans les jours qui suivent sa
le dernier dérivé de la filière Lait
Seras, à la couleur claire et au
: on le consomme en tranches,
t avec de la polenta.
tous les villages, même dans les plus isolés,
les habitants disposaient d'une laiterie
tournaire, où ils apportaient le lait destiné à
devenir fromage. À l'intérieur de la laiterie,
l'on trouvait lo tòr, un pieu pivotant auquel
on pendait le chaudron et les ustensiles
pour le travail du lait. La première laiterie
tournaire aurait été fondée à Étroubles en
1853, par un domestique d'Anselme Marcoz,
pour inviter les gens du village à se réunir en
consorterie, comme en Suisse. La vache est
à la base de l'économie valdôtaine : elle a
toujours représenté la richesse des familles
(autrefois, une famille était aisée, plus
elle possédait de têtes de bétail). La vache
donne du lait, donc du beurre, du fromage,
de la ricotta. Les vaches de la région sont
des exemplaires de pure race valdôtaine,
«pie rouge» ou «pie noire» selon la couleur
dominante de leur robe. En Vallée d'Aoste, il
y a environ 50.000 têtes de bétail. La
vache établit naturellement une hiérarchie
à l'intérieur du troupeau. C'est pour cela
qu'elle affronte ses rivales, afin de définir les
rapports de forces. Ces «duels» décident
la reine de l'alpage et ils ne sont pas sanglants.
Le jour de la desarpa, la descente de l'alpage
à la plaine (généralement à la Saint-Michel,
le 29 septembre) la reine porte un bosquet,
un trophée garni de fleurs, de rubans rouges
et de miroirs. Une reconnaissance analogue
est aussi attribuée à la meilleure vache
laitière, mais avec un bosquet décoré de
rubans blancs. Les Valdôtains nourrissent
une passion pour les «combats» de vaches
et un véritable championnat régional
est organisé, avec plusieurs niveaux de
sélection. La finale régionale a lieu l'avant-
dernier dimanche d'octobre à Aoste, à l'arène
de la «Croix Noire», qui a été construite dans
ce but. Les vaches gagnantes des différentes
catégories reçoivent, lors d'une cérémonie
finale chorégraphique, une «sonnaille de
Chamonix» décorée d'un ruban rouge qu'elles
porteront pendant une année entière,
jusqu'au début de la compétition suivante.
La Fontine, fromage AOC à l'échelon national
depuis 1955, est reconnue au niveau
européen depuis 1996 par la marque AOP
(appellation d'origine protégée). C'est un
fromage gras, doux, à pâte molle, fondant
dans la bouche, couleur jaune paille, produit
avec du lait de vache entier provenant
d'une seule traite, selon les normes qui
réglementent sa production. Les fromages
sont attestés dans la région au moins depuis
le XIIIème siècle : en effet, en 1267, le «Liber
redditorum» du Chapitre de la Cathédrale
d'Aoste mentionne le «fromaige» ; la même
année, le «seras» est cité parmi les produits
sujets à impositions fiscales de Châtel-
Argent. À Brissogne, en 1270, on fait allusion
au «vacherinus», dont dériverait le toponyme
de Vacherin. Le terme fontine n'apparaît
qu'en 1717, quand le céllèrier (l'économe)
de l'hospice du Grand-Saint-Bernard l'inscrit
dans ses registres avec la note suivante :
«... je dois donner une fontine d'un rupt
et quatre livres de noisettes fraîches...».
Le «rupt» ou «rubb» ou encore «rubt» était
une unité de mesure équivalant à 9,6 kg,
alors que les «livres» sont un sous-multiple
qui correspond à 38,4 hectogrammes. Une
roue de Fontine pouvait peser jusqu'à 25
«livres». L'étymologie du mot Fontine est
controversée ; il vient peut-être du fait qu'il
s'agit d'un fromage qui fond, mais la plupart
pensent qu'il dérive plutôt du nom de l'alpage
de «Fontin» situé au-dessus de Quart, où l'on
produit aujourd'hui encore des fontines
renommées, que les voyageurs britanniques
du XIXème siècle décrivaient avec intérêt. De
nos jours, les roues de fontine pèsent de 8 à
10 kilos, elles sont moins hautes qu'autrefois
et leur superficie est toujours concave, pour
éviter les fissures au cours de la maturation.
Pendant la fabrication, le lait est mélangé à
l'aide du spino, un ustensile de bois aux dents
opposées, sur un feu à 50 degrés environ. La
maturation de la Fontine dure 4-5 mois. Ce
fromage est protégé par le Syndicat de
la Fontine, qui veille à sa qualité
et sa commercialisation. Les magasins de
Fontine sont distribués sur tout le territoire
régional et sont généralement emménagés
dans des galeries creusées à même la roche,
dans lesquelles la température et le degré
d'humidité sont réglés. Du Fontine, on
produit également la Fondue, un
fromage crémeux, confectionné et commercialisé
en Vallée d'Aoste avec la consommation culinaire. En
effet, la petite région d'Italie (qui compte à
peine plus de 3000 km², ce qui
surprenante, un huitième du Piémont) s'avère
plus hardies des viticulteurs est l'une des
vignerons sont considérés «héroïques», en
raison des terrains difficiles où ils travaillent
pour cultiver leurs vignobles escarpés. La
viticulture valdôtaine est donc une «viticulture
héroïque», une des rares terrains à disposition
modestes lopins de terre à cultiver ont été
arrachés aux versants, généralement à
l'adret (la zone exposée au sud). Les origines
des pratiques agropastorales se perdent
dans la nuit des temps. Depuis toujours,
la sécheresse et l'isolement des villages
ont obligé les paysans valdôtains à une
lutte quotidienne et la recherche d'espaces
à dédier à la viticulture a été difficile. Ce
n'est qu'après la seconde guerre mondiale,
toutefois, que la viticulture régionale a connu
son véritable essor, grâce à la présence des
moines suisses du Grand-Saint-Bernard, qui
gèrent aujourd'hui l'Institut Agricole Régional
d'Aoste, en produisant d'excellents vins
et en préparant des techniciens tout aussi
valables. La surface plantée de vigne couvre
700 hectares environ (les historiens affirment
que, par le passé, il y avait dans la région
3000 ha de vignobles). La production se
chiffre à quelque 30.000/35.000 hectolitres
de vin (moins d'1/1000 de la production
nationale). Cela permet de comprendre
combien la quantité produite en Vallée
d'Aoste est modeste ; il s'agit, toutefois,
d'un produit de niche, car sa qualité est
très élevée. C'est une quantité réellement
insignifiante au niveau mondial, mais les
vins valdôtains sont très prisés et, donc,
très demandés par les connaisseurs et par
les passionnés d'œnologie. Une Route des
Vins a été créée dans la région : elle permet
de visiter toutes les zones de production
d'A.O.C.G. et d'A.O.C. (appellation d'origine
contrôlée garantie et appellation d'origine
contrôlée). Ce parcours, conçu dans un but
culturel, va des terrassements hardis de Pont-
Saint-Martin et de Verrès jusqu'aux 1300
mètres d'altitude de La Salle et de Morgex,
à savoir à la limite de survie de la vigne.
Les vignobles du Valdigne, en effet, sont
considérés les plus hauts d'Europe ; c'est là
que naît le «Blanc des Glaciers». L'amplitude
thermique, importante dans toute la Vallée,
permet d'obtenir les bouquets forts et fruités


Testo Originale Estratto
caractérisant l'A.O.C. Valle d'Aosta/Vallée
d'Aoste, qui compte 27 vins et 22 cépages
autorisés. Parmi les vins les plus prisés,
l'on peut citer le Muscat de Chambave,
l'Enfer d'Arvier, le Torrette et le Donnas.
Une politique régionale attentive a géré ce
secteur avec des subsides économiques
adéquats et cela s'est avéré déterminant
pour la qualité du produit, qui représente
actuellement l'un des fleurons du secteur
agroalimentaire valdôtain.
La vitiviniculture représente une partie
importante de l'économie du secteur agricole
régional : son chiffre d'affaires s'approche
de 6 millions et demi d'euros (13 milliards
des anciennes lires). Les opérateurs se
consacrent avec amour et passion à la
viticulture ; ils doivent continuellement se
mesurer à une nature rude et difficile, dans
des situations souvent extrêmes. Leur travail
transforme le milieu naturel, en créant des
terrasses qui enchantent et qui s'insèrent
harmonieusement dans l'ensemble de
la vallée. D'ailleurs, les vignobles qui
s'agrippent depuis des siècles aux versants
brûlés par le soleil des régions de montagne
et des territoires en forte pente constituent
un tableau très pittoresque. Il enrichit le
paysage et il représente une action concrète
de consolidation du territoire.
Lors de la « 9ème Exposition des Vins AOC de la
Vallée d'Aoste», plus de 5.000 verres ont été
vendus et 15.000 visiteurs environ, dont la
moitié venaient d'autres régions, ont assisté
à la manifestation.
À la même occasion, samedi 27 août 2005,
les gagnants de la XIVème édition du Concours
international des Vins de Montagne ont
été récompensés dans la grande salle
ducale de l'Hôtel de Ville d'Aoste. Les
dégustations avaient eu lieu le 2 juillet 2005
à Courmayeur: 531 bouteilles, provenant
de 9 pays européens, y ont été examinées.
Dans ce cadre, l'une des neuf «Mentions
spéciales» a été attribuée à un vin valdôtain,
le «Blanc de Morgex et de La Salle - Metodo
Classico 2002» ; des six autres Mentions ont
été décernées à des vins siciliens, l'«Etna
Rosato Doc - Tenuta Sciara - Scilio-2004» et le «Sicilia
IGT Nero d'Avola - Terre di Ginestra-2003».
De plus, cinq des dix-huit «Médailles d'Or» et
trente des cent quinze «Médailles d'Argent»
ont été assignées à des vins italiens, dont six
pour les vins blancs et vingt-quatre pour les
vins rouges. Les quelque 500 vins qui ont
participé à ce Concours – organisé
par le CERVIM (Centre d'Études, de Protection,
de Coordination et de Valorisation pour la
Viticulture de Montagne, dont le siège se trouve
à Quart) – provenaient d'Italie (Valle d'Aoste,
Piémont, Lombardie, Trentin Haut-Adige,
Abruzzes, Ligurie, Vénétie, Campanie, Calabre
et Sicile) et d'autres pays européens (France,
Allemagne, Portugal, Espagne, Suisse et Hongrie).

5. LA RÉCOLTE DES CHÂTAIGNES
Une loi régionale de 1990 concerne
les châtaigniers dont le tronc dépasse
quatre-vingts centimètres de diamètre et
dont 80% des branches sont vivantes. En
cette essence; d'ailleurs, ils l'appellent
simplement «ebbro», arbre. Certaines
variétés de châtaignes sont désignées par
le nom de familles de l'endroit; d'autres
ont donné leur nom à des lieux-dits. Le
châtaignier pousse dans les Alpes de 300
à 900 mètres d'altitude, de préférence
sur les terrains acides ou neutres. Cela
explique pourquoi la Basse Vallée et, surtout,
les villages de la VIIème Communauté de
Montagne Mont Rose représentent un
habitat idéal pour cet arbre. Dans cette zone,
le châtaignier atteint parfois 1500 mètres
d'altitude et, en plus de ses fruits, il produit
de l'excellent bois. Malheureusement, les
récoltes ont progressivement diminué et l'on
est passé de plus de 15.000 quintaux (avant
la dernière guerre) à 5.000 quintaux dans les
années cinquante, puis à quelques centaines
de quintaux seulement au début des
années quatre-vingt-dix. L'on peut aisément
comprendre le potentiel commercial de la
culture de la châtaigne dans cette zone
de la Vallée. La diminution énorme de la
production dépend de multiples causes : les
frais nécessaires pour la récolte des fruits
ne sont pas compensés par les bénéfices
de la vente; la récolte est malaisée, car
la pente des vergers de châtaigniers rend
la mécanisation difficile; les parasites et
le chancre cortical (Endothia parasitica)
qui, arrivé d'Amérique en 1938, a frappé
d'abord la Ligurie, puis s'est répandu dans
toutes les Alpes à cause du vent. La VIIème
Communauté de Montagne Mont Rose,
constituée en 1973, a vu le jour en confiant
son image promotionnelle à la châtaigne :
son logo allégorique représente trois belles
châtaignes dans une bogue stylisée. Le
territoire de la Communauté, qui prend son
nom du massif du Mont-Rose, avait donné à
la châtaigne une importance fondamentale
pour la survie des familles de l'endroit.
Par le passé, les châtaigniers majestueux

- qui occupaient 1.500 ha – fournissaient
l'élément de base de l'alimentation de
cette zone et faisaient subsister pendant
quelques mois le menu du peuple, comme
le rappellent la relation du vice-bailli Peyrani
et de l'avocat Flandin en 1759. En 1994, la
Coopérative «Il Riccio» a été créée dans le
but de sauvegarder les traditions alimentaires
liées à la châtaigne, pour augmenter sa
culture, la mettre en valeur et commercialiser
les fruits spontanés et cultivés. Elle compte
à ce jour une cinquantaine d'associés,
mais sa production est encore modeste :
elle ne dépasse pas le millier de quintaux.
Une partie de la production est traitée pour
qu'elle puisse se conserver jusqu'à Noël.
Une autre partie importante est soumise à
un procédé de séchage, puis commercialisée
comme «Châtaignes blanches» en sachets ou
transformée en farine. Le châtaignier permet
également d'obtenir un miel particulier,
apprécié par les gourmets en raison de la
présence de tannins, pour son goût typique et
pour sa couleur ambrée. Le miel, élégamment
présenté, est vendu sur les marchés, et par la
Coopérative et par les producteurs privés de
Pont-Saint-Martin, Lillianes et Fontainemore.
Dans les années 90, l'Assessorat régional
de l'Agriculture et des Forêts a lancé le
«Projet Châtaignes», dans le but d'éviter
la disparition de cette culture typique. Les
interventions du secteur public se traduisent
dans l'organisation de cours de mise à jour
et de formation. Les premières expériences
et les premières démonstrations ont été
réalisées à Donnas (Dalbard), Perloz, Lillianes
et Pontboset. Dans ce cadre, la VIIème
Communauté de Montagne intervient avec
des subsides directs pour les agriculteurs,
des activités de promotion, d'information et
de divulgation culturelle. Le rajeunissement
des vieux arbres a été l'une des premières
mesures mises en œuvre : tailles sévères et
greffages de variétés essentiellement locales
(Genetta, Crest et Chemiou)ou de marrons de
grande qualité; de nouveaux marrons et des
hybrides euro-japonais résistant au chancre
cortical ont également été greffés.
En 1988, la Bibliothèque communale
de Donnas a publié «La civilisation du
châtaignier» dans son Bulletin n° 4, pour que
la mémoire de cette culture ne se perde pas.
Cette publication en francoprovençal et en
ancien monde rural de la zone et analyse
les aspects caractéristiques de la culture du
châtaignier, du gaulage, de la conservation,
de la production, à l'alimentation, au greffage
des différentes variétés, de l'utilisation des
feuilles à l'exploitation du bois, sans oublier
la récolte et l'emploi du tannin. Les variétés
de châtaignes sont très nombreuses et des
personnes qui ne sont pas expertes dans
ce domaine. À Donnas, par exemple, il existait
au moins quatorze termes différents pour
indiquer les qualités de châtaignes : les
«Réchane» mûrissent quinze jours avant
les autres, les «Yeuyà» et les «Dzénotte»
«Isto deun l'areuh avouè». «Mendàie,
pélaie, frivole. Cé perqué son groussse.
Van douhanatcha, l'ouhtènttcha, douneunta,
a groussèra, a marouna (du nom de la Vierge)
et l'ehpinnèirèra» (particulièrement bonnes,
faciles à éplucher et pour être vendues plus
chères que les marrons glacés).
Idéales pour préparer les marrons glacés.
À Perloz, les habitants du lieu, «Perlentze»,
cultivent cette essence; d'ailleurs, ils l'appellent
simplement «ebbro», arbre.

