Giancarlo Zuppini: Esplorazione Artistica della Valle d'Aosta tra Memoria e Tradizione
g. zuppini brochure.pdfIl documento è una pubblicazione dedicata a Giancarlo Zuppini, artista nato a Milano nel 1930 e profondamente legato alla Valle d'Aosta, celebrando la sua carriera e il suo profondo legame con la regione. La pubblicazione ruota attorno a due importanti esposizioni—"L'anima del tempo" (Saint-Pierre, 1999) e "Archeologia dell'intimo" (Aosta, 2006, postuma)—che ne ripercorrono la formazione all'Accademia di Brera, i riconoscimenti e il suo stile pittorico neo-figurativo, influenzato dal Cubofuturismo. Le opere di Zuppini, prevalentemente tecniche miste, catturano scene di vita rurale, tradizioni locali, paesaggi alpini e momenti storici della Valle d'Aosta, evocando nostalgia e semplicità attraverso i colori della terra. Il volume include introduzioni critiche, una biografia, elenchi di mostre e un ampio catalogo illustrato delle sue creazioni. A completamento, una sezione di testi di Antonio Vizzi approfondisce la cultura, la storia, l'artigianato e l'economia della Valle d'Aosta, fornendo un ricco contesto per l'arte di Zuppini.
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Giancarlo ZUPPINI L'anima del tempo
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a Saint-Pierre e a Carla
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REGIONE AUTONOMA VALLE D'AOSTA RÉGION AUTONOME VALLÉE D'AOSTE Assessorato all'Istruzione e alla Cultura Assessorat à l'éducation et à la culture COMUNE DI SAINT-PIERRE COMMUNE DE SAINT-PIERRE BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE BIBLIOTHÈQUE COMMUNALE DE SAINT-PIERRE MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI MUSÉE RÉGIONAL DE SCIENCES NATURELLES Esposizione Museo Regionale di Scienze Naturali - Saint-Pierre 5-30 giugno 1999 Exposition Musée Régional de Sciences Naturelles - Saint-Pierre 5-30 juin 1999 Organizzazione e coordinamento / Organisation et coordination Servizio attività culturali / Service des activités culturelles Introduzione / Préface Ezio Bérard Traduzione testo francese / Traduction texte français Marisa Cavalli Stampa Tipografia Valdostana - Aosta L'artista ringrazia in modo particolare le persone che hanno prestato opere e ne hanno concesso la riproduzione sul presente catalogo. Giancarlo Zuppini L'anima del tempo
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Indice - Index pagina 5 Presentazione / Présentation Germano Dionisi 6 Presentazione / Présentation Giuseppe Jocallaz 7 Introduzione / Introduction Ezio Bérard 9 Opere / Œuvres 42 Biografia / Biographie 43 Bibliografia / Premi e selezioni / Critica 44 Recensioni critiche 46 Esposizioni 47 Elenco delle opere Presentazione Germano Dionisi Presidente della commissione di gestione della Biblioteca Mi è difficile pensare a questa presentazione come ad un atto formale, per due motivi: non sono un esperto d'arte e ciò che mi lega a Giancarlo un sentimento di profonda amicizia. Rimando quindi alle pagine "esperte" di questo catalogo gli aspetti riferiti alla critica, aggiungendo però una considerazione che mi deriva dal mio insegnante di arte, il quale ci diceva spesso: "non chiedetevi cosa ha voluto dire l'artista, interrogatevi sulle sensazioni che provate di fronte ad un suo quadro"... e i quadri di Giancarlo non mi hanno mai lasciato privo di emozioni. Il fatto poi che sia anche un amico mi permette di gioire maggior- mente di questa occasione in cui la Biblioteca comunale di Saint- Pierre può rappresentare l'intera comunità nel tributargli un omag- gio come artista che opera in questo paese. Saint-Pierre lo apprez- za per le sue doti artistiche ed umane ed in questa occasione ha saputo anche valorizzarlo, non solo per le sue opere, ma anche per il suo prezioso contributo alla vita culturale. L'anima del tempo rac- chiusa tra queste cornici rappresenta un piacevole viaggio nella memoria, privo di retorica e filtrato da uno sguardo attento alle per- sone nel loro gioire e faticare su di una terra naturalmente incante- vole, ma, nella sua storia, dura nel dispensare benessere. Présentation Germano Dionisi Président de la commission de gestion de la Bibliothèque Il m'est impossible de penser à cette présentation comme à un acte formel et ce pour deux raisons: je ne suis pas un expert d'art et ce qui me lie à Giancarlo est un sentiment d'amitié profonde. Je renvoie donc le lecteur aux pages "expertes" de ce catalogue pour les aspects critiques. J'ajoute toutefois une considération qui m'est suggérée par mon professeur d'art, qui me disait souvent: "Ne vous demandez pas ce que l'artiste a voulu dire, interrogez-vous sur les sensations que vous ressentez devant un de ses tableaux"... et les tableaux de Giancarlo ont toujours suscité en moi des émotions. Le fait que, en outre, il s'agit d'un ami, me permet de jouir encore plus de cette occasion où la Bibliothèque communale de Saint- Pierre, au nom de toute la Communauté, peut lui rendre hommage en tant qu'artiste qui travaille dans ce village. Saint-Pierre, qui l'ap- précie pour ses talents artistiques et humains a su, à cette occasion, le valoriser non seulement pour ses œuvres, mais également pour son apport précieux à la vie culturelle du village. L'âme du temps, que renferment ces cadres, constitue un agréable voyage dans la mémoire, un voyage sans rhétorique, filtré par un regard attentif aux personnes dans leurs joies et dans leurs peines sur une terre naturellement enchanteresse, mais âpre, dans son histoire, à dis- penser le bien-être.
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Presentazione Giuseppe Jocallaz Sindaco del Comune di Saint-Pierre È con vivo piacere che il Comune di Saint-Pierre, grazie all'iniziativa della Biblioteca ed alla collaborazione dell'Assessorato all'Istruzione e alla Cultura della Regione, ospita nelle sale del Museo di scienze naturali dal 5 al 30 giugno 1999, una mostra dedicata interamente all'artista Giancarlo Zuppini. Questa mostra, dal suggestivo titolo "L'anima del tempo", rappre- senta un omaggio ad un amico che ha scelto di vivere nel nostro paese ed inoltre un riconoscimento per l'artista che ha saputo cogliere gli aspetti più caratteristici di un tempo trascorso, attraver- so una tecnica sicura e pregevole e soprattutto dando ai suoi qua- dri una luce che li colloca "fuori" dal mero folklore, permettendoci di goderne la freschezza e l'immediatezza. Mi preme ribadire che la presenza di Giancarlo Zuppini a Saint- Pierre, e forse in Valle d'Aosta, non è mai stata silenziosa e passiva, non solo per le sue opere, ma anche per l'impegno che ha sempre accettato di mettere al servizio della comunità, basti ricordare i corsi di creatività rivolti ai bambini e agli adulti nonché la sua compe- tente presenza sia nella giuria della Foire de Saint-Ours sia nell'IVAT. Queste poche righe, dunque, per augurare ai visitatori un felice viaggio "nell'anima del tempo" nella speranza che possano apprez- zare le intime e suggestive atmosfere che questa mostra evoca. Présentation Giuseppe Jocallaz Syndic de la Commune de Saint-Pierre C'est avec grand plaisir que la Commune de Saint-Pierre, grâce à l'initiative de la Bibliothèque et à la collaboration de l'Assessorat de l'Éducation et de la Culture de la Région, accueille dans les salles du Musée des sciences naturelles du 5 au 30 juin 1999, une exposition entièrement consacrée à l'artiste Giancarlo Zuppini. Cette exposition, au titre suggestif "l'âme du temps", représente un hommage à un ami qui a choisi de vivre dans notre village et, en outre, une reconnaissance pour l'artiste qui a su saisir les aspects les plus caractéristiques d'un temps révolu et qui, à travers une techni- que sûre et de valeur, a surtout donné à ses tableaux une lumière qui les place "en dehors" du simple folklore, nous permettant ainsi de jouir de leur fraîcheur et de leur spontanéité. Je tiens à souligner que la présence de Giancarlo Zuppini à Saint- Pierre et peut-être en Vallée d'Aoste, n'a jamais été silencieuse et passive. En effet il est actif non seulement par ses oeuvres, mais éga- lement par son engagement: il suffit ici de rappeler les cours de créa- tivités pour les enfants et les adultes ainsi que sa présence compé- tente dans le jury de la Foire de Saint-Ours et dans l'IVAT. Par ces quelques lignes, j'entends souhaiter aux visiteurs un heu- reux voyage "dans l'âme du temps" dans l'espoir qu'ils pourront apprécier les atmosphères intimes et suggestives que cette exposition évoque. Introduzione Ezio Bérard Un tuffo nel passato, nella semplicità delle cose, negli antichi mestie- ri, nell'atmosfera semplice e pura di una volta. La pittura di Giancarlo Zuppini ci riporta piacevolmente indietro nel tempo; è un cammino a ritroso in un'epoca in cui tutto sembra sbilanciato in avanti, alla ricerca delle più sofisticate tecnologie. All'anonima folla della città, pervasa da una frenesia continua, che sempre più spesso ci coinvolge, le opere di Zuppini propongono in alternativa, la gente semplice della montagna, con i suoi ritmi e i suoi mestieri quotidiani; il procedere lento tra le case del vil- laggio, dove si assapora ancora l'incontro con il vicino o il contatto con la natura; i momenti di allegria e di gioia, con il gruppo, nel piazzale al cen- tro del villaggio o nei campi al termine di una dura giornata di lavoro. "Chaque homme doit inventer son chemin" scriveva Jean-Paul Sartre e Giancarlo Zuppini è stato l'artefice del suo cammino artistico e della sua strada tematica: quella della "memoria". Un itinerario maturato negli anni, alla scoperta dell'anima del tempo. Una carriera la sua, incominciata da autodidatta, poi negli anni sessanta sfo- ciata nell'esigenza di migliorare la tecnica espressiva e per migliorare la tec- nica non c'è che la scuola. Si iscrive all'Accademia di Brera dove ha l'op- portunità di trovare dei maestri veramente bravi. Sono stato fortunato. Quando sono entrato all'Accademia, subito come maestro ho avuto Mariani; mi hanno dato un cavalletto, ho disegnato qual- che cosa e mi hanno passato subito al terzo anno con Ettore Calvelli, il mio primo vero maestro. Dopo due mesi hanno ritenuto che ero maturo per pas- sare al colore. Per passare al colore, fare cioè quattro anni in uno solo, è stata necessaria la dispensa del rettore Varisco, che mi diede tale possibilità e così ho seguito questo corso con Contardo Barbieri; infine come maestro ho avuto Amalia Panigati, per ciò che rappresentava l'astratto. Da non confondere con l'informale che è qualcosa di diverso. Questi tre maestri mi hanno dato l'opportunità di maturare e di essere quel- lo che sono, di rinforzare molto il mio modo di vedere, di pensare e anche di non affezionarmi troppo alle mie opere ed ancora altri suggerimenti che sono stati per me molto importanti. La sua è una pittura piacevole, ma mai scontata; è sempre frutto di un'ela- borazione artistica e di una tecnica particolare. Opere che sanno trasmet- tere sensazioni ed anche emotività. Mi confida Zuppini che anche Quaglino, noto gallerista di Torino, diceva che in tanti anni di esposizioni, una tecnica del genere non l'aveva mai vista. Io dipingo a sovrapposizione, sempre con colori ad evaporazione e mai ad ossidazione. Questo tipo di pittura non consente eccessivi ripensamenti o correzioni, perché riaffiora sempre ciò che si vuole cancellare. Il colore ad evaporazione, tra l'altro, è molto trasparente, come l'acquerello. E' una tec- Introduction Ezio Bérard Un retour au passé, dans la simplicité des choses, dans les anciens métiers, dans l'atmosphère simple et pure d'autrefois. Le peintre Giancarlo Zuppini nous ramène agréablement en arrière dans le temps; c'est un chemin à rebours à une époque où tout semble projeté vers l'avenir, à la recherche des technologies les plus sophistiquées. Face à la foule anonyme de la ville, parcourue d'une frénésie perpétuelle, les œuvres de Zuppini proposent comme alternative les gens simples de la montagne avec leurs rythmes et leurs métiers quotidiens; la marche lente au milieu des maisons du village, où l'on apprécie encore la rencontre avec le voisin ou le contact avec la nature; les moments d'allégresse et de joie, en groupe, sur la place au centre du village ou dans les champs au terme d'une dure journée de travail. "Chaque homme doit inventer son chemin" écrivait Jean-Paul Sartre et Giancarlo Zuppini a été l'artisan de son chemin artisti- que et de son parcours thématique: celui de la "mémoire". Un itinéraire qui a mûri au cours des années, à la découverte de l'âme du temps. Sa carrière commence en autodidacte, puis, dans les années soixante. Elle aboutit à l'exigence de perfectionner la technique expressive et pour ce faire il n'y a que l'école. Il s'inscrit à l'Académie de Brera où il a l'opportunité de rencontrer des maîtres vraiment compétents. J'ai eu de la chance. Quand je suis entré à l'Académie, j'ai eu tout de suite comme maître Mariani; on m'a donné un chevalet, j'ai dessiné quelque chose et on m'a tout de suite placé en troisième année avec Ettore Calvelli, mon premier vrai maître. Après deux mois, ils ont pensé que j'étais mûr pour passer à la couleur. Pour passer à la couleur, c'est-à-dire faire quatre années en une seule, il a fallu la dispense du recteur Varisco, qui m'a accor- dé cette possibilité: j'ai ainsi suivi ce cours avec Contardo Barbieri; j'ai eu enfin comme maître Amalia Panigati pour ce qui concernait l'abstrait. À ne pas confondre avec l'informel qui est quelque chose de différent. Ces trois maîtres m'ont donné l'opportunité de mûrir et d'être ce que je suis, de fortement renforcer ma façon de voir, de penser et aussi de ne pas trop m'attacher à mes œuvres et encore d'autres suggestions qui ont été très importantes pour moi. Sa peinture est agréable, mais jamais banale: c'est toujours le fruit d'une élaboration artistique et d'une technique parti- culière. Des œuvres qui sont à même de transmettre des sensations aussi bien que des émotions. Zuppini me confie que même Quaglino, renommé gallerista de Turin, disait que, au cours de tant d'années d'exposition, il n'avait encore jamais vu une technique de ce genre. Je peins par superposition, toujours avec des couleurs à évaporation et jamais à oxydation. Ce genre de peinture ne permet pas de trop souvent repenser ou corriger, car ce que l'on veut effacer ressort toujours. La cou- leur à évaporation, entre autres, est très transparente, comme l'aquarelle. C'est une technique qui requiert beaucoup d'attention. La couleur est très
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nica che richiede molta attenzione. Nelle opere di un pittore è molto impor- tante il colore, o i colori che tendono a ripetersi e a diventare, con il tempo, una caratteristica dell'artista. Io uso le terre. Per me le terre sono la base di tutto. Lo scultore Mario Stuffer, quando qualche volta usavo altri colori, affermava di non riconoscermi più, perché - Tu sei il re delle terre - diceva. È vero. Le terre mi danno un senso di calore e di legame con il territorio. Giancarlo Zuppini è un pittore dall'animo semplice e sensibile che apprez- za i gesti, i sentimenti e intuisce, nella conversazione con gli amici, i ragio- amenti sottili, ma anche il valore dei silenzi. In Valle d'Aosta ha proseguito la sua strada pittorica, già di per sé signifi- cativa, ma che oggi è sicuramente più pregnante. L'arrivo in Valle mi ha ridato serenità, ho recuperato, in un certo qual senso, tutti i miei appunti raccolti in tanti anni di visite a realtà che non ci sono più, a luoghi che hanno subito negli anni mutamenti e ho intrapreso questo nuovo filone. Qualcuno mi ha detto che assomiglio a Mus, qualcun altro no: comunque per me il soggetto è un pretesto per dipingere; a me inte- ressa la luce. L'atmosfera che riesco a creare in un quadro. Non mi pento di quello che ho fatto in questi anni, anzi, vorrei riuscire a trasmettere nell'animodegli altri quello che ho provato e provo tuttora. Un itinerario pittorico artistico che negli anni si è dunque modificato, ose- rei dire evoluto, in un filone di ricerca che è un “cammino nella memoria” “Qualcuno mi ha fatto notare che quando non ci sarà più non ci sarà più nessuno che rappresenterà questo mondo, in parte già scomparso o che sta scomparendo. In effetti, morti Mus e Colonnello, in un certo qual senso, altri artisti hanno intrapreso vie diverse, anche se lodevolissime, ma non su questi temi; ed ecco allora che ritorna un po' del mio carattere crepuscola- re perché le cose che non ci sono più sono intrise di rimpianti; è un mondo nostalgico che mi è rimasto dentro. È vero nei trittici, nell'ultima sezione generalmente rappresento momenti di festa paesana, di gioia contenuta, ma c'è sempre una vena di malinconia. D'altronde anche la Valle d'Aosta è cambiata: una volta le persone erano più allegre; c'erano più feste; più occasioni di incontro; c'era meno gente che si rinchiudeva in casa a vede- re la televisione. Le persone sapevano distribuire la loro gioia, la loro feli- cità vissuta anche nei momenti più semplici: tutte situazioni che oggi pur troppo si sono smarrite in un mondo spesso vuoto e troppo superficiale. Sensazioni, stati d'animo, certo; messaggi, forse. "Sono sincero non ho dipinto per lanciare messaggi, ma per una esigenza mia: dentro di me c'è ancora oggi questa nostalgia del passato, inteso come luoghi, persone, mestieri di una volta. Certo ho avuto la sensazione, alcune volte, di tra- smettere qualche cosa anche ai giovani che riescono a captare nelle mie opere forse i racconti della nonna, queste atmosfere che non esistono più, situazioni che sono ancora cercate, ma che ormai stanno scomparendo." La personale di Giancarlo Zuppini, la prima a Saint-Pierre, suo paese d'a- dozione, si terrà nelle sale del Castello, che è il simbolo della località. Si tratta di un doveroso riconoscimento ad un artista che in questi anni ha contribuito molto a far conoscere, attraverso la sua pittura, aspetti rilevanti della nostra storia quotidiana. importante dans les œuvres d'un peintre comme les couleurs qui ont ten- dance à se répéter et à devenir, avec le temps, une caractéristique de l'artiste. J'utilise les ocres. Pour moi les ocres sont le fondement de tout. Le sculp- teur Mario Stuffer, quand j'utilisais parfois d'autres couleurs, affirmait qu'il ne me reconnaissait plus, car "Tu es le roi des ocres", disait-il. C'est vrai. Les ocres me donnent une sensation de chaleur et de lien avec la terre. Giancarlo Zuppini est un peintre à l'âme simple et sensible qui apprécie les gestes, les sentiments et saisit, dans la conversation avec les amis, aussi bien les raisonnements subtils que la valeur des silences. Au Val d'Aoste, il a poursuivi son chemin pictural, déjà en lui-même signi- ficatif, mais qui est aujourd'hui certainement plus chargé de sens. L'arrivée dans la Vallée m'a redonné la sérénité, j'ai récupéré, en un certain sens, toutes les notes que j'avais recueillies au cours de tant d'années de visites dans des réalités qui n'existent plus, dans des lieux qui ont subi au cours de ces années des transformations et j'ai entrepris ce nouveau filon. Quelqu'un m'a dit que je ressemble à Mus, quelqu'un d'autre que c'est faux; de toute façon le sujet pour moi est un prétexte pour peindre; ce qui m'intéresse c'est la lumière, l'atmosphère que je réussis à créer dans un tableau. Je ne me repens pas de ce que j'ai fait pendant ces années : je vou- drais même réussir à transmettre à l'âme des autres ce que j'ai ressenti et que je ressens encore. Un itinéraire pictural et artistique qui s'est donc modifié au fil du temps, qui a évolué, oserai-je dire, en une recherche qui est une "marche dans la mémoire". Quelqu'un m'a fait remarquer que, quand je ne serai plus là, il n'y aura plus personne pour représenter ce monde, en partie déjà disparu ou en voie de disparition. En effet, après la mort de Mus et Colonnello, en un certain sens, d'autres artistes ont entrepris des voies différentes, tout à fait louables, mais certes pas sur ces thèmes ; ainsi se manifeste mon carac- tère crépusculaire car les choses qui ne sont plus sont imbues de regrets ; c'est un monde plein de nostalgie que je garde en moi. C'est vrai que dans mes triptyques, dans la dernière section, je représente généralement des moments de fêtes paysannes, de joie contenue, mais il y a toujours une note de mélancolie. D'ailleurs le Val d'Aoste aussi a changé : autrefois les gens étaient plus gais ; il y avait un grand nombre de fêtes et d'occasions de rencontres ; beaucoup moins de gens se renfermaient chez eux pour regarder la télévision. Les gens savaient partager leur joie, leur bonheur vécu même dans les moments les plus simples de la vie: situations qui se sont toutes malheureusement perdues dans un monde souvent vide ou trop superficiel. Sensazioni, états d'âme, certes; messages, peut-être. Je suis sincère : je n'ai pas peint pour lancer des messages, mais pour satis- faire une exigence personnelle : dans mon for intérieur il y a encore cette nostalgie du passé, considéré en tant que lieux, personnes, métiers d'au- trefois. Certes, j'ai eu la sensation, parfois, de transmettre quelque chose également aux jeunes qui réussissent à capter dans mes œuvres, peut-être, plus, situations que l'on recherche encore, mais qui sont en train de disparaître. L'exposition individuelle de Giancarlo Zuppini, la première à Saint-Pierre, son village d'adoption, aura lieu dans les salles du Château, qui est le sym- bole de cette localité. Il s'agit d'un signe de reconnaissance que nous devons à un artiste qui, au cours de ces années, a beaucoup contribué à faire connaître, à travers sa peinture, les aspects importants de notre histoire quotidienne. Opere/Œuvres 8
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1. Lo Sabotier, 30 x 40 tecnica mista 10 2. Nevicata sulla vecchia chiesetta, 30 x 40 tecnica mista
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3. Lavandaia, 30 x 40 tecnica mista 12 4. Nevicata a Tignè, 35 x 45 tecnica mista 13
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5. Ledze - la slitta, 35 x 45 tecnica mista 14 6. Il Cestaio, 35 x 45 tecnica mista 15
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7. Immagine sacra, 35 x 45 tecnica mista 16 8. Pascolo (Vetan), 40 x 50 tecnica mista 17
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9. Bataille des reines, 40 x 50 tecnica mista 18 10. Il falciatore, 40 x 50 tecnica mista 19
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11. Il rientro del pastore, 40 x 50 tecnica mista 20 12. Le Selleraines, 50 x 60 tecnica mista 21
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13. Nevicata, 50 x 60 tecnica mista 22 14. Danza in costume di Cogne, 50 x 70 tecnica mista 23
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15. La trabaou, 30 x 40 tecnica mista 24 16. La Savana, 30 x 40 tecnica mista 25
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17. Il focolare, 35 x 45 tecnica mista 26 18. Galline sull'aia, 35 x 45 tecnica mista 27
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19. Profumo di polenta, 40 x 50 tecnica mista 28 20. Latteria, 40 x 50 tecnica mista 29
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21. La raccolta, 40 x 50 tecnica mista 30 22. Fiera di Sant'Orso, 50 x 60 tecnica mista 31
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23. Interno con donne, 50 x 60 tecnica mista 32 24. Fromagerie, 35 x 45 tecnica mista 33
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25. Brenzone del Garda, 35 x 45 tecnica mista 34 26. Il grillaio (Maremma), 25 x 45 tecnica mista 35
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27. Randazzo (Sicilia), 35 x 45 tempera verniciata 36 28. Tramonto Chiavennasco Sondrio, 60 x 80 tecnica mista
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29. Il Concilio, 95 x 32 tempera cerata 38 30. Festa Patronale (Trittico), 150 x 70 tecnica mista 39
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31. Stagioni (Trittico), 150 x 70 tecnica mista 40 32. Fiera di Sant'Orso (Trittico), 150 x 70 tecnica mista 41
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BIOGRAFIA GIANCARLO ZUPPINI nasce a Milano il 21 aprile 1930. Inizia a dipingere nella sua città natale, come autodidatta. Appassionato di montagna, frequentando le Alpi, ed in particolare la Valle d'Aosta, viene colpito dal mondo agreste-pastorale e comincia ad affidare le sue impressioni a piccoli disegni, che in futuro saranno poi preziosi per ritrovare scene di vita che con il passare del tempo sono scom- parse. Negli anni sessanta sente la necessità di perfezionare la sua tecnica pittorica e fre- quenta i corsi dell'Accademia di Belle Arti di Brera e la Scuola libera del Nudo. In quel favoloso periodo gli insegnanti titolari erano il maestro Ettore Calvelli, il pit- tore Contardo Barbieri e la vetratista Amalia Panigati. Con questi artisti si lega di amicizia sincera, arricchita di un'impronta di idee e stimoli che hanno, negli anni di frequentazione, tracciato per lui una via maestra. Gli anni di scuola si concludono e viene licenziato con medaglia d'argento. In quel periodo entra a far parte del «Gruppo Allievi Artefici di Brera» fondato dalla vetratista Amalia Panigati; questo sodalizio gli offre l'occasione di partecipare a mostre collettive ed estemporanee dove più volte viene premiato. Il 1965 lo vede invitato come unico allievo di Brera alla XXIV Biennale d'Arte di Milano, dove presenta «Il Concilio» che raccoglierà una buona critica in un artico- lo di Leonardo Borgese sul «Corriere della Sera», il quale, dato il prestigioso con- testo di artisti presenti (Ajmone, Brindisi, Cascella, Capogrossi, Dova, Guttuso, Labò, Migneco, Sassu, Tamburi, ecc.), costituisce un lusinghiero riconoscimento. Nel 1966 diventa membro della «Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente» di Milano; entra a far parte della «Famiglia Artistica» di Milano e del «Circolo culturale Permanente Lucania». La critica italiana e francese si interessano a lui, cataloghi e volumi d'Arte lo pubblicano. Il Comune di Milano, nel 1968, lo invita ad esporre al «Palazzo del Turismo Arengario» in un novero di famosi artisti, per la manifestazione «L'infanzia senza sorriso» organizzata dall'Unione Italiana per la promozione dei diritti del minore. Gli anni settanta, con il trasferimento in Valle d'Aosta, lo vedono nuovamente inte- ressato al mondo contadino e valligiano, dove fa tesoro delle immagini a suo tempo raccolte. Nel 1973 presenta, con successo, una personale a Saint-Nicolas. Il 1977, '78 e '79 lo vedono in personali alla Botteguccia d'Arte, alla Galleria La Defense di Aosta, alla Quaglino Galleria d'Arte di Torino e alla Galleria d'Arte Sant'Ambroeus di Milano; in quelle occasioni critica e pubblico gli riservano un'ot- tima accoglienza. Partecipa nel frattempo a concorsi di pittura e collettive varie dove raccoglie premi e riconoscimenti. In Savoia, a Sallanches e a Chamonix, viene invitato in collettive e manifestazioni d'Arte. Gli anni ottanta lo vedono impegnato come insegnante in corsi di creatività arti- stica. Pur continuando la ricerca e la produzione non si impegna in esposizioni e mostre. Negli anni novanta entra a far parte del «Piemonte Artistico e Culturale» di Torino ed è presente in esposizioni collettive a Torino ed Aosta. Nel 1997-98 partecipa alla manifestazione d'arte «Premio Estate» di Casaleggio di Novara. Nel 1999 è invitato a presentare una personale a Ghislarengo, in provin- cia di Vercelli. Una personale antologica di grande prestigio viene organizzata per lui nel Castello di Saint-Pierre in Valle d'Aosta. Sue opere sono presenti in collezioni private in Italia e all'estero. BIOGRAPHIE GIANCARLO ZUPPINI naît à Milan le 21 avril 1930. Il commence à peindre, en autodidacte, dans sa ville natale. Passionné de montagne, au contact des Alpes et, notamment, du Val D'Aoste, il est captivé par le monde agropastoral et il commence à confier ses impressions à de petits dessins, qui seront précieux, plus tard, pour retrouver des scènes de vie désormais dispa- rues. Dans les années soixante, comme il ressent le besoin de perfectionner sa technique de peinture, il fréquente les cours de l'Accademia di Belle Arti de Brera et de la Scuola libera del Nudo. Dans cette période fabuleuse, les enseignants titulaires étaient le maître Ettore Calvelli, le peintre Contardo Barbieri et le maître verrier Amalia Panigati. Il se lie d'amitié à ces artistes dont l'empreinte, en termes d'idées et de stimulis, a tracé pour lui, au cours de ces années de fréquentation, une voie maîtresse. Les années d'école se terminent et il est licencié avec la médaille d'argent. Au cours de cette période, il fait partie du Groupe Allievi Artefici di Brera fondé par le maître verrier Amalia Panigati ; ce groupe lui offre l'occasion de participer à des expositions collectives et temporaires où il est plusieurs fois primé. En 1965 il est envoyé comme seul élève de Brera à la XXIV Biennale d'Arte de Milan, où il présente Il Concilio qui a eu droit à une bonne critique dans un article de Leonardo Borghese dans le Corriere della Sera, ce qui repré- sente une reconnaissance flatteuse étant donné la présence, à cette manifes- tation, d'artistes prestigieux tels qu'Ajmone, Brindisi, Cascella, Capogrossi, Dova, Guttuso, Labò, Migneco, Sassu, Tamburi, etc. En 1966 il devient membbre de la Société par le Belle Arti ed Exposition Permanente Lucania. La critique italienne et française s'intéressent à lui, des catalogues et des textes d'art publient ses œuvres. La Commune de Milan, en 1968, l'invite à exposer au Palazzo del Turismo Arengario avec des artistes connus, pour la manifestation l'enfance sans sorriso organisée par l'Unionc Italiana per la promotion des droits du minorc. Au cours des années soixante, à la suite de son installation au Val D'Aoste, il s'intéresse de nouveau au monde pay- san et montagnard: pour le représenter il exploite alors les images recueillies autrefois. En 1973 il présente, avec succès, une exposition individuelle à Saint-Nicolas. En 1977 et 78 il est présent avec des expositions individuelles à la Botteguccia d'Arte, à la Galerie La Défense d'Aoste et à la Quaglino Galleria d'Arte de Turin; à ces occasions la critique et le public lui font bon accueil. Il participe entre-temps à des concours de peinture et à diverses expositions artistiques. Dans les années 80 il enseigne dans des cours de créativité artis- tique. Tout en poursuivant sa recherche et sa production, il délaisse un temps les expositions. Dans les années 90 il fait partie du Piemonte Artistico et Culturale de Turin et il est présent dans des expositions collectives à Turin et à Aoste. En 1977- 78 il participe à la manifestation d'art Premio Estate de Casaleggio de Novara. En 1999 il est invité à présenter une exposition individuelle à Ghislarengo, dans la province de Vercelli. Une exposition individuelle rétrospective de grand prestige est organisée pour lui dans le Château de Saint-Pierre au Val d'Aoste. Ses œuvres sont présentes dans des collections privées en Italie et à l'étranger. Bibliografia Informazione Arte - Gente Nostra - Il Quadrato - Pittura It. Contemporanea - Arte Italiana nel Mondo - Pittore e Scultori con- temporanei - Enciclopedia d'Arte SEDA - Diorama e documenti - Biennale d'Arte Pittori e Scultori Italiani - Enciclopedia Leonardo - Intercatalogo Donadei - Comanducci - Pittori Italiani XX sec. - Bolaffi Arte 14 - La Revue Moderne - Parliamoci - Corr. della Sera - La Notte - El Tivan - Corr. di Torino - Gazzetta del Popolo - Play Time - Kunsthistorisches Institut in Florenz - Archivio Arte Italiana 900 - Lo Flambo - Corr. di Aosta e altri. Premi e selezioni Premio Cantù - Premio Artavaggio - Premio Sassetti - Premio Albino - Premio Chiavenna - Premio Marco d'Oggiono - Premio Magenta - Premio Città di Intra - Premio Menaggio - Orfeo in paradiso Sassetti - Vecchia Milano Sassetti - L'Isola di Milano - Milano dei Navigli 68 - Ghiglione 75 - Conc. Int. Città di Borgosesia - 6° Conc. naz. Città di Arona - XI Conc. naz. Santhià - Conc. Int. Il pennello d'oro 1976-77-78-79 - Noël en Vallée d'Aoste - Conc. Naz. Villa Santina - Conc. Naz. Donnas 1977-78-79 - Coppa Turistica Città di Aosta 1979 - Conc. Naz. Città di Besana. Critica C. Millet, Parigi - La Revue Moderne V. Manuelle, Parigi - La Revue Moderne M. Fagnani, Como - El Tivan L. Borgese, Milano - Corriere della Sera G. Ferro, Milano - Parliamoci V. Bottino, Torino - Corriere di Torino A. Mistrangelo, Torino inoltre: A. Panigati, F. Gioannini, Mario Portalupi 42