6. LES CHERCHEURS DE CRISTAUX
L'alpinisme tel que nous le concevons
aujourd'hui existe depuis le XVIIIème
siècle. Dès lors, le massif du Mont-Blanc
est fréquenté par les touristes et par les
savants, fascinés par ce scénario naturel
grandiose. Auparavant, seuls les chasseurs
et les chercheurs de cristaux osaient
s'aventurer dans ce milieu qui, d'après
l'imaginaire collectif, était peuplé de
diables, de monstres et de sorcières. Cette
conviction était si enracinée que même
les scientifiques avaient peur. Le Zürichois
Johann-Jakob Scheuchezer, membre des
Accademies royales d'Angleterre et de Prusse,
qui jeta les bases de la géophysique alpine et
révolutionna les théories sur la formation de
la croûte terrestre, nous en offre un exemple :
ce personnage digne de foi croyait aux
légendes au point d'envisager d'organiser
une recherche pour vérifier si les dragons
gardaient les lieux les plus inaccessibles.
Scheuchezer affirme qu'il en a vu et fait
même la déclaration de ses découvertes dans
les comptes-rendus qu'il publie à partir de
1702: dans ses «Itinera Alpina», il soutient
qu'il a rencontré des créatures terribles, dont
un serpent à la tête de chat roux, les pattes
couvertes d'écailles et la queue fourchue
(c'est l'être qui l'impressionne le plus), et
d'autres aux ailes de chauve-souris. Tout le
monde ne croit pas à ces histoires, mais la
crainte se renforce tellement que la chaîne
du Mont-Blanc est alors considérée comme
un massif de «Montagnes Maudites». Par
ailleurs, certains craignent d'y rencontrer des
brigands et des populations peu sociables.
Cependant, ces peurs sont probablement
entretenues à dessein, car la montagne est
– malgré tout – fréquentée depuis toujours
par des chasseurs audacieux et et, surtout, par
les «cristalliers», les chercheurs de cristaux.
Dans plusieurs zones des Alpes, l'homme
s'intéresse au quartz transparent dès


Testo Originale Estratto
l'antiquité. Autrefois, l'on pensait que celui-ci était composé d'eau congelée à des températures très basses et ne pouvant plus fondre, d'où son nom krystallos (glace, en grec). Il s'agissait indubitablement d'objets extraordinaires, limpides, lumineux, polis et fascinants, donc magiques. Les chercheurs téméraires qui allaient les ramasser s'enrichissaient en les vendant. Au 1er siècle après J.C., Pline l'Ancien affirme déjà que le quartz naît dans les zones escarpées des Alpes (Naturalis Historia XXXVII, 27). À cette époque, les cristaux sont utilisés comme éléments décoratifs et pour produire des objets précieux. L'illustre scientifique de Genève Horace-Bénedict de Saussure, dont le nom est étroitement lié au Mont-Blanc puisqu'il avait offert une forte somme d'argent au premier à atteindre ce sommet, peut être considéré comme le fondateur de la géologie. Dans son livre «Voyages dans les Alpes», publié en 1779, il raconte que la recherche des cristaux et la chasse sont les seules activités uniquement masculines. Il souligne que, par chance, la recherche des cristaux est alors beaucoup moins pratiquée qu'autrefois, car nombreux sont ceux qui périssent. L'espoir de s'enrichir subitement avec la découverte d'une caverne pleine de beaux cristaux motivait tellement les cristalliers qu'ils s'exposaient aux dangers les plus terribles, et il ne passait pas une année sans que l'un d'entre eux ne perde la vie parmi les glaces ou les précipices, explique encore De Saussure. Jacques Balmat et Michel Gabriel Pacard, qui avaient relevé le défi, sont arrivés au sommet du Mont-Blanc le 8 août 1786. C'étaient deux cristalliers et Balmat périra durant une expédition à la recherche de cristaux. Les «chercheurs» connaissaient fort bien la haute montagne, les zones couvertes par les neiges éternelles et par les glaciers. Ainsi, peu à peu, avec les nouvelles découvertes, avec l'arrivée de savants nombreux et avec la conquête du Mont-Blanc, du de l'alpinisme moderne, les légendes sur les créatures mystérieuses qui dominaient le monde alpin tombent comme neige au soleil. Suite à la découverte de nouvelles mines à l'étranger, le quartz perd sa valeur initiale. Plus récemment, avec la production de cristaux synthétiques, il devient même insignifiant. Les risques à courir pour extraire ces minéraux de fin des zones inaccessibles ne justifient plus les pertes de vies humaines. Toutefois, la fascination exercée par la profession des cristalliers demeure intacte. De nombreux chercheurs continuent d'explorer les Alpes ; ils ne sont plus poussés par l'appât du gain, mais ils ont hérité de l'esprit ancestral. Ce ne sont donc plus des mineurs, mais des explorateurs à la recherche d'exemplaires précieux, à des fins naturalistes et scientifiques. Aujourd'hui, les groupes minéralogiques actifs dans les vallées alpines sont très nombreux. Partout, des mesures ont été prises pour réglementer la recherche des cristaux, afin de préserver ce patrimoine naturel inestimable. En Vallée d'Aoste, le groupement minéralogique (Cral-Cogne) a été fondé en 1970 et fut actif jusqu'en 1972, mais il s'est dissout vers la fin des années 70. En 1995, le Groupe «Les Amis di Berrio» a été créé. Il compte actuellement plus de cinquante membres. Dans le respect total de l'environnement, il encourage la connaissance du territoire et il seconde l'activité du Musée minéralogique et de la faune et de la flore alpines de Saint- Pierre. 7. LE TUNNEL DU MONT-BLANC Pendant des siècles, les peuples européens ont rêvé de traverser les Alpes non pas par les cols, mais en perçant les montagnes pour parcourir le chemin le plus court. Si cela arrivait déjà quand la technique et les technologies ne permettaient pas encore cet exploit, ce rêve se renforce au XVIIIème siècle, avec la découverte de l'explosif. En 1787, le riche genevois Horace-Bénedict de Saussure suit la voie tracée l'année précédente par Balmat et Pacard, les deux alpinistes qui ont gagné le pari d'escalader le sommet du Mont-Blanc. Il veut vérifier de là-haut, avec un regard scientifique, l'endroit où le massif est le moins étendu. Il prophétise que « Un jour viendra où l'on creusera sous le Mont Blanc une voie charretière, et ces deux vallées, la vallée de Chamonix et la vallée d'Aoste, seront unies. » Le désir d'abattre les barrières représentées par les montagnes commence à devenir urgent lors des débuts des liaisons ferroviaires sous les Alpes. Le premier grand succès dans ce domaine et marqué par le tunnel du Montcenis, qui relie le Nord- Ouest de l'Italie et le Sud de la France. Nous sommes en 1870 et le dernier diaphragme des 12.849 mètres de galerie entre la France et l'Italie a déjà été abattu. En 1814, la commune de Courmayeur avait adressé une pétition au Roi de Piémont et de Sardaigne pour demander une liaison directe avec la Savoie. Le premier projet digne de ce nom est présenté en 1836 par le docteur Vagneur ; huit ans plus tard, il est suivi par celui de l'avocat Martinet, légèrement différent. Successivement, de nombreux ingénieurs français et italiens présentent leur projet. En 1879, sous la présidence honoraire du Duc d'Aoste, l'ingénieur Chabloz lance son idée de tunnel ferroviaire en concurrence avec le Simplon, soutenu par la Suisse. Les diplomates helvétiques réussissent dans l'entreprise et le Simplon est réalisé peu de temps après. En revanche, le rêve de traverser le Mont-Blanc devra encore attendre. La première guerre mondiale va concentrer les énergies sociales sur d'autres problèmes dramatiques. De 1924 à 1930, des plans routiers et ferroviaires différents se développent. Enfin, en 1935, le temps semblent mûrs et le projet d'Arnold Monod s'avère si convaincant qu'il encourage l'exécution des travaux. Malheureusement, une autre guerre se profile à l'horizon et les hommes ont à nouveau des questions plus importantes à affronter. En 1946, une fois la guerre terminée, le tunnel du Mont-Blanc attire enfin l'attention du monde politique et économique. Le comte Lora Totino fonde expressément une compagnie et le projet est confié au professeur Vittorio Zignoli de l'École Polytechnique de Turin. Après une longue série de relevés effectués par les Italiens et la confirmation successive d'une équipe française, qui ne met en évidence que des écarts d'une dizaine de centimètres, les deux entrées sont positionnées, à Entrèves en Italie et à Villars en France. Au fil des ans, l'idée suivante s'affirme : si l'on veut atteindre un résultat de portée européenne, il faut réaliser une liaison à deux voies. Le projet définitif de Zignoli est exactement de ce type et c'est ainsi que le premier tunnel routier destiné au passage des voitures voit le jour. En 1953, une convention entre la France et l'Italie est signée à Paris pour la réalisation du chantier. L'année suivante, le Parlement de Rome ratifie lui aussi cet accord et, en 1956, Genève décide de participer au financement. La France ratifie en 1957. Le 1er septembre de cette année-là, la «Società Italiana per il Traforo del Monte Bianco» est fondée ; le 22 avril 1958, c'est le tour de la «Société concessionnaire française pour la Construction et l'Exploitation du Tunnel routier sous le Mont-Blanc». Deux lots de travaux sont établis et les opérations d'excavation commencent en 1959 sur les deux versants. Le 14 août 1962, les équipes des mineurs italiens et français abattent le dernier diaphragme et se rencontrent au centre du tunnel, à 5.800 mètres de leurs points de départ respectifs. Au-dessus de leurs têtes, s'élèvent 2.400 mètres de roche. Huit travailleurs sont inscrits au livre d'or du Sanctuaire de Notre-Dame-de-Guérison, à l'entrée du Val Veny. Le tunnel autoroutier du Mont-Blanc est inauguré en 1965, un an après celui du Grand-Saint-Bernard. En 1966, il est traversé par 600.000 véhicules et le transformer aussi en voie ferrée. Les techniciens scientifiques remporteront-ils 8. LE RAMONEUR L'activité du ramoneur était l'une des plus répandues dans l'économie montagnarde d'autrefois. Dès 1850, les ramoneurs valdôtains ont fourni des générations quittaient leurs familles les plus pauvres (de vouéca, chaminée, et donc, par extension, ramoneur). La traditionnelle pour ramoneur. La Vallée d'Aoste aussi (Gignod, Sarre, Valgrisenche, Morgex, Valsavarenche, Introd, La Salle, Saint-Nicolas, Bionaz, Quart et surtout, Rhêmes-Notre-Dame et la vallée avaient pour chef-d'œuvre pour l'entretien des cheminées. Ils étaient souvent des travailleurs saisonniers, avant l'arrivée de l'hiver. Ils vivaient dans une pauvreté extrême de leur famille. Il existait peut-être même une tradition d'embauche des enfants. Les maîtres- ramoneurs se rendaient dans les villages pour prendre des enfants (parfois ils n'avaient que cinq ans) auxquels apprendre ce dur métier. Les familles cédaient leurs enfants pour gagner un peu d'argent, mais souvent, aussi, pour ne pas les avoir à charge : « Une bouche en moins à la maison, c'est une bouche ne moins à nourrir ». Cette exploitation commence vers 1850 et se poursuit jusqu'aux alentours de 1930. Dès 1895, les ramoneurs valdôtains ont leur propre publication, l'«Almanach du ramoneur», qui paraît pendant une trentaine d'années. Les «patrons» parcouraient les vallées à la recherche des familles les plus pauvres, pour les convaincre à leur céder leurs enfants le temps d'une saison. Les plus maigres étaient les plus recherchés, car ils parvenaient mieux que les autres à s'enfiler dans les cheminées étroites, incrustées de suie, et à bien faire le travail. Le patron donnait à la famille une faible somme d'argent, qui correspondait habituellement à un dixième de ce que le travail lui rapportait en une saison. Dans l'hebdomadaire d'Ivree «Il Pensiero del Popolo» du 8 mai 1896, l'on disait que «Ant la Val d'Aosta a j'è un uso che a val la pena d'conoslo. Quand un pare a l'à un fieul dai 7 ai 10 an del qual ant l'invern a sa nen cosa fene a l'afit ad un spaciafornel. 'L presse d'afit a varia second le circostansse da 4 a 2 lire per tuta la stagion. E 'nt cous modo l' spaciafornel a l'ha 'i so bofa che a cria e a rasccia ch'a l'è un piasi, e 'ntant 'l pare e mare a vanso d'mantenlo. Ma ch'a valo così poch i masnà d'certi pais?». Les propriétaires des maisons préféraient, eux aussi, les petits ramoneurs – appelés gaïllo en Vallée d'Aoste – car ils pensaient que la légèreté de leur corps n'aurait jamais pu endommager la couverture du toit. Les mères qui voulaient effrayer leurs enfants turbulents les menaçaient de cette phrase fatidique : « Attention, je vais t'envoyer ramoner les cheminées ». Cette besogne n'était point l'apanage des petits garçons. L'on raconte en effet que, dès l'âge de onze ans, Luisa Pellissier, du village de Vieux, dans le Val de Rhêmes, accompagnait son père ramoner en Piémont,


Testo Originale Estratto
car ce dernier était sourd et avait besoin de
son aide.
Les gaillo étaient vêtus de drap de laine, au-
dessus duquel ils portaient «lo camesoleun
de la vouéca», une blouse de toile pour le
ramonage. Ils étaient coiffés d'une cagoule
de toile (la bera de la vouéca) qui ne laissait
libres que les yeux et qui les empêchait de
respirer la suie et de la laisser pénétrer sous
les vêtements.
L'équipe des ramoneurs, composée du cap-
gaillo (un enfant un peu plus âgé) et du gaillo,
quittait ainsi le Val de Rhêmes pour se diriger
vers la plaine. Arrivés à Châtillon – deuxième
étape du voyage – les travailleurs entendaient
le patron de l'Hôtel de Londres s'exclamer en
piémontais «Toh, écui chi, i spazzafurnei d'la
Val de Rém, l'è segn che l'ivern tarda nen
a rivè» 2. Les ramoneurs valdôtains étaient
très demandés en dehors de la Vallée, en
particulier dans certaines zones du Piémont
et de Lombardie.
Aujourd'hui, avec les nouveaux systèmes
de chauffage, le ramoneur traditionnel
n'existe plus. Les «héritiers» de ceux qui
ont pratiqué cet ancien métier sont de petits
entrepreneurs et des artisans qui pourvoient
à l'entretien des chaudières et des brûleurs
des installations de chauffage. Toutefois,
depuis quelques années, un groupe d'anciens
ramoneurs s'est constitué dans le Val
Vigezzo : les «Spazzacamini del 2000».
En 1998, il y avait en Italie 300 ramoneurs
inscrits à l'A.N.F.U.S. (Associazione Nazionale
Fumisti e Spazzacamini), une association qui
a ouvert plusieurs écoles de préparation à ce
métier. Les ramoneurs demeurent jaloux de
la fascination qu'exerçait leur art, mais ils
se considèrent aujourd'hui des techniciens
modernes, en mesure de contrôler les
systèmes de chauffage actuels, dans le
respect des nouveaux critères écologiques.
Les burna, rüsca ou ramoneurs du troisième
millénaire portent un frac noir, un haut-

de-forme et un pantalon avec des bandes
de satin. Ils roulaient souvent en voiture de luxe et
transportaient leurs échelles, leurs aspirateurs,
leurs moteurs et tout leur équipement
sophistiqué à bord de gros véhicules.
En plus de l'A.N.F.U.S., les ramoneurs ont
également une association constituée
à des fins historiques, touristiques et
culturelles ; son siège se trouve à Santa
Maria Maggiore, au Val Vigezzo.
Fidèles à la tradition, depuis 1982, les vieux
ramoneurs se rencontrent chaque année la
première semaine de septembre : il s'agit
d'une assemblée internationale qui réunit
de nombreux pays européens (Danemark,
Suisse, Hollande, Autriche, Suède, Norvège et,
surtout, Allemagne). À côté des anciens,
diminuer d'année en année, beaucoup de
touristes participent à la fête, attirés par
le charme d'un métier disparu à jamais.
En 1997, plus de huit cents ramoneurs ont
défilé fièrement dans les rues du village du
Val Vigezzo, portant leurs uniformes élégants
et avec leurs anciens outils de travail, tout
et avec leur visage rigoureusement
noirci.

9. LE CARNAVAL DE LA COUMBA
FREIDA
En Vallée d'Aoste, le Carnaval fait partie des
us et des coutumes. Autrefois, les raisons de
cette fête étaient liées à d'anciens rites pour
célébrer la fertilité de la terre, à l'arrivée du
printemps, à la joie de d'entamer un nouveau
cycle agricole, au besoin enfin d'exorciser la mort ;
c'était aussi une occasion pour le peuple,
diminuer de se moquer impunément des puissants.
Aujourd'hui, le phénomène des rites
carnavalesques – qu'ils soient historiques ou
traditionnels – a, semble-t-il, abandonné ces
anciens motifs. Le carnaval s'est renouvelé
pour offrir un moment de cohésion sociale
et humaine, toujours de façon allégorique.
Les acteurs du Carnaval possèdent une sorte
de déontologie professionnelle. Même si les
temps ont changé, le Carnaval demeure une
manifestation très caractéristique, car il a
conservé ses rites et ses traditions. C'est une
fête en mesure d'impliquer les gens sur le
plan émotif. À Verrès, toute l'administration
communale participe à l'organisation du
carnaval historique ; le nom de celle qui
jouera le rôle de Catherine de Challant doit
être à tout prix gardé secret. De même,
à Pont-Saint-Martin, ce village considéré
comme la Porte de la Vallée, il est impossible
de connaître à l'avance les noms de la
Nymphe, de saint Martin et du Consul. Une
fierté semblable existe dans toutes les autres
communes où se déroulent des carnavals qui
sont devenus célèbres.
Imaginons de survoler la Vallée d'Aoste et
de l'observer pendant la période qui précède
le Carême. Nous sommes à Courmayeur, où
l'on fête Lo Camèntràn (qui entre dans le
Carême) : le dernier jour, le mardi gras, est
dédié à la seuppa distribuée sur la place
après le défilé allégorique traditionnel.
Passons quelques vallées pour arriver à la
Comba Freida, c'est-à-dire aux Vallées du
Grand-Saint-Bernard, appelées ainsi à cause
du vent du Nord et des températures souvent
basses. Atterrissons à Saint-Rémy-en-
Bosses, près du Grand-Saint-Bernard : là, Le
carnaval de Bosses remonterait au passage
de Napoléon par le col, pendant la campagne
d'Italie. En effet, parmi les déguisements
de Bosses, l'on retrouve celui de Napoléon
sur son cheval blanc, suivi par les landzette
(masques, costumes) évoquant les soldats
de l'armée française. Les habitants de la zone
avaient probablement été impressionnés par
ces militaires qui descendaient du col avec
leurs uniformes aux couleurs variées. Un
autre déguisement présent à Saint-Rémy-
en-Bosses est celui de l'ours, en souvenir
d'un animal qui a désormais disparu
définitivement de ces vallées.
Descendons maintenant à Saint-Oyen, pour
rencontrer les personnages du célèbre
carnaval de la Coumba Freida, où les
costumes de velours, la landzette, sont ornés
de miroirs, d'épaulettes, de rubans, de grelots,
de paillettes, de galons dorés et de franges.
Il s'agit d'un moment vécu très intensément
par les touristes et par les passionnés de
cette fête. Le Carnaval évoque également
l'histoire émouvante de deux amoureux, qui
souhaitaient se marier. Le jeune prétendant,
toutefois, était si pauvre qu'il ne pouvait se
permettre des habits de noce. La population
se démontra alors généreuse et rassembla
tous les restes de tissu qui se trouvaient dans
les maisons du village pour confectionner un
costume spécial. Le vêtement qui fut réalisé
s'avéra un véritable triomphe de couleurs
et d'élégance. Le jour du mariage, pour ne
pas mettre le jeune marié dans l'embarras,
les villageois décorèrent leurs propres
vêtements de petites perles, de rubans et de
fleurs aux couleurs vives. Dès lors, toute la
communauté locale fête les mariages sur un
ton carnavalesque.
Toujours dans les Vallées du Grand-
Saint-Bernard, l'on rencontre le Carnaval
d'Étroubles, où les habitants évoquent, eux
aussi, le passage des troupes de Napoléon.
Le jeudi gras, les masques suivent leur
«benda», formée de quelques musiciens,
et font le tour des hameaux en dansant.
À Gignod, l'on évoque une fois encore
le passage de Napoléon, qui se dirigeait
vers Marengo, avec les masques appelés
landzette. Les costumes sont rouges
et ils rappellent toujours Napoléon. À Doues
et à Bionaz, les jeunes et les moins jeunes se
déguisent avec des landzette très colorées :
ce costume typique évoque à nouveau le
passage des soldats français et s'accorde,
par ailleurs, avec le réveil printanier des
villages, après la longue période hivernale.
La «benda» (le petit groupe des masques) y
défilent dans le village, ainsi qu'à Ollomont,
Sarre, Valtournenche et à Roisan.
En haut de la Vallée, l'on rencontre
à Saint-Christophe le carnaval de
Gorrey et à Saint-Christophe.
Arrivés au fond de la Vallée, c'est le carnaval de
Verrey et Tsezallet, qui est à Corléans, géré par
le Comité de Corléans.
En descendant vers la Basse Vallée, l'on
découvre le carnaval de Quart, avec son défilé
de chars et sa distribution traditionnelle
de minestrone. Vient ensuite celui de Nus,
dont le riche céréal, particulièrement
suggestif, se déroule à la Maison
communale, en la présence des autorités,
des groupes déguisés et de la population ;
à cette occasion, le syndic consigne aux
«Seigneurs de Nus» la clé, le symbole du
pouvoir communal. Puis, on passe à Saint-
Vincent et à Issogne, où l'on mange ensemble
de la polenta et des haricots, pendant que les
chars allégoriques et les masques défilent
dans les rues du village pour distribuer du
thé et des bugie, une pâtisserie typique
du Carnaval. L'on revient enfin à Verrès, où
l'on termine avec le célèbre Carnaval de
Verrey et Tsezallet, avec ses reconstructions
historiques et ses déguisements dignes
d'un plateau de cinéma, entrés dans l'imaginaire
collectif : le Diable, le Consul romain et la
Nymphe du Lys, accompagnés par la fanfare
et par de nombreux groupes folkloriques.

10. LA PIERRE OLLAIRE
La pierre ollaire est une roche métamorphique
connue dès le néolithique tardif. Les hommes
l'utilisaient pour fabriquer des pots destinés
à la cuisson et à la conservation des aliments.
Chez les Romains, ces pots étaient des
vases ventrus dans lesquels on conservait
les cendres des défunts. En minéralogie,
l'adjectif 'ollaire' est employé pour désigner
une pierre schisteuse vert foncé, tendre et
friable, s'adaptant bien à la réalisation de
récipients et d'objets décoratifs. Les pierres
ollaires résistent aux écarts de température
et, en particulier, elles absorbent la chaleur
très lentement, pour la libérer ensuite tout
aussi progressivement ; leur caractère
réfractaire en fait un matériau idéal pour les
poêles destinés à chauffer les maisons.
En Vallée d'Aoste, il existe des gisements de
pierre ollaire verte à base de Chlorites. Dans
l'antiquité, elle est utilisée pour produire des
lampes à huile, des poids de métier à tisser,
des perles pour faire des colliers et des moules
à couler le bronze. Le commerce de ces objets
représente une occasion d'échanges culturels
et économiques. Cependant, c'est à partir du
XVIe siècle que la pierre ollaire a une valeur
fondamentale pour les régions alpines, car
elle commence à être utilisée pour construire
des poêles et pour sculpter ou tourner des
éléments architecturaux. À l'Université de
Lausanne, il existe un inventaire de tous les
gisements connus dans les Alpes. Ils sont au
nombre de quatre cents environ ; certains
sont minuscules, d'autres plus étendus.
Dans notre région, quelques gisements
assez importants ont été repérés : à Testa
Compagna, au col de la Ranzola et aux Cimes
Blanches dans le Val d'Ayas, à Gressoney-
la-Trinité, dans la Vallée de Champorcher
à Rosier, à Saint-Germain, à Salirod et à
Bellecombe. Une autre recherche menée
dans la Vallée a mis en évidence d'anciens
ateliers où l'on travaillait la pierre ollaire à