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Recensioni critiche ... Le succès vient assez tôt couronner ses études sur les mœurs des habitants de ces belles vallées qu'il aime tant. Ce sont des danses dans les villages haut perchés sur la mon- tagne. des rudes paysans à leur dur labeur, des regards sur l'infini à contre-jour des arrêtes rocheuses depuis les verts pâturages, là où il rêve. Par son style, par ses sujets traités, il est entièrement un des «nôtres». da Art et Montagne les Maîtres Savoyards et Valdôtains Anche se il panorama è ibrido e confuso alla «Permanente» di Milano i buoni artisti non mancano, ed ecco finalmente un po' di opere che possiamo rammentare alla XXIV Biennale di Milano:... Concilio di Giancarlo Zuppini. dal Corriere della Sera - LEONARDO BORGESE Zuppini. propone la Valle d'Aosta in chiave allegra e lumi- nosa; esiste ancora la tradizione, la lotta con la terra, le inti- me riunioni, la potenza della montagna, il fascino delle baite, le intime e le misurate forme che compongono il paesaggio che forse è fede - a rallegrare gli avvenimenti. I Personaggi, le cose, la natura, si muovono in dimensioni reali su fondi di ispirazione astratta. I piani geometrici non tradiscono l'armo- nia logica anzi concorrono a dare un assieme quasi fantasti- co nel quale si agita un mondo vero non ancora tradito dal consumismo. Si scoprono le danze, la battaglia delle mucche, una partita a carte, i tetti di borgate alpine, le rocce dei monti, si sente soprattutto l'amicizia e l'intimità. Un pittore pulito e sereno che nella luce trova gli effetti migliori, visivi ed emozionali, un'artista che validamente difende una valle tutta arte naturale. VITTORIO BOTTINO L'opera di Zuppini approfondisce una sua poetica e mantie- ne sempre le caratteristiche del suo linguaggio. L'aspetto raf- figurativo vive dentro una atmosfera sensibile. A volte si fa stilizzato e simbolico, in un clima arricchito dalla capacità e freschezza. dalla rivista d'arte Parliamoci - GIUSEPPE FERRO Ma più mi è piaciuto quel tramonto sul lago che Giancarlo Zuppini deve proprio aver assaporato con la bramasità del milanese che sente sé rinato nel colore lariano, così da ren- dere in una soavità di toni di arancione, di rosa e di verde tenero, in un grande quadro, la poesia del lago nella mae- stosità dell'orizzonte che si dispiega da quel balcone creato dalla natura sul centro lago. da El Tivan - Como - M. FAGNANI Le immagini genuine e quotidiane che popolano le tele di Giancarlo Zuppini ci riportano come d'incanto alla sua «Val d'Aosta», ci trasmettono la festosità di un ballo campestre o la freschezza di un paesaggio alpestre. La delicatezza del colore, il movimento delle figure, la serena visione d'insieme conferisce a questo suo mondo un sapore di riscoperta e di attenta testimonianza di una cultura da sempre vicina a una umanità ricca di lontane tradizioni. ANGELO MISTRANGELO Giancarlo Zuppini abandonne un certain formalisme pour traduire le décor environnant avec un charme et une poésie délicate. Son coup de pinceau, en touches fines, est aisé et harmonieux. Ses tendances néo-figuratives font de son œuvre un spectacle agréable. La lumière éclaire ses œuvres et les faits vibrer. L'artiste a étudié son art à Brera où il a obtenu une médaille d'argent. Remarqué par les critiques, il a participé à la Biennale nationale d'art de Milan où il a pré- senté Concilio, en l'honneur du concile. De la structure en humaine tout à la fois qui fait aimer cette toile. dalla Revue Moderne (Parigi) En effet Giancarlo Zuppini nous propose des œuvres lumi- neuses et gaies où les personnages et la nature sont insérés dans des dimensions réelles qui nous rappellent un monde post où l'ère de la consommation n'est pas encore ter- miné. Son œuvre reflète toujours une logique visive carac- térisée par des tons poétiques qui permettent de rentrer les scènes qui décrivent un tas de choses de chez nous, tel les que les danses, les fêtes patronales, les badoches, une partie aux cartes et la vie champêtre. da Lo Flambo - R. VAUTHERIN Gazzetta del Popolo - Agosto 1979 Il più votato dai turisti al premio «Città di Aosta» Il mondo contadino di Giancarlo Zuppini Vorremmo soffermarci oggi sull'artista che ha ottenuto il maggior numero di preferenze dei turisti: Giancarlo Zuppini. Formatosi a Brera, alla scuola di Contardo Barbieri, Ettore Calvelli, Amalia Panigatti, Zuppini è passato dall'astrattismo figurativo, caratterizzandosi in una tematica ben definita dopo il suo trasferimento da Milano in Valle d'Aosta. L'opera presenta nelle sue tele il mondo contadino, filtrando le immagini attraverso la sua nostalgia di semplicità di vita, gustando il sapore di cose che ancora ci sono, ma vanno scomparendo. Inseriti in interni o en plein air, i suoi perso- naggi vivono i momenti più sereni della vita contadina, spes- so colti nel movimento di una danza agreste o nel convo- re quieto o animato da un'osteria. Zuppini non ama le tinte forti; i suoi colori sono caldi, calmi, sfumati. Ottiene trasparenze e velature grazie ad una singo- lare tecnica mista. L'opera premiata - espressamente preparata per il concorso - rientra nella sua tipica produzione di soggetto valdostano. GIANCARLO ZUPPINI Vive e lavora a Saint-Pierre (Aosta) - Villaggio Alleysin, 29 Tel. 0165.903441
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Esposizioni 1965 XXIV Biennale d'Arte, Milano 1965-68 Galleria d'Arte «L'Isola di Milano», Milano 1965-66 Casa Giacobbe, Magenta 1966 Famiglia Artistica, Milano 1966 Palazzo Permanente, Milano 1966 Permanente d'Arte Lucania, Milano 1968 Palazzo Turismo Arengario, Milano 1969 Centro Culturale OM, Milano 1969 Lyceum-Guastalla, Milano 1969-71 Galleria Guastalla, Milano 1977 Botteguccia d'Arte, Aosta 1977 Sala d'Arte Leslin, Aosta 1978 Galleria Marini, Aosta 1978 Quaglino Galleria d'Arte, Torino 1978 Galleria La Defense, Aosta 1979 Art et Montagne, Sallanches (Francia) 1979 Les Montagnards chez eux, Sallanches (Francia) 1979 Galleria Sant'Ambroeus, Milano 1980 Art et Montagne, Chamonix (Francia) 1990 Saletta Mastro Batta, Aosta 1991-93 Piemonte Artistico Culturale, Torino 1997-98 Sala Comunale Casaleggio, Novara 1999 Ghislarengo, Vercelli 1999 Castello di Saint-Pierre Elenco delle opere / Liste des œuvres 1. Lo Sabotier, 30 x 40 tecnica mista 2. Nevicata sulla vecchia chiesetta, 30 x 40 tecnica mista 3. Lavandaia, 30 x 40 tecnica mista 4. Nevicata a Tigné, 35 x 45 tecnica mista 5. Ledze - la slitta, 35 x 45 tecnica mista 6. Il Cestaio, 35 x 45 tecnica mista 7. Immagine sacra, 35 x 45 tecnica mista 8. Pascolo (Vetan), 40 x 50 tecnica mista 9. Bataille des reines, 40 x 50 tecnica mista 10. Il falciatore, 40 x 50 tecnica mista 11. Il rientro del pastore, 40 x 50 tecnica mista 12. Le Selleraines, 50 x 60 tecnica mista 13. Nevicata, 50 x 60 tecnica mista 14. Danza in costume di Cognee, 50 x 70 tecnica mista 15. Lo baou, 30 x 40 tecnica mista 16. La Savara, 30 x 40 tecnica mista 17. Il focolare, 35 x 45 tecnica mista 18. Galline sull'aia, 35 x 45 tecnica mista 19. Profumo di polenta, 40 x 50 tecnica mista 20. Latteria, 40 x 50 tecnica mista 21. La raccolta, 40 x 50 tecnica mista 22. Fiera di Sant'Orso, 50 x 60 tecnica mista 23. Interno con donne, 50 x 60 tecnica mista 24. Fromagerie, 35 x 45 tecnica mista 25. Brenzone del Garda, 35 x 45 tecnica mista 26. Il grillaio (Maremma), 25 x 45 tecnica mista 27. Randazzo (Sicilia), 35 x 45 tempera verniciata 28. Tramonto Chiavennasco Sondrio, 60 x 80 tecnica mista 29. Il Concilio, 35 x 32 tempera cerata 30. Festa Patronale (Trittico), 150 x 70 tecnica mista 31. Stagioni (Trittico), 150 x 70 tecnica mista 32. Fiera di Sant'Orso (Trittico), 150 x 70 tecnica mista
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Finito di stampare nel mese di maggio 1999 presso la Tipografia Valdostana, Aosta
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uppini
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PRESENTAZIONE Zuppini, propone la Valle d'Aosta in chiave allegra e luminosa; esiste ancora la tradizione, la lotta con la terra, le intime riunioni, la potenza della montagna, il fascino delle baite, gli interni raccolti e mistici, su tutto però incombe il sole - che forse è fede - a rallegrare gli avvenimenti. I per- sonaggi, le cose, la natura, si muovono in dimensioni reali su fondi di ispirazione astratta. I piani geometrici non tradiscono l'armonia logica anzi concorrono a dare un assieme quasi fantastico nel quale si agita un mondo vero non ancora tradito dal consumismo. Si scoprono le danze, la battaglia delle mucche, una partita a carte, i tetti borgate alpine, le rocce dei monti, si sente soprattutto l'amicizia e l'intimità. Un pittore pulito e sereno che nella luce trova gli effetti migliori, visivi ed emozionali, un artista che validamente difende una valle tutta arte naturale. Vittorio Bottino ESPOSIZIONI XXIV Biennale d'Arte, Milano Galleria Guastalla, Milano Lyceum, Milano Famiglia Artistica, Milano Permanente d'Arte Lucania, Milano Palazzo Turismo Arengario, Milano Palazzo Permanente, Milano Casa Giacobbe, Magenta Centro Cult. OM Botteguccia d'Arte, Aosta Sala d'Arte Leslin, Aosta Galleria Marini, Aosta Galleria Quaglino, Torino Galleria La Defense, Aosta Art et Montagne, Sallanches (Francia) Les Montagnards chez eux, Sallanches (Francia) Galleria Sant'Ambroeus, Milano Saletta Mastro Batta, Aosta Piemonte Artistico Culturale, Torino Sala Comunale Casaleggio, Novara Palazzo d'Adda, Varallo Sesia BIOGRAFIA Giancarlo Zuppini nato a Milano nel 1930, vive ed opera a Saint-Pierre (Aosta) - Villaggio Alleysin, tel. 0165.903441. Ha compiuto gli studi arti- stici all'Accademia di Brera, sotto la guida di Contardo Barbieri, Amalia Panigati e Ettore Calvelli. Si perfezionò e si distinse, per una sua poetica di linguaggio. Nelle numerose partecipazioni e manifestazioni d'arte, pubblico e critica sono sempre stati concordi in un giudizio positivo. CRITICA C. Millet, Parigi - La Revue Moderne V. Manuelle, Parigi - La Revue Moderne M. Fagnani, Como - El Tivan L. Borgese, Milano - Corriere della Sera G. Ferro, Milano - Parliamoci V. Bottino, Torino - Corriere di Torino A. Mistrangelo, Torino inoltre: A. Panigati, F. Gioannini, Mario Portalupi Ghisla rengo, Vercelli Castello di Saint Pierre, Aosta Atelier d'Arts et Métiers, Cogne (Ao) BIBLIOGRAFIA Informazione Arte - Gente Nostra - Il Quadrato - Pittura It. Contemporanea - Arte Italiana nel Mondo - Pittori e Scultori con- temporanei - Enciclopedia d'Arte SEDA - Diorama e documenti - Biennale d'Arte Pittori e Scultori Italiani - Enciclopedia Leonardo - Intercatalogo Donadei - Comanducci - Pittori Italiani XX sec. - Bolaffi Arte 14 - La Revue Moderne - Parliamoci - Corr. della Sera - La Notte - El Tivan - Corr. di Torino - Gazzetta del Popolo - Play Time - Kunsthistorisches Institut in Florenz - Archivio Arte Italiana 900 - Lo Flambo - Corr. di Aosta e altri. PREMI E SELEZIONI Premio Cantù - Premio Artavaggio - Premio Sassetti - Premio Albino - Premio Chiavenna - Premio Marco d'Oggiono - Premio Magenta - Premio Città di Intra - Premio Menaggio - Orfeo in paradiso Sassetti - Vecchia Milano Sassetti -L'Isola di Milano - Milano dei Navigli 68 - Ghiglione 75 - Conc. Int. Città di Borgosesia - 6° Conc. naz. Città di Arona - XI Conc. naz. Santhià - Conc. Int. Il pennello d'oro 1976-77- 78-79 - Noël en Vallée d'Aoste - Conc. Naz. Villa Santina - Conc. Naz. Donnas 1977-78-79 - Coppa Turista Città di Aosta 1979 - Conc. Naz. Città di Besana. ....hanno scritto di lui ... Le succès vient assez tôt couronner ses études sur les mœurs des habitants de ces belles vallées qu'il aime tant. Ce sont des danses dans les villages haut perchés sur la montagne, des rudes paysans à leur dur labeur, des regards sur l'infini à contre-jour des arêtes rocheuses depuis les verts pâturages, là où il rêve. ... Par son style, par ses sujets traités, il est entièrement un des «nôtres». da Art et Montagne Les Maîtres Savoyards et Valdôtains Anche se il panorama è ibrido e confuso alla "Permanente" di Milano i buoni artisti non mancano, ed ecco finalmente un po' di opere che possiamo ram- mentare alla XXIV Biennale di Milano:... Concilio di Giancarlo Zuppini. dal corriere della Sera - Leonardo Borgese
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L'opera di Zuppini approfondisce una sua poetica e mantiene sempre le caratteristiche del suo linguaggio. L'aspetto raffigurativo vive dentro un' atmosfera sensibile. A volte si fa stilizzato e simbolico, in un clima arricchi- to dalla capacità e freschezza. dalla rivista d'arte Parliamoci - Giuseppe Ferro Ma più mi è piaciuto quel tramonto sul lago che Giancarlo Zuppini deve pro- prio aver assaporato con la bramosia del milanese che si sente sé rinato nel colo- re lariano, così da rendere in una soavità di toni di arancione, di rosa e di verde tenero, in un grande quadro, la poesia del lago nella maestosità dell'orizzon- te che si dispiega da quel balcone creato dalla natura sul centro lago. da El Tivan - Como - M. Fagnani Le immagini genuine e quotidiane che popolano le tele di Giancarlo Zuppini ci riportano come d'incanto alla sua "Val d'Aosta", ci trasmettono la festosità di un ballo campestre o la freschezza di un paesaggio alpestre. La delicatezza del colore, il movimento delle figure, la serena visione d'insieme conferisce a questo suo mondo un sapore di riscoperta e di attenta testimonianza di una cultura da sempre vicina a una umanità ricca di lontane tradizioni. Angelo Mistrangelo Giancarlo Zuppini abandonne un certain formalisme pour traduire le décor environnant avec un charme et une poésie délicate. Son coup de pinceau, en touches fines, est aisé et harmonieux. Ses tendances néo-figuratives font de son œuvre un spectacle agréable. La lumière éclaire ses œuvres et les fait vibrer. L'artiste a étudié son art à Brera où il a obtenu une médaille d'argent. Remarqué par les critiques, il a participé à la Biennale nationale d'art de Milan où il a présenté Concilio, en l'honneur du concile. De la structure en touches de cette œuvre, se dégage une atmosphère grave et humaine tout à la fois qui fait aimer cette toile. Dalla Revue Moderne (Parigi) En effet Giancarlo Zuppini nous propose des œuvres lumineuses et gaies où les personnages et la nature sont insérés dans des dimensions réelles qui nous rap- pellent un monde pur où l'ère de la consommation n'est pas encore contaminé. Son œuvre reflète toujours une logique visive caractérisée par des tons poéti- ques qui permettent de rentrer facilement en contact avec leur langage et de dialoguer avec des scènes qui décrivent un tas de choses de chez nous, telles que les danses, les fêtes patronales, les badoches, une partie aux cartes et la vie champêtre. Da Lo Flambo R. Vautherin Giancarlo Zuppini Villaggio Alleysin, 29 11010 Saint-Pierre (Aosta) Tel. 0165.903441
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REGIO A AUTONOMA VALLE D'AOSTA REGION AUTONOME VALLEE D'AOSTA Giancarlo ZUPPINI Archeologia dell'intimo / Archéologie intérieure
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GIANCARLO ZUPPINI
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GIANCARLO ZUPPINI Archeologia dell'intimo / Archéologie intérieure Aosta, Chiesa di San Lorenzo Aoste, Eglise Saint-Laurent 7 luglio – 29 ottobre 2006 7 juillet – 29 octobre 2006 Regione Autonoma Valle d'Aosta Région Autonome Vallée d'Aoste Presidente della Regione Président de la Région On. Luciano Caveri Soprintendente per i beni e le attività culturali Surintendant des activités et des biens culturels Roberto Domaine Direttore della Direzione attività culturali Directeur de la Direction des activités culturelles Elmo Domaine Capo del Servizio attività espositive Chef du Service des expositions Daria Joriox Testo critico Texte critique Paolo Levi Testi Textes Antonio Vizzi Organizzazione della mostra Organisation de l'exposition Assessorato Istruzione e Cultura Direzione attività culturali Servizio attività espositive Assessorat de l'Education et de la Culture Direction des activités culturelles Service des expositions Coordinamento tecnico Coordination technique Bruno Giordano Segreteria organizzativa Secrétariat pour l'organisation Monica Bonin Daniela Fazari Sabina Vagneur Progetto espositivo Conception de la mise en scène Fortunato Sergi Christine Valeton Progetto grafico Projet graphique Christine Valeton Traduzioni Traductions Christel Lambot Fotografie Photographies © Stefano Venturini Ufficio stampa Bureau de presse Andrea Andruet Stampa del catalogo Impression du catalogue Musumeci S.p.A., Quart Assicurazione Assurance Willis Italia S.p.A., Torino Internet: www.regione.vda.it © Regione Autonoma Valle d'Aosta 2006 © Musumeci Editore 2006 ISBN 88-7032-762-0 (794) Tutti i diritti riservati Archeologia dell'intimo / Archéologie intérieure
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Presentazione On. Luciano Caveri Presidente Regione Autonoma Valle d'Aosta È un vero piacere, sia pur venato di tristezza per l'improvvisa scomparsa dell'autore, tributare questo omaggio al pittore Giancarlo Zuppini nell'ambito delle iniziative culturali orga- nizzate per l'estate 2006 dal Servizio attività espositive della Regione Autonoma Valle d'Aosta. L'artista, milanese di nascita, ma valdostano di adozione, aveva infatti scelto, a partire dagli anni Settanta, di dimorare stabilmente nella nostra regione alla quale era profondamente legato non soltanto per la bellezza dell'ambiente che lo circondava, quanto per la continua ricerca di un mondo genuino e vero quale quello rappresentato dalle popolazioni delle nostre valli. La sua arte riflette appieno una realtà valdostana fatta di quo- tidiana operosità, di profonda religiosità e di momenti di festa con uno stile meticoloso, particolare e originale. L'esposizione, ospitata nei suggestivi ambienti della chiesa di San Lorenzo di Aosta, propone una serie di opere, realizzate a tecnica mista, che ben rappresentano il lavoro di Zuppini, già allievo dell'Accademia di Belle Arti di Brera e in seguito mem- bro della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano. Ringraziamo la signora Carla Maria che, nonostante il difficile momento, ha contribuito con la sua preziosa collaborazione al- l'organizzazione di questa mostra, che riteniamo non mancherà di ricevere l'attenzione che merita. Présentation M. Luciano Caveri Président Région Autonome Vallée d'Aoste C'est avec un grand plaisir, bien qu'il soit voilé de tristesse pour la disparition soudaine de l'auteur, que, dans le cadre des initiatives culturelles organisées pendant l'été 2006 par le Service des expositions de la Région Autonome Vallée d'Ao- ste, nous rendons hommage au peintre Giancarlo Zuppini. Cet artiste était né à Milan, mais il avait choisi, à partir des années soixante-dix, de s'établir dans notre région à laquelle il était profondément lié, non seulement pour la beauté de son envi- ronnement, mais aussi parce qu'il recherchait un monde naturel et authentique comme celui des populations de nos vallées. Son art et son style minutieux, particulier et original dévoilent pleinement la réalité valdôtaine, faite de dur labeur quotidien, de profonde religiosité et de moments de fête. L'exposition, accueillie par la suggestive église Saint-Laurent d'Aoste, nous propose une sélection d'œuvres, réalisées en te- chnique mixte, représentative du travail de Zuppini, qui a été élève de l'Académie des Beaux-Arts de Brera et ensuite mem- bre de la Société per le Belle Arti ed Esposition Permanente de Milan. Nous remercions Madame Carla Maria qui, malgré le moment difficile qu'elle traverse, a accordé sa précieuse collaboration à la préparation de cette exposition. Nous sommes sûrs que cet événement ne manquera pas de recevoir l'attention qu'il mérite.
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I paesaggi dell'emozione Paolo Levi Non saprei proporre un argomento più appropriato sull'opera e sul temperamento di questo artista, morto di recente - pressoché alla vigilia dell'antologica nella Chiesa di San Lorenzo in Aosta - se non quello trasmessomi, verbalmente, dalla moglie e dagli amici che hanno vissuto il lento e meditato nascere del suo mondo poetico: Giancarlo Zuppini era un pittore perfezionista, che nulla lasciava al caso. La sua visione parte da lontano, da una meditazione sulla essenzialità calibrata della cultura quotidiana della Valle d'Aosta (v. Raccolta delle mele e Pietra ollare - Le pentole) che lo porta a sezionare, senza distruggere, i piani dei volumi, equilibrandoli in una poetica essenziale e antiveristica. La sua ricerca è coerente, affondando le sue radici nelle avanguardie storiche europee dell'inizio del secolo scorso, e quindi più precisamente, nel Cubofuturismo. Solo il grande trittico Festa Patronale risente ancora della lezione pittorica realista, appresa all'Accademia di Brera, dove il bel disegno preparatorio doveva essere tutt'uno con il colore. Dal realismo sociale, infine, gli sono pervenuti i messaggi sulla gravosità del lavoro in fabbrica (v. Industria pesante - La colata), e sulla ritualità laica di un mondo contadino antico, come ne Le castagne - La raccolta. Zuppini possiede una precisa coscienza e conoscenza dei problemi formali che hanno agitato il Novecento nel campo delle arti figurative. Se da un lato il Cubofuturismo lo ha portato a una ricerca essenziale, espressivamente astratta, come in Battaglia delle capre, in altri momenti quella modalità rappresentativa ha costituito una sorta di coadiuvante linguistico e iconografico per dare corpo a una poetica altrimenti inesprimibile: è questo il caso del dipinto dedicato a Saint-Barthélemy e le stelle. Captando del vero l'essenza lirica, Giancarlo Zuppini, la restituisce in volumi informi (v. I cercatori di cristalli o Fatica in miniera) in uno stadio figurale sempre allusivo, ma soprattutto espressivamente dinamico. Se poi vogliamo parlare della struttura di questi lavori, va detto che essa vive sugli accostamenti fra la figura umana, i rituali festosi o lavorativi e gli oggetti del quotidiano, che vengono pittoricamente stabilizzati in rapporti e relazioni volumetriche di grande espressività e precisione, ma lasciando libero spazio al sentimento e alla fantasia. Ho provato diletto e stupore nell'esaminare i bozzetti di partenza, che sono microscopici e accuratissimi appunti su carta e bellissimi anche se, ovviamente, sono funzionali all'artista. In queste carte c'è già tutta la costruzione dell'opera definitiva, spesso eseguita con tecniche miste, dove tende a prevalere la tempera, che appare a volte trasparente come un acquerello. Giancarlo Zuppini vive il mondo che lo circonda in chiave dapprima emozionale, ma poi lo seziona sulla base di una ragione geometrica in tasselli di colore, optando per un'oggettività che tuttavia nulla toglie al messaggio contenutistico, come nei casi poeticamente suggestivi de // pane e il forno, o nella composizione antiretorica dedicata a Lo spazzacamino. Non conosco altri pittori contemporanei che abbiano optato per le avanguardie del secolo scorso, per non cedere al romanticismo paesista dell'Ottocento, trovando in esse un'alternativa salvifica per esprimere la propria razionale visionarietà. Nativo di Milano, tre decenni fa Zuppini si è stabilito a Saint-Pierre, un paese di poche case, con molto verde e su uno sfondo incantevole di montagne. Eppure egli dialoga solo con l'artigiano intagliatore o con chi fatica in miniera, e non con il cielo e le montagne. I suoi sono dipinti che riflettono l'esperienza generosa di un artista che opera pazientemente, e che prepara con meticolosità i dettagli per le sue microstorie di cultura materiale, della quale si è fatto sapiente cronista. Aderendo al Cubofuturismo, è come se formulasse un giudizio critico nei confronti dei paesisti di tradizione che l'hanno preceduto. Zuppini in realtà ha cercato la sua verità espressiva nella perfetta e geometrica purezza delle linee intersecate e nella magica sommatoria dei tasselli cromatici che ricostruiscono l'insieme dell'immagine in una riconoscibilità piena e significativa. La meditata conquista di Zuppini comprende in realtà tutto quello che è ormai un dato acquisito nella figurazione tradizionale, ma senza lasciarlo trapelare. Nessuna traccia quindi del verismo storico, di cui Italo Mus, in Valle d'Aosta, è il massimo rappresentante. Egli s'inserisce nel mondo valdostano, nelle feste (è splendida, a questo proposito, La processione di San Grato) e nella laboriosità quotidiana, ben cosciente di non essere nativo del luogo, ma non per questo meno disponibile a farsene interprete, con un tratto pittorico del tutto personale e inconfondibile. Adeguando la sua scrittura pittorica alle strutture e agli stilemi cubofuturisti, Zuppini ha ben compreso quanto dato stilistico sia congeniale alla sua sensibilità creativa, e necessario per dare significato narrativo alla sua attenzione per il mondo che lo circonda e che ha eletto a patria spirituale. In questi quadri la natura sociale del suo lirismo è stata certamente una scelta intellettuale consapevole, ma dettata all'origine da un amore istintivo e sconfinato per i volti, le forme e lo spirito della sua Valle. Esprimendosi con grande naturalezza - le sue stesure sono nette, senza ripensamenti, soprattutto senza decorativismi, e quindi, vorrei dire, commisurate strettamente alle sue esigenze descrittive - questo artista ha creato limpide scenografie che appaiono illuminate da una luce interiore, poeticamente filtrata da una razionalità commossa e partecipe.