Testo Originale Estratto
Champoluc, à Valmerianaz, à Champagnod,
à Saint-Jacques et au col du Théodule. À
ce propos, le professeur Rosanna Mollo
Mezzena affirme que « Dans notre région,
les témoignages les plus anciens remontent
au néolithique et se réfèrent à la production
d’ustensiles décoratifs. L’on connaît
plusieurs gisements en Vallée d’Aoste et,
à côté de ceux-ci, des lieux de production
remontant au Moyen Âge ont été trouvés ».
Le professeur Mollo n’exclut pas qu’une
recherche systématique permettrait de
découvrir des ateliers de l’époque romaine.
Les produits manufacturés en pierre ollaire
sont concentrés dans la Vallée de Gressoney,
où l’on construisait des poêles à corps
double destinés à deux fonctions. Composés
d’un fourneau doté d’une petite porte pour
introduire le combustible et d’une seconde
partie, reliée à la première, où les fumées
chaudes passaient suivant un parcours
obligé. Cette deuxième partie du poêle
était généralement placée, ou murée, entre
la cuisine et la chambre. La première partie
servait à la cuisson des aliments, alors que
l’autre était utilisée pour chauffer la maison
sans avoir de fumée ni de poussière. La pierre
ollaire joue un rôle capital dans ce type de
poêle : en effet, après avoir été chauffée, elle
rend la chaleur lentement, parfois pendant
plusieurs jours. Par ailleurs, ce matériau
tendre permettait aux artisans habiles de
sculpter sur les poêles la date, les initiales
de la famille, les figures allégoriques, les
fleurs, les rosaces et d’autres symboles
traditionnels. Par la suite, d’autres objets
pour la maison et pour les lieux publics ont
été créés en pierre ollaire : des encriers, des
bénitiers, des bibelots, des grolles et des
coupes de l’amitié… Un témoignage précis
est fourni à ce sujet par Jules Brocherel
dans son livre «Arte popolare valdostana»
(éd. O.N.D. 1937, p. 53) : « Généralement,
la porte de la maison valdôraine s’ouvre sur
la cuisine, d’où l’on passez au péllio, la pièce
de la Savoie et du Val d’Aoste que la
commune, à savoir la cuisine et la chambre
de ménage dans laquelle la famille se réunit
habituellement à l’heure des repas, pour
s’occuper des petits travaux domestiques,
pour dormir, et où les femmes se
consacraient à leurs occupations, à la
costume, à la broderie, à la dentelle, etc.
Le péllio comprenait des meubles de
chambre et de salle à manger, fabriqués
sur place et décorés de motifs floréaux
et géométriques. Le péllio contenant
autrefois le lit, était anciennement en
forme cubique ou cylindrique, portant sa
date de fabrication et quelques décorations
sur le devant. Dans la vaste salle contiguë…
de la fabrication des vases et des pots de
pierre sont distribués sur les grosses
planches… »
De nos jours, la pierre ollaire a perdu sa
fonction d’origine, car elle n’est plus utilisée
pour fabriquer des ustensiles domestiques.
En revanche, des sculpteurs passionnés
créent des bibelots et des objets décoratifs.
L’abandon progressif de ce matériau ne
dépend pas uniquement de la découverte
d’autres matériaux plus faciles à travailler,
mais aussi d’un épuisement des filons de
ce minéral. Les gisements qui existent encore
sont mal connus et souvent situés en des
zones souvent inaccessibles, ce qui rend
le transport difficile. Seuls quelques
sculpteurs enthousiastes travaillent la
pierre ollaire et mêmes jusqu’à leur atelier.
Le façonnage de ce matériau avec des outils
traditionnels requiert une technique et une
maîtrise absolues. Si l’habileté manuelle du
sculpteur est complétée par un sens
artistique aigu, le poêle, lo i’ l’art de libérer
de la pierre, alors l’œuvre d’art voit les
vrais artistes, des Maîtres. En Vallée d’Aoste,
les artisans qui travaillent la pierre ollaire sont assez rares.
On en rencontre plusieurs dans la Basse
Vallée, à Arpad, à Issogne, à Bard, à Hône et
à Pont-Saint-Martin. Gino Daguin, originaire
de Hône, né en 1935, est le doyen de cette
catégorie. Les autres composent un cercle
réduit d’adeptes : Cesare Bottan de Bard ;
Rino Collé et son fils Andrea d’Issogne;
Renzo Ferrari avec ses fils Claudio et Fabrizio
de Donnas ; Marco Joly d’Arnad ; Nilo Pieiller
de Fénis ; Silvano Salto de Nus ; Marisa
Sanson (la seule femme) de Donnas ; Donato
Savin de Cogne (pour la pierre dure) ; Roberto
Zavattaro et Ettore Merlot de Hône
.
11. MONTAGNES SUPERBES
La Vallée d’Aoste est la plus petite des
régions italiennes (3.262 km²) et, aussi, la
moins peuplée (122.209 habitants, à savoir 37
habitants/km²). Située à l’extrême nord-ouest
de la péninsule, dans les Alpes Graies et
Pennines, c’est le règne des «quatre reines» :
le Mont-Blanc, le Mont-Rose, le Cervin et le
Grand Paradis. Il s’agit d’une région destinée
à devenir le berceau de l’alpinisme et le
symbole de montagnes élevées et superbes.
Pourtant, dès l’antiquité, les habitants des
vallées considéraient les sommets d’un œil
soupçonneux, car ils croient que des êtres
«monstrueux» et dangereux y demeurent.
Les Romains sont animés par des croyances
similaires, même s’ils franchissent les
cols alpins à plusieurs reprises avec leurs
armées, réalisant ainsi de véritables exploits
d’alpinisme avant la lettre. Ce n’est que plus
tard que l’on commence réellement à faire
de la montagne. Au XIVème siècle, François
Pétrarque raconte son ascension au mont
Ventoux, mais la véritable naissance de
l’alpinisme date du 8 août 1786, jour de la
conquête du Mont-Blanc. Jacques Balmat,
chercheur de cristaux, et Michel-Gabriel
Paccard, médecin à Chamonix, escaladent
le sommet le plus haut des Alpes. L’année
suivante, Balmat répète cette entreprise en
compagnie d’Horace-Bénédict de Saussure,
scientifique genevois qui vient de lancer
– de façon peut-être involontaire – le défi
de l’alpinisme. Dès lors, les conquêtes de
sommets inviolés pendant des millions
d’années commencent à se succéder. La
montagne cesse d’être un lieu mystérieux,
habité de spectres, de sorcières, de dragons
et d’êtres monstrueux pour devenir une terre
à découvrir et à coloniser. C’est également
le début de l’antagonisme proverbial entre
Chamonix, surnommé la perle des Alpes,
et Courmayeur, destiné à être nommé
capitale mondiale de l’alpinisme. La
première ascension au Mont-Blanc (1786),
sur le versant français, fait parler du village
de Chamonix dans l’Europe entière. De
nombreux voyageurs désirent atteindre le
Toit de l’Europe : ainsi, en 1821, les guides
français s’unissent et ouvrent le bureau de
la Compagnie des Guides, dans le but de
réglementer cette nouvelle profession. C’est
alors que naissent en Italie les Guides Alpins :
leur deuxième siège est ouvert à Courmayeur
en 1850. Mais qui est le premier guide de
montagne ? Ce n’est pas un français, mais un
Valdôtain. En 1774, le Courmayeuren Jean-
Laurent Jordaney, surnommé «Patient»,
accompagne De Saussure jusqu’au sommet
du Crammont, un point panoramique idéal
pour observer la chaîne du Mont-Blanc, dont
la cime sera atteinte peu d’années après. À
cette occasion, Jordaney fait preuve d’une
telle connaissance de la zone qu’il indique
de façon précise et sûre l’itinéraire le plus
accessible pour escalader le Mont-Blanc.
Cette intuition lui vaut d’être reconnu
comme le premier guide de montagne du
monde. 94 ans plus tard, en 1868, le guide
de Courmayeur Julien Grange découvre le
premier parcours pour l’ascension au Dôme
de Goûter, par son versant sud. En mai 1863,
de la Députation provinciale du Val d’Aoste
et du Ministère de l’Intérieur attestent la
constitution de la Société des Guides de
Courmayeur. Un bureau est alors ouvert :
la liste des guides y est affichée et elle
distingue les guides à pied (les plus experts,
en mesure d’accompagner leurs clients dans
la haute montagne, et les guides à mulets (les
plus âgés et les nouvelles recrues). À cette
date, il n’y a pas encore de voie italienne
pour arriver au sommet du Mont-Blanc et
les guides de Courmayeur se limitent à
accompagner sur des sommets accessibles.
Enfin, le 13 août 1863, la Vallée d’Aoste aussi a
«voie pour le Mont-Blanc : les guides
Julien Grange, surnommé le Berger, Adolphe
Orset et Joseph-Marie Perrod partent de
Courmayeur et atteignent le sommet avec
le Dr Heald. 77 ans ont passé depuis la
conquête de Balmat et Paccard sur le versant
français. L’histoire de l’alpinisme valdôtain
peut maintenant démarrer et se fixer des
objectifs ambitieux. L’Union européenne en
est l’avenir. Deux ans plus tard, on célèbre
d’Aoste le 17 juillet 1865, trois jours après la
conquête du Cervin du côté suisse par la
cordée de Whymper, Carrel, Bich, Meynet
et Gorret (l’abbé Gorret, surnommé «l’Ours
de la montagne») atteignent le sommet de
cette montagne. 94 ans plus tard, le 14
février 2002, il est déclaré. La «Fondazione
Clément Fillietroz», créée le 14 novembre
2002 par la Région Autonome de la Vallée
d’Aoste, la Communauté de Montagne
Mont-Emilius et la Commune de Nus
planifient la fondation d’un Observatoire
astronomique, avec l’autorisation de
l’«Oakleaf Astronomical Instruments», qui
avait terminé son enquête en 1993, en
affirmant que «Les données sur le climat et
les observations de ces trois derniers mois
de 1993 permettent de conclure que ce site
est constellée de guides et d’alpinistes
célèbres au niveau mondial, l’alpinisme
représente de nos jours une offre touristique
qui exige un grand esprit professionnel
.
12. SAINT-BARTHELEMY ET LES
ÉTOILES
Si Clément Fillietroz était encore vivant,
il serait heureux de retourner à Lignan
de Saint-Barthélemy pour y découvrir
l’Observatoire astronomique dont il rêvait
quand, pendant un quart de siècle, il
recueillait et transmettait quotidiennement
des données à partir de la Station thermo-
pluviométrique, qui est maintenant devenue
un Observatoire météorologique.
L’idée de créer cet Observatoire - achevé
en 2003 - germe en 1957, à 1.600 mètres
d’altitude, grâce à quelques pionniers
clairvoyants. Le professeur Fracastoro, de
l’Observatoire de Pino Torinese, soutient
entre autres que les données fournies de
façon précise et méthodique par Fillietroz
démontrent la position avantageuse de Saint-
Barthélemy : 2.150 heures de soleil par an, un
nombre de jours clairs exceptionnellement
élevé (198, alors qu’il n’y en a que 133 à
Syracuse). La situation s’avère donc bien
meilleure que celle de Pino Torinese.
Fillietroz disparaît en 1981, léguant
son héritage moral et scientifique de
météorologue à quelques passionnés. La
«Fondazione Clément Fillietroz», créée le
14 novembre 2002 par la Région Autonome
de la Vallée d’Aoste, la Communauté de
Montagne Mont-Emilius et la Commune de
Nus planifient la fondation d’un Observatoire
astronomique, avec l’autorisation de
l’«Oakleaf Astronomical Instruments», qui
avait terminé son enquête en 1993, en
affirmant que «Les données sur le climat et
les observations de ces trois derniers mois
de 1993 permettent de conclure que ce site
et toutes les frontières ont été franchies. Cette
toujours beaucoup de succès, ce n’est pas à la
portée de tous. conditions physiques saines,
des connaissances sérieuses, de l’enthousiasme
et une forte imagination. Ce sport international
est une noble initiation à la vie pour les
jeunes. En Vallée d’Aoste, où l’histoire locale


Testo Originale Estratto
[...] s'adapte parfaitement à un Observatoire
astronomique ».
Le 23 mai 2003, l'Observatoire de la Région
Autonome Vallée d'Aoste est inauguré et il
est aujourd'hui entièrement opérationnel.
Le premier été d'ouverture, de nombreux
touristes s'y sont rendus pour essayer les
instruments et pour percer les secrets des
galaxies.
La structure contient d'excellents équipements
(pour les experts : un réflecteur de 800 mm
f/7.5, auquel s'ajoutent deux télescopes
auxiliaires de 250 mm – un Cassegrain f/15
et un Maksutov f/3.8 – qui constituent le
télescope principal; une terrasse consacrée
aux activités didactiques, avec sept
télescopes de 250 mm f/10 - configuration
Cassegrain; des terrasses dédiées aux
astronomes amateurs, avec un réflecteur de
400 mm f/8 R-C, un Maksutov de 250 mm
f/3.8 pour l'observation du ciel profond, un
Maksutov de 250 mm f/20 pour observer
les planètes et un réfracteur achromatique,
etc.).
L'automne suivant, du 26 au 28 septembre,
le Comité de Promotion décide d'y organiser
la douzième édition de la Star Party (dans
ce genre d'initiatives, c'est celle qui a la
plus longue vie en Italie), avec diverses
manifestations, des séminaires et des visites
à l'Observatoire.
Depuis quelques années, Lignan attire un
public spécial, composé de passionnés
d'étoiles, d'astronomes amateurs. À partir
du mois d'août, lorsqu'ils montent à Saint-
Barthélemy (1.600 m), ils sont dans leur
élément, car ils peuvent utiliser un puissant
télescope (800 mm f/7.5); le jeune et valable
professeur Stefano Sandrelli de l'Observatoire
astronomique de Brera souligne que «...le
nouvel Observatoire valdôtain, que l'on peut
considérer comme le plus puissant, voire le
plus grand d'Italie et même d'Europe, est
en mesure d'assurer un excellent parcours
didactique aux astronomes
passionnés en général et aux amateurs, ainsi
qu'aux étudiants ».
Arno Marsollier de l'AFA – Association
Française d'Astronomie de Paris a,
lui aussi, visité récemment l'Observatoire de
Lignan : il a fait preuve d'un grand intérêt
pour les solutions adoptées et, surtout,
il a apprécié le milieu dans lequel
la structure s'insère.
Le rêve de Clément Filliétroz, repris vers la fin
des années quarante-vingts par Augusto
Pellegrino, personnage déterminé et volontaire,
donne des résultats très positifs et s'avère
être un moyen idéal pour soutenir l'économie
montagnarde. Il s'agit d'une intervention
réussie d'administration publique : l'Observatoire
intéresse les jeunes et les incite à un
choix qui peut offrir des possibilités
d'intérêts socioculturels et d'emplois
et d'enraciner les nouvelles générations
dans le territoire considéré hospitalier
et difficile.
Le professeur Emil Sassone Corsi,
astronome apprécié et ancien directeur de
l'Observatoire, prévoit un bel avenir à Lignan
et envisage des programmes toujours plus
articulés, afin de satisfaire aux nombreuses
requêtes venant du monde scolaire en général.
La Fondation Clément Filliétroz appartient
à la Région Autonome de la Vallée d'Aoste
(51%), à la Communauté de Montagne Mont-
Emilius (19%) et à la Commune de Nus (30%),
qui se sont chargées des frais de construction
(5 milliards de lires environ) et qui gèrent la
structure aujourd'hui. Sassone affirme que
« La Région Autonome de la Vallée d'Aoste
devrait saisir cette occasion unique et se
transformer en un territoire exemplaire à
l'échelon européen pour définir, par une
loi régionale, les limites de la pollution
lumineuse, avant que la loi-cadre
approuvée au niveau européen ne soit un
décret national. Il s'agirait d'un choix plus
que judicieux qui imposerait le degré zéro
de l'éclairage public, c'est-à-dire l'obligation
pour tous les points d'illumination de projeter
la lumière vers le bas. Ainsi, la Vallée se
proposerait en Europe comme un sujet
pilote de référence et comme un exemple à
suivre ».
Voilà une autre raison pour visiter notre
région : depuis quelques années, elle est
devenue un lieu d'où scruter la voûte céleste.
Depuis 2005, en outre, il y a un petit bout de
Vallée d'Aoste dans le cosmos : une petite
planète baptisée Cossard par l'International
Astronomical Union (IAU) (n°4993/1983 GR),
dédiée au professeur Guido Cossard pour sa
contribution à l'astronomie
.
13. JEUX TRADITIONNELS-LA REBATTA
La Vallée d'Aoste est la patrie de nombreux
jeux et de nombreux sports populaires,
dont beaucoup sont tombés en désuétude.
Ils ont, cependant, laissé une trace dans
les légendes des villages. C'est le cas, par
exemple, de Poguel de Grinda de Châtillon.
En 1494, le roi de France Charles VIII
séjourne à Issogne. Il est accompagné par
les plus vaillants lutteurs et il les exhibe lors
des tournois. Il en organise un pour y faire
combattre son gigantesque Breton, Jehan
Lestournel. Georges de Challant ne veut
pas point faire piètre figure : il s'adresse alors à
Poguel, un bon lutteur. Les deux adversaires
se rencontrent dans un pré à côté du château
devant un vaste public. Tard le soir, le combat
demeure incertain, mais le Breton finit par
s'écrouler. Un Valdôtain inconnu a battu un
professionnel.
Passons maintenant au «Palet». Ce terme
très ancien vient du breton. Les bergers
jouaient au palet pendant les longues
heures qu'ils passaient au pâturage, quand
ils gardaient les troupeaux. Il suffit de deux
pierres plates de la grandeur d'une main et
d'une troisième petite pierre faisant office
de cochonnet. Le terrain peut même être
en pente. Le nécessaire pour jouer au palet
est donc à portée et, surtout, il ne coûte rien.
Aujourd'hui, on n'emploie plus de pierres
en guise de palets, mais des disques de fer
modelé et trempé. Ce jeu est pratiqué toute
l'année dans une trentaine de communes,
car il suffit de disposer d'un espace de 16
mètres de long et de 2 mètres de large. Une
association s'est constituée pour surveiller
les compétitions et elle compte à ce jour
un millier d'inscrits. Le gagnant est celui
qui approche le plus son palet du cochonnet,
après avoir totalisé 16 ou 21 points.
Les bergers d'antan pratiquaient également
la «Rebatta», qui prend son nom de la petite
boule de 3 cm de diamètre avec laquelle on
joue. Autrefois, c'était une sphère en bois dur,
cloutée et couverte de plomb; aujourd'hui,
elle est construite avec d'autres matériaux.
L'équipement spartiate pour jouer à la rebatta
se compose, en outre, d'une pipe de bois dur
(la violetta), qui sert de levier pour projeter la
boule en l'air, et d'un bâton, la masetta. Au
bout de la masetta, il y a un prisme en bois,
«macioca», qui augmente la surface destinée
à frapper la rebatta. Le joueur tape sur la
pointe de la violetta, la rebatta saute en l'air
et il doit la frapper au vol pour la lancer le
plus loin possible. Les meilleurs parviennent
à l'expédier à 250 mètres.
Toutefois, le plus spectaculaire des jeux
populaires demeure le «Tsan». Deux équipes
s'affrontent. Elles se composent chacune de
douze personnes (plus un joueur de réserve).
L'un des joueurs fait le service en battant
une petite boule de buis posée sur une
perche flexible ; il la lance en essayant de
l'expédier sur le terrain (en forme de trapèze,
situé à 32 mètres). Les adversaires, munis
d'une raquette en bois, doivent frapper le
tsan avant qu'il ne le touche le sol. S'il est
intercepté, le lanceur est remplacé par un
autre joueur de la même équipe; par contre,
s'il tombe par terre à l'intérieur du terrain de
jeu, le lanceur gagne une «bonne», un bonus,
et continue à lancer le tsan. Cela continue
ainsi jusqu'à ce que tous les lanceurs aient
tiré. Ensuite, on passe au «service» pour
compléter le match. L'un des adversaires se
place à 20 mètres de la perche et lance la
petite boule en l'air. Le batteur, à présent
muni d'une raquette, doit refrapper la balle
pour l'expédier le plus loin possible. Il répète
autant de fois qu'il a gagné de «bonnes».
Enfin, on somme les distances des tirs
respectifs et l'équipe qui obtient le meilleur
résultat remporte le match.
Les règles du «Fiolet» sont plus simples que
celles du «Tsan». La boule en bois de buis, le
fiolet, pèse 30 grammes. De forme ovoïdale,
on le pose sur un caillou lisse et arrondi. D'un
coup, on le projette en l'air et on le lance le
plus loin possible sur le terrain de jeu (en
trapèze, sous les 15 mètres, on gagne un
point). Les équipes comptent 5 joueurs par
équipe. Chaque batteur peut effectuer un
un de réserve de 30 ou 40 tirs. L'équipe qui
totalise le plus de points l'emporte.
Aujourd'hui, la Vallée d'Aoste est la
seule région d'Italie qui protège les Jeux
traditionnels valdôtains appelés «palet»,
«rebatta» et «tsan» par la loi n. 53 du 11
août 1981, article 2, en coopération avec la
Région Vallée d'Aoste et la «Federachon
di Esport di Noutra Tera» (Fédération des
sports valdôtains). C'est pourquoi elle
encourage le développement, en harmonie
avec les Associations respectives et selon
les modalités prévues par la présente loi.
Les jeux traditionnels est contrôlée et dirigée
par la «Federachon di Esport di Noutra Tera»
(Fédération des sports valdôtains), ainsi que
cela est établi par l'article 2 de la loi citée ci-
dessus.
Parmi les autres jeux traditionnels qui
composent le patrimoine culturel valdôtain,
il ne faut pas oublier la luge, que les enfants
utilisaient autrefois pour aller à l'école, en
glissant sur la neige. Jusqu'en 1950 environ,
les cartables étaient construits en bois. Ils
étaient généralement usés d'un côté, car
leurs petits propriétaires s'en servaient
en guise de luges. Les chemins muletiers,
étroits et glacés, étaient empruntés comme
pistes. La luge servait également pour le
travail. Quelquefois, de folles compétitions
s'organisaient entre les habitants des
vallées. Plus tard, ce sport populaire s'est
transformé en discipline reconnue au niveau
international, dans laquelle les Valdôtains
téméraires ont longtemps excellé.
Enfin, il existe le jeu de la «rouletta». L'on y
joue à Chambave, le lendemain de la fête
patronale, le 10 août ; à Lillianes, le jour
après Noël ; à Donnas, le jour de l'Épiphanie ;
à Arpuilles – un hameau d'Aoste – le jour de
la commémoration des Défunts ; à Arnad,
le jour de la Saint-Roch, le 16 août. À
Chambave, c'est la rue principale du village
qui sert de terrain de jeu. Seuls les garçons
ont le droit de participer. Chaque joueur a
une boule en bois. Pour choisir le premier
batteur, on lance le cochonnet, puis chaque
participant lance sa boule. Celui dont la boule
arrive le plus près du cochonnet est désigné
comme premier batteur et il part en criant
«Bocin eun avan, Jean apri me» (Cochonnet
en avant, Jean derrière moi). Les trois joueurs
dont les boules sont les plus éloignées du
cochonnet subissent des pénalités. Si un
joueur ne crie pas le nom de celui qui doit
intervenir après lui ou si le dernier joueur
oublie de crier «ramassa», il subit aussi des
pénalités. Cependant, l'amusement principal
de ce jeu réside ailleurs. Si, avant de lancer
le cochonnet et sa boule, le joueur plonge
la jambe dans la fontaine, tous les autres
doivent l'imiter pour éviter les pénalités.
Quand tout le monde atteint l'autre bout du
bourg, le jeu se termine. L'arbitre compte les
points et personne ne gagne : chaque joueur


Testo Originale Estratto
verse une somme calculée sur la base des
pénalités qu'il a reçues, puis toute l'équipe
va dîner ensemble.

14. LA PROCESSION DE SAINT GRAT
Eusèbe de Verceil, premier évêque
du Piémont, a été le promoteur de la
christianisation et de l'annonce de
l'Évangile dans le Nord-Ouest de l'Italie et,
plus en particulier, dans la zone de Milan et
de Verceil. Peu après la fondation d'Augusta
Praetoria (25 avant J.C.), son œuvre est
facilitée par l'existence de la route romaine
qui mène vers la Gaule. Le diocèse d'Aoste
voit le jour plus tard, entre le IVème et le Vème
siècle; les premiers documents attestant la
présence chrétienne dans la Vallée remontent
à 451 après J.C., avec les évêques Eustase,
Grat (qui va devenir le saint patron du
diocèse, dont la fête tombe le 7 septembre)
et Jacques. Deux complexes monumentaux
d'époque paléochrétienne témoignent de
leur présence sur le territoire régional : la
Cathédrale primitive et l'Église du cimetière
hors les murs. L'organisation du diocèse, avec
l'apparition des circonscriptions paroissiales,
date du haut Moyen-Age. La fin du VIIème et
le début du VIIIème siècle sont marqués par la
présence d'Ours, un prêtre qui va donner son
nom à la Collégiale et au bourg. Vers la fin du
VIIème siècle, le diocèse d'Aoste est englobé
dans la Tarentaise et il s'insère ainsi dans la
réalité politico-sociale de la Gaule, à laquelle
il restera lié pendant plus de mille ans,
jusqu'au moment où, en 1862, il deviendra
dépendant de l'archevêché métropolitain de
Turin, tout en conservant un caractère très
transalpin, surtout pour ce qui est du culte des
saints. L'art roman influence de nombreuses
églises valdôtaines et atteint son plus haut
niveau dans la région avec la Cathédrale
et avec la Collégiale Saint-Ours, pendant
l'épiscopat de l'évêque Anselme (994-1025).

Un peu plus tard, saint Bernard (+ 1081) fonde
des hospices - devenus célèbres - aux deux
cols les plus importants de la vallée et il
exerce son apostolat en lançant un message
d'accueil. Avec la construction le long des
routes de la région de plusieurs «hôpitaux»
pour accueillir les pèlerins et les voyageurs,
une nouvelle conception d'assistance voit le
jour dans les Alpes du nord-ouest de l'Italie :
elle se perpétuera pendant tout le Moyen
Age et au-delà. Saint Anselme - le désormais
très célèbre abbé du Bec et archevêque de
Cantorbéry, qui fait une visite à la Cour - est l'un des ...
symboliques de cette époque : né à Aoste
vers 1003 et décédé en 1109, il est vénéré
comme docteur de l'Église. Quelques instituts
religieux naissent dans le diocèse, comme
les Bénédictins de P... du Grand-Saint-Bernard,
la Prévôté de Verrès, les Chanoines réguliers
de la Collégiale Saint-Ours, les Franciscains
et, seul exemple féminin, le monastère
Sainte-Catherine. Les évêques valdôtains
et, surtout, le cardinal Marc... lutteront contre les
nouveautés luthériennes et calvinistes. C'est au XVIIème
siècle, cependant, que la vie religieuse
locale atteint son apogée : les nombreuses
chapelles rurales édifiées après la grave
épidémie de peste... de 1630 en témoignent
largement. D'autres... sont fondés, tels que...
ou des Sœurs de Lo... des Capucins. Au temps...
François de Sales et saint François, les...
se multiplient et... s'affirme avec de no...
comme les processio... confréries. La spiritu...
Sales se répand en... Le diocèse d'Aoste...
révolution française.

est englobé dans celui d'Ivrea. Plus tard, le
clergé valdôtain est mis à rude épreuve par
les événements des deux guerres mondiales
et par l'après-guerre, période où il doit
essayer de résoudre les nombreux conflits
qui opposent la société civile et l'esprit de
l'Église. Il y a en Vallée d'Aoste 93 paroisses
et neuf sanctuaires (Notre-Dame de la
Guérison à Courmayeur; Notre-Dame de
la Garde à Perloz; Plout à Saint-Marcel;
Machaby à Arnat; Miserin à Champorcher;
Cuney à Saint-Barthélemy; Immaculée à
Aoste; Notre-Dame de Pitié à Pont-Suaz;
ermitage Saint-Grat à Charvensod). Sur plus
de 90 km, la région est traversée par la Voie
Francigène (ou Voie Romée, qui est en réalité
beaucoup plus ancienne, puisqu'il s'agit de la
Route de la Gaule tracée par les Romains), l'un
des itinéraires de pèlerinage les plus connus
en Europe, reliant Rome et Cantorbéry en
Angleterre. Avec les cols du Grand et du
Petit-Saint-Bernard, la Vallée d'Aoste était
et demeure un carrefour pour le Nord de
l'Europe.
La montagne est depuis toujours considérée
un endroit sacré, le lieu intermédiaire par
excellence avec le transcendant et le
«réservoir de vie» pour toute la plaine. Jules
Michelet définit les Alpes «le château d'eau
de l'Europe». Les rites propitiatoires pour la
pluie se déroulent dans les lieux les plus près
du Seigneur, c'est-à-dire en montagne. Les
processions sont effectuées pendant l'été, là
où il y a de l'eau : près des lacs, des glaciers,
des sources, où des sanctuaires ont été bâtis
et où des croix ont été dressées. Dans notre
région, les processions et les pèlerinages
sont particulièrement nombreux en juillet-août,
pour atteindre la source de l'eau vive,
l'arbre de vie de l'existence humaine ; ces
rites plongent leurs racines dans un passé
lointain et on les retrouve dans toutes les
cultures, dans toutes les religions. Les
processions les plus célèbres dans la Vallée
sont celles dédiées à l'Ermitage Saint-Grat,
à 1773 mètres d'altitude (date variable),
où coule une source miraculeuse, dans les
environs de Pila, au-dessus d'Aoste ; au lac
Saint-Grat, dans le Valgrisenche, à 2642
mètres (le 5 août) et à la chapelle Saint-Grat
et Sainte-Marguerite sur le t Rutor, à 2484
mètres (le premier dimanche de septembre).
Saint Grat, évêque d'Aoste, protège contre
les tempêtes, la grêle, les incendies et contre
tous les dommages que peuvent subir les
récoltes. C'est le «ministre perpétuel» de
l'agriculture et on l'invoque pendant les
périodes de sécheresses, pour demander
la pluie.

15. LES MARRONS DE LA COUMBA
FREIDE
D'anciens documents attestent que, dès
1273, les habitants de sexe masculin
résidant à Étroubles et à Saint-Rhémy
obtiennent le privilège pour le marronnage
et pour la viérie entre Aoste et le Col du
Grand-Saint-Bernard et inversement. Le
passage continuel au col se transforme ainsi
en une source de revenu remarquable pour
les seigneurs qui possédaient ces terres. La
Charte des Franchises, dite Viérie, remonte à
cette époque. Tous les voyageurs - pèlerins,
marchands ou autres - ne pouvaient
traverser le Col sans être accompagnés par
un Marron d'Étroubles ou de Saint-Rhémy.
Le terme Marron, d'origine indo-européenne,
indiquait au départ l'étalon à la tête d'une
bande de chevaux sauvages. C'est ainsi que
sont désignés, par transposition, les premiers
guides de montagne, les précurseurs
des professionnels d'aujourd'hui. Des
documents remontant au Xème et au XIème
siècle mentionnent déjà la viérie, une sorte
de monopole attribué aux jeunes de l'endroit.
À ce propos, l'on peut rappeler la première
fois où Étroubles - aujourd'hui l'une des
communes les plus importantes de la Vallée
du Grand-Saint-Bernard - est mentionné
dans une «Chronique» rédigée en 1130 par
un moine appelé Rodolphe ; celui-ci y raconte
l'histoire d'un groupe de pèlerins
qui, après avoir passé Noël à Plaisance,
s'en remettent à des guides de l'endroit tentent
au col sans y arriver, mêmes emportés par des
habitants d'Étroubles, situation privilégiée au pied du
du Grand-Saint-Bernard. Le terme... n'est pas loin...
Alors que «marroner» signifiait exiger une...
pour accompagner un voyageur... Grand-Saint-Bernard, le droit à...
représentait le monopole des habitants de la Vallée pour le transport des
marchandises. En effet, seuls les chars et
les luges des gens du lieu pouvaient circuler
dans la zone et passer le Col. Ces privilèges
et ces monopoles, que l'on considérait
comme des droits, existaient aussi dans
d'autres vallées alpines. Dans la région de
Cadore, par exemple, il existait le «Rodolo».
La «Viérie» est abolie en 1783. En revanche,
comme nous l'avons dit, le Marronnage est
encore en application pendant la première
guerre mondiale.
Les «Marroniers», par ailleurs, avaient des
obligations : été comme hiver, ils devaient
dégager la route du col. Voilà donc pourquoi
les habitants de Saint-Rhémy étaient
exemptés du service militaire.

16. L'HUILE DE NOIX
Il y a quelques décennies seulement, le noyer
était une essence d'arbre très répandue en
Vallée d'Aoste. Il pousse bien jusqu'à 1000
mètres d'altitude, sur des terrains gras et fort
humides, sur un sol neutre ou légèrement
acide. Dans certains cas, lorsque l'exposition
est favorable, il peut pousser jusqu'à 1200
mètres. Il paraît qu'à Saint-Nicolas, au
hameau de Cerlogne, il existait un noyer
à 1582 mètres ! Il s'agit d'un arbre qui se
développe lentement : on disait autrefois que
celui qui plante un noyer peut difficilement
récolter ses fruits un jour. Par ailleurs, rien ne
pousse à l'ombre de cet arbre, c'est pourquoi
on le plantait isolé, afin qu'il ne gêne pas les
autres cultures. Dans certains village, il en
existaient de véritables vergers, cultivés pour la
production d'huile. Cependant, cela est très
rare en Vallée d'Aoste, car la tradition locale
considérait que le noyer servait uniquement
à produire des fruits et à donner un bois
prisé, particulièrement solide, idéal pour
fabriquer les meubles et les portes, mais
aussi les queues de billard et les crosses...