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Les paysages de l'émotion Paolo Levi Je ne saurais proposer un thème plus approprié sur le travail et sur le tempérament de cet artiste, disparu récemment - presque à la veille de l'exposition d'œuvres choisies à l'église Saint-Laurent d'Aoste -, que ce qui m'a été dit de vive voix par son épouse et par ses amis. Ces personnes, qui ont assisté à la naissance lente et méditée de l'univers poétique de Giancarlo Zuppini, affirment : c'était un peintre perfectionniste, qui ne laissait rien au hasard. Sa vision part de loin, d'une méditation sur le caractère essentiel et calibré de la culture quotidienne de la Vallée d'Aoste (voir La récolte des pommes et Pierre ollaire - Les pots) qui l'amène à sectionner, sans les détruire, les plans des volumes, en les équilibrant dans une poétique essentielle et anti-vériste. Sa recherche cohérente plonge ses racines dans les avant-gardes historiques européennes du début du siècle passé, à savoir dans le Cubofuturisme. Seul le grand triptyque Fête patronale est encore influencé par le réalisme de l'Académie de Brera, où le beau dessin préparatoire doit former une unité avec la couleur. Le réalisme social, enfin, est présent dans la représentation du lourd travail à l'usine (voir Industrie lourde - La coulée) et des rites laïques d'un monde paysan ancien, comme dans Les châtaignes - La récolte. Giancarlo Zuppini est très conscient des problèmes formels qui ont agité le XXème siècle dans le domaine des arts figuratifs : il les connaît bien. D'une part, le Cubofuturisme le conduit vers une recherche essentielle, abstraite sur le plan expressif, comme dans La bataille des chèvres. D'autre part, la modalité représentative constitue une sorte de soutien linguistique et iconographique permettant de donner corps à une poétique qui, autrement, ne pourrait pas s'exprimer : c'est le cas du tableau consacré à Saint-Barthélemy et les étoiles. En saisissant l'essence lyrique de la réalité, le peintre la restitue dans des volumes informes (voir Les chercheurs de cristaux ou Le dur travail dans la mine) riches d'allusions, mais, surtout, dynamiques au point de vue expressif. Par ailleurs, la structure de ces œuvres se base sur les rapprochements entre la figure humaine, les rites liés à la fête ou au travail et les objets du quotidien, qui sont stabilisés sur le plan de la peinture - dans des relations et des rapports volumétriques très expressifs et précis, tout en laissant toute liberté au sentiment et à l'imagination. J'ai été à la fois charmé et surpris par les esquisses qui sont à l'origine de ces œuvres : il s'agit de notes minuscules et extrêmement soignées tracées sur papier, fonctionnelles pour l'artiste, mais magnifiques. Ces ébauches contiennent déjà toute la construction de la peinture définitive, souvent exécutée avec des techniques mixtes, où la détrempe - parfois transparente comme une aquarelle - domine généralement. Giancarlo Zuppini vit le monde qui l'entoure d'abord sous l'angle des émotions, pour le sectionner ensuite en éléments colorés sur la base d'une raison géométrique, en optant pour une objectivité qui n'ôte rien, toutefois, au contenu du message, comme dans les cas poétiquement suggestifs de Le pain et le four ou de la composition anti - rhétorique dédiée au Ramoneur. Il n'existe pas, à ma connaissance, d'autres peintres contemporains qui, afin de ne pas céder au romantisme des paysagistes du XIXème siècle, ont choisi les avant-gardes du siècle dernier, trouvant ainsi une alternative salvatrice pour exprimer leur caractère à la fois visionnaire et rationnel. Né à Milan, il y a une trentaine d'années Giancarlo Zuppini s'est établi à Saint-Pierre, un village avec peu de maisons, beaucoup de verdure et un superbe paysage de montagne. Cependant, il ne dialogue ni avec le ciel, ni avec les montagnes, mais avec l'artisan graveur ou les mineurs. Ses peintures reflètent l'expérience généreuse d'un artiste qui travaille patiemment, qui prépare minutieusement les détails pour ses micro-histoires de culture matérielle, dont il devient un chroniqueur habile. Son adhésion au Cubofuturisme sonne comme un jugement critique vis-à-vis des paysagistes traditionnels qui l'ont précédé. En réalité, Zuppini a cherché sa vérité expressive dans la pureté parfaite et géométrique des lignes qui s'entrecoupent et dans la somme magique des fragments chromatiques, qui reconstruisent l'ensemble de l'image, la rendant tout à fait reconnaissable et pleine de sens. La conquête méditée de l'artiste inclut, en réalité, tout ce qui fait désormais partie des acquis de la représentation traditionnelle, mais sans le montrer. Aucune trace du vérisme historique, dont Italo Mus est le représentant le plus important en Vallée d'Aoste. Giancarlo Zuppini s'insère dans le monde valdôtain, dans les fêtes (à ce propos, La procession de saint Grat est magnifique) et dans le labeur quotidien ; conscient de ne pas être né dans la région, il est entièrement disposé à s'en faire l'interprète, avec son coup de pinceau très personnel, impossible à confondre. En adaptant sa peinture aux structures et aux tournures cubofuturistes, Zuppini a prouvé qu'il a compris combien ce style convient à sa sensibilité créative et s'avère nécessaire afin de donner un sens narratif à son attention pour le monde qui l'entoure et qu'il a élu comme patrie spirituelle. Dans ces tableaux, la nature sociale de son lyrisme a certainement été un choix intellectuel conscient, mais dicté à l'origine par un amour instinctif et illimité pour les visages, liberté les formes et l'esprit de sa Vallée. S'exprimant avec beaucoup de naturel - ses œuvres sont nettes, sans hésitations et, surtout, sans surabondance d'éléments décoratifs : elles sont donc étroitement proportionnées par rapport à ses exigences descriptives -, cet artiste a créé des scénographies limpides, comme illuminées d'une flamme intérieure, poétiquement filtrée par une rationalité émue et touchée.
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OPERE 1a SEZIONE / ŒUVRES 1ère SECTION
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1 - Il Pane (il forno) tecnica mista cm 60x80 2 - Battaglia delle capre tecnica mista cm 50x60
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3 - Latte e fontina tecnica mista cm 50x60 3 - Latte e fontina (particolare)
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4 - Il vino di montagna tecnica mista cm 50x60 4 - Il vino di montagna (particolare)
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5 - Le castagne (La raccolta) tecnica mista cm 50x60 6 - I cercatori di cristalli tecnica mista cm 50x60
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7 - Il Tunnel (M. Bianco) tecnica mista cm 40x50 8 - Lo spazzacamino tecnica mista cm 40x50
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9 - Carnevale in Coumba Freide tecnica mista cm 50x60 9 - Carnevale in Coumba Freide (particolare) Zuppini
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10 - Pietra ollare (le pentole) tecnica mista cm 40x50 11 - Montagne superbe (L'alpinismo) tecnica mista cm 50x60
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12 - Saint-Barthélemy e le stelle tecnica mista cm 50x60 13 - Giochi tradizionali (La rebatta) tecnica mista cm 50x60
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14 - La processione (San Grato) tecnica mista cm 50x60 14 - La processione (San Grato) (particolare)
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15 - I Marrons della Coumba Freide tecnica mista cm 50x60 16 - Il Buon prodotto (l'olio di noci) tecnica mista cm 40x50
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17 - Raccolta delle mele tecnica mista cm 40x50 18 - Industria pesante (La colata) tecnica mista cm 50x70
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19 - L'Artigiano intagliatore tecnica mista cm 40x50 20 - Gli orditi montanari (Tessitura a telaio) tecnica mista cm 40x50
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21 - La Badoche (in costume di Cogne) tecnica mista cm 40x50 22 - 4 luglio 1886 (Inaugurazione ferroviaria) tecnica mista cm 40x50
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23 - Dentelles de Cogne tecnica mista cm 40x50 24 - Fatica in miniera tecnica mista cm 40x50
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OPERE 2ª SEZIONE / ŒUVRES 2ème SECTION
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G. Zuppini
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La fêta patronalla trittico 2004/2006 tecnica mista cm 150x70 (pagine precedenti) Fiera di Sant'Orso 2004/2006 tecnica mista cm 50x60 Les Sallereins (La danza) 2004/2006 tecnica mista cm 50x60
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La cappella di Ecours (nevicata) 2004/2006 tecnica mista cm 50x60 Maggengo (il falciatore) 2004/2006 tecnica mista cm 50x60 Vita di villaggio trittico 2004/2006 tecnica mista cm 150x70 (pagina successiva)
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56
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Inverno (il mondo di Rosy) trittico 2004/2006 tecnica mista cm 150x70 (pagine precedenti) Inverno (il mondo di Rosy) (particolare pagina precedente) Lo baou (La stalla) 2004/2006 tecnica mista cm 30x40 Benedizione dei campi 2004/2006 tecnica mista cm 40x50
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La raccolta 2004/2006 tecnica mista cm 40x50 La raccolta (particolare) Zuppini
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1950. Mercato in Piazza Chanoux 2004/2006 tecnica mista cm 100x70 1950. Mercato in Piazza Chanoux (particolare)
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Vedeun al tramonto Galline sull'aia 2004/2006 2004/2006 tecnica mista tecnica mista cm 100x70 cm 35x45
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Neve a Champlong 2004/2006 tecnica mista cm 30x40 La cena (interno) 2004/2006 tecnica mista cm 40x50
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Fatica nei campi 2004/2006 tecnica mista cm 35x45 Bataille des reines 2004/2006 tecnica mista cm 40x50
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I pensieri della lavandaia 2004/2006 tecnica mista cm 35x45 Il Re del ferro (il fabbro) 2004/2006 tecnica mista cm 50x70
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Danza in costume di Cogne 2004/2006 tecnica mista cm 50x70 Molitta (l'arrotino) 2004/2006 tecnica mista cm 40x50
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Magnin (lo stagnino) 2004/2006 tecnica mista cm 40x50 Il Cristo morente 2004/2006 tecnica mista cm 40x50
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La donna con il mulo 2004/2006 tecnica mista cm 50x60 Il ritmo della battitura 2004/2006 tecnica mista cm 50x60
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Testi/Textes Antonio Vizzi
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1. IL PANE E IL FORNO Il pane per gli abitanti della montagna, spesso avara, è sempre stato fondamentale per la vita stessa delle comunità. Tutti i popoli della Terra hanno avuto e tuttora hanno un atteggiamento di profondo rispetto nei suoi riguardi. Infatti, a tutte le latitudini e le longitudini del nostro pianeta si svolge una liturgia, che si ripete da millenni, per la produzione del pane. Oggi i forni sono muti testimoni di una tradizione che consentiva ai valligiani di provvedere alle scorte necessarie per superare gli inverni e affrontare con serenità lo scorrere del tempo. Le piccole comunità dei villaggi isolati si attenevano a procedure precise e mai scritte, che si rinnovavano di anno in anno. I contadini coltivavano la segale, lou bià, in quantità sufficiente per sfamare il nucleo familiare. «Pieu li brats sunt pichout et fébiou et pieu li pan son ner et countà» dicevano i vecchi di Champorcher (Più le braccia – dei bambini: ndr – sono piccole e deboli e più i pani sono neri e contati). In montagna il frumento, di solito, non era coltivato, perché non garantiva un buon raccolto, sia per l'aridità del terreno che per le temperature molto rigide. Spesso il grano non maturava e ammuffiva sulla spiga o "carbonchiava”, diventava nero. La mietitura deve essere puntuale per evitare che le spighe disperdano i loro preziosi chicchi. Si trattava, allora, di sopravvivere e, quindi, ogni spreco era impensabile. La perfetta maturazione della segale e del grano assicura la buona farina per un'altrettanto buona panificazione. In montagna qualunque piccolo appezzamento o terrazzamento era venivano alternati con le patate. I contadini erano anche abili mulattieri, perché dovevano costruire i murretti di sostegno dei loro minuscoli podi con la natura per strappare dai fianchi della montagna i campi per la semina. Ancora oggi si possono osservare resti di opere che testimoniano le difficoltà e le fatiche dei montanari. Una volta ricavato il fazzoletto di terra, bisognava bonificare il terreno trasportando letame e con tsátun (la gerla), operazione, quest'ultima che abitualmente svolgevano le donne. Lungo i torrenti veniva costruiti i mulini, a valle in villaggi per la macina per ricavarne la farina, per la panificazione. A La esempio, tra Brengon e Clou pendio, alimentati piccolo torrente. Ognuno di gli abitanti di altrettanto messi in funzione serviva più per irrigare abbandono ne sono stati Ogni famiglia aveva il frumento o la segale per giorni al mese. Poi, prima il tempo per preparare solo una volta all'anno. famiglie avevano la segale e del rimasta solo la cenere e dopo (circa 12 ore) che le pietre della vouta (la volta del forno) avevano assunto una colorazione bianco- cenere, lou forni, il fornaio iniziava, con lou robiou, le operazioni di pulizia. Raccoglieva le braci nella tzampana (il cinerario) e con gli icoats eliminava i residui. Veniva chiusa la bocca del forno con una pietra e sigillata con terra inumidita (anche il foro, lou bonommo, che consentiva la respirazione del forno stesso). Il forno restava per 4/6 ore chiuso per boundé lou four, per distribuire il calore all'interno in modo omogeneo. E mentre lou forni lo controllava la famiglia di turno provvedeva a predisporre la leverì, il lievito naturale (la madre), e ripulire l'attrezzatura. Ecco allora entrare in opera il pastin, l'uomo che preparava l'impasto per la panificazione. Le panificazione avveniva nelle stalle, il posto della casa notoriamente più caldo e quindi centro della vita quotidiana. Nella stalla da un lato c'era il bantsì, il posto delle mucche, e dall'altro il posto dedicato alle persone, di solito su un palchetto di legno. In quel lato era dislocato un telaio per la tessitura (ci riferiamo, in questo caso, alle tradizioni Champorcher), un tavolo, qualche panca, un letto ed una piccola stufa per la cottura dei cibi. Era il lato della casa che di solito aveva una o due piccole finestre. Nelle stalle più grandi si ospitavano anche amici e parenti. In esse si svolgeva d'inverno la vita del nucleo familiare, soprattutto nelle giornate più rigide. Gli uomini intagliavano oggetti di legno o preparavano utensili; le donne filavano o tesevano, mentre gli anziani raccontavano le storie del passato. Dopo la veillà molti si addormentavano nella stalla, cullati dal tepore delle bestie. La stalla era il luogo dove avveniva la fermentazione spontanea della farina di segale intrisa d'acqua e mescolata allo lévéirì, il lievito naturale, grazie alle ideali condizioni interne (il calore costante, l'umidità dell'aria, la presenza di batteri e microrganismi). Ogni famiglia, al termine delle operazioni di panificazione, passava alla famiglia successiva una parte d'impasto lievitato. Approntata la lèvéirì, lo pastin iniziava a impastare (boulundzì). I pastin erano abitualmente uomini perché l'operazione era molto faticosa. Poi le breiererele, le donne e le ragazze (da brei, preparare) preparavano lo pan. Le famiglie più povere, per assicurare il quantitativo di pane necessario per un anno (i vecchi si ricordano che già a fine agosto, fine settembre dell'anno dopo il pane scarseggiava) aggiungevano alla segale la crusca. Per una famiglia di 8/9 persone si cuocevano circa 9 infornate di pane, per un totale di 900 pani. Il paton, la pasta lavorata, veniva fatta lievitare per tre ore. Trascorso il tempo necessario si suddivideva in porzioni e lo si lavorava sulla toula de brei, sull'asse di lavorazione. Li pan venivano creati dalle mani delle ragazze sotto l'occhio vigile delle donne anziane. Anche i giovanotti prima di scegliere moglie andavano a controllare le giovani breiererele per valutarne l'abilità manuale, necessaria per la futura economia familiare. Li pan erano incisi con il coltello o con lo rabio sia per riconoscere i propri pani (ogni famiglia aveva i personali marchi, soprattutto quando in una infornata si cuocevano pani per più famiglie) e sia per favorire la cottura. Lo forni infornava i pani (90/100 per volta), sigillava latte o nell'acqua. Potevano anche essere rosicchiati durante il lavoro in campo o mentre si pascolavano le mucche. 2. BATTAGLIA DELLE CAPRE Perloz è un antico paese all'ingresso della Vallesana, che si estende all'envers e all'adret (alla destra e sinistra orografica) del torrente Lys, ricco di circa 40 villaggi, con soli 468 abitanti. Il capoluogo, costruito a 660 metri di quota su un terrazzamento dell'adret, vanta un'insolita caratteristica che lo distingue dagli altri comuni. Si tratta della battaglia che si combatte fra le capre, una manifestazione che mutua la più popolare battaglia delle Regine (le mucche valdosiane). Il combattimento si disputa fra i migliori caprini, verso la fine di novembre di ogni anno, nel villaggio di Tour d'Héréras. Si tratta, in realtà, della fase che le consente di produrre un latte altamente digeribile e ricco di proteine nobili. Perché in Valle d'Aosta sono nate e si sono affermate Les Batailles des Chèvres? Alcune risposte sono fornite dall'Associazione Comité Régional Batailles des Chèvres che ha sede a Perloz (tel. 0125-805162). Uno dei primi motivi è il rispetto della tradizione, sottolineato dall'articolo 2 dello Statuto che prescrive al Comité Régional di promuovere la Batailles des Chèvres e diffondere la passione per l'allevamento caprino. Un altro motivo viene suggellato dall'interesse che possono avere gli allevatori. Infatti, le competizioni, mai cruente e quindi mai mortali, stimolano (come avviene, peraltro per la Batailles des Reines e la Batailles de Moudzon) essenzialmente la qualità della razza. Gli allevatori sono pertanto spinti ad avere animali sempre più belli e più sani. La cura del bestiame consente di Falconer e Capra aegagrus o capra selvatica ou del Bezoar o egagro (selvatico). Ed è proprio dalla Capra aegagrus che sembra derivata la comune capra domestica (Capra hircus), insieme alla Capra prisca che oggi risulta estinta. Le capre si nutrono essenzialmente di foraggi secchi e legnosi o di ramoscelli verdi, pertanto risultano altamente nocive per la vegetazione perché inaridiscono le foreste alpine fino a distruggerle. La loro gestione fa parte di una precisa politica economica agro-alimentare. La Valle d'Aosta presenta territori idonei al loro allevamento, tanto è vero che esiste oggi anche una Razza Valdostana di taglia medio-grande, che raggiunge al garrese un'altezza di 70/75 cm. Le corna delle capre valdostane, che possono raggiungere dimensioni enormi soprattutto negli esemplari maschi, sono presenti in entrambi i sessi. La Capra valdostana ha un carattere esuberante ed è dotata di una spiccata intelligenza. Essa pascola sulle nostre montagne in continuazione per brucare la tenera erba che le consente di produrre un latte altamente digeribile e ricco di proteine nobili. Perché in Valle d'Aosta sono nate e si sono affermate Les Batailles des Chèvres? Alcune risposte sono fornite dall'Associazione Comité Régional Batailles des Chèvres che ha sede a Perloz (tel. 0125-805162). Uno dei primi motivi è il rispetto della tradizione, sottolineato dall'articolo 2 dello Statuto che prescrive al Comité Régional di promuovere la Batailles des Chèvres e diffondere la passione per l'allevamento caprino. Un altro motivo viene suggellato dall'interesse che possono avere gli allevatori. Infatti, le competizioni, mai cruente e quindi mai mortali, stimolano (come avviene, peraltro per la Batailles des Reines e la Batailles de Moudzon) essenzialmente la qualità della razza. Gli allevatori sono pertanto spinti ad avere animali sempre più belli e più sani. La cura del bestiame consente di base al peso e all'età, si fanno una competizione che consente di mettere in mostra i loro capi e dimostrane la qualità. Sembra che la capra sia stato il primo essere addomesticato dall'uomo. ale del mammifero è, infatti, la dove vive sia allo stato domestico o. Il genere comprende quattro ra ibex o stambecco delle Alpi; paica, o stambecco dei Pirenei; rieri, ossia la capra Markhor o di
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selezione per la razza per ottenere specie più adeguate all'allevamento. Anche la rivalità fra gli allevatori rappresenta un'opportunità di confronto che produce benefici risultati. L'interesse poi che si suscita all'esterno del mondo agro-pastorale consente allo spettatore di assistere ad uno spettacolo ancestrale che da milioni di anni si rinnova sulla Terra per individuare nell'ambito del branco il capo dominante che dovrà concedersi al suo harem. La Capra ibex risale a 13 milioni di anni fa. Sembra, pertanto, che sia il mammifero più antico tuttora presente sul nostro pianeta; e se pensiamo che l'origine dell'uomo risale solo a 2 milioni di anni, quando per la prima volta sulla Terra apparve l'Homo sapiens, non possiamo far altro che guardare con stupore e ammirazione questi animali. Tancredi Tibaldi inoltre ricorda che, poiché le società tradizionali agro-pastorali si basavano sulla competizione (per cui la comunità era strutturata in maniera gerarchica, dal capo- pastore al tchit - il bambino), il recupero della Batailles des Chèvres assumeva anche una funzione di controllo delle pulsioni giovanili, tendenti alla lotta. La gioventù di ogni villaggio ingaggiava sanguinose dispute con giovani di altri villaggi o vallate viciniori. Il XIX secolo fu teatro di scontri che spesso si concludevano con feriti e morti. Poi le lotte si trasformarono in tradizionali scontri fra coscritti per stabilire una superiorità nel gruppo: proprio gli obiettivi che oggi, infatti, producono le Batailles des Chèvres o Rénies riuscendo ad appagare i più ancestrali istinti umani (quello che avviene, come sappiamo, assistendo ad una partita di calcio). In Valle d'Aosta nel 2006 si concluderà la nona edizione della Batailles des Chèvres (Batailla dé Tehévre in patois di Perloz). La competizione, caratteristico e folcloristico combattimento fra i migliori esemplari caprini, avviene attraverso due eliminatorie, quella primaverile che si disputa a Donnas, Verrayes, Charvensod e Introd (da aprile a maggio) e quella autunnale a Valgrisenche e Introd (da settembre e ottobre) per confluire a Perloz in novembre per la fase finale, che eleggerà nelle varie categorie (1^ - oltre 65 kg; 2^ - da 55 a 65 kg; 3^ - sotto i 55 kg; 4^ bime - meno di due anni) le vincitrici. Il Comité de Direction de la Batailles des Chèvres prevede un presidente (Sistemi Badery, che rappresenta il referente principale della specialità, è lanciata a Perloz nel 1981) un vice (Edy Guichardaz), cinque membri di Giunta, un segretario, due revisori dei conti e sette delegati di zona, corrispondenti alle cinque località che ospitano le fasi eliminatorie. In Valle d'Aosta si contano circa 4.000 capre, distribuite in tutta la regione. turnaria è quella di Etroubles, fondata nel 1853 da un domestico di Marcoz Anselme per invitare i compaesani a riunirsi in consorteria, come in Svizzera. La mucca, caposaldo dell'economia valdostana, ha sempre rappresentato la ricchezza delle famiglie e un tempo era valutata in capi posseduti. Dalla mucca si ricava il latte e da questo il burro, il formaggio e la ricotta. Le mucche locali sono esemplari di pura razza valdostana dal mantello "pezzato rosso" o "pezzato nero", a seconda del colore predominante, appunto, del mantello. In Valle d'Aosta sono oltre 50.000 i capi che costituiscono il patrimonio bovino. La mucca, per sua natura, deve stabilire nell'ambito della mandria una rigida gerarchia, per questo si scontra con le rivali, fino a definire i rapporti di forza, in incruenti combattimenti individuali, e per stabilire la regina dell'alpeggio. Il giorno della discesa, la desarpa (di solito il 29 settembre, giorno di san Michele) la si riconosce dal bosquet, un trofeo di fiori, nastri e specchi. Analogo riconoscimento viene assegnato alla mucca che produce più latte, ma con un "bosquet" di nastri bianchi. La passione del valdostano per i "combattimenti" tra mucche si è trasformata in un vero e proprio campionato regionale con vari livelli di selezione. I "duelli" conclusivi si svolgono ad Aosta, dove viene proclamata la "regina delle regine". Le mucche iscritte alla competizione sono, quindi, di pura razza valdostana, ingravidate da almeno tre mesi. Esistono, ovviamente, diverse categorie, a seconda del peso dell'animale. La finale si svolge nell'arena della "Croix Noire", appositamente attrezzata per lo scopo, nella penultima domenica di ottobre. Le mucche dichiarate vincitrici nelle loro categorie ricevono in una coreografica cerimonia finale la sonaille de Chamonix, addobbata con un grande fiocco rosso, che indosserà per un intero anno, fino all'inizio della successiva competizione. 3. LATTE E FONTINA. La Fontina, dal 1955 prodotto doc a livello nazionale, protetto dal 1996 dal marchio dop, denominazione di origine protetta anche in ambito europeo, è un formaggio grasso, dolce, elastico, fondente in bocca, di color paglierino dalla pasta cotta prodotta con latte intero vaccino proveniente da una sola mungitura, secondo la definizione ufficiale del disciplinare. Di formaggi si parla in Valle d'Aosta almeno dal XIII secolo, quando nel Liber redditorum del capitolo della Cattedrale di Aosta, si fa menzione nel 1267, al fromaige; sempre nel 1267, si parla della seras tra i prodotti soggetti ad imposizioni fiscali di Châtel-Argent. Ancora a Brissogne, nel 1270, si fa accenno al vacherinus, da cui deriverebbe il toponimo del villaggio di Vacherin. Fontina, come sostantivo, appare solo nel 1717 all'Ospizio del Gran San Bernardo, quando il céllerier, l'economo della casa, lo inserisce nei suoi registri con la seguente annotazione «... devo dare una fontina di un rupt e quattro livres di nocciole fresche...». Il rupt o rub o rubt era un'unità di peso, corrispondente a 9,6 kg, mentre le livres sono un sottomultiplo corrispondente a 38,4 ettogrammi. La Fontina poteva pesare, quindi, anche 25 livres. Fontina ha un'etimologia ancora controversa; forse deriva dalla sua specifica caratteristica di saper fondere. Ma i più propendono per farla derivare dal nome di un alpeggio, Fontin, sopra Quart, dove vengono ancor oggi prodotte rinomate fontine, che viaggiatori britannici dell'800 descrissero con vivo interesse. Oggi le forme di Fontina hanno un peso di 8/10 chilogrammi. Lo scalzo, l'altezza della forma, è di misura ridotta e le superfici della forma sono concave per evitare screpolature nel corso della maturazione. Per mescolare il latte viene usato lo spino, un mestolo di legno a rebbi contrapposti, su un fuoco di 50° circa. La maturazione delle Fontine dura dai 4 ai 5 mesi. Il prodotto viene tutelato dal Consorzio Produttori Fontina che vigila sulla qualità e sulla commercializzazione. La maturazione sono distribuiti in gallerie scavate nella montagna, nelle quali sono fondamentali il grado di umidità e la temperatura. Dalla Fontina si produce anche la Fonduta di Fontina, venduto e confezionato in un barattolo per il consumo in cucina. Oltre alla Fontina si produce il Fromadzo, dall'aroma caratteristico e con un minor contenuto di grasso. Un altro tipico prodotto derivato dal latte è il Reblec, formaggio cremoso, ricavato prelevando lo strato superficiale dalla cagliata. Il Reblec è molto delicato e va consumato entro pochi giorni. L'ultimo derivato dalla filiera Latte-Fontina è il Séras, di colore chiaro e sapore acidulo, che si consuma a fette, abitualmente con la polenta. 4. IL VINO DI MONTAGNA. fazzoletti di terreno coltivabile sulle falde, in genere all'adret (la zona esposta a sud) delle montagne. La pratica agro-pastorale affonda le radici nella notte dei tempi. La siccità e l'isolamento dei villaggi hanno costretto i contadini valdostani ad una lotta quotidiana e la ricerca di spazi per la vite si è rivelata difficile. Solo dopo la II guerra mondiale la viticoltura regionale ha avuto il suo sviluppo grazie alla presenza dei monaci svizzeri del Gran San Bernardo che oggi gestiscono l'Institut Agricole Régional di Aosta, producendo ottimi vini e preparando valent tecnici. Le superficie coltivata a vite si distribuisce su circa 700 ettari (gli storici asseriscono che nel passato fossero stati recuperati 3000 ha di terreno coltivabile a vite). La produzione non è lontana dai 30.000/ 35.000 ettolitri di vino (pari a meno di 1/1000 della produzione nazionale). Ciò dà la misura di quanto sia modesta la quantità di prodotto, che tuttavia si rivela di elevatissima qualità. Una quantità insignificante se raffrontata alla produzione mondiale. I vini valdostani sono considerati di qualità molto pregiata e sono particolarmente richiesti dagli intenditori e appassionati del settore. Esiste, a tal proposito, la Route des Vins che consente di visitare tutte le zone di produzione di D.O.C.G e D.O.C (denominazione di origine controllata garantita e denominazione di origine controllata), una strada con fini culturali che dai terrazzamenti arditi di Pont- Saint-Martin e Verrès arriva ai 1300 metri di La Salle e Morgex, ossia fino al limite per la sopravvivenza della vite. I vigneti della Valdigne, infatti, sono considerati i più alti d'Europa; vi nasce il "Bianco dei Ghiacciai". Grazie all'escursione termica, molto elevata in tutta la Valle d'Aosta, si producono gli aromi forti e fruttati che caratterizzano il D.O.C. Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste ricco di 27 qualità e 22 vitigni autorizzati dal