Testo Originale Estratto
de fusils. Après le travail le plus important, les morceaux de bois qui restaient étaient transformés en outils, en sculptures et en produits manufacturés pour la maison. Grâce à sa solidité et à sa dureté, le cœur de la racine, appelé navón, servait à fabriquer des maillets. En revanche, les cendres de bois de noyer étaient utilisées pour les lessives (il n'y avait alors pas de détergents) et les femmes les appréciaient pour leur action blanchissante. En Vallée d'Aoste, le noyer a toujours été considéré comme un arbre bénéfique, mais les personnes âgées évitaient de s'asseoir en dessous, car l'on pensait que son ombre pouvait provoquer des maladies respiratoires (cette croyance existe encore en Piémont, dans le Canton du Valais et dans d'autres régions européennes). Les noix mûrissent en automne ; elles tombent ou doivent être gaulées pour la récolte. Autrefois, on étalait les noix ramassées au fenil ; une fois séchées, on les consommait au petit déjeuner : les mères en distribuaient une poignée à leurs enfants, avec un quignon de pain sec, avant de les envoyer au pâturage. Les noix constituaient aussi les étrennes du nouvel an : on en donnait aux prêtres et aux enfants avec un morceau de pain blanc. Aujourd'hui, la science moderne reconnaît les valeurs diététiques de ce fruit sec, surtout pour prévenir les pathologies cardiovasculaires et les cancers, ainsi que pour faire baisser le cholestérol.
Par le passé, les noix étaient également utilisées pour produire une huile possédant toutes les vertus du fruit. Elles étaient décortiquées au long d'une veillée, généralement deux fois par an (en novembre et en mars), car l'huile de noix se conserve moins d'une année. Tous les membres de la famille participaient aux opérations, avec quelques amis : c'était donc une fête. Les cerneaux étaient mis dans des sacs, avant de les broyer avec une machine spéciale pour obtenir une pâte, dans la Haute Vallée). cette pâte était chauffé jusqu'au moment où couleur. On l'enveloppait solide et on la pressait à l'aide d'une grande actionnaient le levier lentement : ainsi, seul dans le récipient colle litres d'huile à partir du produit était le flour d'o de l'huile. Après l'extra L'administration région continue d'encourager la surtout pour rendre les et créer, de cette réable et un équilibre sant en même temps oire. L'huile de noix erte pour célébrer les de nos grands-mères, onomique.

restait du pahtón que s forme et la couleur d'un mangeait au petit déjeu deux poires confites, ou à l'école comme goûter beaucoup de troillet, o aux animaux, en particu l'huile de noix servait nombreuses recettes. produit précieux. Aujou très recherchée, parce spécial aux aliments. pétrole des débuts du l'électricité, les proprié également pour entrete Pour conclure, l'arbre, le et l'huile que l'on en t fondamental dans la ph valdôtaine. Et de nos jo 17. LA RÉCOLTE DES POMMES
En Vallée d'Aoste, de nombreux villages ont conservé une économie agricole et se sont spécialisés dans le secteur de l'arboriculture fruitière et de la viticulture. Cela est vrai, surtout, dans la Plaine qui borde la Doire Baltée ; la surface plantée d'arbres fruitiers, toutefois, s'élargit de manière importante à l'entrée des vallées latérales. Ces zones sont, en effet, particulièrement favorables à la production de fruits d'excellente qualité, pour ce qui est de la structure et de l'aspect du fruit, ainsi qu'en ce qui concerne ses caractéristiques organoleptiques et sanitaires. De plus, dans la région, le climat sec et aéré permet de limiter les traitements phytosanitaires. Les cultures atteignent 1000 mètres d'altitude, surtout sur les versants de l'adret. Depuis longtemps, ce sont les pommes les plus cultivées dans la région : Reinette du Canada, Golden Delicious, Starking et Jonagold. La qualité de ces fruits est due à la position intramontagne de la région. Pendant la maturation, l'amplitude thermique importante entre la chaleur de la journée et la fraîcheur de la nuit donne des fruits très colorés et au parfum spécial. Dans le domaine de l'alimentation et de la santé, les vertus des pommes sont connues depuis longtemps. Pour mettre en valeur cette production, de nombreuses communautés valdôtaines ont organisé des manifestations liées à la pomme, telles que «la Fêta di Pomme», la fête des pommes, où les fruits de l'année sont exposés et où les cuisiniers et les cuisinières participent à un concours de gâteaux aux pommes. Dans la région, l'arboriculture fruitière – activité agricole visant à la production de fruits pour la famille et pour le commerce – se développe très fort dans la seconde moitié du XIXème siècle, grâce aux soutiens professionnels d'organisations agricoles. Vers les années 1950, la production valdôtaine de fruits, surtout de pommes (il n'y a que 5% de poires), dépasse les besoins des familles et peut ainsi être partiellement commercialisée. Aujourd'hui, la Vallée compte 400 hectares de vergers (90% de prés et 10% de terrains organisés selon des critères spécialisés) et l'on y produit plus de 50.000 quintaux de pommes : Reinette du Canada (60%), Golden Delicious (30%), Jonagold et Red Delicious (10%). Presque tous les fructiculteurs sont associés à la Cofruits, une coopérative qui gère 60% de la production et s'occupe de la récolte, de la conservation et de la commercialisation. Avec la collaboration de l'Institut Agricole Régional, le Service phytosanitaire de l'Assessorat de l'Agriculture et des Ressources naturelles a entrepris, dès 1986, une recherche pour vérifier la quantité de résidus d'antiparasites présents sur les fruits au moment de la récolte. L'utilisation de produits phytosanitaires est réservée aux producteurs et elle est réglementée par des lois sévères, afin de protéger les consommateurs des risques d'intoxication et d'ingestion de résidus toxiques. D'après l'enquête qui a été menée, la Vallée d'Aoste est la seule région où les résidus de produits sont moins élevés que ce qui est imposé par la loi. Cela est dû, surtout, au climat valdôtain, sec et aéré, qui ne favorise pas la tavelure (l'un des pires ennemis du pommier) et qui limite l'action des acariens et des insectes lithophages.
Les résultats appréciables obtenus dans le domaine de l'arboriculture fruitière sont également possibles grâce à l'assistance fournie par l'Administration régionale, qui encourage le respect des techniques les plus rationnelles.
Les pommes contiennent 80% d'eau, mais elles sont aussi riches en vitamines, en sucres, en enzymes, en acides et en minéraux indispensables à l'organisme de l'homme. Ce dernier peut en consommer autant qu'il le souhaite. En ce qui concerne les poires, par contre, la variété cultivée la plus répandue dans la région est la Martin Sec, connue depuis très longtemps. C'est une variété à la peau verte, rugueuse, riche en vitamines et en sucres, qui à l'avantage d'être tolérée par les diabétiques. Sa pulpe juteuse ne se prête pas à être consommée fraîche ; les ménagères ont donc trouvé d'autres solutions, comme les poires Martin Sec au sirop et à l'alcool comme goûter, ou comme dessert hivernal montagnard.
La Cofruits a vu le jour en 1964 ; son siège se trouve à Saint-Pierre et ses points de distribution sont disséminés dans toute la Vallée. Aujourd'hui, la Cofruits compte 330 associés, produit plus de 30.000 quintaux de pommes de terre et légumes d'altitude, qui sont conservés sans traitements, grâce au système de froid contrôlé : elles sont placées dans une cellule où la quantité d'oxygène est réduite, ce qui ralentit leur processus de maturation. Avec la collaboration du Service d'Assistance technique de l'Assessorat de l'Agriculture, la Cofruits effectue des vérifications périodiques dans les vergers, afin de s'assurer que leur état phytosanitaire demeure sous les limites prévues par la loi. Par ailleurs, les agriculteurs peuvent être suivis dans le domaine de l'éclaircissage et de la taille, d'éclaircissage et d'irrigation. Parmi les produits dérivés de l'arboriculture fruitière, l'on peut citer les «Poires Martin Sec» au sirop et au vin rouge AOC Torrette, les pommes Reinette, Golden Delicious et Starking séchées et confectionnées en sachets, le jus de pommes, le cidre, les sauce aux pommes pour accompagner les viandes rouges.

tradition métallurgique de la zone semble beaucoup plus ancienne : elle remonterait à 1346, quand un certain magister Hugoninus de Castellione forge de petit canons pour la duchesse de Montferrat et pour le château de Lanzo. Cette tradition continue jusqu'à la fin du XVIIIème siècle, lorsque Pantaleon Bich, propriétaire d'autres hauts-fourneaux dans la Basse Vallée, commence à exporter le fer au Piémont. Par la suite, ce sont les Gervasone qui contribuent à l'essor de l'industrie métallurgique dans toute la Vallée d'Aoste. Mais les nouveautés technologiques 18. LA COULÉE
En Vallée d'Aoste, l'industrie lourde est liée à deux grandes entreprises sidérurgiques : la COGNE ACCIAI SPECIALI SpA à Aoste, toujours en activité, et l'ILSSA – VIOLA de Pont-Saint-Martin, à l'arrêt depuis 1981. Dans notre région aussi – grâce à la présence de mines importantes (aujourd'hui complètement fermées), de charbon à la Thuile et de fer à Cogne – l'industrialisation devient très tôt une réalité. Dès le XVIIème siècle, des mines sont creusées à de nombreux endroits et de florissantes industries métallurgiques voient le jour. C'est le cas d'Aymavilles, où les entrepreneurs Mutta, originaires de la zone de Bergame, travaillent le fer extrait à Cogne ; de Champdepraz, où ces mêmes entrepreneurs ouvrent une fonderie pour exploiter le minerai extrait dans les mines du lac Gelé ; de Pont-Saint-Martin, où de nombreuses centrales sont construites pour exploiter l'énergie des torrents et où la société Gastaldi arrive à produire 20.000 quintaux de fonte d'excellente qualité (la moitié de la production régionale) ; de Châtillon, où, plus tôt encore, une forge est créée pour utiliser le fer extrait dans les alentours d'Ussel (c'est encore la famille Mutta qui la reprendra et qui y exploitera aussi le fer de Valmérianaz). Même si, au départ, l'usine de Châtillon fait faillite, la production du noyer, s vie aux terrains incult façon, un paysage agré esthétique, en garantiss la protection du territo pourrait être redécouve traditions culinaires de dans un créneau gastron


Testo Originale Estratto
et l'arrivée de l'énergie électrique ouvriront
la voie à l'installation de grandes usines
sidérurgiques à Aoste et à Pont-Saint-Martin.
Dans tous ces changements, Aoste bénéficie
de grands avantages grâce à un tournant
entre les deux guerres mondiales. La société
Ansaldo de Gênes achète les mines de Liconi,
à Cogne et, à partir de 1910, elle commence
à exploiter le minerai extrait là-haut de
façon moderne. En 1916, elle s'installe sur
la rive gauche de la Doire, au sud de la ville
d'Aoste et, l'année suivante, elle entreprend
la construction des Aciéries Cogne. Il s'agit
d'une structure puissante faisant 330 mètres
et bâtie à côté d'autres édifices mineurs.
Dans l'après-guerre, la galerie du Drinc est
percée : elle mesure sept kilomètres de long
et elle résout enfin le problème du transport
du minerai provenant de Cogne : la société
gênoise peut à présent le travailler à Aoste,
où il arrive par téléphérique. Un autre progrès
est constitué par le prolongement du chemin
de fer d'Aoste à Pré-Saint-Didier : cela
permet à l'industrie lourde, en plein essor,
d'utiliser aisément l'anthracite de La Thuile
et de Morgex, essentiel pour faire fonctionner
les hauts-fourneaux. Plus tard, la Société
Ansaldo est reprise par un groupe français
dirigé par l'ingénieur Paul Girod, fondateur
de l'aciérie d'Ugine, en Savoie. Cela ne dure
pas longtemps, car - peu après - la Société
Anonyme Nationale Cogne est fondée : elle
développe fortement la production d'aciers
spéciaux destinés à l'industrie automobile,
chimique et aéronautique. En 1928, la Cogne
compte 2650 salariés. Ces postes contribuent
à la croissance démographique d'Aoste, qui
passe de 7.008 habitants en 1911, à 13.962
habitants en 1931 et à 25.515 en 1951. Près
de la moitié de la population de la ville vit
de l'industrie sidérurgique. La fumée dense
émise par les cheminées de la Cogne stagne
dans le bassin d'Aoste. La vie quotidienne
n'est plus rythmée par les cloches, mais par

les sirènes de l'aciérie. Le plan d'urbanisme
de la ville est révisé et la Cogne doit
construire tout un quartier (avant et après
la seconde guerre mondiale), à savoir 1000
appartements pour loger la main-d'œuvre,
les employés et les dirigeants. La croissance
démographique est alors plus forte que jamais
depuis le Moyen Âge. Aujourd'hui, cette usine
produit des aciers spéciaux pour les exporter
dans les pays asiatiques. En parallèle, elle
effectue aussi des travaux artistiques. À la fin
du XIXème siècle, la crise industrielle touche
aussi l'établissement de la Société Gastaldi
de Pont-Saint-Martin et elle dure jusqu'à
1931, quand la tradition métallurgique
est relancée par une nouvelle entreprise,
l'ILSSA-VIOLA, (l'Industria Lamiere Speciali
S.p.A), voulue par le commandeur Carlo Viola
(médaillé du travail en 1937), très connu dans
l'univers des entreprises milanaises. Cette
intervention permet à Pont-Saint-Martin de
retrouver un rôle de tout premier plan dans
ce secteur : l'usine grandit rapidement, arrive
à 1350 salariés et est à l'avant-garde dans
la production d'aciers inox. Cette installation
moderne favorise la croissance de cette
partie du territoire, et sur le plan social :
les jeunes qui ont fréquenté une formation
de trois ans dans l'école de la Vénétie
peuvent travailler à Aoste. Ces mesures
favorisent l'intégration entre les familles
d'origines différentes. Malheureusement, en
1981, une crise imprévue oblige la
Société ILSSA-VIOLA à réduire son activité :
elle compte alors encore 931 salariés et 87
personnes (employés et ouvriers) au chômage
technique. La situation n'est pas dramatique,
mais la fin est proche. En 1986, en effet,
le cycle productif s'arrête définitivement,
54 ans après l'ouverture des grilles du
Gerbido par Carlo Viola. Aujourd'hui, Pont-
Saint-Martin évoque avec regret la période
fertile de l'ILSSA-VIOLA : chaque année, les
ouvriers, les employés et les dirigeants
qui ont partagé cette expérience de travail
enthousiasmante se retrouvent de façon
conviviale pour se souvenir, non sans
mélancolie, de la période passée dans cette
usine. Il s'agit d'une initiative qui revient au
commandeur Adolfo Formento-Dojot. Il y a 40
ans, il avait contribué à fonder l'association
Médailles d'Or ex-ILSSA-VIOLA, à laquelle
étaient inscrits tous les salariés avec 25 ans
d'activité. Le souvenir est destiné à s'éteindre
avec la dernière de ces médailles d'or, mais il
restera gravé dans la mémoire grâce à un
monument érigé dans la zone industrielle de
Pont-Saint-Martin.