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disciplinare. Tra i vini più pregiati troviamo il Moscato di Chambave, l'Enfer d'Arvier, il Torrette e il Donnas. Una attenta politica regionale ha gestito con opportuni sostegni economici il settore, rivelandosi determinante per la qualità del prodotto "vino", che oggi rappresenta uno dei vanti del settore agro- alimentare. Il settore vitivinicolo della regione rappresenta una parte consistente dell'economia del comparto agricolo regionale con un giro di affari che tende verso i sei milioni e mezzo di euro (13 miliardi di vecchie lire). Gli operatori che si dedicano con amore e passione alla viticoltura devono confrontarsi con una natura aspra e difficile, in situazioni spesso al limite. Con il loro lavoro trasformano l'ambiente creando terrazzamenti incantevoli che s'inseriscono armonicamente nell'insieme vallivo. I vitigni, che da secoli si abbarbicano sui pendii assolati delle regioni montuose e dei territori con forte pendenza, si traducono in una visione estetica di grande suggestione, che arricchisce il paesaggio e si trasforma in un concreto intervento di consolidamento del territorio. La "9a Esposizione Vini Doc della Valle d'Aosta" ha registrato una vendita di oltre 5.000 bicchieri ed una partecipazione di circa 15.000 visitatori, di cui la metà proveniente da fuori Valle. Sabato 27 agosto 2005 nel Salone Ducale del Municipio di Aosta sono stati premiati i vincitori del concorso (svoltosi a Courmayeur il 2 luglio con l'analisi di 531 bottiglie provenienti da 9 paesi europei), che ha visto assegnare una "Menzione Speciale" (sulle 9 concesse) ad un vino valdostano, il "Blanc de Morgex et de La Salle-Metodo Classico 2002", e a due vini siciliani, "Etna Rosato Doc - Tenuta Scilio-2004" e "Sicilia IGT Nero d'Avola - Terre di Ginestra-2003". Delle 18 "Medaglie d'Oro" attribuite, 5 sono state assegnate a vini italiani, mentre delle 115 "Medaglie d'Argento" 30 sono andate ai prodotti nazionali, di cui 6 alla Valle d'Aosta (4 per i vini bianchi e 2 per i vini rossi). Durante la "9a Esposizione Vini Doc della Valle d'Aosta" sono stati presentati gli oltre 500 vini in gara per il "V Concorso Internazionale Vini di Montagna" (organizzato dal CERVIM, Centro di Ricerche, Studi, Salvaguardia e Valorizzazione per la Montagna, che ha sede a Quart, in collaborazione con l'Assessorato Agricoltura regionale) provenienti dall'Europa: Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Svizzera e Ungheria; e dall'Italia: Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Liguria, Veneto, Campania, Calabria, Sicilia e Valle d'Aosta. 5. RACCOLTA DELLE CASTAGNE Una legge regionale del 1990 ha riservato un particolare riguardo al castagno da frutto con diametro superiore agli ottanta centimetri o con una chioma vitale all'80%. Di tali alberi il Servizio Forestale regionale si prende cura, su precisa richiesta dei proprietari. Una recente indagine ha censito oltre 600 castagni che rientrano nella precedente categoria, ai quali si devono aggiungere 160 alberi di castagno considerati monumentali. Perloz vanta in località Chieva un'altezza superiore ad una decina di metri ed una base di quasi nove metri. Gli abitanti di Perloz, per secoli hanno convissuto con la coltura del castagno tanto da chiamarlo semplicemente ebbro, albero. Alcune delle qualità di castagne hanno preso il nome da famiglie locali, oppure hanno dato il nome alla località. Il castagno cresce e si sviluppa nelle Alpi tra i 300 e i 900 metri di quota, preferendo terreni a reazione acida o neutra. Ecco spiegato il motivo per cui ha trovato un ideale habitat nella bassa valle e, soprattutto, nei paesi della VII Comunità Montana Mont Rose, dove si è diffuso anche a quote che raggiungono i 1500 metri, producendo, oltre ai frutti, anche ottimo legname. Purtroppo, la quantità di raccolto è andata via via riducendosi; dagli oltre 15.000 quintali del periodo antecedente l'ultima guerra mondiale, si è passati ai 5.000 q.li degli anni 1950 e a poche centinaia di quintali all'inizio degli anni 1990. Si può ben comprendere quale potenzialità commerciale abbia il comparto della castanicoltura nell'ambito della Comunità. Le cause della enorme diminuzione della produzione sono molteplici: i costi necessari per la raccolta dei frutti non si possono compensare con i ricavi dalla vendita. A ciò si aggiunga la difficoltà della raccolta perché i terreni impervi dei boschi di castagne non si prestano alla meccanizzazione delle operazioni, il problema delle malattie parassitarie e la presenza del cancro corticale (Endothia parasitica), che, giunto dall'America si è insediato dal 1938, prima in Liguria, per poi diffondersi a causa del vento in tutte le Alpi. La Comunità Montana Mont Rose, istituita nel 1973, ha affidato la sua immagine promozionale proprio alla castagna. Infatti, l'allegorico logo riporta in uno stilizzato riccio tre belle castagne. Il territorio della Comunità, che prende il nome dal massiccio del Monte Rosa, aveva affidato al tipico frutto del castagno un'importanza fondamentale per la sopravvivenza delle famiglie locali. Nel passato i maestosi alberi di castagno fornivano l'elemento base dell'alimentazione per tutte le contrade, rappresentando il menù fondamentale, e per alcuni mesi dell'anno (font subsister pendant quelques mois le menu du peuple), come ricorda la relazione del vicebalivo Peyrani e dell'avvocato Flandrin del 1759. Dal 1994 è stata attivata la Cooperativa "Il Riccio", che ha come scopo il recupero della tradizione alimentare della castagna e l'incremento e la valorizzazione della castanicoltura, oltre alla commercializzazione dei prodotti spontanei e coltivati. I soci sono oggi circa cinquanta, con una produzione ancora modesta, che non supera le migliaia di quintali. Una parte della produzione viene sottoposta a curatura perché si possa conservare la raccolta fino a Natale. Un'altra consistente parte della produzione subisce un processo di essiccazione per essere messa in commercio come "Castagne bianche", in appositi sacchetti, o trasformate in farina. Dal castagno si ricava anche un miele particolare, apprezzato dai buongustai per la presenza di tannini, per l'aroma tipico e per il colore ambrato. Il miele, confezionato elegantemente, viene commercializzato sui mercati sia dalla Cooperativa che da produttori privati di Pont-Saint-Martin, Lillianes e Fontainemore. Alla fine del secolo scorso in Valle d'Aosta è stato dato l'avvio al "Progetto Castagne" dall'Assessorato Agricoltura e Foreste Regionale, con l'obiettivo di evitare la scomparsa della tipica coltura. Gli interventi dell'Ente pubblico si traducono nell'organizzare corsi di aggiornamento e formazione. I primi campi sperimentali e dimostrativi sono stati realizzati a Donnas (Dalbard), Perloz, Lillianes e Pontboset. In tale quadro di recupero la VII Comunità Montana interviene con sostegni diretti agli agricoltori, con attività promozionali, eventi informativi e culturali. Uno dei primi provvedimenti messi in atto è stato il ringiovanimento delle vecchie piante, operando potature drastiche e innestando polloni con varietà locali come la Genetta, la Crest e la Chemiou, o con marroni di alta qualità. Si sono anche inseriti nel programma innesti di nuovi marroni e ibridi eurogiapponesi, che appaiono resistenti al cancro corticale. La civilisation du châtaignier è stata raccolta nel Bollettino n. 4 dalla Biblioteca Comunale di Donnas nel 1988 perché la memoria di tale cultura non vada dispersa. Il bollettino, in patois e francese, illustra l'antico mondo rurale della zona, analizzando gli aspetti caratteristici della coltura del castagno. Si va dall'abbacchiatura alla raccolta; dalla natura umana all'utilizzo a fini alimentari per gli animali; dall'innesto alle varie qualità; dall'utilizzo dei rami e delle foglie; allo sfruttamento del legname alla raccolta e utilizzo del tannino. Quello che più può sorprendere, a Donnas per esempio, è l'elevata quantità di varietà di castagne che si conoscevano almeno quattordici termini per indicare le qualità delle castagne. Le Réchane sono quelle che maturano almeno quindici giorni prima della stagione; la Yeuya e la Dzénaotte sono le castagne che si devono avere le castagne che si devono avere per boune per frèvoles. Van ben per fére un bon cousé se vendivouo tsére! (Una castagna buona può essere venduta cara!) È una piumbèsa, una maroun rossa, una verdèla, una roussana, una verdèla, a grosso e rosse, a bounèinta, a roussina, a verdèla. (Nota: alcune parole dialettali non trascritte con esattezza). ritieneva abitato da diavoli, mostri e streghe. E la convinzione era talmente radicata che persino uomini di scienza non sfuggivano a tale timore. Ce ne offre un esempio lo zurighese Johann-Jakob Scheuchezer, membro delle Accademie Regie d'Inghilterra e di Prussia, che gettò le basi della geofisica alpina e rivoluzionò le teorie sulla formazione della crosta terrestre. Ebbene, nonostante fosse un personaggio autorevole, dava credito alle leggende tanto che pensò di organizzare una ricerca per verificare se i draghi fossero a guardia dei luoghi più impervi. Eppure lo Scheuchezer non solo disse di averli incontrati, ma arrivò persino a dichiarare le sue scoperte nei resoconti che pubblicò a partire dal 1702. Nei suoi "Itinera Alpina" affermò di aver incontrato le terribili creature, tra le quali un serpente con una testa di gatto, ed altri con le ali di pipistrello. Quello che più lo aveva atterrito era, tuttavia, un serpente con una fulva testa di gatto con zampe squamate e coda biforcuta. Non tutti gli credettero, ma il timore si rafforzò tanto da far considerare il Monte Bianco "Montagnes Maudites". Qualcuno, inoltre, temeva d'incontrare briganti e popolazioni poco socievoli. Ma possiamo ritenere che si trattasse di paure diffuse ad arte, perché la montagna fu sempre e comunque frequentata da ardimentosi cacciatori e, soprattutto, dai cercatori di cristalli, i cristalliers. Sin dall'antichità l'uomo si è interessato ai cristalli di quarzo trasparente e poiché li raccoglieva in varie parti delle Alpi, riteneva che fossero composti di acqua congelata a temperature molto basse, dove il nome krystrallos (ghiaccio in greco), che non si poteva più disciogliere. Si trattava, indubbiamente, di oggetti straordinari, limpidi, luminosi, levigati e carichi di fascino e perciò magici, che potevano arricchire gli spericolati cercatori. Già Plinio il Vecchio, nel I secolo d. C., affermava che il quarzo nasceva insieme a minerali.
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nelle zone impervie delle Alpi (Naturalis Historia XXXVII, 27). I cristalli di quarzo erano utilizzati come elementi decorativi e per la produzione di oggetti preziosi. L'illustre scienziato ginevrino Horace-Bénédict De Saussure, il cui nome è strettamente legato al Monte Bianco, perché aveva offerto un consistente premio in denaro a chi ne avesse conquistato la vetta, può essere considerato il fondatore della geologia. Nel suo Voyages dans les Alpes, pubblicato nel 1779, racconta che la «ricerca dei cristalli e la caccia sono le uniche attività esclusivamente maschili. Per fortuna la prima di esse (la ricerca di cristalli, ndr) è oggi assai meno esercitata che in passato... perché molti uomini vi lasciavano la vita. La speranza di arricchirsi subitamente con la scoperta di una caverna piena di bei cristalli era una spinta così forte che i cristallieri si esponevano ai pericoli più tremendi, e non passava anno che non ne morisse qualcuno o fra i ghiacci o nei precipizi...». Jaques Balmat e Michel Gabriel Paccard, che raggiunsero la vetta del Monte Bianco l'8 agosto del 1786, dopo avere accettato la sfida, erano proprio due cristallieri. Balmat, infatti, perì precipitando durante una ricerca di cristalli. I "cercatori" erano esperti conoscitori dell'alta montagna, di quella parte coperta dalle nevi perenni e dai ghiacciai. Così, pian piano, con il progredire delle scoperte, con l'arrivo sempre più massiccio di studiosi e con la conquista della vetta del Monte Bianco, che aprì le porte all'alpinismo moderno, le leggende sulle misteriose creature che dominavano il mondo alpino si dissolsero come neve al sole. Il quarzo perse il suo iniziale valore con la scoperta all'estero di nuove miniere e infine divenne insignificante quando, in epoche più recenti, iniziò la produzione di cristalli sintetici. I rischi per estrarre i minerali dalle vene poste in zone spesso inaccessibili non giustificavano più le perdite di vite umane. Tuttavia, il fascino della professione del cristalliers è ancora oggi vivo. Molti cercatori si dedicano ad esplorare le Alpi, non più per il bisogno di guadagnare, ma spinti da una passione ancestrale; per la ricerca di esemplari preziosi per scopi naturalistici e scientifici. Oggi sono numerosi i gruppi mineralogici che operano nelle valli alpine. Ovunque sono state definite alcune regole per disciplinare la raccolta di cristalli, al fine di preservare l'inestimabile patrimonio naturale. In Valle d'Aosta il primo gruppo mineralogico (Cral Gogne) è stato fondato nel 1972 per chiudersi negli anni settanta. Nel 1995 è nato il Gruppo mineralogico valdostano Les Amis di Berrio che oggi vanta oltre cinquanta iscritti. Si tratta di un gruppo che, nel rispetto per l'ambiente, promuove la conoscenza del territorio e affianca l'attività del Museo Regionale di Scienze Naturali di Saint-Pierre. 7. IL TUNNEL DEL MONTE BIANCO Per secoli i popoli europei sognarono di attraversare le Alpi non superandole, ma perforandole lungo la via più breve. Se questo avveniva quando la tecnica e le tecnologie non lo consentivano ancora, a maggior ragione, quando, nel XVIII secolo, fu scoperto il valore dell'esplosivo. Horace-Bénédict De Saussure, il ginevrino facoltoso, ripercorse la via di Balmat e Paccard, i due alpinisti che l'anno prima avevano vinto con lui la sfida di salire sulla vetta del Monte Bianco, per verificare l'occhio dello scienziato, da fosse meno esteso, per questo, che «Giorno verrà una strada rotabile sarà perforata sotto il Monte Bianco; la Valle d'Aosta e la Valle di Chamonix saranno unire». L'anelito di abbattere le barriere montuose comincerà ad Entrèves e quello francese a Villar. Con il passar degli anni si affermò l'idea che, se si voleva raggiungere un risultato di portata europea, occorreva realizzare un collegamento a due piste. E fu proprio questo il progetto definitivo di Zignoli: nasceva così il primo tunnel stradale destinato al traffico automobilistico. Nel 1953 viene firmata a Parigi una convenzione tra Francia e Italia per la realizzazione della galleria. L'anno successivo, anche il Parlamento di Roma ratifica l'accordo e nel 1956 Ginevra decide di partecipare al finanziamento. Il 1957 sarà l'anno della ratifica della Francia e il 1° settembre dello stesso anno viene fondata la "Società Italiana per il Traforo del Monte Bianco", seguita il 22 aprile dell'anno dopo dalla "Société Concessionnaire Française pour la Construction et l'Exploitation du Tunnel Routier sous le Mont-Blanc". Si fissano due lotti di lavori e nel 1959 iniziano le operazioni di scavo dai due versanti. Il 14 agosto del 1962 le squadre di minatori italiani e francesi, abbattuto l'ultimo diaframma, s'incontrarono al centro della galleria: erano a 5800 metri dai rispettivi punti di partenza e sopra le loro teste c'erano 2400 metri di roccia. Otto caduti mancavano all'appello: i loro nomi sono ricordati nel Santuario di Notre Dame de la Guérison, all'imbocco della Val Veny. Il traforo autostradale del Monte Bianco venne inaugurato nel 1965, l'anno dopo quello del Gran San Bernardo. Nel 1966 registrava un passaggio di 600.000 unità. Oggi si parla di raddoppiarne la carreggiata e di trasformarlo anche in galleria ferroviaria. Vinceranno la sfida i tecnici e gli scienziati del terzo millennio? sotto le Alpi. Il primo grande successo lo si registrerà con il tunnel del Moncenisio che consentiva di collegare il nord-ovest della penisola con il sud della Francia. Siamo nel 1870 e l'ultimo diaframma, di 12.849 metri di galleria tra la Francia e l'Italia, era già caduto. Nel 1814 il Comune di Courmayeur aveva inviato al re di Piemonte e Sardegna una petizione per sollecitare un collegamento diretto con la Savoia. Il primo progetto degno di nota fu presentato nel 1836 dal dottor Vagneur, seguito otto anni dopo da quello dell'avvocato Martinet, che si discostava dal precedente di poco. Molti progetti furono proposti da ingegneri francesi e italiani. Nel 1879, sotto la presidenza onoraria del Duca d'Aosta, l'ingegner Chabloz lancia la sua idea di traforo ferroviario in concorrenza con il Sempione, sostenuto dalla Svizzera. La diplomazia elvetica riuscì nell'intento ed il Sempione sarà di lì a poco realizzato. Il sogno di attraversare il Monte Bianco dovrà ancora una volta essere dimenticato. Poi la guerra mondiale concentrerà le energie sociali verso altri drammatici problemi. Tra il 1924 e il 1930 si sviluppano altri progetti sia stradali che ferroviari. Nel 1935 i tempi sono ancor più maturi perché il progetto di Arnold Monod risulterà tanto convincente da incoraggiare l'esecuzione dei lavori. Ma un altro dramma bellico si affaccia all'orizzonte dell'Europa e gli uomini hanno cose più importanti da affrontare. Nel 1946, terminata la guerra, il traforo del Monte Bianco ritorna all'attenzione del mondo politico e economico. Viene fondata dal conte Lora Totino una compagnia per il traforo del Monte Bianco. La stesura del progetto viene affidata al professor Vittorio Zignoli del Politecnico di Torino. Dopo una lunga serie di rilevamenti da parte italiana e la successiva conferma di un'equipe francese che rilevò scarti di soli 10 centimetri, furono posizionati i due imbocchi, quello italiano di montagna. Molte delle zone alpine hanno fornito schiere di ragazzi che partivano dalle loro valli per "lo vouéco"(da vouéca, ossia camino, e per estensione "spazzacamino"), per andare a fare lo spazzacamino. Molte le località, in Val d'Aosta, in Morgex, Valsavarenche, Introd, La Salle, Bionaz, Quart e, soprattutto, Gignod, Sarre, Valsavarenche, Introd, La Salle, Bionaz, Quart e, soprattutto, Morgex, Saint-Nicolas, Rhêmes-Notre-Dame e Dame e la sua valle) hanno fornito mano d'opera per la manutenzione dei camini, prima del sopraggiungere dell'inverno. Un'emigrazione provocata dalla povertà dei territori natali. L'assistenza anche dei meno abbienti. Quei spazzacamini, i maïtres ramoneurs, giungevano nei paesi dove il mestiere era considerato tradizionale per "affittare" i bambini (che avevano a volte solo cinque o sei anni) per avviarli al duro lavoro. Le famiglie cedevano i loro figli non solo per qualche soldo ma anche per non doverli mantenere: "Una bocca in meno da sfamare". Lo sfruttamento del bambino un tempo molto diffuso nel Val d'Aosta tra la metà del 1800 e il 1930 del secolo scorso. Gli spazzacamini valdostani dal 1895 ebbero una loro pubblicazione l'Almanach du Peuple che durò per circa trenta anni. Il "padrone" associava letteralmente le famiglie per convincerle a cedere i loro ant l'invern a sa nen cosa fene a l'afit ad un spacíafomél. 'L presse d'afit a varia second le circostansse da 4 a 2 lire per tuta la stagion. E 'nt cous modo l' spacíafonél a l'ha 'l so bofa che a cria e a rasccia ch'a l'è un piasì, e 'ntant 'l pare e mare a vanso d'mantenlo. Ma ch'a valo così poch i masnà d'certi pais?». I piccoli spazzacamini, gàillo in Valle d'Aosta, erano i preferiti dai proprietari dei tetti perché pensavano che la leggerezza del loro corpo non avrebbe danneggiato i coppi di copertura della casa. Le mamme che volveano intimorire i loro vivaci bambini li zittivano minacciandoli con la fatidica frase: "Guarda che ti mando a spazzacamino». Lo speciale lavoro non sembra essere stato appannaggio solo dei maschietti. Infatti si racconta di una donna, Luisa Pellissier, del villaggio di Vieu, in Val di Rhêmes, che a 11 anni seguiva il padre ramoneur, debilitato da una grave forma di sordità, nelle trasferte in Piemonte per aiutare il genitore nell'esercizio del difficile mestiere. I gàillo erano vestiti con panno di lana sul quale indossavano, durante la pulitura del camino, "lo camesoleun de la vouéca", una blusa di tela. Sulla testa un berretto di tela a forma di sacchetto (la bera de la vouéca) che lasciava solo gli occhi liberi ed evitava che la fuliggine penetrasse sotto i vestiti e non venisse respirata. La squadra di ramoneur, cap-gàillo (un bimbo più grandicello) e il gàillo, lasciava quindi la valle di Rhêmes e si avviava verso la pianura. Giunti come seconda tappa a Châtillon il padrone dell'albergo Londres esclamava in piemontese «Toh, écui chi, i spazzáfurnéi d'la Val de Rém, l'è segn che l'ivern tarda nen a rivè». Il mestiere dello spazzacamino era molto richiesto fuori valle. In particolare i valdostani frequentavano le zone del Piemonte e della Lombardia. Oggi, con l'avvento di moderni sistemi di riscaldamento il tradizionale spazzacamino non esiste più. Gli "eredi" di coloro che 8. LO SPAZZACAMINO Quella dello spazzacamino, il ramoneur, era una delle attività più diffuse nell'economia
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praticarono il vecchio mestiere del ramoneur sono piccoli imprenditori e artigiani che provvedono alla manutenzione di caldaie e bruciatori per impianti di riscaldamento. Tuttavia, alcuni dei vecchi spazzacamini si sono organizzati ed hanno costituito gli "Spazzacamini del 2000" in val Vigezzo. Nel 1998 erano 300 in Italia, inquadrati nell'Associazione Nazionale Fumisti e Spazzacamini – A.N.F.U.S. – che ha aperto diverse scuole per l'avviamento al mestiere. Gli anziani spazzacamini, ancora gelosi del fascino che emanava la loro antica arte, oggi si considerano moderni tecnici, in grado di provvedere al controllo dei sistemi di riscaldamento, in armonia con i nuovi criteri ecologici. Gli attuali burna, rusca o ramoneurs indossano il frac nero, il cilindro e calzoni con bande di raso. Si spostano con auto di lusso e trasportano su grossi mezzi scale, aspiratori, motori e altre sofisticate attrezzature. Accanto all'A.N.F.U.S. gli spazzacamini hanno una loro associazione con fini storici, turistici e culturali, che ha la sua sede a Santa Maria Maggiore in Valle Vigezzo. Fedeli alla tradizione i vecchi ramoneurs s'incontrano annualmente dal 1982, durante la prima settimana di settembre in un raduno internazionale al quale aderiscono in massa gli spazzacamini del 2000, provenienti da mezza Europa (Svizzera, Olanda, Danimarca, Austria, Svezia, Norvegia, e, soprattutto, Germania). Nel 1997 erano più di ottocento i fieri spazzacamini che sfilavano per le vie del paese della Val Vigezzo, vestiti nelle loro eleganti divise e con gli antichi attrezzi di lavoro, quasi tutti rigorosamente con il viso annerito. 9. CARNEVALE IN COUMBA FREIDE Anche in Valle d'Aosta il Carnevale è parte integrante degli usi e costumi locali. In altre epoche le ragioni del carnevale andavano ricercate nell'antico significato rituale per celebrare la fertilità della terra, nella gioia per salutare l'arrivo della primavera, nella gioia per l'inizio di un nuovo ciclo agricolo, nel bisogno di esorcizzare la morte, nell'opportunità per il popolo di dileggiare i potenti impunemente. Oggi il fenomeno dei riti carnascialeschi, sebbene siano essi storici o tradizionali, sembra aver dimenticato le antiche motivazioni e appare reinventato per offrire un nuovo ruolo sociale e relazionale in chiave storica. Tra i protagonisti del carnevale esiste una figura professionale. Pur nei tempi, il carnevale è stato un elemento fortemente caratterizzante, che ha conservato i suoi riti e le sue tradizioni, in grado di coinvolgere emotivamente la gente. Infatti, chi conosce la lingua Walser, cioè il “patois”, troverà un'intera comunità comunale impegnata nell'organizzazione del carnevale storico e, soprattutto, a mantenere il “segreto” circa il nome di colei che impersonerà Caterina di Challant. Anche Pont-Saint-Martin, il paese della Valle, non sfugge alla temperatura fredda a causa dei venti di settentrione. Atterriamo, quindi, a Saint-Rhémy-en-Bosses, nei pressi del Gran San Bernardo, dove incontriamo Le carnaval de Bosses, un carnevale che si fa risalire al passaggio di Napoleone dal colle, durante la campagna d'Italia. Tra le maschere di Bosses ritroviamo Napoleone sul suo destriero bianco seguito dalle landzette (maschere, costumi) che ricordano i soldati del condottiero francese. Gli abitanti della zona sembra siano rimasti impressionati dall'armata francese che discendeva il colle vestendo uniformi dai colori più svariati. Un'altra maschera presente a Saint-Rhémy-en-Bosses è l'orso, a ricordo di un animale che nelle vallate si è ormai definitivamente estinto. Scendiamo a Saint-Oyen per incontrare i personaggi del famoso carnevale della Coumba Freida dove i costumi, le landzette, in velluto, sono ornati da specchietti, spalline, nastri, sonagli, paillettes, galloni dorati e frange, un carnevale molto sentito e apprezzato da turisti e appassionati. Il carnevale riprende anche la commovente storia di due innamorati, che desideravano sposarsi. Ma il giovane pretendente era tanto povero da non potersi permettere un abito nuziale. La popolazione si dimostrò generosa e raccolse tutti gli avanzi di stoffa che si trovavano nelle case del paese per confezionare un vestito speciale. L'abito che fu preparato fu un vero trionfo di colori e di eleganza. Il giorno del matrimonio gli abitanti del paese per non imbarazzare lo sposo adornarono i propri abiti con perline, nastri e fiori dai vivaci colori. Da allora la comunità locale festeggia il matrimonio di due giovani sposi in tono carnevalesco. Altri carnevali delle Valli del Gran San Bernardo li troviamo a Etroubles, dove gli abitanti rievocano il passaggio delle truppe di Napoleone e il giorno del giovedì grasso le maschere con la “benda”, la banda, in testa fanno il giro delle frazioni danzando; a Gignod, dove ancora una volta viene ricordato il passaggio di Napoleone diretto a Marengo con le maschere dette lanzette; ad Allein, dove i costumi, sempre a ricordo di Napoleone, sono colorati di rosso; a Doues, Bionaz, dove giovani e anziani indossano le coloratissime landzette, un tipico costume che allegoricamente ricorda il passaggio dei soldati francesi di Napoleone armonizzato con il proverbiale risveglio primaverile dei villaggi dopo il lungo periodo gelido, per sfilare in paese con la “benda” (il gruppo di maschere), Ollomont, Oyace, Valpelline, Roisan. Giunti in fondo valle troviamo Le carnaval de Sorreyley a Saint-Christophe e nel capoluogo valdostano, ad Aosta, il carnevale del rione di Saint-Martin gestito dal Comitato di Soque Sèn Marteun e Tsezallet. Scendendo verso la bassa valle incontriamo il carnevale di Quart, con sfilata di carri, maschere e distribuzione del tradizionale minestrone, quello di Nus, con un cerimoniale ricco e particolarmente suggestivo che si svolge in Municipio alla presenza delle autorità, dei gruppi in costume e della popolazione; in tale circostanza il sindaco consegna ai “Seigneurs de Nus” la chiave, simbolo del potere comunale, Saint-Vincent e poi Issogne dove avviene la distribuzione di polenta e fagioli mentre i carri allegorici e le maschere sfilano per le vie del paese per distribuire tè e bugie, per ritornare a Verrès, dove Caterina di Challant, Pierre d'Introd e il corteo storico si esibiscono nel centro del borgo e l'incontro con il Consiglio Comunale e per la consegna dei poteri alla Châtelaine da parte del sindaco e infine il famoso Carnevale di Pont-Saint-Martin con ricostruzioni storiche e costumi degni di un set cinematografico per ricordare personaggi entrati nell'immaginario collettivo, il Diavolo e San Martino, il Console Romano e la Ninfa del Lys, accompagnati dalla banda musicale e da numerosi gruppi folcloristici. 10. PIETRA OLLARE La pietra ollare, o l'ollite, è una roccia metamorfica conosciuta sin dal tardo neolitico. Da essa si ricavavano recipienti per la cottura e alla conservazione degli alimenti. Per i Romani le olle erano destinate ad custodire le ceneri dei defunti. In mineralogia si utilizza l'aggettivo di clorite per una pietra scistosa di base di cloriti, tenera e friabile, adatta alla produzione di contenitori e oggetti ornamentali. Le olle di pietra ollare resistono agli sbalzi di calore e assorbono molto lentamente per restituirlo altrettanto poco alla refrattarietà, ideale, per la costruzione di stufe per abitazioni. In Valle d'Aosta esistono giacimenti di pietra ollare, che appartiene al tipo verde a base di clorite. Nell'antichità furono prodotte lucerne, fusaioli, vasi, oggetti di collana e forme svariate per getto di bronzo, e che divennero oggetto di piccoli commerci e occasione di scambi con altri amici. A partire dal XVI secolo la ollite assunse un valore fondamentale per le costruzioni alpine di stufe e per scopi architettonici. Presso l'Università di Losanna esiste un inventario di tutti i giacimenti conosciuti sulle Alpi occidentali, che sono circa 400, di cui alcuni minuscoli. I più estesi giacimenti di pietra ollare della Valle d'Aosta sono stati individuati a Tête Compagna, Gressoney-La-Trinité, in Valle d'Ayas, a Saint-Germain, Crosier, a Champorcher a Rosières, Valmeriana, Sallirod e Bellecombe, a Champoluc, Saint-Jacques e al Passo del Teodulo. A questo proposito Rosanna Mollo Mezzena afferma che «Le più antiche testimonianze nella nostra regione risalgono al neolitico e si riferiscono alla produzione di utensili ornamentali. Diversi i giacimenti che si conoscono in Valle d'Aosta e a fianco a loro sono stati individuati luoghi di produzione risalenti all'età medievale». La professoressa Mollo non esclude che con una ricerca sistematica si potrebbero individuare laboratori e officine romani. I manufatti di pietra ollare sono concentrati in Valle di Gressoney dove si costruivano stufe a doppio corpo per un duplice scopo. Composte di un fornello, con un portello per introdurre il combustibile, e di una seconda parte, collegata alla prima, nella quale passavano con percorso obbligato i fumi caldi. La seconda parte della stufa veniva piazzata, o murata, tra la sala da pranzo e la camera da letto. La prima parte della stufa serviva per cuocere i cibi, mentre la seconda parte scaldava gli ambienti della casa senza dover affrontare l'inconveniente del fumo o delle polveri. Ed è proprio con stufe di questo tipo che la pietra ollare svolge una funzione significativa. Essa diventa un volano termico in quanto dopo il riscaldamento restituiva lentamente il calore, a volte, per più giorni. La lavorabilità della pietra permetteva agli abili artigiani di scolpire sulle stufe date, iniziali del casato, figure allegoriche, fiori, rosoni e altri simboli tradizionali. Dalle stufe non è stato difficile passare ad altri oggetti d'arredo e decorazione delle abitazioni e dei luoghi pubblici, come calamai, acquasantiere, soprammobili, grolle, coppe dell'amicizia... Una precisa testimonianza ce la fornisce Jules Brocherel nel suo Arte popolare valdostana (ed. O.N.D. 1937, pag. 53): «Generalmente, la porta della casa (valdostana: ndr) s'apre nella cucina, dalla quale si passa nel tinello, lo péllio, o stanza comune, la chambre de ménage della Savoia e del Vallese, nella quale si riunisce abitualmente la famiglia, nelle ore del pasto, per accudire alle minute faccende domestiche, per dormire, e dove le donne si dedicavano a svariati lavori femminili, cucito, ricamo, merletti ecc.