19. L'ARTISAN GRAVEUR
La gravure réalisée "à la pointe de couteau"
est l'une des expressions artisanales les
plus répandues en Vallée d'Aoste; sur
les quelque 1200 exposants de la 1005ème
édition de la Foire de Saint-Ours (2006), plus
de 200 sont inscrits dans la catégorie des
sculpteurs d'"Objets gravés". En outre, les
Écoles de sculpture sont au nombre de 43.
Cela démontre comme les artisans valdôtains
qui se consacrent à l'art de la gravure sont
nombreux. Ils sculptent leurs dessins sur le
bois ou sur d'autres matériaux (pierre ollaire,
autres types de pierre, fer); ils décorent
de motifs géométriques la surface des
objets destinés à la décoration d'intérieur.
La gravure est superficielle, exécutée de
façon nette, pour réaliser le sujet dessiné

au préalable par l'artiste ou par l'artisan
sur la surface à travailler. Les objets qui
se prêtent magnifiquement à être gravés
sont très nombreux, y compris les outils
pour les travaux agricoles ou les ustensiles
de ménage. Les sculpteurs privilégient
l'ameublement destiné aux habitations, aux
institutions ou aux lieux saints. En Vallée
d'Aoste, on rencontre donc de précieuses
boîtes et de petits coffres finement décorés,
comme, par exemple, des boîtes à sel dotées
d'un couvercle pivotant, des plumiers et
d'autres objets scolaires, des coffrets
richement sculptés et décorés où garder les
objets précieux et les bijoux. On trouve aussi
la grolle mythique, c'est-à-dire le calice pour
le vin obtenu d'une pièce de bois de qualité.
Réalisée au tour, la grolle est finie et décorée
avec des motifs anthropomorphes, sacrés,
zoomorphes et géométriques. La coupe de
l'amitié est un autre objet typique destiné
à être gravé : elle dérive de la grolle, mais
elle est plus basse et plus ventrue, dotée de
petits becs latéraux pour déguster à la ronde
le café à la valdôtaine bien chaud. Après être
passé dans les mains d'un artiste-artisan, cet
objet a, lui aussi, un aspect noble grâce aux
décorations qui le recouvrent. Les quenouilles,
qui conservent une valeur sentimentale dans
la tradition valdôtaine, sont également
sculptées : autrefois, elles étaient finement
décorées par le futur époux, qui les offrait
à sa promise avant le mariage, en signe
d'appréciation pour ses dons dans les travaux
domestiques. Les masques constituent un
autre objet typique : ils dérivent d'une culture
populaire ancienne et le génie de l'artisan
les orne de motifs symboliques. Les sabots,
chaussures typiques de la société paysanne,
essentiellement pratiques, étaient eux aussi
enrichis de décorations. En ce qui concerne
les outils agricoles et domestiques, l'on peut
citer les râteaux, les «fiéyé» (bâtons pour
battre le grain), les hottes, les tonneaux, les

luges, les barils, le «gorba» pour le transport
et la distribution des semailles dans les
champs, la corbeille pour transporter les
victuailles lorsque l'on travaille la campagne,
les «tsavem» pour ramasser les fruits et les
légumes. Aujourd'hui, les meubles et les
objets de décoration sont souvent gravés :
les coffres où l'on conservait les
provisionnaux, les coffres pour les
légumes ou les fruits, les armoires
anciennes n'ont plus de valeur
décorative. Le noyer (Juglas regia) est,
lui aussi, employé pour les gravures. Son
prix élevé force à l'employer de façon
avisée, en particulier pour ce qui est
des pièces de plus grande valeur. L'érable
(Acer pseudoplatanus), fort bon bois à
travailler, permet d'obtenir des gravures
d'excellente qualité. Le buis (Buxus
sempervirens) est utilisé pour graver les
motifs minuscules et très raffinés. Le
bouleau (Betulla pendula), blanc et souple,
sert à construire des tabatières et des
masques. Le micocoulier (Celtis australis)
est dur, mais facile à travailler; il est
employé pour les colliers des chèvres. En
revanche, à partir du noisetier sauvage
(Corylus avellana), blanc, tendre et souple,
l'on obtient des bâtons sculptés, des
quenouilles et des seaux. D'autres essences
sont encore utilisées dans notre région :
le cerisier, le poirier, le pommier, le hêtre,
frêne, l'acacia, le sorbier de montagne et
le mûrier.

les poêles - nature et tout ce qui reste
professionnelle plus pannaies et les plus
pour décorer les intérieurs. Enfin, il y a
fois éducatifs et ludiques, il est le plus
important dans la vie. Les plus typiques
de minuscules vals à partir de petite
la silhouette essentielle de cet animal
fondamental dans la Vallée. C'étaient les
loisirs eux-mêmes avec beaucoup
d'intégration dans le milieu familial
et les petits garçons jouaient avec
leurs poupées, chats, chiens,
en modèle réduit, gravées par d'habile
mains adultes. Parmi les 50.000
essences de bois à construire
disponibles sur terre, les artistes
valdôtains n'en ont guère eu à
disposition : le tilleul (Tilia
vulgaris et Tilia platyphyllos), blanc
ou rosé, au grain fin et compact,
qui se prête bien à la gravure au
couteau ; le Pin cembro (Pinus
cembra), appelé aussi arolle, utilisé pour
les sculptures, car il est tendre, compact,
docile et léger. Il se prête également bien
à la gravure, ainsi qu'à la réalisation de
meubles et d'objets d'emploi commun.
Lorsqu'on le travaille, il dégage longtemps
un parfum caractéristique très agréable. Le
noyer (Junglas regia) est, lui aussi, employé
pour les gravures. Son prix élevé force à
l'employer de façon avisée, en particulier
pour ce qui est des pièces de plus grande
valeur. L'érable (Acer pseudoplatanus), fort
bon bois à travailler, permet d'obtenir des
gravures d'excellente qualité. Le buis (Buxus
sempervirens) est utilisé pour graver les
motifs minuscules et très raffinés. Le bouleau
(Betulla pendula), blanc et souple, sert à
construire des tabatières et des masques.
Le micocoulier (Celtis australis) est dur, mais
facile à travailler; il est employé pour les
colliers des chèvres. En revanche, à partir du
noisetier sauvage (Corylus avellana), blanc,
tendre et souple, l'on obtient des bâtons
sculptés, des quenouilles et des seaux.
D'autres essences sont encore utilisées
dans notre région : le cerisier, le poirier, le
pommier, le hêtre, frêne, l'acacia, le sorbier
de montagne et le mûrier.

20. LES MÉTIERS À TISSER
Il n'y a pas très longtemps, il existait à
Champorcher encore plus de cent métiers
à tisser en activité. Une famille sur deux
en possédait un. Ils étaient très utilisés
pour réaliser de la toile qui servait ensuite
à confectionner des tentures, des nappes,
des vêtements, des essuie-mains, etc. Le
chanvre arrivait de la plaine (Montjovet,
Arnad, Canavais...) pour être ensuite travaillé
à Champorcher. Récemment, un musée
consacré aux métiers à tisser a été inauguré
dans cette commune. Il s'agit d'une initiative
locale qui représente le début d'un parcours


Testo Originale Estratto
avec lequel l'administration publique souhaite encourager la création d'un musée ethnographique, qui garde la mémoire des traditions de l'endroit pour les générations à venir. L'économie pauvre et modeste de Champorcher s'alliait à une dignité sociale élevée et, avec ténacité et détermination, elle est arrivée à rendre le tissage rentable, offrant ainsi une possibilité de travail aux familles de Champorchereins.
Un métier à tisser précieux, témoignage unique d'un passé qu'il ne faut pas oublier, se trouve aujourd'hui dans la Maison De Touma, qui a été restaurée. Cela a été rendu possible grâce à la clairvoyance de l'institutrice Rosa Glarey, écrivain et historienne du lieu, qui avait autrefois acheté ce métier et qui l'a conservé, sans savoir comment l'employer. L'occasion s'est un jour présentée à elle avec un projet Interreg lancé par l'administration communale: elle a alors décidé de donner à la commune son ancien métier à tisser. Une plaque placée à l'entrée du musée rappelle ce geste généreux. Le métier à tisser de l'institutrice Rosa Glarey a environ deux cents ans et c'est le seul exemplaire encore en fonction qui peut tisser des étoffes de 130 cm de large.
De plus, la fondation de la Coopérative Lo Dzeut s'est révélée non seulement de grande utilité pour perpétuer des métiers désormais destinés à l'oubli, mais aussi un moteur intéressant pour créer une ressource économique. Le musée présente les différentes étapes (la situation sur carte des terrains de chanvre, la récupération du tissage à la main, les recherches pour localiser une Route du Chanvre) que la Vallée d'Aoste souhaite mettre en valeur pour encourager des projets locaux de développement, qui allient aux activités artisanales un intérêt touristique toujours croissant vis-à-vis de ces thèmes. Ce travail sera complété par la réhabilitation totale des «Miti de sis De l'économie de montagne et pour conserver un savoir-faire artisanal autrement destiné à l'oubli, dans un cadre de réhabilitation de la culture paysanne à insérer dans des parcours touristiques particuliers, où les mots d'ordre sont les suivants: émotions et participation.

21. LA BADOCHE
Dans toute communauté, il existe des dynamiques sociales très anciennes, qui définissent des pratiques cérémoniales. Celles-ci permettent souvent de découvrir les jeunes pour la quête, de maison en maison. Tous les participants portent le costume rituel: blouse bleue décorée de broderies aux épaules et aux poignets. Pour affirmer son pouvoir éphémère, le badocher tient à la main un sceptre de sapin ou de laurier, couvert de paillettes et portant quelques pommes. Les pièces de monnaie données pendant la collecte sont enfilées dans ces fruits. La joyeuse bande aime les blagues et les comportements transgressifs. Là où elle passe, elle reçoit toujours à manger et à boire en abondance. À la fin de la soirée, on compte l'argent reçu et on décide comment le dépenser. Le matin suivant, tout le monde est convoqué, comme le veut la tradition, par un coup de fusil. Les jeunes se réunissent au centre du bourg et, précédés par des musiciens (fifre, tambourin, violon, clarinette et trombone), ils vont rendre hommage à ceux qui, le jour avant, leur ont démontré leur sympathie en offrant de l'argent. Ils se dirigent ensuite vers le bois, où les attend un tronc d'arbre abattu la veille. Ils le nettoient, ne lui laissant que quelques branches vertes au sommet. Ce sera le «mai» et les jeunes le transportent jusqu'au village à force de bras, avec le badocher à califourchon. Ils défilent ainsi entre les vieilles maisons, suivis d'une ribambelle d'enfants et d'un groupe de passionnés. Ils atteignent la dance de place, d'honneur, y mette les danses reprennent qui crépitent et illu braises finissent par dans les alentours sur les hauteurs. Les origines de la dans la nuit des te des rites païens te l'Europe du nord o ou des compagni Âge. D'après Jule valdôtaine pour le terme franco-prove abada, qui signifis indiquer l'abandon de la part de l'épo Toutefois, la signification fondamentale le but d'intégrer les jeunes dans la société locale. C'est donc une sorte de rite d'initiation.

étapes évolutives des rapports au sein des noyaux de base, en ce qui concerne, surtout, le syncrétisme religieux et les événements historiques.
Dans les communes de la Haute Vallée d'Aoste, la fête patronale est liée à une manifestation laïque, la Badoche. Ce sont essentiellement les jeunes qui y prennent part, pour assumer leurs responsabilités sociales vis-à-vis des plus âgés et des communautés. De nos jours encore, l'on rencontre cette tradition archaïque dans les communes du Valdigne. Les dates sont les suivantes: le 26 juillet, fête de sainte Anne à Verrand; le 10 août, fête de saint Laurent à Pré-Saint-Didier; les 13 et 14 août à La Salle, à l'occasion de la Saint- Cassien; les 14 et 15 août à Morgex, pour la première de cette on la célèbre le et elle est suivie qu'il en soit, tous les badochères doivent est celui qui participa plus longtemps. C'est se marier, par cons tête du cortège et rubans colorés. À de la badoche des des différents villag sympathiques, mais la tradition s'est perdue, jour de la fête patronale d'un bal champêtre. Quoi les badochers et toutes les ont être célibataires. Le chef cipe à la badoche depuis le Celui qui est sur le point de ntre, est généralement à la t il porte un bâton garni de Aujourd'hui, tous les rites es différentes communes et ages ont subi des variantes ais cette cérémonie garde

22. 4 JUILLET 1886 - INAUGURATION DU CHEMIN DE FER
La ligne de chemin de fer Chivasso-Ivrée est inaugurée en 1858. Dès lors, le projet d'arriver jusqu'à Aoste voit le jour, mais il est ralenti par certains événements historiques: Cavour, partisan depuis toujours du développement du réseau ferroviaire, disparaît en 1861; en 1860, la Savoie est cédée à la France; l'État italien est constitué; la troisième guerre d'indépendance éclate; la capitale est déplacée de Turin à Florence, puis à Rome... Tout cela fait glisser le programme au second plan. Entre temps, la première liaison ferroviaire transfrontalière est ouverte en 1871: elle permet d'aller de Turin à Chambéry en passant par le tunnel du Fréjus. L'année suivante, les travaux du Gothard commencent. Le projet de mettre Turin en communication avec la Savoie par un chemin de fer sous le Mont-Blanc est de moins en moins considéré et les Valdôtains se voient isolés du reste de l'Italie et de l'Europe. En 1879, le gouvernement national décide de réaliser le tronçon Ivrée-Aoste, mais les travaux se déroulent de 1881 à 1885. En 1883, l'on doit choisir l'emplacement de la gare d'Aoste : après de nombreux débats, plusieurs motions, des polémiques et mûre réflexion, elle est construite au sud de la ville, là où elle se trouve actuellement. Les jardins publics et l'avenue Victor-Emmanuel Il (appelée aujourd'hui avenue Conseil des Commis), reliant la gare et la place Charles-Albert, où se trouvait l'Hôtel de Ville, datent de la même période. Le 4 juillet 1886, une grande cérémonie est organisée pour accueillir le train à vapeur parti de Turin, tiré par deux locomotives, qui arrive


Testo Originale Estratto
très en retard. C'est un jour inoubliable,
marqué également par l'inauguration des
jardins publics avec la statue dédiée au «Roi
Chasseur», de l'avenue Victor-Emmanuel Il et
d'une plaque en l'honneur de l'inventeur du
téléphone, Innozenzo Manzetti. C'est est aussi le
4 juillet 1886 que, pour conclure dignement la
journée, l'illumination électrique d'Aoste est
mise en activité pour la première fois, avant
que ce premier train ne reparte pour Turin.
Les caractéristiques techniques du nouveau
tronçon de chemin de fer sont les suivantes :
66.437 km de long, profil altimétrique avec
des pentes entre 0,54 et 11 ‰, avec un
pic maximal de 18 ‰ dans les gorges de
la Montjovetta. Au départ, 17 arrêts sont
prévus, Ivréé exclu. Il s'agit d'un énorme
succès pour Aoste et pour la Vallée. Turin
se rapproche sensiblement : auparavant, il
fallait deux ou trois jours pour y arriver, alors
que, grâce au chemin de fer, on peut quitter
Aoste le matin et rentrer le soir. Le premier
train part à 6 h 13. Il arrive à Chivasso à 9
h 42. Là, les voyageurs ont immédiatement
une correspondance et ils arrivent à la gare
de Turin-Porta Nuova 45 minutes plus tard,
c'est-à-dire vers 10 h 30. Il faut donc à peine
plus de quatre heures pour se rendre jusqu'au
chef-lieu piémontais par train. Au retour, on
quitte Turin à 18 h, on change à Chivasso
à 19 h 12 et on rentre à Aoste à 23 h 20.
Cela prend plus de temps qu'à l'aller, car
le parcours est en montée. Les locomotives
roulent, au maximum, à 55 km/h. Les
passagers qui doivent continuer leur voyage
après Aoste empruntent des diligences pour
le Petit et pour le Grand-Saint-Bernard.
Le chemin de fer favorise la création d'usines
dans la Vallée Centrale, de Pont-Saint-Martin
au chef-lieu régional. Aoste devient le cœur
commercial de la région, une étape obligée
pour les commerçants et pour les voyageurs
faisant route vers la France et vers la Suisse.
L'importance du nouveau tronçon ferroviaire
est démontrée par un trafic de tous les
jours qui s'élevait à 50.000. Compte
tenu du peu d'habitants, c'est un chiffre
considérable. Bientôt, la construction de
bâtiments hors les murs commence, tels que
la Caserne Beltrico en 1886/87. Le tourisme
se développe, en particulier aux bains de
Saint-Vincent et de Pré-Saint-Didier. Le roi
Humbert 1er et la reine Marguerite se rendent
à Aoste à bord de carrosses spéciaux. Plus
tard, des trains directs sont programmés ; ils
ne s'arrêtent que dans les centres les plus
importants. Le train ne quitte alors Turin à 9 h 07
et pour arriver à Aoste à 12 h 30, en trois heures
et demie seulement. En 1915, après le début
des hostilités, le chemin de fer Chivasso-
Aoste est confié au 6ème Régiment du
Génie, spécialisé dans le domaine ferroviaire.
De ce fait, le chemin de fer sera étroitement lié
à la Société Ansaldo, qui entreprend la
construction de l'établissement sidérurgique
au sud de la gare en 1916.