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L'arredamento dello péllio comprende mobili da camera da letto, da salotto, da sala da pranzo, fabbricati localmente e adorni di fregi floreali e geometrici. Nello péllio non manca la stufa, lo fornet, anticamente di pietra ollare, di forma cubica o cilindrica, colla data di fabbricazione e qualche ornato sul davanti. Nell'attigua spaziosa sala... sui panconi... sono distribuiti... vasi e olle di pietra». Oggi la pietra ollare non è più utilizzata per ricavare strumenti di uso domestico e ha perso la sua originaria funzione. In compenso, appassionati scultori creano oggetti decorativi e ornamentali, come sculture e pannelli intarsiati. Il progressivo disinteresse verso questo materiale non è solo dipeso dalla scoperta di materiali più docili da lavorare, ma deve addebitarsi ad un esaurimento dei filoni del minerale. I giacimenti ancora esistenti sono, purtroppo, situati a quote elevate e in zone, spesso, inaccessibili, per cui il trasporto presenta evidenti difficoltà. Solo la forte passione di alcuni artigiani e scultori consente loro di andare a trovarsi i pezzi di ollite da lavorare. La lavorazione della pietra ollare con attrezzi tradizionali, richiede una tecnica ed una padronanza assoluta. Se poi alle abilità manuali si affianca uno spiccato senso artistico che consente all'autore di di Fénis; Silvano Salto di Nus; Marisa Sanson (unica rappresentante femminile) di Donnas; Donato Savin di Cogne (per la pietra dura); Roberto Zavattaro e Ettore Merlot di Hône. 11. MONTAGNE SUPERBE La Valle d'Aosta, la più piccola regione italiana (3262 kmq) e meno popolata (122.209 abitanti con una densità di 37 ab/kmq), posta ai confini nord-occidentale della penisola, a cavallo tra le Alpi Graie e Pennine, è anzi inizia il proverbiale antagonismo tra Chamonix, nota come perla della Alpi, e Courmayeur, destinata a diventare capitale mondiale dell'Alpinismo. La prima scalata del Monte Bianco (1786), dal versante francese, aveva lanciato la località di Chamonix in tutta Europa. Molti viaggiatori desideravano salire sul Tetto d'Europa e le Guide francesi si consorziarono e nel 1821 apriranno un proprio bureau, la Compagnie des Guides, che si ripromise di disciplinare la neonata professione. Nascono allora le sarà giugno delle "quattro regine": il del Monte Rosa, il Cervino e il Una regione, quindi, destinata dell'alpinismo e sinonimo superbe Montagne. Eppure, dagli abitanti delle vallate sospetto alle vette, perché more di esseri "mostruosi" e ani non si sottrassero a tale e in molti casi dovettero loro eserciti, i colli alpini in mpres e alpinistiche "ante nismo, come lo intendiamo da venire. Una delle prime esione è del secolo XIV, con rarca sul monte Ventoux. Alpinismo fine a se stesso el 1786, con la conquista in alta montagna) e le guides à mulets (gli anziani e le reclute, diremmo oggi noi). Ma la via italiana al Monte Bianco non è stata ancora definita e le guide di Courmayeur si limitano ad accompagnare i viaggiatori in punti e vette più accessibili. Finalmente il 13 agosto 1863 anche la Valle d'Aosta avrà la sua "Via al Bianco": le guide Julien Grange, detto Le Bergé, Adolphe Orset e Joseph-Marie Perrod, insieme all'alpinista inglese Heald raggiungono la vetta del Monte Bianco, partendo da Courmayeur: Balmat, cercatore Chamonix, Michel- la vetta più alta d Balmat ripeterà Benedicte De Sa che aveva lanc forse involontari dell'Alpinismo. D di conquiste dell rimaste inviolate misterioso abi draghi e esseri una terra da scop si come riconoscimento a prima Guida Alpina, inequivocabile nel mondo, per il valdostano Jordaney. La sua idea si dimostrò talmente precisa che 94 anni dopo, nel 1868, la guida di Courmayeur, Julien Grange, scoprirà la prima salita per il versante meridionale del Dôme de Goûter. Nel maggio del 1868 due documenti, della Deputazione Provinciale e del Ministero dell'Interno, comprovano l'avvenuta costituzione della Società delle Guide di Courmayeur. Da quell'anno entrava in funzione un bureau dove era affisso l'elenco delle guide, suddivise in guides à pieds (le più esperte, in grado di accompagnare il cliente precise, entusiasmo e grande desiderio di affermazione. Uno sport internazionale, palestra di vita per i giovani che lo praticano. Per la Valle d'Aosta, che vanta nella sua storia guide e alpinisti di fama mondiale, l'Alpinismo rappresenta un'offerta turistica di enorme professionalità. 12. SAINT-BARTHELEMY E LE STELLE Clément Fillietroz, se fosse ancora in vita oggi, sarebbe felice di ritornare a Saint- Barthélemy: vi scoprirebbe l'Osservatorio Astronomico che aveva sognato quando, per un qua giornaliera, r dalla Stazio sarebbe divi Meteorologich metri di quot pionieri lung tramutato in Fracastoro de sosteneva ch' con metodica il vantaggio ben 2150 ore di sole all'anno, un giorni sereni straordinariamente da far risultare la località della a al primo posto con 198 giorni o i 133 di Siracusa. Un traguardo l 24% in più rispetto allo stesso e. rebbe mancato nel 1981 e la sua ale e scientifica di meteorologo ra raccolta di alcuni appassionati. azione Clément Fillietroz voluta l 2002 dalla Regione Autonoma Aosta, Comunità Montana Mont mune di Nus, si poté pianificare di un Osservatorio Astronomico cet dell'Oakleaf Astronomical che nel 1993 aveva concluso la a affermando che «... Dai dati sul servativa prodotta planetaria e un rifrattore acromatico oltre numerose altre sofisticate apparecchiature. E quale miglior risposta poteva il Comitato Promotore offrire nell'autunno successivo? La dodicesima edizione dello Star Party, il più longevo tra gli Star Party italiani, dal 26 al 28 settembre, con manifestazioni varie, seminari e visite all'Osservatorio. Lignan di alcuni anni è meta di un pubblico speciale: gli astrofili, ossia astronomi dilettanti. Da agosto, salendo ai 1600 metri di Saint-Barthélemy, si ritrovano nel loro habitat perché possono utilizzare un telescopio di 800 mm f/7.5 di grande potenza, come afferma il giovane e valente professor Stefano Sandrelli dell'Osservatorio Astronomico di Brera sottolineando che «... il nuovo Osservatorio valdostano, che può considerarsi il più potente e il più grande 'esperienza osservativa prodotta tre mesi del 1993, possiamo che il sito... si predispone e ad accogliere un Osservatorio o...». gio 2003 è stato finalmente l'Osservatorio Astronomico della Autonoma Valle d'Aosta ed oggi lo ere completamente operativo. La ha registrato un'apprezzabile vi turisti che si sono cimentati rumenti dell'Osservatorio per regreti delle Galassie. La struttura i ottime apparecchiature: si va (e qui il linguaggio è diretto soprattutto agli esperti) da un riflettore di 800 mm f/7.5, al quale si affiancano due telescopi ausiliari di 250 mm (un Cassegrain f/15 e un Maksutov f/3.8) che costituiscono il telescopio principale; alla terrazza dedicata alla didattica con 7 telescopi di 250 mm f/10 in configurazione Cassegrain; alle terrazze dedicate agli astrofili con un riflettore di 400 mm f/8 R-C, un Maksutov di 250 mm f/3.8 per l'osservazione del cielo profondo, un Maksutov di 250 mm f/20 per l'osservazione etaria e un rifrattore acromatico oltre clima e dall in questi concludere ottimamente Astronomico Il 23 mag inaugurato Regione Aut si può riten prima estat presenza d con gli st scoprire i se è dotata di della Valle d Emilius e C l'istituzione con il pl Instruments sua indagine da si
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risultati lusinghieri e si sta dimostrando soluzione ideale per sostenere l'economia di montagna. Siamo di fronte ad un esempio ben riuscito d'intervento dell'Amministrazione Pubblica: fornisce spunti ai giovani e li incita ad animare la montagna, una montagna che in tal modo offre occasioni di lavoro e di interesse socio-culturale e radica nuove generazioni ad un territorio che, per le sue intrinseche caratteristiche, è considerato ambiente ostile e difficile. Il professor Emilio Sassone Corsi, apprezzato astronomo, già direttore dell'Osservatorio, ipotizza programmi sempre più articolati per soddisfare le numerose istanze che provengono dal mondo pedagogico, astrofilo e della scuola in generale. La Fondazione Clément Fillietroz è di proprietà della Regione Autonoma Valle d'Aosta (51%), della Comunità Montana Mont Emilius (19%) e del Comune di Nus (30%), i quali, oltre ad aver sostenuto inizialmente le spese di costruzione (circa 5 miliardi di vecchie lire), oggi gestiscono la struttura. Sassone afferma: «La Regione Autonoma della Valle d'Aosta dovrebbe cogliere un'occasione unica e trasformarsi in un territorio esemplare a livello europeo per definire, con una legge regionale, i limiti dell'inquinamento luminoso, prima ancora che, a livello nazionale, venga approvata la legge quadro di riferimento. Si tratterebbe di una scelta quanto mai attuale che imporrebbe il livello zero dell'illuminazione pubblica, ossia l'obbligo per tutti i punti di illuminazione a proiettare la luce verso il basso. La Valle in tal caso si proporrebbe anche a livello europeo come soggetto pilota di riferimento e quale esempio da imitare». Ecco un altro motivo per visitare la nostra regione perché da alcuni anni si è trasformata in un luogo da dove è possibile scrutare la volta celeste. Dal 2005, inoltre, un pezzo di Valle d'Aosta, ossia un piccolo pianetino chiaro cosmo; la Inte (IAU) lo ha de 1983 GR, al pr suo contributo a 13. GIOCHI TR La Valle d'Aost e sport popolare ma hanno lasc di paese. Un c di Châtillon. S al pallino, dopo aver totalizzato 16 o 21 punti. La Rebatta, altro gioco praticato dai pastori, prende il nome dalla pallina che si utilizza. Una sferetta di trenta mm di diametro, un tempo di legno duro, chiodata e rivestita di piombo, oggi costruita con materiali più convenienti. La spartana attrezzatura si completa con una pipa, ossia la fioletta, in legno duro che funge da leva per far saltare in aria la pallina, e un bastone, la masetta. Con la masetta, che in punta ha innestato un prisma in legno, la macioca, per aumentare le superficie di battuta, si colpisce la punta della fioletta e la rebatta salta in aria. Il giocatore deve colpire la rebatta per spedirla lontano. Il più bravi riescono a lanciarla anche a 250 metri di distanza. Lo Tsan è il più spettacolare tra i giochi popolari. Si confrontano due squadre di 12 persone ciascuna, più una riserva. Il giocatore di una delle due squadre batte una pallina di bosso, posta sopra un'asta flessibile, e la lancia, nel tentativo di spedirla nel campo, a forma di trapezio, distante 32 metri. Gli avversari, muniti di una racchetta di legno, devono colpire lo tsan prima che tocchi terra. Quando esso viene intercettato il battitore si sostituisce con un altro della stessa squadra; se cade sul terreno, nel trapezio di gioco, il battitore guadagna una buona, il premio, e continua a lanciare lo tsan. Così fino ad esaurire tutti i battitori. Poi si passa al "servizio" per completare la partita. Uno dei giocatori avversari si dispone a 20 metri dal punto in cui è infissa l'asta nel terreno e lancia in alto la pallina. Il battitore in carica, munito di una racchetta, deve ribattere la pallina il più lontano possibile. Ripeterà il "servizio" tante volte quante sono le buone che ha guadagnato. Sommano le distanze dei rispettivi tiri, vincerà la squadra che avrà un risultato maggiore. Il Fiolet ha regole più semplici di quelle dello Tsan. La pallina di legno di bosso, il fiolet, di 30 grammi, è più piccola ed ha forma ovoidale. In pratica un minuscolo ovetto adagiato su un ciottolone liscio. Con un colpo si solleva la pallina e la si lancia il più lontano possibile nel campo di gioco (a forma di triangolo). Ogni 15 metri si guadagna un punto. Le squadre sono composte da cinque giocatori più una riserva. Il battitore ha a disposizione 30 o 40 tiri. Vince la formazione con più punti. Oggi la Regione, unica in Italia, tutela i Giochi tradizionali con la legge n. 53 dell'11 agosto 1981, che all'art. 1 dice «La Regione Valle d'Aosta riconosce i giochi tradizionali valdostani denominati fiolet, palet, rebatta e tsan quale espressione sportiva e culturale della popolazione valdostana e pertanto ne favorisce lo sviluppo, d'intesa con le rispettive Associazioni, secondo le modalità di cui alla presente legge». L'attività dei giochi tradizionali è controllata, coordinata e diretta dalla Federaxon Esport de Nohtra Tera (Federazione degli sport della nostra terra) così come previsto dalla precedente legge all'art. 2. Tra gli altri giochi tradizionali fa parte del patrimonio culturale della Valle d'Aosta anche lo slittino, che i bambini utilizzavano nel passato per scivolare sulla neve. Fino agli anni cinquanta del secolo scorso le cartelle costruite in legno erano spesso lucide e consumate da una parte, quella che scivolava sulla neve con il ragazzo in groppa. Le piste erano le strette mulattiere ghiacciate. La slitta serviva anche per il lavoro. Nascevano, quindi, delle competizioni folli tra i valligiani. Lo sport popolare, più tardi, si trasformò e divenne pratica riconosciuta a livello internazionale, dove gli spericolati valdostani per lungo tempo seppero eccellere. Infine, la rouletta, che si pratica a Chambave, nel giorno dopo la festa del patrono, il 10 agosto; a Lillianes, il giorno dopo Natale; a Donnas, durante l'Epifania; ad Arpuilles, frazione di Aosta, durante il giorno dei Defunti; ad Arnad, il 16 agosto, festa di san Rocco. Ecco come si svolge, per esempio, a Chambave. Il campo da gioco è la via principale del paese. Possono partecipare solo i maschi del paese. Ogni giocatore ha una boccia in legno, chiamata ramassa. Il giocatore si schiera dietro il lanciatore del tutto il diritto chi si avvicina al pallino. Il primo corte e urlando «Bocin eun avan, » (Pallino in avanti, Giovanni e i tre giocatori più distanti dal scono delle penalità. Subisce giocatore che non urla il nome del deve intervenire dopo di lui e giocatore se non urla ramassa. più divertente è un altro. Se prima di lanciare il pallino e la ette una gamba in una fontana, devono imitarlo per non subire ndo tutti giungono alla fine del è finito. L'arbitro conta i punti nessuno: i giocatori verseranno base alle penalità ricevute (più ggiore sarà il contributo) e poi - 14. LA PROCE Eusebio di V Piemonte, che cristianizzazion nell'Italia no settore milane paleocristiana. L'organizzazione della diocesi, con l'apparizione delle circoscrizioni parrocchiali, si definisce nell'alto Medioevo. Il legame resterà solido per oltre mille anni, fino a quando (nel 1862) passerà alle dipendenze dell'arcivescovo metropolita di Torino, mantenendo uno spiccato carattere transalpino, soprattutto nel culto dei santi. In molte chiese della regione si percepiscono le tendenze romaniche che raggiungono la massima espressione nella Cattedrale e nella Collegiata di Sant'Orso durante l'episcopato del vescovo Anselmo (994-1025). Nel periodo successivo San Bernardo fonda i celebri ospizi sui due passi più importanti della valle e svolge il suo apostolato lanciando un messaggio di accoglienza. Con la costruzione di numerosi "ospedali" lungo le strade della valle, per accogliere i pellegrini e i viandanti di passaggio, si afferma una nuova concezione di assistenza che interesserà le Alpi e si protrarrà per tutto il Medioevo ed oltre. Una delle figure più simboliche dell'epoca, che onora tutta la Valle d'Aosta, è l'ormai celebratissimo abate del Bec e arcivescovo di Canterbury, Sant'Anselmo (+1109), nato probabilmente ad Aosta nel 1003 e venerato come dottore della Chiesa. Nella diocesi di Aosta fioriscono alcuni istituti religiosi come i Benedettini di Fruttuaria, i Canonici del Gran San Bernardo, gli Agostiniani della Prevostura di Verrès, i Canonici regolari della Collegiata di Sant'Orso, i Francescani minori conventuali e, unico esempio femminile, il monastero di Santa Caterina. Le novità luterane e calviniste saranno combattute dai vescovi aostani e, soprattutto, dal cardinale soggiorna ad ha con sé i più durante i torne suo gigantesco Giorgio di Chall sfigurare: chiam lottatore. I due su un prato adia ad un pubblico a fino a tarda se si accascia. L ha battuto un p oltre. Il Palet, pia antichissimo. I p le lunghe ore greggi e delle due pietre piatte anche su terreni una mano e un'a romana delle Gallie, nel periodo fondata Augusta Praetoria (25 d.C.), tra il IV e il V secolo, si registra nella Diocesi di Aosta; i primi lla presenza cristiana in Valle 51 d.C. con l'apparizione sulla ei vescovi Eustasio, Grato che, 7 settembre, diverrà il Patrono e Giacomo. A testimoniare enza ci sono due complessi la primitiva Cattedrale e la riale fuori le mura, di epoca
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Marc'Antonio Bobba. L'apogeo della vita religiosa locale si avrà nel Seicento: lo testimoniano le numerose cappelle rurali, edificate dopo la grave epidemia di peste del 1630. Vengono fondati altri monasteri femminili, la Visitazione e le Suore di Lorena, oltre a quello dei Cappuccini. Con il vescovo Pierre-François de Sales (+1783), nipote di San Francesco, si moltiplicano le esperienze eremitiche e si afferma la religiosità popolare con nuove forme di culto tra cui le processioni, i pellegrinaggi e le confraternite. La spiritualità di San Francesco di Sales si diffonde anche in Valle. Dopo la rivoluzione francese viene soppressa la Diocesi di Aosta (1803) e inglobata in quella di Ivrea. La Chiesa valdostana sarà duramente provata dagli eventi delle due guerre mondiali e dal dopoguerra nel tentativo di superare i conflitti sorti tra la società civile e lo spirito della Chiesa. La Valle d'Aosta conta sul suo territorio 93 parrocchie e nove Santuari: Nôtre-Dame de la Guérison a Courmayeur; Nôtre-Dame de la Garde a Perloz; Plout a Sanit-Marcel; Machaby ad Arnad; Miserin a Champorcher; Cunéy a Saint-Barthélemy; Immacolata ad Aosta; Nôtre-Dame de Pitié a Pont-Suaz; Eremo di San Grato a Charvensod. La regione è attraversata per oltre 90 chilometri dalla storica Via Francigena (o Via Romea, che in realtà è molto più antica perché coincidente con la Via delle Gallie, di origine romana), una delle strade del pellegrinaggio europeo più conosciuta, che da Roma raggiunge Canterbury, in Inghilterra. La Valle con i suoi colli, Grande e Piccolo San Bernardo era, ed è tuttora, il crocevia per il nord Europa. La montagna è stata da sempre considerata un luogo sacro, il tramite, per eccellenza, con il trascendente e il “serbatoio di vita” per tutta la pianura. Jules Michelet definisce le Alpi “Il Castello d'acqua dell'Europa”. I rituali propiziatori per la pioggia avvengono nei luoghi più vicini al Signore e quindi in montagna. Le processioni, abitualmente in estate, si svolgono, pertanto, nelle località ricche di acqua: laghi, ghiacciai, sorgenti, luoghi dove sono stati eretti santuari o innalzate croci. Nelle nostra Regione sono particolarmente numerose le processioni e i pellegrinaggi nei mesi di luglio e agosto per attingere la sorgente dell'acqua viva, l'albero della vita e ritrovare in essi la base ancestrale di rituali che affondano le radici nel passato remoto e affiorano in tutte le culture e le religioni. La processioni più note sono quelle dedicate all'Ermitage di San Grato a 1773 metri di quota (data variabile), dove si invoca nei periodi di siccità per impetrare la pioggia. nel nome che assunsero le prime guide alpine: si tratta quindi degli antesignani degli attuali professionisti della montagna. Documenti del X e XI secolo fanno menzione della Vierie, una sorta di monopolio assegnato ai giovani locali. A questo proposito si può ricordare la prima menzione di Etroubles, oggi una delle più importanti località della Valle del Gran San Bernardo. La notizia si trova in una Cronica redatta nel 1130 dal monaco Rodolfo, in cui si narra delle vicissitudini di un gruppo di pellegrini che, dopo aver trascorso il Natale a Piacenza, arrivò a Etroubles e si affidò ad un gruppo locale di marronniers. Le guide valligiane tentarono di accompagnare i pellegrini al valico, senza riuscirvi perché furono essi stessi travolti dalle valanghe. Anche gli abitanti di Etroubles, grazie alla posizione privilegiata, svolgevano il marronnaggio. Ricorda Matilde Daviso di Charvensod che i marronniers erano riconoscibili per il loro particolare equipaggiamento: testa incappucciata di feltro per ripararsi dal freddo, mani guantate di pelli villose, piedi muniti di stivali che disponevano sotto la suola di acuminati chiodi di ferro per muoversi agevolmente sul ghiaccio, lunghi bastoni per tastare la neve profonda, come farebbe oggi una guida alpina. Per favorire i viaggiatori nel 1658 Carlo Emanuele II nominò i Marrons "Soldati della Neve", dotandoli di una uniforme speciale e esonerandoli dal prestare il servizio militare. L'esosità dei Marroniers è proverbiale. Dai documenti dell'epoca si apprende che il compenso per il tratto compreso tra Saint-Rhémy e il Colle era di 2 denari grossi nel 1390 e di 6 ducati d'oro nel 1439. Il corporativismo che affratellava i Marroniers faceva di essi una sorta di casta elitaria. Erano, infatti, esentati dal prestare servizio militare: tale prerogativa è stata sfruttata dai giovani della Valle del Gran San Bernardo in età di leva anche nella nostra recente storia nazionale. Fino a pochi anni fa non era improbabile incontrare gli ultimi Marroniers della zona. Mentre marronare significava riscuotere un compenso in denaro per accompagnare un viandante attraverso il Colle del Gran San Bernardo, il diritto alla Viérie rappresentava il monopolio che detenevano gli abitanti della Valle per il trasporto delle merci. Solo i carri e le slitte dei locali potevano muoversi lungo la valle e attraversare il Colle. Tali privilegi e monopoli, che si facevano passare per diritti, erano abbastanza comuni anche in altre vallate alpine. In Cadore, per esempio, esisteva il “Rodolo”. La “Viérie” fu abolita nel 1783. Il Marronnage, come abbiamo già accennato, venne riconosciuto valido anche durante la Prima Guerra Mondiale. I Marroniers avevano però degli obblighi: dovevano mantenere sgombra la strada per il colle, sia d'estate che d'inverno. Ecco spiegato il motivo per cui gli abitanti maschi di Saint-Rhémy erano esonerati dal prestare il Servizio Militare. 16. L'OLIO DI NOCI Fino a qualche decennio fa, in Valle d'Aosta l'albero di noci era particolarmente diffuso. L'albero cresceva rigoglioso intorno ai 1000 metri, su terreni grassi e molto umidi, su un suolo neutro o leggermente acido. In alcuni casi, se l'esposizione era favorevole, il maestoso “noce” poteva crescere anche fino a 1200 metri. Nella storia di Saint-Nicolas, nella frazione di Cerlogne, si segnalava la presenza dell'albero ad una quota record di 1582 metri. Il noce è sempre stato un albero dalla crescita lenta; spesso, infatti, si diceva che chi piantava un noce, difficilmente avrebbe potuto raccoglierne i frutti. Sotto la sua ombra, tuttavia, non cresceva nulla. Lo si piantava isolato, affinché non intralciasse le normali colture. In alcuni villaggi si potevano incontrare addirittura dei veri e propri frutteti, coltivati per la produzione di olio. Ma, in generale, in Valle d'Aosta il frutteto di noci era molto raro, perché la tradizione locale considerava l'albero di noci solo produttore di frutti e di pregiato legno, particolarmente robusto e ideale per la lavorazione di mobili e porte. Con il legno di noce si costruivano anche calcidi per biliardi e calci per fucili. Anche con le ceneri per i bucati (ricordiamo che non esistevano i detersivi), perché le donne lo prediligevano per l'alta qualità sbiancante. I residui erano poi trasformati in attrezzi, sculture e manufatti per la casa. Il cuore della radice, detto navón, grazie alla sua robustezza e durezza veniva trasformato in mazzuoli. L'albero di noce in Valle d'Aosta è ancora considerato un albero benefico. Tuttavia, i vecchi evitavano di sedersi alla sua ombra perché la ritenevano di grado di provocare malattie respiratorie (credenza ancora diffusa oggi in Piemonte ed in altre regioni europee). I frutti del noce giungono a maturazione in autunno; alcuni cadono, gli altri devono essere bacchiati per essere raccolti. Un tempo le noci raccolte venivano distese nel fienile; esse costituivano la strenna per il Capodanno che si recava ai bambini, prima di un pezzo di pane raffermo. Le noci si porgeva con un pezzo di pane bianco a parroci e ai bisognosi. Oggi la scienza moderna ne riconosce oltre che un grande valore in patologie cardiovascolari e tumori, per abbassare il livello di colesterolo. Inoltre le noci venivano utilizzate per produrre l'olio, ricco di tutte le virtù del frutto. I frutti venivano mondati durante una veglia, di solito due volte all'anno (novembre e marzo), per conservare l'olio di noci non si poteva per un anno. Alla mondatura partecipavano familiari e amici: l'occasione era un'opportunità di festa. L'operazione consentiva di raccogliere i gherigli in sacchi prima di passarli alla fase di macinazione con una speciale macchina per ottenere, quindi, una pasta, il pahtón (o matsón per l'Alta Valle). La pasta, prima di essere torchiata, veniva scaldata in un paiolo fino a quando non cambiava colore. La si avvolgeva, poi, in un robusto telo e pressata tra due tavolette con una grande vite in legno. Gli operatori, che azionavano la leva della vite, procedevano lentamente in modo che solo un filo di olio cadesse nel recipiente raccoglitore. Normalmente con dieci chili di noci si producevano 5 litri d'olio. Il prodotto era il fiour d'ole, il fiore d'olio. Dopo aver estratto l'olio il pahtón si trasformava in troillet, un pannello che assumeva la forma e il colore di un pane di segale, che poi si mangiava a colazione, accompagnato da pere candite, o lo si portava a scuola per la merenda. Quando la produzione di troillet era abbondante lo si dava anche agli animali e in particolare ai vitellini. L'olio di noci veniva poi usato in cucina per svariate ricette. Era un prodotto prezioso. Oggi è una rarità ricercata per il sapore speciale che dona ai cibi. Ma l'olio, quando il proprietario era agiato, veniva usato anche per accendere una lampada, in concorrenza con quella a petrolio agli inizi del XX secolo e, più tardi, con l'illuminazione elettrica. Per concludere, l'albero di noci, i frutti e l'olio di noci avevano un ruolo fondamentale nella farmacopea popolare valdostana. E oggi? L'Amministrazione regionale sta promuovendo la diffusione del noce soprattutto per vitalizzare terreni incolti che in tal modo creano un paesaggio gradevole ed un equilibrio estetico, assicurando, nello stesso tempo, la protezione del territorio. L'uso dell'olio di noci potrebbe essere riproposto per celebrare le tradizioni della cucina delle nostre nonne nel campo della gastronomia di nicchia.
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17. RACCOLTA DELLE MELE In Valle d'Aosta numerosi paesi, soprattutto quelli della Plaine, il territorio pianeggiante che si sviluppa lungo tutto il fiume Dora Baltea, hanno conservato un'economia agricola e si sono specializzati nel settore della frutticoltura e viticoltura. Tuttavia la superficie impegnata a frutticoltura si allarga, in maniera significativa, agli imbocchi delle valli tributarie del solco principale. La particolare situazione microclimatica delle fasce interessate favorisce la produzione di varietà frutticole di eccellente qualità, sia dal punto di vista della struttura e dell'aspetto del frutto, sia delle qualità organolettiche e sanitarie del prodotto. Inoltre, la Regione vanta un clima asciutto e ventilato che consente di limitare i trattamenti fitosanitari. Le coltivazioni raggiungono i mille metri di quota soprattutto sui versanti con favorevole esposizione (l'Adret). Tra le varietà cultivate in frutticoltura la scelta è da tempo caduta sulle mele tra cui la Renetta del Canada, la Golden Delicious, la Starking e la Jonagold. La qualità della frutta, sana e dai colori e profumi intensi, è dovuta principalmente alla posizione in tramontana della regione. Nel periodo di maturazione dei frutti, le consistenti escursioni termiche tra il caldo diurno e il fresco notturno conferiscono ai prodotti l'intensa colorazione e il particolare profumo. Le virtù alimentari e salutari delle mele sono note da tempo in Valle d'Aosta. Per valorizzare le produzioni, in numerose realtà locali si sono organizzati eventi legati alla mela come la Fêta de Pomme, la Sagra della Mela, con l'esposizione dei vari prodotti d'annata e con la sfida tra cuochi e cuoche per l'elaborazione di un dolce a base di mele. La frutticoltura in Valle, intesa come attività agricola impegnata nella produzione per scopi familiari e per il commercio, ricevette un forte impulso nella seconda metà dell'800, grazie ai sostegni professionali di organizzazioni agricole. Verso gli anni cinquanta del secolo scorso, la produzione valdostana della frutta, soprattutto della mela (la produzione delle pere incide per il 5% del raccolto annuale), ha superato i fabbisogni delle famiglie, per cui parte della produzione veniva avviata verso la commercializzazione. La produzione oggi supera i 50.000 q.li di mele, provenienti da 400 ha di frutteti, di cui il 90% è costituito da prati erborati e il restante 10% da terreni organizzati con criteri specialistici. Per quanto riguarda le mele la parte del leone la fanno la Renetta del Canada con il 60% e la Golden Delicious con il 30%, mentre il restante 10% viene coperto dalle varietà Jonagold e Red Delicious. Quasi tutti i frutticoltori sono associati alla Cofrutta, una cooperativa che, occupandosi della raccolta, conservazione e commercializzazione della frutta valdostana, gestisce il 60% di tutta la produzione. L'Assessorato dell'Agricoltura, Forestazione e Risorse naturali, attraverso il Servizio Fitosanitario e in collaborazione con l'Istituto Agricole Régional, ha intrapreso, a partire dal 1986, una ricerca per verificare l'entità dei residui di antiparassitari presenti al raccolto sulla frutta prodotta. L'impiego dei fitofarmaci in frutticoltura è regolato da rigide norme di legge, per tutelare il consumatore e per evitare rischi di intossicazioni da residui tossici. Dopo l'indagine, il Servizio Fitosanitario ha potuto stabilire che la Valle e la Regione ad avere produzioni sotto i limiti imposti dai disciplinari, soprattutto accreditati al clima asciutto e ventilato che favorisce il ritardo della maturazione del frutto. L'azienda, coadiuvata dal Servizio Assistenza Tecnica dell'Assessorato all'Agricoltura, effettua verifiche periodiche ai frutteti per mantenere sotto controllo lo stato fitosanitario e comunque al di sotto dei limiti stabiliti per legge. Gli agricoltori possono inoltre essere seguiti nelle pratiche di concimazione, di potatura, di diradamento e di irrigazione. Tra i prodotti derivati possiamo annoverare le Pere Martin Sec allo sciroppo e al vino rosso Doc Torrette; le mele Renette, Golden Delicious e Starking essiccate e confezionate in sacchetti, il succo di mela, il sidro, salse per carni rosse a base di mela. Le mele sono ricche di vitamine, zuccheri, enzimi, acidi e minerali indispensabili all'organismo umano. Il consumo può non avere limiti se si pensa che l'80% del contenuto delle mele è acqua. Per completare lo sguardo verso la frutticoltura della Valle d'Aosta consideriamo anche la pera, che in Valle d'Aosta, coincide essenzialmente con la qualità Martin Sec, conosciuta sin da tempi antichi. Minuscola e tipicamente rustica, è un prodotto rinfrescante, ricco di vitamine e zuccheri, tanto da essere tollerata dai diabetici. La sua succosa polpa non le consente un consumo fresco; pertanto, la fantasia delle massaie ha escogitato soluzioni gastronomiche eccellenti come le Pere Martin Sec al vino, tipico dessert invernale per i montanari. Dal 1964 in regione è stata fondata la Cofrutta, con sede amministrativa a Saint-Pierre e punti di distribuzione sparsi in tutta la valle. La Cofrutta oggi registra 330 soci che provengono da un comprensorio di 17 comuni con una produzione di oltre 30.000 q.li di mele, pere, patate e ortaggi vari che provengono da terreni situati tra i 400 e i 1600 metri di quota. La conservazione delle mele avviene senza il trattamento di sostanze chimiche, ma attraverso il sistema dell'atmosfera controllata, ossia ricorrendo all'abbassamento del tenore di ossigeno nella cella che favorisce il ritardo della maturazione del frutto. L'azienda, coadiuvata dal Servizio Assistenza Tecnica dell'Assessorato all'Agricoltura, effettua verifiche periodiche ai frutteti per mantenere sotto controllo lo stato fitosanitario e comunque al di sotto dei limiti stabiliti per legge. Gli agricoltori possono inoltre essere seguiti nelle pratiche di concimazione, di potatura, di diradamento e di irrigazione. Tra i prodotti derivati possiamo annoverare le Pere Martin Sec allo sciroppo e al vino rosso Doc Torrette; le mele Renette, Golden 18. LA COLATA L'industria pesante in Valle d'Aosta è legata a due grandi realtà siderurgiche: Cogne Acciai Speciali SpA di Aosta, ancora oggi in attività, e l'ILSSA-VIOLA di Pont-Saint-Martin, dismessa nel 1981. Anche nella nostra regione, grazie alla presenza di importanti miniere, oggi chiuse, di carbone (a La Thuile) e ferro (a Cogne), l'industrializzazione divenne ben presto una realtà. Già a partire dal XVII secolo sorgono ferriere in numerose località della Valle e fiorenti industrie metallurgiche per la trasformazione dei prodotti minerari. È il caso di Aymavilles, che utilizzava il minerale estratto a Cogne con gli imprenditori bergamaschi Mutta; di Champdepraz, ancora con i Mutta, che avviarono una fonderia per sfruttare il ferro ricavato dalle miniere del lago Gelato; di Pont-Saint-Martin dove sorsero numerosi opifici che sfruttavano l'energia prodotta dai torrenti e dove la Società Gastaldi arrivò a produrre 20.000 quintali di ottima ghisa, corrispondente alla metà della produzione regionale; di Châtillon, dove, ancor prima, venne allestita una fucina per utilizzare il ferro estratto dalle zone di Ousser e alta Valmeryana, quale subentrerà più tardi la famiglia Mutta che sfrutterà anche il ferro di Valmeryana. Anche se inizialmente l'esperienza di Châtillon risulterà fallimentare la tradizione metallurgica della zona sembra molto più antica ed è fatta risalire intorno agli anni del 1346 quando un certo magister Hugoninus della Castellione forgiava piccoli cannoni per la duchessa di Monferrato e il Castello di Lanzo. La località manterrà nel corso dei secoli la sua tradizione fino a tutto il secolo XVIII, quando, con l'arrivo di Pantaleon Bich, già proprietario di altiforni in Bassa Valle, venne avviata l'esportazione del ferro nel vicino Piemonte. Il passo successivo lo faranno i Gervasone, dando una spinta importante allo sviluppo dell'industria metallurgica in Valle d'Aosta. Ma le novità tecnologiche dell'energia elettrica aprirà la strada a grandi insediamenti siderurgici ad Aosta e Pont-Saint-Martin. In queste vicende regione beneficiarà di grandi vantaggi per la produzione di acciai speciali prima e dopo il conflitto mondiale. Infatti, l'Ansaldo di Genova aveva acquistato le miniere di Cogne, dando uno spinta importante allo sviluppo dell'industria metallurgica. Dalle miniere di Cogne venne estratto il minerale che serviva all'industria automobilistica, chimica ed aeronautica. Nel 1928 la Cogne aveva un'occupazione consistente che incideva pesantemente sullo sviluppo della città. La popolazione di Aosta passò dai 7008 abitanti del 1911 ai 13.962 del 1931 e ai 25.515 del 1951. Quasi la metà della popolazione della città traeva sostentamento dall'industria siderurgica. Nella conca di Aosta stagnava un denso fumo emesso dalle ciminiere della Cogne. Il ritmo quotidiano non era più scandito dalle campane ma dalle sirene dell'acciaierie. Lo schema urbanistico della città saltò e la Cogne dovette costruire un intero quartiere (prima e dopo il II conflitto mondiale), ossia circa 1000 appartamenti, per alloggiare le maestranze, gli impiegati e i dirigenti. Aosta in quegli anni fu interessata da un incremento immobiliare come mai era stato visto, sin dal Medioevo. Oggi l'industria produce acciai speciali che esporta, soprattutto, nei paesi asiatici. E' stata aperta a Verrès una società per la lavorazione degli acciai che svolge anche lavorazioni artistiche. La crisi industriale di fine Ottocento coinvolse anche lo stabilimento della Società Gastaldi di Pont-Saint-Martin e si protrasse fino al 1931, quando la tradizione metallurgica venne rinnovata da una nuova azienda: l'ILSSA-VIOLA, l'Industria Lamiere Speciali S.p.A, voluta dal commendatore Carlo Viola (cavaliere del lavoro nel 1937), molto noto nel mondo imprenditoriale milanese. L'intervento consentì al paese di riprendere un ruolo primario nella zona perché la nuova fabbrica si potenziò velocemente fino ad assorbire 1350 dipendenti e si trasformò in un'azienda all'avanguardia nella produzione di acciai inox. Il moderno insediamento francese diretto dall'ingegner Paul Giraud, fondatore dell'acciaierie di Usines in Savoia, per un breve periodo, trasformò in Società Anonima la Cogne, che avviò un serio sviluppo di produzione di acciai speciali a favore dell'industria automobilistica, chimica ed aeronautica. Nel 1928 la Cogne aveva un'occupazione consistente che incideva pesantemente sullo sviluppo della città. La popolazione di Aosta passò dai 7008 abitanti del 1911 ai 13.962 del 1931 e ai 25.515 del 1951. Quasi
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dal Veneto e dalla Lombardia). Si trattava di accorgimenti che favorivano l'integrazione fra persone e famiglie di varia provenienza. Purtroppo, nel 1981, una imprevista crisi del settore costrinse la Società ILSSA-VIOLA a ridurre l'attività: l'azienda contava ancora 931 dipendenti e 87, tra impiegati e operai, in cassa integrazione. La situazione non appariva ancora drammatica, ma la fine era vicina. Nel 1986 il ciclo produttivo si arrestò definitivamente: erano trascorsi 54 anni da quando i cancelli del Gerbido erano stati aperti da Carlo Viola. Oggi Pont-Saint- Martin ricorda con affetto il fertile periodo dell'ILSSA-VIOLA: ogni anno operai, impiegati e dirigenti, reduci dell'entusiasmante esperienza lavorativa comune, si incontrano convivialmente per ricordare con nostalgia il loro passato presso l'azienda. L'iniziativa si deve al commendatore Adolfo Formento- Dojot, che 40 anni fa aveva contribuito a fondare l'associazione Medaglie d'Oro ex- ILSSA-VIOLA alla quale venivano iscritti tutti i dipendenti con 25 anni di attività. Un ricordo destinato a esaurirsi con l'ultima delle medaglie d'oro per le quali il limite anagrafico è vincolante, che tuttavia, sarà perennemente testimoniato da un monumento eretto nella zona industriale del Paese. 19. L'ARTIGIANO INTAGLIATORE L'intaglio decorativo, altrimenti detto "a punta di coltello", è una delle espressioni artigianali più diffuse in Valle d'Aosta. Su circa 1200 espositori alla tradizionale Fiera di Sant'Orso (dati riferiti alla 1005a edizione del 2006), oltre 200 rappresentano la categoria degli "Oggetti intagliati". Se poi si considerano che, nel lungo elenco, 43 rappresentano le Scuole d'intaglio, si può apprezzare estensivamente il numero degli artigiani che si dedicano all'intaglio. Ma che cos'è l'intaglio? Intagliare significa scolpire figure su legno o altro materiale (pietra ollare, altre pietre o anche ferro); significa decorare le superfici di oggetti per lo più destinati all'arredo domestico o ambientale. L'operazione avviene attraverso un'incisione superficiale, effettuata in modo netto per ricavare il soggetto che l'artista ha disegnato per primi gli oggetti che si prestano egregiamente ad essere intagliati, anche quelli destinati a lavori agricoli o a scopi domestici. Ma sono, ovviamente, privilegiati gli oggetti che per la loro funzione evocano un'antica cultura popolare, che l'estro dell'artigiano può impreziosire con motivi simbolici. Anche i sabots, calzature della società agricola, venivano impreziositi di decorazioni. A questa pratica non sfuggivano, e ancora oggi non sfuggono per rispetto della tradizione, gli attrezzi destinati al lavoro agricolo e domestico. In questo settore si possono realizzare i rastrelli, i “fiéyé”, bastoni per la battitura del grano, le gerle, le botti, le slitte, i barili, la “gorba” per il trasporto e la distribuzione dei semi nei campi, la “corbeille” per trasportare vivande e vettovaglie nei campi, i “tsaven” per raccogliere ortaggi e frutta. Ma gli oggetti che si prestano oggi ad essere intagliati sono i mobili, che arredano le case e gli ambienti collettivi. Gli “artson”, cassepanche per alimenti o per il corredo, decorati acquistano un plusvalore; le culle che i padri decoravano in attesa degli eredi, gli armadi, i letti, le cucine, le stufe in pietra ollare, e quant'altro poteva rendere più agevole la vita familiare e lavorativa, senza dimenticare pannelli e piatti realizzati per puro decoro delle pareti domestiche e degli interni abitativi. Infine, ma non ultimi, i giocattoli avevano un ruolo importante nella vita delle famiglie valdostane per la loro funzione educativa e ludica. I più tipici sono le cornailles, minuscole mucche stilizzate e ricavate da rametti che riproducevano le silhouettes essenziali dell'immancabile animale della cultura agro-pastorale valdostana. Questi elementari giocattoli venivano realizzati dai bambini, che spontaneamente ricreavano con fervida fantasia l'ambiente familiare con mucche, galline, gatti, cani, pecore e quant'altro, ricorrendo spesso all'intaglio con minuscoli coltellini. E se i maschietti incrementavano i loro alpeggi in miniatura, le bambine si divertivano con le bambole, le poupées, inserite in mini abitazioni fornite di mobili in scala ridotta che abili mani di adulto arricchivano di intarsi e decorazioni. Tra le 50.000 essenze di legname da costruzione disponibili sulla Terra, gli artisti e gli artigiani valdostani ne hanno a disposizione pochi tra cui il Tiglio (Tilia vulgaris e Tilia platyphyllos), nelle varietà bianco o rosato, di grana fine e compatta, che si presta bene per l'intaglio a coltello; il Pino cembro (Pinus cembra), detto anche Cirmolo o Arolla, utilizzato per le sculture, perché è tenero, compatto, docile e leggero. Si presta anche per lavori d'intaglio. Il Noce (Junglas regia), utilizzato in Valle d'Aosta per lavori di intaglio. L'elevato costo suggerisce un impiego oculato soprattutto per i pezzi di maggior valore. L'Acero (Acer pseudoplatanus) offre eccellenti risultati per l'intaglio. Il Bosso (Buxus sempervirens), adatto ad intagli decorativi minuscoli e molto raffinati. La Betulla (Betulla pendula), bianca ed elastica, per costruire tabacchiere e maschere. Il Bagolaro (Celtis australis), duro ma di agevole lavorazione, viene impiegato per i collari per le capre. Il Nocciolo selvatico (Corylus avellana), bianco, tenero ed elastico, per costruire bastoni intagliati, canocchie e secchi per trasporto. Nella nostra regione si utilizzano per l'intaglio anche il Ciliegio, il Pero, il Melo, il Faggio, il Frassino, l'Acacia, il Sorbo montano e il Gelso. 20. GLI ORDITI MONTANARI TESSITURA A TELAIO Fino a non molti anni fa, a Champorcher c'erano in funzione oltre 100 telai, uno ogni due famiglie, che lavoravano intensamente per realizzare tele, poi trasformate in tendaggi, tovaglie, abiti, asciugamani e quant'altro poteva servire per la vita quotidiana. La canapa giungeva dalla pianura (Montjovet, Arrad, Canavese...) ed era poi lavorata a Champorcher. Recentemente è stato inaugurato un museo dedicato al telaio. L'iniziativa locale rappresenta l'avvio di un percorso con il quale l'amministrazione pubblica intende promuovere l'allestimento di un museo etnografico, che consenta alla tradizione di Champorcher di rimanere viva nella memoria delle generazioni future. La tradizione di un'economia povera e modesta ha saputo conservare una forte dignità sociale ed è riuscita ad attivare, con tenacia e determinazione, il fiorire del métier e un'opportunità lavorativa per tutte le famiglie champorcherine. Un prezioso telaio, testimone di un passato che è necessario non dimenticare, si trova oggi nella restaurata Casa De Touma. L'operazione è stata possibile grazie alla lungimiranza della scrittrice e storica locale, che a suo tempo lo aveva acquistato e conservato. Il telaio è venuta da un progetto Interreg che l'amministrazione comunale ha avviato. Ecco quindi il dono inaspettato di Rosa Glarey al Comune, gesto che l'Amministrazione ha sottolineato con un'aperta targa all'ingresso della Casa museo. Il telaio della maestra Rosa Glarey ha circa 200 anni ed è l'unico ancora funzionante, in grado di tessere stoffe di 130 cm di altezza. La fondazione della Cooperativa Lo Dzeut si è rivelata un motore interessante per la valorizzazione della vecchia abitazione con annesso un mulino. Il complesso sarà trasformato in Museo Etnografico regionale, attraverso il quale esaltare soprattutto il lavoro femminile; un tributo, quindi, alla donna ed al suo silenzioso lavoro. Lo Dzeut, in patois significa "sciame d'api", che evoca il volo operoso degli insetti come viatico per la produttività locale, o, ancora "germoglio", ossia speranza, raggio di sole per la comunità dell'alta valle di Champorcher. Lo Dzeut, con sede nel villaggio di Chardoney, ha undici socie, delle quali quattro si dedicano a tempo pieno ai telai. La fama della cooperativa ha varcato i confini nazionali, tanto che nel 2005 le tessitrici di Champorcher hanno partecipato, su invito, ad una fiera artigianale in Val d'Isere, e prima ancora a La Plagne, in Francia, ospiti di uno stand della Valle d'Aosta. Anche sul territorio nazionale, oltre che partecipare alla Fiera di Sant'Orso, è presente ad altre manifestazioni in cui l'artigianato è protagonista. La fama aumenta, poi, attraverso servizi apparsi su riviste di settore. Dalla provincia dell'Aquila e di Campobasso, infatti, sono arrivate a Champorcher richieste da parte di privati e di negozianti. La cooperativa dispone di tre telai: uno, di 150 anni, è un unico strumento meritevole di rispetto, perché continua a tessere magnificamente. La differenza tra quello detto del Sis de Touma sta nell'altezza delle tele confezionate: il primo tesse una tela di 65 cm di altezza e il secondo di 130. Gli altri due telai in dotazione sono di recente costruzione; uno dei due ha le medesime caratteristiche del Telaio di De Touma perché è stato ricopiato perfettamente in ogni dettaglio. Lo Dzeut deve essere considerata una ottima iniziativa per rivitalizzare l'economia di montagna e recuperare "manualità" artigianali altrimenti destinate all'oblio, in un quadro di recupero di cultura contadina da inserire in percorsi speciali di turismo fatto di emozioni e partecipazione. creare una fonte di grado di perpetuare all'oblio. Nel museo le varie tappe (dalla di canapa, al recup mano, alle ricerche della Canapa) che esaltare per promuo locali, che abbinino interesse turistico-c con il recupero dei case della famiglia
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21. LA BADOCHE All'interno di ogni comunità esistono dinamiche sociali antichissime che definiscono pratiche cerimoniali in grado, spesso, di far scoprire quali siano stati i lunghi processi di modificazione delle tappe evolutive dei rapporti all'interno dei nuclei di base, per quanto attiene, soprattutto, al sincretismo religioso e agli avvenimenti storici. Nei comuni dell'Alta Valle d'Aosta l'anniversario del santo patrono è legato ad una manifestazione laica, la Badoche, per la quale i protagonisti sono spesso i giovani, che devono assumersi nei riguardi degli anziani e delle comunità le loro responsabilità sociali. Ancora oggi troviamo l'arcaica tradizione nei comuni della Valdigne. Le date di svolgimento sono: il 26 luglio, festa di Sant'Anna, a Verrand; il 10 agosto, per San Lorenzo, a Pré-Saint-Didier; il 13 e 14 agosto a La Salle per San Cassiano; il 14 e il 15 agosto a Morgex per l'Assunta; il 16 agosto al Villair per San Rocco; il 17 agosto per sén Roqueun a Colonn. Anche in altre parti della Regione si organizzano manifestazioni simili alla Badoche: il 22 e 23 settembre per saint- Maurice a Sarre e il 10 e l'11 novembre, per San Martino, a Saint-Martin-de Corléans ad Aosta. La cerimonia si svolge con un rituale preciso. Alla vigilia della festa patronale i alcune mele. Ed è proprio nelle mele che vengono infilate le monete offerte durante la questua. L'allegra brigata, che predilige scherzi e comportamenti trasgressivi, gode di generose elargizioni culinarie, innaffiate da prelibati vini. Al termine della serata si fa la conta del denaro raccolto e si decidono le modalità di spesa. Il mattino successivo tutti vengono convocati, come vuole la tradizione, con un colpo di fucile. I giovani si radunano nel centro del borgo e, preceduti dai musicanti dotati di piffero, tamburello, violino, clarinetto e trombone, vanno a rendere omaggio ai coloro che nella giornata precedente hanno dimostrato la loro simpatia con contributi economici. Poi raggiungono il bosco e recuperano il tronco, abbattuto alla vigilia, lo ripuliscono lasciandogli la chioma verde. Il tronco sarà allora trasportato a braccia in paese con il badocher a cavalcioni per sfilare tra le vecchie case. Seguito da un codazzo di fanciulli e una festosa partecipazione di popolo, il badocher deve salvare gli astanti con un inchino e poi passa a presentare la badochère con la quale apre le danze accompagnata da un tradizionale ballo a ritmi: il valzer, la mazurca, l'inferrina. Il badocher deve essere uno dei danzanti e per tradizione giovani del villaggio si riuniscono ed eleggono il badocher, presidente e coordinatore della cerimonia, che dovrà controllare il regolare sviluppo della Badoche. Il badocher, dopo aver individuato la sua compagna, la badochère, guiderà il giovanile corteo per la questua casa per casa. I componenti dell'insolita processione si vestono con i rituali costumi: blusa blu, arricchita di ricami sulle spalle e sui polsini. Il badocher per affermare il suo breve ed effimero potere stringe in mano uno scettro di abete o alloro, ricoperto di lustrini, dal quale pendono E mentre il sole che sta tramontando invita i paesani alla cena, i ragazzi ammucchiano fascine e paglia intorno all'albero maggio e attendono che il badocher, accompagnato dalla sua guardia d'onore, attizzi il fuoco alla catasta. La musica riprende e le danze si riaccendono intorno al falò che illumina le tenebre, fino a quando la brace carbonizza il maggio e nei dintorni si illuminano altri falò sulle alture circostanti. Le radici della tradizionale badoche affondano in tempi lontanissimi, in riti pagani come la fiammata celtica del nord Europa o alla società dei chierici o alle compagnie dei folli medievali. Secondo Jules Brocherel la badoche valdostana per i riti di maggio deriva dal termine franco-provenzale abaudoche (dal verbo abadà, che vuol dire dare la libertà, distaccare) per indicare l'abbandono dello stato di celibato dello sposo prima delle nozze. In Valdigne però il significato originario si è perso ed oggi la tradizione si svolge in occasione della festa patronale, seguita da un ballo campestre augurale. Tutti i badochers, comunque, devono essere celibi ed anche le badochères devono essere nubili. Il capo dei badochers è colui che per più anni ha partecipato alla badoche. Di solito è colui che in testa al corteo detiene il bastone guarnito di nastri colorati che sta per sposarsi. Oggi tutti i riti della badoche nei della propria parrocchia. poi toccherà agli altri gruppi, designato dal soprannome di Saint-Nicolas; i Péliaté, luoghi pietrosi d'Arvier; i hieri di La Thuile; i Seublo, d'Avise ecc.). si arriva all'ultima danza alla partecipare gli sposati per La festa coinvolge tutti, anziani, che disposti in tre danzano in senso contrario curiti ma felici, si arrestano. vari paesi e villaggi hanno subito simpatiche varianti, ma fondamentalmente le cerimonie mantengono l'originario scopo di integrare i giovani nella società locale, in una sorta di rito d'iniziazione. 22. 