23. DENTELLES DE COGNE
La Vallée de Cogne est une "Vallée dans la
Vallée". Pourquoi ? Parce que les hommes et
les femmes qui s'y sont installés ne venaient
pas du point du fond de la Vallée - dont la
première partie était autrefois jugée infranchissable -,
mais du Piémont et de la Savoie, ou de l'ancien duché
franco-provençal et du village de Cogne. Ce pays
possède un folklore original. Les costumes traditionnels,
portés tous les jours, rappellent les costumes valdotains,
mais sont composés d'une jupe épaisse, autrefois
tissée à la main, gonflée à l'arrière, couverte sur le
devant par un tablier bleu foncé, souvent brillant et
et ciré qui, replié au-dessus, continue vers
la poitrine, un peu comme dans le costume
breton. Une coiffe noire complète ce costume
sévère, qui contraste avec la chemise blanche
élégante, garnie d'un col en dentelles plissé,
confectionné aux fuseaux par les jeunes filles
de Cogne. Plusieurs rangs de petites perles
de verre coloré - qui dessinent des motifs
géométriques variés et où pend une croix
- ornent le cou des femmes. Le costume
masculin, en revanche, se compose d'un
tricot blanc ouvert bordé de vert et rouge
et de pompons blancs, d'un pantalon et
d'un gilet noirs. Les deux costumes typiques
mélangent harmonieusement les couleurs
suivantes : blanc, noir, vert et rouge.
Cet habit sympathique est rehaussé par
l'exclusive «Dentelle de Cogne», une dentelle
typique réalisée aux fuseaux – en Vallée
d'Aoste – dans la Vallée du Grand Paradis.
Cette technique aurait été importée au
XVIIème siècle par des religieuses françaises
de Cluny, d'abord à Saint-Nicolas et puis
à Cogne, où elle a évolué de manière très
originale, en créant des motifs d'inspiration
paysanne, tels que l'«œil de perdrix», «le
papillon», «les étoiles», «le soleil». Ces
dentelles sont très semblables à celles qui
sont réalisées dans l'île de Burano, à Venise.
Au début du XXème siècle, absolument toutes
les femmes de Cogne confectionnent des
dentelles pour décorer leurs vêtements et
leur maison. De plus, la dentelle aux fuseaux
permet alors d'arrondir les maigres revenus
des familles. Lorsque l'habitude de porter
ces costumes disparaît peu à peu, cette
activité baisse également, à un tel point
que la tradition risque de se perdre. Cela est
évité grâce à l'Administration régionale, qui
intervient de façon ciblée après la seconde
guerre mondiale pour sauver des savoirs
menacés par l'oubli. Avec le succès de la
Foire de Saint-Ours et des nombreuses
expositions d'artisanat typique, la valeur
artistique du travail des «dentellières» de
Cogne est reconnue. Ainsi, au fil du temps,
ces femmes ont su consolider leur image. De
toute évidence, le public attentif, désireux
de redécouvrir une tradition destinée à
disparaître, apprécie ces dentelles. Par
ailleurs, l'administration publique - en
particulier à l'échelon régional - intervient
avec des mesures efficaces pour offrir à
ce secteur des occasions de refleurir ; cela
confirme l'exigence, souvent sous-estimée,
de transmettre les traditions du passé aux
générations futures, comme opportunité
de développement et d'enrichissement
spirituel de la société moderne. À Cogne,
les visiteurs peuvent admirer ces dentelles
réputées dans une salle aménagée à cet
effet, située à côté de l'église paroissiale
Saint-Ours. Généralement, une femme en
costume typique y fait une démonstration.
Cette initiative intéressante est complétée
par un musée, qui contient de précieuses
dentelles anciennes

24. LE DUR TRAVAIL DANS LA MINIERE
Dès 1439, certains documents attestent
l'extraction du fer dans la zone du haut Val
de Cogne. La mine se trouvait sur le versant
sud du mont Creja, dans une position difficile,
à plus de 2000 mètres d'altitude. Il s'agissait
d'un énorme amas de magnétite pure, dont
le taux de fer s'élevait à 55%. Certains
affirment que cet endroit était déjà exploité
par les Salasses et par les Romains, mais il
s'agit vraisemblablement de légendes sans
fondement.
Jusque 1679, la mine demeure de la propriété
de l'évêque d'Aoste, ce qui ne ravit point
les habitants de Cogne, qui ne manquent
pas de le lui faire savoir en lui jouant de
mauvais tours ou en déclenchant quelques
incendies intimidateurs. Ces relations
difficiles poussent l'évêque à vendre la mine
à la Commune de Cogne pour 200 «pistoles
d'or», la monnaie de l'époque. La Commune
gardera ce bien jusqu'en 1867. La gestion
communale, cependant, n'est pas positive :
exception faite pour une exploitation de
type artisanal, l'utilisation de la mine reste
toujours maigre et, dans certains cas, elle
n'est pas rentable du tout. D'ailleurs, elle
est abandonnée pendant 125 ans. En 1803, le
docteur César Grappein est élu syndic. Ce
personnage clairvoyant fait en sorte que
la mine soit exploitée de façon moderne
et fructueuse. Il met sur pied une corvée
gratuite avec les habitants de l'endroit pour
construire un chemin muletier relié Cogne et
Vieyes. Le travail dans la mine est organisé avec la
main-d'œuvre de tous les citoyens : c'est
une sorte de coopérative générale. Pendant
la courte saison estivale, les mineurs, tous
extraient le minerai à ciel ouvert avec des
ouvriers, appelés «luges», le transportent à
2000 mètres de dénivelé sur une aide, à
bord de leurs «luges» vers le fond de la vallée.
La Commune paie les ouvriers, puis jouit du
monopole pour la vente du fer et pour celle
des forges. Avec l'épuisement du charbon,
cela se déplacent en dehors du territoire
communal. Le transport du minerai permet
aux familles de gagner un peu d'argent, qui
est réparti en parts égales entre tous les
habitants, y compris les enfants. Les ressources
minerai s'avère bientôt antiéconomique. La
crise de la mine se fait sentir et la Commune
la vend à une société belge pour la somme
de 80.000 lires. De nombreux gérants se
succèdent : après la société belge, en 1895
la mine est cédée à Lorier, puis à une autre
société belge, appelée TheisLorier. En 1910,
elle passe à la société Ansaldo de Gênes, qui
entreprend la construction d'un téléphérique
pour amener le minerai de Colonna,
sous Liconi, dans le fond de la vallée, en
optimisant ainsi les frais de production.
Les premiers travaux de construction sont
exécutés par un ingénieur suédois, Ranjar
Nordensten. Ce dernier introduit également
la pratique du ski dans le Val de Cogne. Plus
tard, pendant la première guerre mondiale,
la route carrossable moderne est réalisée
avec la main-d'œuvre des prisonniers austro-
hongrois. Enfin, avec la percée du tunnel
du Drinc, le fer est transporté directement
hors du Val de Cogne. La modernisation des
structures et le fonctionnement de la mine à
plein régime attirent sur place des mineurs
de la zone de Bergamé, de Brescia et de la
Vénétie. Les célibataires vivent à Colonna, la
mine de fer la plus haute d'Europe, à 2400
mètres d'altitude, dans d'énormes bâtiments
agrippés aux flancs de la montagne, qui
ressemblent – de nos jours encore – à
des monastères tibétains. Aujourd'hui, ces
constructions sont désertes. Les mines de
Colonna et de Costa del Pino demeurent en
activité jusqu'aux années 70 du siècle passé ;
elles fournissent en magnétite les hauts-
fourneaux des établissements sidérurgiques
d'Aoste. Le minerai est alors transporté dans
des wagonnets par un tunnel reliant Cogne à
Pila, au-dessus d'Aoste ; à partir de là, il est
descendu plus bas grâce au téléphérique. Par
la suite, le tunnel n'est pas utilisé pendant
de nombreuses années ; aujourd'hui, il va
à nouveau servir, mais pour le transport
de passagers dans un but touristique.


Testo Originale Estratto
Cette initiative s'inscrit dans un vaste
programme régional visant à améliorer l'offre
promotionnelle locale: ce petit train sera
- pendant l'été - un moyen de locomotion
pittoresque et plein de charme et - pendant
l'hiver - il pourra être pris par les skieurs qui
voudront passer du domaine de Cogne (ski
nordique dans le Pré de Saint-Ours) à celui de
Pila (station de ski alpin) et inversement.
Le passé des mines de Cogne revit
actuellement dans le Musée de la Mine,
situé au Village des Mineurs, construit après
l'abandon du site de Colonna, non loin du point
de départ du téléphérique. Des maquettes,
des photographies, des cartes et des outils
rappellent une époque révolue, que le visiteur
peut également découvrir grâce à un film
tourné dans les années 1930. Par ailleurs,
ce musée consacre beaucoup d'espace
aux aspects ethnographiques de la Vallée.

24 - Fatica in miniera
(particolare)

Bibliografía / Bibliographie

- La civilisation du châtaignier, Bibliothèque
Communale de Donnas, Bulletin n° 4, 1988;
- Paolo Giardelli, Santi e diavoli. Le tradizioni
popolari valdostane, Genova, Sagep, 1997;
- Benito Mazzi, Fam, Füm, Frecc. Il grande
romanzo degli spazzacamini, Ivrea, Priuli &
Verlucca, 2000;
- Georges Martin, Les ramoneurs de la Vallée
de Rhêmes, Quart, Musumeci, 1981;
- Institut Agricole Régional, Carta vocazionale
della frutticoltura in Valle d'Aosta,
Norme tecniche per la frutticoltura razionale in
Valle d'Aosta, Région Autonome Vallée d'Aoste;
- Decorazioni ad intaglio e ad alto e basso
rilievo, dirigé par Gherardo Priuli, Ivrea, Priuli
& Verlucca, 1991;
- Tatà, pouette, borioule..., catalogue de
l'exposition dirigée par Sandra Barberi,
Région Autonome Vallée d'Aoste, 2004;
- G. Binel et M.L. Pierobon, Manuale
d'intaglio, Ivrea, Priuli & Verlucca;

- La Valle d'Aosta paese per paese, dirigé par
G. Fragiacomo, Firenze, Bonechi, 1997;
- Ugo Aluffi, ILSSA-VIOLA. Storia di realtà
industriali, Quart, Musumeci, 1997;
- Luciano Cajelli, Le Val d'Aoste de A à Z,
Quart, Musumeci, 1998;
- Rosa Glarey, Il tempo e la pazienza, Aosta,
Musumeci & Bini, 1988;
- Della navetta, catalogue de
l'exposition, Aosta 1997;
- Cucina di tradizione della Valle d'Aosta,
Aosta, Pheljna, 1990;
- Mario Fregoni, Origini della vite e della
viticoltura, Quart, Musumeci;
- Cosimo Zappelli, Una ragione di vita, Firenze,
Giunti Barbèra, 1990;
- Aosta. La ferrovia, la stazione e dintorni,
dirigé par A. Castellani et C. Castiglion,
Consulta Comunale di Aosta;

- L'huile de noix : huile de saveur, de lumière
et de santé, Aosta, BREL, 2005;
- Mariagiovanna Casagrande, Forni da pane,
Ivrea, Priuli & Verlucca, 1997;
- M. Barsimi et F. Vergnani, La Comunità
della Grolla, Aosta, SP.


Testo Originale Estratto
Cenni biografici / Notes biographiques

Giancarlo Zuppini nasce a Milano il 21 aprile 1930.
Negli anni Sessanta frequenta i corsi all'Accademia di Belle
Arti di Brera, sotto la guida di Maestri come Ettore Calvelli,
Contardo Barbieri e Amalia Panigati; successivamente, con il
Gruppo Allievi Artefici di Brera di cui entra a far parte, partecipa
a numerose mostre collettive.
Nel 1965 presenta, in qualità di unico rappresentante
dell'Accademia di Brera, la sua opera "Il Concilio" alla
Biennale Nazionale d'Arte Città di Milano, e l'anno seguente
diventa membro della Società per le Belle Arti ed Esposizione
Permanente di Milano.
Zuppini nutre una grande passione per la montagna, che lo
porta a contatto con le Alpi ed in particolar modo con la Valle
d'Aosta. Negli anni Settanta decide, insieme alla moglie Carla
Maria, di lasciare Milano e di stabilirsi definitivamente a Saint-
Pierre.
Dal 1973 in poi l'artista è presente in numerose esposizioni
personali e collettive in Piemonte, Lombardia e Alta Savoia,
oltre che nella nostra regione.
Giancarlo Zuppini è scomparso improvvisamente il 10 febbraio
scorso, all'età di 75 anni.

Giancarlo Zuppini naît à Milan le 21 avril 1930.
Dans les années soixante il fréquente les cours d'Ettore Calvelli,
Contardo Barbieri et Amalia Panigati à l'Académie des Beaux-
Arts de Brera, à Milan; successivement, avec le Groupe Allievi
Artefici di Brera, dont il fait partie, il participe à de nombreuses
expositions collectives.
En 1965 il présente, en qualité de seul représentant de
l'Académie de Brera, son œuvre «Le Concile» à la Biennale
Nazionale d'Arte Città di Milano, et l'année suivante il
devient membre de la Société pour le Belle Arti ed Esposizione
Permanente de Milan.
Zuppini, qui aime beaucoup la montagne, nourrit une grande
passion pour les Alpes et pour la Vallée d'Aoste en particulier.
Dans les années soixante-dix il décide, avec son épouse Carla
Maria, de quitter Milan et de s'établir définitivement à Saint-
Pierre.
A partir de 1973, l'artiste participe à plusieurs expositions
personnelles et collectives au Piémont, en Lombardie, en
Haute-Savoie et dans notre région.
Giancarlo Zuppini est décédé subitement à l'âge de 75 ans, le
10 février dernier.


Testo Originale Estratto
Finito di stampare
nel mese di giugno 2006
presso Musumeci S.p.A.
Quart (Valle d'Aosta)