4 LUGLIO 1886 – INAUGURAZIONE DELLA FERROVIA Nel 1858 Ivrea venne collegata con una ferrovia a Chivasso e si profilò il progetto di collegarla anche ad Aosta. Ma alcuni eventi nuovi, come la morte di Cavour nel 1861, da sempre sostenitore dello sviluppo della rete ferroviaria, la cessione della Savoia alla Francia, nel 1860, la nascita dello Stato italiano, la terza guerra d'indipendenza e lo spostamento della capitale da Torino a Firenze e poi a Roma, fecero passare in secondo piano il programma. Nel frattempo veniva aperto, nel 1871, il primo collegamento ferroviario transfrontaliero, tra Torino e Chambéry, attraverso il tunnel del Fréjus, mentre l'anno dopo iniziavano i lavori per la galleria del Gottardo. Il progetto di mettere in comunicazione Torino con la Savoia attraverso un collegamento ferroviario sotto il Monte Bianco, perdeva sempre di più consistenza e i valdostani venivano costretti all'isolamento dall'Italia e dal resto d'Europa. Nel 1879 il governo nazionale decise la costruzione del tratto ferroviario Ivrea-Aosta, ma solo nel 1881 poteva iniziare la fese operativa per concludersi nel 1885. Durante la prima fase dei lavori, nel 1883, in Aosta veniva discussa l'ubicazione della stazione ferroviaria, che dopo dibattiti, mozioni varie, ripensamenti e forti polemiche, potè essere costruita a sud della città, là dove oggi si trova. Contemporaneamente venivano costruiti i giardini pubblici e il corso Vittorio Emanuele II (l'odierna avenue Conseil des Commis), che avrebbe collegato la stazione con la piazza Carlo Alberto, dove si trovava il palazzo municipale. Il 4 luglio 1886 fu organizzata una grande cerimonia per l'arrivo del treno, che, partito da Torino, trainato da una coppia di locomotive a vapore, giunse con un forte ritardo. Si trattò di una giornata indimenticabile, perché erano stati inaugurati anche i giardini pubblici con la statua a le "Roi Chasseur", il corso Vittorio Emanuele II e una lapide all'inventore del telefono, Innocenzo Manzetti. Per concludere degnamente la giornata, prima del rientro a Torino del treno inaugurale, fu attivata, la prima volta, l'illuminazione elettrica della città di Aosta. Le caratteristiche tecniche della nuova tratta ferroviaria registravano: lunghezza, 66,437 km; profilo altimetrico con pendenze variabili tra lo 0,54 e l'18 per mille, con una punta massima, nelle gole della Montjovetta, del forte di Bard ed al triangolo di Verrès, di 18 per mille. In origine erano previste 17 fermate escluse Ivrea. Per Aosta e la Valle la distanza con Torino si riduceva notevolmente e rispetto ai due o tre giorni prima necessari per raggiungere il capoluogo piemontese, si poteva partire in treno da Aosta e rientrare in giornata. Il traffico viaggiatori, dopo il primo convoglio di treni, ripensavano, quindi, la ferrovia di Pont-Saint-Martin, non aveva avuto un grande incrementato. Anche il re Umberto I e la regina Margherita raggiungevano Aosta con speciali carrozze. Più tardi vennero programmati treni diretti con fermate solo nei centri più importanti. Allora, il treno, che partiva da Torino alle ore 9,07, arrivava ad Aosta alle 12,30, ossia in sole tre ore e mezza. Nel 1915, a conflitto iniziato, la ferrovia Chivasso-Ivrea-Aosta fu affidata al 6° Reggimento Genio, specializzato nell'esercizio di linee ferroviarie. Lo sviluppo della ferrovia sarà strettamente legato alla Società Ansaldo, che nel 1916 darà impulso alla costruzione dello stabilimento siderurgico a sud della stazione ferroviaria. Incrementato. Anche in Aosta e la Regione Margherita raggiung Aosta con speciali carrozze. Più tardi vennero programmati treni diretti con fermate solo nei centri più importanti. Allora, il treno, che partiva da Torino alle ore 9,07, arrivava ad Aosta alle 12,30, ossia in sole tre ore e mezza. Nel 1915, a conflitto iniziato, la ferrovia Chivasso-Ivrea-Aosta fu affidata al 6° Reggimento Genio, specializzato nell'esercizio di linee ferroviarie. Lo sviluppo della ferrovia sarà strettamente legato alla Società Ansaldo, che nel 1916 darà impulso alla costruzione dello stabilimento siderurgico a sud della stazione ferroviaria. Aosta per i primi convogli di 6,13 e raggiungevano viaggiatori, dopo di treno, ripartivano potevano, quindi, la ferroviaria di Pont-Saint dopo, ossia avevano da Aosta, avevano di quattro ore per raggiungere il capoluogo piemontese. Il ritorno prevedeva un viaggio più lungo perché il percorso è in salita. La velocità massima della locomotiva era di 55 km all'ora. Ad Aosta si proseguivano le attività produttive per i lavori inerenti alla costruzione di edifici fuori dalle mura, come la Caserma Beltricco tra il 1886/87. Il turismo, specie quello termale di Saint-Vincent e Pré-Saint-Didier, venne 23. DENTELLES DE COGNE La Valle di Cogne è una "Valle nella Valle". Perché? Gli insediamenti non sono avvenuti dal fondo valle, ritenuto, nel primo tratto, insuperabile, ma dal Piemonte, e precisamente dalla Val Soana. Infatti, il patois cognein è una parlata franco-provenzale con influssi piemontesi. Cogne essendo rimasta isolata per secoli ha creato un suo originale folklore. Restano, infatti, le testimonianze nei costumi tradizionali (per quelli femminili non si trovano analogie con gli altri valdostani, ma solo con quelli della Val Soana) che, fino ad alcuni decenni fa, venivano indossati quotidianamente. Il costume femminile è composto da una gonna di panno ruvido, pesante e di color nero, confezionata con un telo tessuto, nel passato, dalle stesse donne. Con la vita alta, rigonfia posteriormente, è coperta sul davanti da un grembiule blu scuro, spesso lucido e cerato che, ripiegato in alto, prosegue verso il petto, sembra si rifaccia al costume bretone. In testa una cuffia nera. Si tratta di un completo molto severo che però contrasta con la elegante camicia bianca, arricchita da un colletto di pizzo pieghettato, confezionato al tombolo privilegia i giovani del paese con il badocher. Dopo il primo ballo al centro dell'abitato, ognuno dei quali è destinato ad ospitare i (Viandé, i macellai; gli abitanti dei luoghi pietrosi di Arvier; i Meulatés, i mulattieri; i fischiatori o i folli di La Thuile; i Seublo, i pastori d'Avise ecc.). A sera inoltrata si arriva all'ultima danza alla quale possono partecipare gli sposati per l'attesa pluètare. La festa coinvolge tutti, giovani, adulti e anziani, che disposti in tre cerchi concentrici danzano in senso contrario fino a quando, esausti ma felici, si arrestano. e la Regione Margherita raggiungevano Il tuo treno partiva dal Pont-Saint-Martin commerciale, tappa obbligata viaggiatori diretti in Francia importanza della nuova tratta essere dimostrata dal traffico un anno: 50.000 viaggiatori zione locale modesta. Di lì a le costruzioni di edifici fuori come la Caserma Beltricco tra specie quello termale e Pré-Saint-Didier, venne
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dalle ragazze di Cogne. Il collo delle donne è impreziosito da vari giri di perline di vetro colorato, che disegnano diversi motivi geometrici, e dai quali pende una croce. Il costume maschile, invece, è costituito da una maglia bianca aperta con bordi verdi e rossi e pompon bianchi, completati da un pantalone nero e un gilet dello stesso colore. I due tipici abiti tradizionali utilizzano i colori bianco, nero, verde e rosso in un'armonica sintesi e in un accurato accostamento. Su questo simpatico abbigliamento fa da elegante tramite l'esclusivo "Pizzo di Cogne", un pizzo al tombolo, che in Valle d'Aosta è esclusivo della vallata del Gran Paradiso. Importato, forse, nel 1600 da suore francesi di Cluny, prima a Saint-Nicolas, come vuole la tradizione, e poi a Cogne, si è evoluto in maniera originale, sviluppando motivi d'ispirazione paesana: l'occhio della pernice, la farfalla, le stelle, il sole. I pizzi (dentelles)sono molto simili a quelli realizzati nell'isola veneziana di Burano. All'inizio del secolo XX tutte le donne, nessuna esclusa, confezionavano pizzi con i quali ornavano i propri capi di abbigliamento e per la casa. Inoltre, il lavoro al tombolo consentiva alle famiglie di arrotondare le magre entrate economiche. Quando l'uso di indossare i costumi si affievolì, anche il tombolo subì una netta flessione, tanto da rischiarne la totale perdita. Il rischio fu scongiurato per iniziativa dell'Amministrazione Regionale: dopo il secondo conflitto mondiale, con interventi mirati, sono state recuperate tradizioni, destinate all'oblìo. Grazie all'influsso della Fiera di Sant'Orso e delle numerose mostre dell'artigianato tipico, le dentellières di Cogne, hanno visto riconoscere il valore artistico della produzione di pizzi e, nel tempo, hanno saputo consolidare la loro immagine. Si è trattato, quindi, di un chiaro apprezzamento da parte di un pubblico attento, desideroso di riscoprire una tradizione destinata a scomparire; ma si è anche dimostrato altamente efficace l'intervento delle Amministrazioni Pubbliche, soprattutto a livello regionale, che con provvedimenti mirati hanno saputo offrire al settore occasioni di rinascita per riconfermare l'esigenza, spesso sottovalutata, di tramandare alle generazioni future le tradizioni del passato, come opportunità di crescita e arricchimento spirituale della società moderna. Chi visita Cogne potrebbe ammirare delle pregevoli realizzazioni in un locale dislocato accanto alla Parrocchiale di Sant'Orso. Nello stesso locale dà dimostrazione dell'arte delle Dentelles una donna nel suo abito di gala completo l'intera giornata, con i preziosi pezzi. 24. FATICA IN MINIERA Già nel 1439 alcuni documenti confermano l'estrazione del ferro nella zona nell'alta Valle di Cogne. La miniera di ferro di Cogne si trovava sul fianco sud del monte Creya, infelice perché posta ad una quota superiore ai 2000 metri. Si trattava, in sostanza, di un enorme ammasso di magnetitite pura (che registrava un tasso del 55%). Qualcuno afferma che lo sfruttamento di tipo artigianale, l'utilizzo della miniera fu sempre sotto tono e, in alcuni casi, per nulla redditizia; infatti, rimase chiusa per 125 anni fino al 1803, quando il dottor Cesare Grappein fu eletto sindaco del paese. Si deve al lungimirante personaggio se la miniera fu utilizzata in maniera moderna e redditizia. Grappein istituì una corvée gratuita con gli abitanti del paese per costruire la strada di collegamento tra Cogne e Vieyes. Il lavoro in miniera fu organizzato con la manovalanza di salassi e romani, ma solo frutto di leggende miniera fino al 1679 rimase di Vescovo di Aosta. Ciò, però, non abitanti di Cogne, che di tanto in qualche dispetto al vescovo strativi e qualche incendio Finché i difficili rapporti vescovo di Aosta a vendere la ne di Cogne per 200 "pistole" ta di allora. Il Comune a sua roprietario delle miniere fino gestione comunale non si pertanto, a meno di qualche belga, fu ceduta alla Lorier, nel 1895, seguita da un'altra, sempre belga, la TheisLorier. Nel 1910 la miniera passò all'Ansaldo di Genova, che iniziò la costruzione di una teleferica per trasferire il minerale da Colonna, sotto i Liconi, fino al fondo valle, ottimizzando in tal modo i costi di produzione. I primi lavori di costruzione furono eseguiti da un ingegnere svedese, Ranjar Nordenstein, che tra l'altro introdusse la pratica dello sci nella Valle di Cogne. Più avanti, durante il primo conflitto mondiale, fu anche costruita la moderna carrozzabile con la manodopera dei prigionieri austro-ungarici. Infine, con la realizzazione della galleria del Drinc, il minerale fu trasportato direttamente fuori della Valle di Cogne. Con la modernizzazione delle strutture e con l'entrata a pieno regime della miniera, affluirono in paese minatori bergamaschi, bresciani e del Veneto. Gli scapoli vivevano a Colonna, la più alta miniera di ferro dell'Europa, a 2400 metri di quota, in enormi caseggiati aggrappati sui costoni della montagna, che ancora oggi mantengono un aspetto di monasteri tibetani. Oggi tutti gli edifici sono vuoti e deserti. Fino agli anni settanta le miniere di Colonna e di Costa del Pino sono rimaste attive; esse rifornivano di magnetite gli altiforni degli stabilimenti siderurgici di Aosta. Il minerale veniva trasferito da Cogne a Pila, località sopra Aosta, con carrelli ferroviari attraverso un tunnel; da lì, poi, venivano calati a valle con una teleferica. Oggi, dopo molti anni di inoperosità, il tunnel sarà riutilizzato per il trasporto passeggeri a scopo turistico. Il programma rientra in un ampio quadro regionale per migliorare l'offerta promozionale: infatti, il trenino, oltre che trasformarsi, nel periodo estivo, in un mezzo di locomozione suggestivo e pieno di fascino, potrà essere preso dagli sciatori che da Cogne vorranno raggiungere le piste di Pila per una discesa e da Pila, viceversa, andranno a scivolare sul Prato di Sant'Orso, perfettamente innevato, con gli snelli sci di fondo. Oggi il passato minerario di Cogne rivive nel Museo della Miniera, che trova collocazione nel Villaggio dei Minatori, costruito, dopo l'abbandono della miniera di Colonna, nei pressi della stazione di teleferica. Plastici, fotografie, mappe, strumenti, ricordano con emozione un passato che il visitatore potrà rivivere con un filmato girato negli anni '30 del secolo scorso. Il Museo dedica molto spazio agli aspetti etnografici della Valle.
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1. LE PAIN ET LE FOUR Pour les habitants de la montagne, souvent avare, le pain a toujours été fondamental dans la vie des communautés. À toutes les époques, tous les peuples de la terre ont manifesté un profond respect envers le pain et cela demeure vrai de nos jours. Sous toutes les latitudes et les longitudes de notre planète, en effet, la production du pain est une sorte de liturgie, qui se répète depuis des millénaires. Aujourd'hui, les fours sont les témoins muets d'une tradition qui permettait aux habitants de la vallée de pourvoir aux réserves nécessaires pour affronter les mois d'hiver. Les petites collectivités des villages isolés suivaient des procédures précises, qui n'étaient transmises qu'oralement et qui se renouvelaient d'année en année. Les paysans cultivaient le seigle, lou bià, en quantité suffisante pour nourrir leur noyau familial. « Pieu li brats sunt pichout et fébiou et pieu li pan son ner et countà », disaient les vieux de Champorcher (Plus les bras - des enfants : ndr - sont petits et faibles et plus les pains sont noirs et comptés). En montagne, on ne cultivait pas beaucoup de blé, car la récolte n'était pas assurée en raison des températures très basses et de l'aridité du sol. Souvent, le froment ne mûrissait pas et moississait sur l'épi ou attrapait le charbon et noircissait. Le seigle, au contraire, est une plante rustique qui résiste aussi bien au froid qu'aux mauvaises herbes et qui mûrit vite. On le récolte deux ou trois fois par an, parce que le milieu du champ mûrit d'abord. La moisson ne doit pas tarder, pour éviter que les épis ne perdent leurs grains précieux. Autrefois, il fallait survivre : le moindre gaspillage était impensable. La maturation parfaite du seigle et du blé permet d'obtenir une bonne farine et une tout aussi bonne panification. En montagne, la plus petite parcelle ou la terrasse la plus étroite était utile pour semer du seigle ou du froment, en alternance avec les pommes de terre. Les paysans étaient également des maçons habiles, car ils devaient construire et réparer les murets de soutien de leurs minuscules, dans une combinaison heureuse de toutes les ressources de la terre. Les restes de ces travaux pénibles sont encore visibles aujourd'hui. Lorsque J'on avait obtenu un lopin de terre, il fallait bonifier le sol en transportant de la terre et du fumier dans li tsatun (la hotte); cette opération était habituellement effectuée par les femmes. Les habitants des hameaux se rendaient aux moulins pour la mouture des grains, la farine indispensable à la fabrication du pain. À La Magdeleine, par exemple, entre Brengon et Clou, la pente est jalonnée de huit moulins, alimentés par les eaux d'un petit torrent. Chacun était réservé à une zone. Ils étaient mis en fonction lorsque l'eau n'était plus utilisée pour l'irrigation des prés (aujourd'hui, après un période d'abandon, cinq de ces moulins ont été restaurés). Chaque famille avait le droit de moudre du blé ou du seigle un certain nombre de jours par mois. Puis, avant de préparer le pain, lo pan: une fois par an. Toutes les familles pourvoyaient à la mouture du seigle (et/ou du blé) avant le mois de novembre et, fin octobre, les hommes se procuraient du bois, que les femmes transportaient avec lo tsatun (la hotte) ou sur leur tête, en posant ce fardeau sur un coussinet de paille, appelé li ratéil, les râteliers en bois, sur lesquels ils étaient rangés sur les pailler. Ensuite, on préparait les atche (morceaux de bois fins et allongés) pour allumer le feu, ainsi que les atchon (fagots) pour contrôler l'intérieur des fours. On utilisait habituellement du bois de mélèze, de sapin ou d'arbres fruitiers, mais l'on évitait le pin, car sa résine rendait le plan de cuisson collant. Les six-sept quintaux de bois entassés dans le four brûlaient. Quand il ne restait que les cendres et quelques braises et quand - après une douzaine d'heures - les pierres de la voûta (la voûte) devenaient de couleur blanchâtre, lou forni, le fournier, commençait les opérations de nettoyage à l'aide du robiou. Il rassemblait les braises dans le cendrier, la tzampana, et il éliminait les résidus avec les icoats. Il fermait ensuite hermétiquement la gueule du four et sa bouche d'aération, lou bonommo, avec une pierre scellée à l'aide de terre humide. Le four restait alors fermé pendant quatre/six heures afin de boundé lou four, c'est-à-dire de distribuer la chaleur à l'intérieur de manière homogène. Pendant que lou forni le surveillait, la famille à laquelle c'était le tour s'occupait de préparer la leveri, la levure naturelle (la mère) et de nettoyer le matériel. Le pastin, l'homme qui préparait la pâte à pain, pouvait alors se mettre à l'ouvrage. Toutes ces opérations se déroulaient à l'étable, le lieu le plus chaud de la maison et, donc, le centre de la vie quotidienne. Dans l'étable, il y avait l'espace réservé aux vaches, les bantsi, d'un côté et, de l'autre, l'espace réservé aux hommes, sur un plancher de bois. De ce côté, l'on plaçait généralement un métier à tisser (à Champorcher), une table, quelques bancs, un lit et un petit poêle pour la cuisson des aliments. D'habitude, une ou deux petites fenêtres s'ouvraient sur ce côté de la façade. Les étables les plus grandes permettaient d'accueillir également la famille et les amis. Pendant l'hiver, en particulier lors des journées les plus froides, la vie du noyau familial se passait à l'étable. Les hommes sculptaient des objets de bois ou préparaient des ustensiles ; les femmes filaient ou tissaient, alors que les personnes âgées racontaient des histoires et des aventures du passé. Après la veillà, nombreux étaient ceux qui s'endormaient à l'étable, bercés par la douce chaleur des bêtes. C'était aussi le lieu où la farine de seigle, mélangée à l'eau et à la levure naturelle, fermentait spontanément, grâce aux conditions idéales de l'intérieur : chaleur constante, humidité de l'air, présence de bactéries et de microorganismes. Lorsqu'une famille avait terminé de préparer son pain, elle passait une partie de pâte levée à la famille suivante. Une fois que lo pastin avait préparé la lèvéiri, il commençait à pétrir (boulundzi). Les pastin étaient généralement des hommes, car c'était un travail très fatigant. Ensuite, les breierelle (de brei, préparer), à savoir les femmes et les jeunes filles, préparaient lo pan. Afin d'avoir suffisamment de pain pour une année, les familles les plus pauvres ajoutaient du son au seigle. Les anciens se rappellent que, dès la fin du mois d'août ou le début du mois de septembre de l'année suivante, il arrivait que le pain vienne à manquer. Pour une famille de 8/9 personnes, il fallait cuire environ 9 fournées de pain (900 pains au total). Le paton, la pâte pétrie, levait pendant trois heures, puis il était partagé en portions et à nouveau pétri sur la toula de brei, la planche de travail. Li pan étaient modelés par les mains des jeunes filles, sous la surveillance des dames les plus âgées. Avant de prendre femme, les jeunes gens aussi allaient contrôler les breierelle pour évaluer leur habileté manuelle, nécessaire à l'économie domestique. Li pan étaient marqués au couteau ou au rabio pour faciliter la cuisson et pour les reconnaître (surtout quand plusieurs familles participaient à la même fournée). Chaque famille avait son signe personnel. Lo forni enfournait les pains (de 90 à 100 par fournée), scellait la gueule du four et attendait qu'ils soient cuits. Après une heure environ, on commençait les opérations pour défourner, difourné li pan. C'était le moment tant attendu. Le pain fumant était déposé dans des hottes (tsatun) ou dans des paniers (tsavagn), puis transporté aux rascard et aux grani, où il refroidissait avant d'être rangé sur les étables en bois, sur lesquels ils étaient à l'abri des rongeurs et des autres animaux jusqu'au moment de la consommation. Le pain, devenu très dur, était coupé à l'aide du tsapiet. Aucune miette n'était gaspillée: les petits morceaux étaient trempés dans du lait ou dans de l'eau. On les grignotait pendant le travail aux champs ou au pâturage 2. LA BATAILLE DES CHÈVRES L'ancien village de Perloz est situé à l'embouchure d'une vallée de la Vallaise. Il s'étend à l'adret, à la droite et à la gauche d'une ligne orographique du Lys et il compte 40 hameaux environ, mais 468 habitants seulement. Le chef-lieu, à 660 mètres d'altitude, sur une terrasse de l'adret. Perloz se caractérise par un événement insolite, qui le distingue de celui des autres communes de la Valle d'Aoste: la «Batailla dé Téhèvre», la bataille des chèvres, une manifestation qui s'inspire de la bataille des reines (combat de vaches), plus populaire au niveau régional. Chaque année, vers la fin novembre, les éleveurs de chèvres participent au combat de Hérchéraz. Cet affrontement très pacifique attire beaucoup de monde, de l'intérieur et de l'extérieur. Il s'agit, en réalité, d'une occasion de loisir liée au combat des chèvres, qui permet aux éleveurs de montrer leurs meilleures bêtes et de montrer la qualité. L'art du combat a probablement été le premier animal apprivoisé par l'homme. L'habitat idéal de ce mammifère est la montagne, où il vit aujourd'hui et à l'état domestique et à l'état sauvage. Il en existe quatre espèces: Capra ibex ou bouquetin des Alpes, Capra pirenaica ou bouquetin des Pyrénées, Capra falconieri ou chèvre Markhor ou de Falconer et Capra aegagrus ou chèvre sauvage ou du Bézoard. C'est de la Capra aegagrus que descend la chèvre domestique commune (Capra hircus), avec la Capra prisca, aujourd'hui éteinte. Les chèvres se nourrissent essentiellement de fourrages secs et ligneux ou de petites branches vertes; elles endommagent donc fortement la végétation, car elles dessèchent les forêts alpines au point de les détruire. Leur gestion dépend d'une politique économique agroalimentaire bien précise. La Vallée d'Aoste possède des territoires qui s'adaptent bien à l'élevage des chèvres. Tant et si bien qu'il existe aujourd'hui une race valdôtaine, de taille mi-grande, qui atteint 70/75 cm de haut au garrot. Les deux sexes portent des cornes, qui peuvent être de dimensions énormes chez les mâles. Fort intelligente, la chèvre valdôtaine a un caractère exubérant. Elle pâture continuellement dans nos montagnes pour brouter l'herbe tendre qui lui permet de produire un lait très digeste et riche en protéines. Pourquoi «Les Batailles des Chèvres» sont-elles nées et se sont-elles affirmées en Vallée d'Aoste? L'«Association Comité Régional Batailles des Chèvres», dont le siège se trouve à Perloz (tél. 0125-805162), donne quelques informations à ce propos. L'une des premières raisons est le respect de la tradition, ainsi que cela est souligné par l'article 2 des Statuts de ce Comité, qui prône la diffusion de ces batailles et des élevages de chèvres. Les éleveurs sont très intéressés par ces combats, qui ne sont jamais sanglants, donc jamais mortels, et qui stimulent essentiellement la qualité de la
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race (comme les «Batailles des Reines» et les «Batailles des Moudzon»). Cela pousse les éleveurs à avoir des animaux toujours plus beaux et toujours plus sains, à sélectionner la race afin d'obtenir des espèces plus adaptées à l'élevage. La rivalité entre éleveurs est également l'occasion de se confronter et produit des résultats positifs. En outre, l'intérêt suscité à l'extérieur du monde agropastoral permet au public d'assister à un spectacle ancestral, qui se répète sur terre depuis des millions d'année : la détermination du chef dominant du troupeau, qui devra se concéder à son harem. La Capra ibex remonte à il y a 13 millions d'années. Il semblerait donc que ce soit aujourd'hui le mammifère le plus vieux de la planète ; l'Homo sapiens, en revanche, a fait son apparition sur terre voilà seulement 2 millions d'années. Compte tenu de ces éléments, nous ne pourrons dorénavant que regarder les chèvres avec beaucoup d'étonnement et d'admiration. Par ailleurs, Tancredi Tibaldi nous rappelle que, puisque les sociétés agropastorales traditionnelles se basaient essentiellement sur la compétition (la communauté était donc structurée de manière hiérarchique, du chef- berger au tchit – l'enfant), la «Bataille des Chèvres» jouait aussi un rôle de contrôle des pulsions de lutte présentes chez les jeunes. La jeunesse de chaque village engageait des disputes violentes avec les jeunes d'autres hameaux ou des vallées voisines. Le XIXème siècle a ainsi été le théâtre de nombreux affrontements qui, souvent, se terminaient mal. Par la suite, ces combats se sont transformés en oppositions traditionnelles entre conscrits, pour établir une supériorité au sein du groupe : ce sont les objectifs atteints aujourd'hui par les batailles de chèvres ou de vaches, qui parviennent à assouvir les instincts humains les plus ancestraux (c'est ce qui se vérifie, nous le savons, en assistant à un match de football). En Vallée d'Aoste, 2006 est l'année de la «Bataille Tehévrè» en patois c'est-à-dire le co folklorique entre s'articule en deux au printemps, du mai, à Donnas, Introd ; la seconde de septembre-oc à Issogne. La fin mois de novembr gagnantes des différentes au-delà de 65 kg ; 2ème – de sous 55 kg ; 4ème bime – du s de moins de deux ans. rection de «La Bataille des ellement présidé par Sisto de cette spécialité, lancée 1981 ; il compte également (Edy Guichardaz), cinq mbrétaire, deux commissaires atorze délégués (deux par ent les éliminatoires). En y a 4.000 chèvres environ e territoire régional. 3. LAIT ET FONTINE Le lait est l'un des aliments les plus nécessaires dans l'alimentation humaine. En Vallée d'Aoste, il existe aussi le Fromadzo, à caractéristique et contenant moins le Reblec, un fromage crémeux prélevant la couche superficielle Reblec est très délicat et doit dans les jours qui suivent sa le dernier dérivé de la filière Lait Seras, à la couleur claire et au : on le consomme en tranches, t avec de la polenta. tous les villages, même dans les plus isolés, les habitants disposaient d'une laiterie tournaire, où ils apportaient le lait destiné à devenir fromage. À l'intérieur de la laiterie, l'on trouvait lo tòr, un pieu pivotant auquel on pendait le chaudron et les ustensiles pour le travail du lait. La première laiterie tournaire aurait été fondée à Étroubles en 1853, par un domestique d'Anselme Marcoz, pour inviter les gens du village à se réunir en consorterie, comme en Suisse. La vache est à la base de l'économie valdôtaine : elle a toujours représenté la richesse des familles (autrefois, une famille était aisée, plus elle possédait de têtes de bétail). La vache donne du lait, donc du beurre, du fromage, de la ricotta. Les vaches de la région sont des exemplaires de pure race valdôtaine, «pie rouge» ou «pie noire» selon la couleur dominante de leur robe. En Vallée d'Aoste, il y a environ 50.000 têtes de bétail. La vache établit naturellement une hiérarchie à l'intérieur du troupeau. C'est pour cela qu'elle affronte ses rivales, afin de définir les rapports de forces. Ces «duels» décident la reine de l'alpage et ils ne sont pas sanglants. Le jour de la desarpa, la descente de l'alpage à la plaine (généralement à la Saint-Michel, le 29 septembre) la reine porte un bosquet, un trophée garni de fleurs, de rubans rouges et de miroirs. Une reconnaissance analogue est aussi attribuée à la meilleure vache laitière, mais avec un bosquet décoré de rubans blancs. Les Valdôtains nourrissent une passion pour les «combats» de vaches et un véritable championnat régional est organisé, avec plusieurs niveaux de sélection. La finale régionale a lieu l'avant- dernier dimanche d'octobre à Aoste, à l'arène de la «Croix Noire», qui a été construite dans ce but. Les vaches gagnantes des différentes catégories reçoivent, lors d'une cérémonie finale chorégraphique, une «sonnaille de Chamonix» décorée d'un ruban rouge qu'elles porteront pendant une année entière, jusqu'au début de la compétition suivante. La Fontine, fromage AOC à l'échelon national depuis 1955, est reconnue au niveau européen depuis 1996 par la marque AOP (appellation d'origine protégée). C'est un fromage gras, doux, à pâte molle, fondant dans la bouche, couleur jaune paille, produit avec du lait de vache entier provenant d'une seule traite, selon les normes qui réglementent sa production. Les fromages sont attestés dans la région au moins depuis le XIIIème siècle : en effet, en 1267, le «Liber redditorum» du Chapitre de la Cathédrale d'Aoste mentionne le «fromaige» ; la même année, le «seras» est cité parmi les produits sujets à impositions fiscales de Châtel- Argent. À Brissogne, en 1270, on fait allusion au «vacherinus», dont dériverait le toponyme de Vacherin. Le terme fontine n'apparaît qu'en 1717, quand le céllèrier (l'économe) de l'hospice du Grand-Saint-Bernard l'inscrit dans ses registres avec la note suivante : «... je dois donner une fontine d'un rupt et quatre livres de noisettes fraîches...». Le «rupt» ou «rubb» ou encore «rubt» était une unité de mesure équivalant à 9,6 kg, alors que les «livres» sont un sous-multiple qui correspond à 38,4 hectogrammes. Une roue de Fontine pouvait peser jusqu'à 25 «livres». L'étymologie du mot Fontine est controversée ; il vient peut-être du fait qu'il s'agit d'un fromage qui fond, mais la plupart pensent qu'il dérive plutôt du nom de l'alpage de «Fontin» situé au-dessus de Quart, où l'on produit aujourd'hui encore des fontines renommées, que les voyageurs britanniques du XIXème siècle décrivaient avec intérêt. De nos jours, les roues de fontine pèsent de 8 à 10 kilos, elles sont moins hautes qu'autrefois et leur superficie est toujours concave, pour éviter les fissures au cours de la maturation. Pendant la fabrication, le lait est mélangé à l'aide du spino, un ustensile de bois aux dents opposées, sur un feu à 50 degrés environ. La maturation de la Fontine dure 4-5 mois. Ce fromage est protégé par le Syndicat de la Fontine, qui veille à sa qualité et sa commercialisation. Les magasins de Fontine sont distribués sur tout le territoire régional et sont généralement emménagés dans des galeries creusées à même la roche, dans lesquelles la température et le degré d'humidité sont réglés. Du Fontine, on produit également la Fondue, un fromage crémeux, confectionné et commercialisé en Vallée d'Aoste avec la consommation culinaire. En effet, la petite région d'Italie (qui compte à peine plus de 3000 km², ce qui surprenante, un huitième du Piémont) s'avère plus hardies des viticulteurs est l'une des vignerons sont considérés «héroïques», en raison des terrains difficiles où ils travaillent pour cultiver leurs vignobles escarpés. La viticulture valdôtaine est donc une «viticulture héroïque», une des rares terrains à disposition modestes lopins de terre à cultiver ont été arrachés aux versants, généralement à l'adret (la zone exposée au sud). Les origines des pratiques agropastorales se perdent dans la nuit des temps. Depuis toujours, la sécheresse et l'isolement des villages ont obligé les paysans valdôtains à une lutte quotidienne et la recherche d'espaces à dédier à la viticulture a été difficile. Ce n'est qu'après la seconde guerre mondiale, toutefois, que la viticulture régionale a connu son véritable essor, grâce à la présence des moines suisses du Grand-Saint-Bernard, qui gèrent aujourd'hui l'Institut Agricole Régional d'Aoste, en produisant d'excellents vins et en préparant des techniciens tout aussi valables. La surface plantée de vigne couvre 700 hectares environ (les historiens affirment que, par le passé, il y avait dans la région 3000 ha de vignobles). La production se chiffre à quelque 30.000/35.000 hectolitres de vin (moins d'1/1000 de la production nationale). Cela permet de comprendre combien la quantité produite en Vallée d'Aoste est modeste ; il s'agit, toutefois, d'un produit de niche, car sa qualité est très élevée. C'est une quantité réellement insignifiante au niveau mondial, mais les vins valdôtains sont très prisés et, donc, très demandés par les connaisseurs et par les passionnés d'œnologie. Une Route des Vins a été créée dans la région : elle permet de visiter toutes les zones de production d'A.O.C.G. et d'A.O.C. (appellation d'origine contrôlée garantie et appellation d'origine contrôlée). Ce parcours, conçu dans un but culturel, va des terrassements hardis de Pont- Saint-Martin et de Verrès jusqu'aux 1300 mètres d'altitude de La Salle et de Morgex, à savoir à la limite de survie de la vigne. Les vignobles du Valdigne, en effet, sont considérés les plus hauts d'Europe ; c'est là que naît le «Blanc des Glaciers». L'amplitude thermique, importante dans toute la Vallée, permet d'obtenir les bouquets forts et fruités
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caractérisant l'A.O.C. Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, qui compte 27 vins et 22 cépages autorisés. Parmi les vins les plus prisés, l'on peut citer le Muscat de Chambave, l'Enfer d'Arvier, le Torrette et le Donnas. Une politique régionale attentive a géré ce secteur avec des subsides économiques adéquats et cela s'est avéré déterminant pour la qualité du produit, qui représente actuellement l'un des fleurons du secteur agroalimentaire valdôtain. La vitiviniculture représente une partie importante de l'économie du secteur agricole régional : son chiffre d'affaires s'approche de 6 millions et demi d'euros (13 milliards des anciennes lires). Les opérateurs se consacrent avec amour et passion à la viticulture ; ils doivent continuellement se mesurer à une nature rude et difficile, dans des situations souvent extrêmes. Leur travail transforme le milieu naturel, en créant des terrasses qui enchantent et qui s'insèrent harmonieusement dans l'ensemble de la vallée. D'ailleurs, les vignobles qui s'agrippent depuis des siècles aux versants brûlés par le soleil des régions de montagne et des territoires en forte pente constituent un tableau très pittoresque. Il enrichit le paysage et il représente une action concrète de consolidation du territoire. Lors de la « 9ème Exposition des Vins AOC de la Vallée d'Aoste», plus de 5.000 verres ont été vendus et 15.000 visiteurs environ, dont la moitié venaient d'autres régions, ont assisté à la manifestation. À la même occasion, samedi 27 août 2005, les gagnants de la XIVème édition du Concours international des Vins de Montagne ont été récompensés dans la grande salle ducale de l'Hôtel de Ville d'Aoste. Les dégustations avaient eu lieu le 2 juillet 2005 à Courmayeur: 531 bouteilles, provenant de 9 pays européens, y ont été examinées. Dans ce cadre, l'une des neuf «Mentions spéciales» a été attribuée à un vin valdôtain, le «Blanc de Morgex et de La Salle - Metodo Classico 2002» ; des six autres Mentions ont été décernées à des vins siciliens, l'«Etna Rosato Doc - Tenuta Sciara - Scilio-2004» et le «Sicilia IGT Nero d'Avola - Terre di Ginestra-2003». De plus, cinq des dix-huit «Médailles d'Or» et trente des cent quinze «Médailles d'Argent» ont été assignées à des vins italiens, dont six pour les vins blancs et vingt-quatre pour les vins rouges. Les quelque 500 vins qui ont participé à ce Concours – organisé par le CERVIM (Centre d'Études, de Protection, de Coordination et de Valorisation pour la Viticulture de Montagne, dont le siège se trouve à Quart) – provenaient d'Italie (Valle d'Aoste, Piémont, Lombardie, Trentin Haut-Adige, Abruzzes, Ligurie, Vénétie, Campanie, Calabre et Sicile) et d'autres pays européens (France, Allemagne, Portugal, Espagne, Suisse et Hongrie). 5. LA RÉCOLTE DES CHÂTAIGNES Une loi régionale de 1990 concerne les châtaigniers dont le tronc dépasse quatre-vingts centimètres de diamètre et dont 80% des branches sont vivantes. En cette essence; d'ailleurs, ils l'appellent simplement «ebbro», arbre. Certaines variétés de châtaignes sont désignées par le nom de familles de l'endroit; d'autres ont donné leur nom à des lieux-dits. Le châtaignier pousse dans les Alpes de 300 à 900 mètres d'altitude, de préférence sur les terrains acides ou neutres. Cela explique pourquoi la Basse Vallée et, surtout, les villages de la VIIème Communauté de Montagne Mont Rose représentent un habitat idéal pour cet arbre. Dans cette zone, le châtaignier atteint parfois 1500 mètres d'altitude et, en plus de ses fruits, il produit de l'excellent bois. Malheureusement, les récoltes ont progressivement diminué et l'on est passé de plus de 15.000 quintaux (avant la dernière guerre) à 5.000 quintaux dans les années cinquante, puis à quelques centaines de quintaux seulement au début des années quatre-vingt-dix. L'on peut aisément comprendre le potentiel commercial de la culture de la châtaigne dans cette zone de la Vallée. La diminution énorme de la production dépend de multiples causes : les frais nécessaires pour la récolte des fruits ne sont pas compensés par les bénéfices de la vente; la récolte est malaisée, car la pente des vergers de châtaigniers rend la mécanisation difficile; les parasites et le chancre cortical (Endothia parasitica) qui, arrivé d'Amérique en 1938, a frappé d'abord la Ligurie, puis s'est répandu dans toutes les Alpes à cause du vent. La VIIème Communauté de Montagne Mont Rose, constituée en 1973, a vu le jour en confiant son image promotionnelle à la châtaigne : son logo allégorique représente trois belles châtaignes dans une bogue stylisée. Le territoire de la Communauté, qui prend son nom du massif du Mont-Rose, avait donné à la châtaigne une importance fondamentale pour la survie des familles de l'endroit. Par le passé, les châtaigniers majestueux - qui occupaient 1.500 ha – fournissaient l'élément de base de l'alimentation de cette zone et faisaient subsister pendant quelques mois le menu du peuple, comme le rappellent la relation du vice-bailli Peyrani et de l'avocat Flandin en 1759. En 1994, la Coopérative «Il Riccio» a été créée dans le but de sauvegarder les traditions alimentaires liées à la châtaigne, pour augmenter sa culture, la mettre en valeur et commercialiser les fruits spontanés et cultivés. Elle compte à ce jour une cinquantaine d'associés, mais sa production est encore modeste : elle ne dépasse pas le millier de quintaux. Une partie de la production est traitée pour qu'elle puisse se conserver jusqu'à Noël. Une autre partie importante est soumise à un procédé de séchage, puis commercialisée comme «Châtaignes blanches» en sachets ou transformée en farine. Le châtaignier permet également d'obtenir un miel particulier, apprécié par les gourmets en raison de la présence de tannins, pour son goût typique et pour sa couleur ambrée. Le miel, élégamment présenté, est vendu sur les marchés, et par la Coopérative et par les producteurs privés de Pont-Saint-Martin, Lillianes et Fontainemore. Dans les années 90, l'Assessorat régional de l'Agriculture et des Forêts a lancé le «Projet Châtaignes», dans le but d'éviter la disparition de cette culture typique. Les interventions du secteur public se traduisent dans l'organisation de cours de mise à jour et de formation. Les premières expériences et les premières démonstrations ont été réalisées à Donnas (Dalbard), Perloz, Lillianes et Pontboset. Dans ce cadre, la VIIème Communauté de Montagne intervient avec des subsides directs pour les agriculteurs, des activités de promotion, d'information et de divulgation culturelle. Le rajeunissement des vieux arbres a été l'une des premières mesures mises en œuvre : tailles sévères et greffages de variétés essentiellement locales (Genetta, Crest et Chemiou)ou de marrons de grande qualité; de nouveaux marrons et des hybrides euro-japonais résistant au chancre cortical ont également été greffés. En 1988, la Bibliothèque communale de Donnas a publié «La civilisation du châtaignier» dans son Bulletin n° 4, pour que la mémoire de cette culture ne se perde pas. Cette publication en francoprovençal et en ancien monde rural de la zone et analyse les aspects caractéristiques de la culture du châtaignier, du gaulage, de la conservation, de la production, à l'alimentation, au greffage des différentes variétés, de l'utilisation des feuilles à l'exploitation du bois, sans oublier la récolte et l'emploi du tannin. Les variétés de châtaignes sont très nombreuses et des personnes qui ne sont pas expertes dans ce domaine. À Donnas, par exemple, il existait au moins quatorze termes différents pour indiquer les qualités de châtaignes : les «Réchane» mûrissent quinze jours avant les autres, les «Yeuyà» et les «Dzénotte» «Isto deun l'areuh avouè». «Mendàie, pélaie, frivole. Cé perqué son groussse. Van douhanatcha, l'ouhtènttcha, douneunta, a groussèra, a marouna (du nom de la Vierge) et l'ehpinnèirèra» (particulièrement bonnes, faciles à éplucher et pour être vendues plus chères que les marrons glacés). Idéales pour préparer les marrons glacés. À Perloz, les habitants du lieu, «Perlentze», cultivent cette essence; d'ailleurs, ils l'appellent simplement «ebbro», arbre. 6. LES CHERCHEURS DE CRISTAUX L'alpinisme tel que nous le concevons aujourd'hui existe depuis le XVIIIème siècle. Dès lors, le massif du Mont-Blanc est fréquenté par les touristes et par les savants, fascinés par ce scénario naturel grandiose. Auparavant, seuls les chasseurs et les chercheurs de cristaux osaient s'aventurer dans ce milieu qui, d'après l'imaginaire collectif, était peuplé de diables, de monstres et de sorcières. Cette conviction était si enracinée que même les scientifiques avaient peur. Le Zürichois Johann-Jakob Scheuchezer, membre des Accademies royales d'Angleterre et de Prusse, qui jeta les bases de la géophysique alpine et révolutionna les théories sur la formation de la croûte terrestre, nous en offre un exemple : ce personnage digne de foi croyait aux légendes au point d'envisager d'organiser une recherche pour vérifier si les dragons gardaient les lieux les plus inaccessibles. Scheuchezer affirme qu'il en a vu et fait même la déclaration de ses découvertes dans les comptes-rendus qu'il publie à partir de 1702: dans ses «Itinera Alpina», il soutient qu'il a rencontré des créatures terribles, dont un serpent à la tête de chat roux, les pattes couvertes d'écailles et la queue fourchue (c'est l'être qui l'impressionne le plus), et d'autres aux ailes de chauve-souris. Tout le monde ne croit pas à ces histoires, mais la crainte se renforce tellement que la chaîne du Mont-Blanc est alors considérée comme un massif de «Montagnes Maudites». Par ailleurs, certains craignent d'y rencontrer des brigands et des populations peu sociables. Cependant, ces peurs sont probablement entretenues à dessein, car la montagne est – malgré tout – fréquentée depuis toujours par des chasseurs audacieux et et, surtout, par les «cristalliers», les chercheurs de cristaux. Dans plusieurs zones des Alpes, l'homme s'intéresse au quartz transparent dès
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l'antiquité. Autrefois, l'on pensait que celui-ci était composé d'eau congelée à des températures très basses et ne pouvant plus fondre, d'où son nom krystallos (glace, en grec). Il s'agissait indubitablement d'objets extraordinaires, limpides, lumineux, polis et fascinants, donc magiques. Les chercheurs téméraires qui allaient les ramasser s'enrichissaient en les vendant. Au 1er siècle après J.C., Pline l'Ancien affirme déjà que le quartz naît dans les zones escarpées des Alpes (Naturalis Historia XXXVII, 27). À cette époque, les cristaux sont utilisés comme éléments décoratifs et pour produire des objets précieux. L'illustre scientifique de Genève Horace-Bénedict de Saussure, dont le nom est étroitement lié au Mont-Blanc puisqu'il avait offert une forte somme d'argent au premier à atteindre ce sommet, peut être considéré comme le fondateur de la géologie. Dans son livre «Voyages dans les Alpes», publié en 1779, il raconte que la recherche des cristaux et la chasse sont les seules activités uniquement masculines. Il souligne que, par chance, la recherche des cristaux est alors beaucoup moins pratiquée qu'autrefois, car nombreux sont ceux qui périssent. L'espoir de s'enrichir subitement avec la découverte d'une caverne pleine de beaux cristaux motivait tellement les cristalliers qu'ils s'exposaient aux dangers les plus terribles, et il ne passait pas une année sans que l'un d'entre eux ne perde la vie parmi les glaces ou les précipices, explique encore De Saussure. Jacques Balmat et Michel Gabriel Pacard, qui avaient relevé le défi, sont arrivés au sommet du Mont-Blanc le 8 août 1786. C'étaient deux cristalliers et Balmat périra durant une expédition à la recherche de cristaux. Les «chercheurs» connaissaient fort bien la haute montagne, les zones couvertes par les neiges éternelles et par les glaciers. Ainsi, peu à peu, avec les nouvelles découvertes, avec l'arrivée de savants nombreux et avec la conquête du Mont-Blanc, du de l'alpinisme moderne, les légendes sur les créatures mystérieuses qui dominaient le monde alpin tombent comme neige au soleil. Suite à la découverte de nouvelles mines à l'étranger, le quartz perd sa valeur initiale. Plus récemment, avec la production de cristaux synthétiques, il devient même insignifiant. Les risques à courir pour extraire ces minéraux de fin des zones inaccessibles ne justifient plus les pertes de vies humaines. Toutefois, la fascination exercée par la profession des cristalliers demeure intacte. De nombreux chercheurs continuent d'explorer les Alpes ; ils ne sont plus poussés par l'appât du gain, mais ils ont hérité de l'esprit ancestral. Ce ne sont donc plus des mineurs, mais des explorateurs à la recherche d'exemplaires précieux, à des fins naturalistes et scientifiques. Aujourd'hui, les groupes minéralogiques actifs dans les vallées alpines sont très nombreux. Partout, des mesures ont été prises pour réglementer la recherche des cristaux, afin de préserver ce patrimoine naturel inestimable. En Vallée d'Aoste, le groupement minéralogique (Cral-Cogne) a été fondé en 1970 et fut actif jusqu'en 1972, mais il s'est dissout vers la fin des années 70. En 1995, le Groupe «Les Amis di Berrio» a été créé. Il compte actuellement plus de cinquante membres. Dans le respect total de l'environnement, il encourage la connaissance du territoire et il seconde l'activité du Musée minéralogique et de la faune et de la flore alpines de Saint- Pierre. 7. LE TUNNEL DU MONT-BLANC Pendant des siècles, les peuples européens ont rêvé de traverser les Alpes non pas par les cols, mais en perçant les montagnes pour parcourir le chemin le plus court. Si cela arrivait déjà quand la technique et les technologies ne permettaient pas encore cet exploit, ce rêve se renforce au XVIIIème siècle, avec la découverte de l'explosif. En 1787, le riche genevois Horace-Bénedict de Saussure suit la voie tracée l'année précédente par Balmat et Pacard, les deux alpinistes qui ont gagné le pari d'escalader le sommet du Mont-Blanc. Il veut vérifier de là-haut, avec un regard scientifique, l'endroit où le massif est le moins étendu. Il prophétise que « Un jour viendra où l'on creusera sous le Mont Blanc une voie charretière, et ces deux vallées, la vallée de Chamonix et la vallée d'Aoste, seront unies. » Le désir d'abattre les barrières représentées par les montagnes commence à devenir urgent lors des débuts des liaisons ferroviaires sous les Alpes. Le premier grand succès dans ce domaine et marqué par le tunnel du Montcenis, qui relie le Nord- Ouest de l'Italie et le Sud de la France. Nous sommes en 1870 et le dernier diaphragme des 12.849 mètres de galerie entre la France et l'Italie a déjà été abattu. En 1814, la commune de Courmayeur avait adressé une pétition au Roi de Piémont et de Sardaigne pour demander une liaison directe avec la Savoie. Le premier projet digne de ce nom est présenté en 1836 par le docteur Vagneur ; huit ans plus tard, il est suivi par celui de l'avocat Martinet, légèrement différent. Successivement, de nombreux ingénieurs français et italiens présentent leur projet. En 1879, sous la présidence honoraire du Duc d'Aoste, l'ingénieur Chabloz lance son idée de tunnel ferroviaire en concurrence avec le Simplon, soutenu par la Suisse. Les diplomates helvétiques réussissent dans l'entreprise et le Simplon est réalisé peu de temps après. En revanche, le rêve de traverser le Mont-Blanc devra encore attendre. La première guerre mondiale va concentrer les énergies sociales sur d'autres problèmes dramatiques. De 1924 à 1930, des plans routiers et ferroviaires différents se développent. Enfin, en 1935, le temps semblent mûrs et le projet d'Arnold Monod s'avère si convaincant qu'il encourage l'exécution des travaux. Malheureusement, une autre guerre se profile à l'horizon et les hommes ont à nouveau des questions plus importantes à affronter. En 1946, une fois la guerre terminée, le tunnel du Mont-Blanc attire enfin l'attention du monde politique et économique. Le comte Lora Totino fonde expressément une compagnie et le projet est confié au professeur Vittorio Zignoli de l'École Polytechnique de Turin. Après une longue série de relevés effectués par les Italiens et la confirmation successive d'une équipe française, qui ne met en évidence que des écarts d'une dizaine de centimètres, les deux entrées sont positionnées, à Entrèves en Italie et à Villars en France. Au fil des ans, l'idée suivante s'affirme : si l'on veut atteindre un résultat de portée européenne, il faut réaliser une liaison à deux voies. Le projet définitif de Zignoli est exactement de ce type et c'est ainsi que le premier tunnel routier destiné au passage des voitures voit le jour. En 1953, une convention entre la France et l'Italie est signée à Paris pour la réalisation du chantier. L'année suivante, le Parlement de Rome ratifie lui aussi cet accord et, en 1956, Genève décide de participer au financement. La France ratifie en 1957. Le 1er septembre de cette année-là, la «Società Italiana per il Traforo del Monte Bianco» est fondée ; le 22 avril 1958, c'est le tour de la «Société concessionnaire française pour la Construction et l'Exploitation du Tunnel routier sous le Mont-Blanc». Deux lots de travaux sont établis et les opérations d'excavation commencent en 1959 sur les deux versants. Le 14 août 1962, les équipes des mineurs italiens et français abattent le dernier diaphragme et se rencontrent au centre du tunnel, à 5.800 mètres de leurs points de départ respectifs. Au-dessus de leurs têtes, s'élèvent 2.400 mètres de roche. Huit travailleurs sont inscrits au livre d'or du Sanctuaire de Notre-Dame-de-Guérison, à l'entrée du Val Veny. Le tunnel autoroutier du Mont-Blanc est inauguré en 1965, un an après celui du Grand-Saint-Bernard. En 1966, il est traversé par 600.000 véhicules et le transformer aussi en voie ferrée. Les techniciens scientifiques remporteront-ils 8. LE RAMONEUR L'activité du ramoneur était l'une des plus répandues dans l'économie montagnarde d'autrefois. Dès 1850, les ramoneurs valdôtains ont fourni des générations quittaient leurs familles les plus pauvres (de vouéca, chaminée, et donc, par extension, ramoneur). La traditionnelle pour ramoneur. La Vallée d'Aoste aussi (Gignod, Sarre, Valgrisenche, Morgex, Valsavarenche, Introd, La Salle, Saint-Nicolas, Bionaz, Quart et surtout, Rhêmes-Notre-Dame et la vallée avaient pour chef-d'œuvre pour l'entretien des cheminées. Ils étaient souvent des travailleurs saisonniers, avant l'arrivée de l'hiver. Ils vivaient dans une pauvreté extrême de leur famille. Il existait peut-être même une tradition d'embauche des enfants. Les maîtres- ramoneurs se rendaient dans les villages pour prendre des enfants (parfois ils n'avaient que cinq ans) auxquels apprendre ce dur métier. Les familles cédaient leurs enfants pour gagner un peu d'argent, mais souvent, aussi, pour ne pas les avoir à charge : « Une bouche en moins à la maison, c'est une bouche ne moins à nourrir ». Cette exploitation commence vers 1850 et se poursuit jusqu'aux alentours de 1930. Dès 1895, les ramoneurs valdôtains ont leur propre publication, l'«Almanach du ramoneur», qui paraît pendant une trentaine d'années. Les «patrons» parcouraient les vallées à la recherche des familles les plus pauvres, pour les convaincre à leur céder leurs enfants le temps d'une saison. Les plus maigres étaient les plus recherchés, car ils parvenaient mieux que les autres à s'enfiler dans les cheminées étroites, incrustées de suie, et à bien faire le travail. Le patron donnait à la famille une faible somme d'argent, qui correspondait habituellement à un dixième de ce que le travail lui rapportait en une saison. Dans l'hebdomadaire d'Ivree «Il Pensiero del Popolo» du 8 mai 1896, l'on disait que «Ant la Val d'Aosta a j'è un uso che a val la pena d'conoslo. Quand un pare a l'à un fieul dai 7 ai 10 an del qual ant l'invern a sa nen cosa fene a l'afit ad un spaciafornel. 'L presse d'afit a varia second le circostansse da 4 a 2 lire per tuta la stagion. E 'nt cous modo l' spaciafornel a l'ha 'i so bofa che a cria e a rasccia ch'a l'è un piasi, e 'ntant 'l pare e mare a vanso d'mantenlo. Ma ch'a valo così poch i masnà d'certi pais?». Les propriétaires des maisons préféraient, eux aussi, les petits ramoneurs – appelés gaïllo en Vallée d'Aoste – car ils pensaient que la légèreté de leur corps n'aurait jamais pu endommager la couverture du toit. Les mères qui voulaient effrayer leurs enfants turbulents les menaçaient de cette phrase fatidique : « Attention, je vais t'envoyer ramoner les cheminées ». Cette besogne n'était point l'apanage des petits garçons. L'on raconte en effet que, dès l'âge de onze ans, Luisa Pellissier, du village de Vieux, dans le Val de Rhêmes, accompagnait son père ramoner en Piémont,
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car ce dernier était sourd et avait besoin de son aide. Les gaillo étaient vêtus de drap de laine, au- dessus duquel ils portaient «lo camesoleun de la vouéca», une blouse de toile pour le ramonage. Ils étaient coiffés d'une cagoule de toile (la bera de la vouéca) qui ne laissait libres que les yeux et qui les empêchait de respirer la suie et de la laisser pénétrer sous les vêtements. L'équipe des ramoneurs, composée du cap- gaillo (un enfant un peu plus âgé) et du gaillo, quittait ainsi le Val de Rhêmes pour se diriger vers la plaine. Arrivés à Châtillon – deuxième étape du voyage – les travailleurs entendaient le patron de l'Hôtel de Londres s'exclamer en piémontais «Toh, écui chi, i spazzafurnei d'la Val de Rém, l'è segn che l'ivern tarda nen a rivè» 2. Les ramoneurs valdôtains étaient très demandés en dehors de la Vallée, en particulier dans certaines zones du Piémont et de Lombardie. Aujourd'hui, avec les nouveaux systèmes de chauffage, le ramoneur traditionnel n'existe plus. Les «héritiers» de ceux qui ont pratiqué cet ancien métier sont de petits entrepreneurs et des artisans qui pourvoient à l'entretien des chaudières et des brûleurs des installations de chauffage. Toutefois, depuis quelques années, un groupe d'anciens ramoneurs s'est constitué dans le Val Vigezzo : les «Spazzacamini del 2000». En 1998, il y avait en Italie 300 ramoneurs inscrits à l'A.N.F.U.S. (Associazione Nazionale Fumisti e Spazzacamini), une association qui a ouvert plusieurs écoles de préparation à ce métier. Les ramoneurs demeurent jaloux de la fascination qu'exerçait leur art, mais ils se considèrent aujourd'hui des techniciens modernes, en mesure de contrôler les systèmes de chauffage actuels, dans le respect des nouveaux critères écologiques. Les burna, rüsca ou ramoneurs du troisième millénaire portent un frac noir, un haut- de-forme et un pantalon avec des bandes de satin. Ils roulaient souvent en voiture de luxe et transportaient leurs échelles, leurs aspirateurs, leurs moteurs et tout leur équipement sophistiqué à bord de gros véhicules. En plus de l'A.N.F.U.S., les ramoneurs ont également une association constituée à des fins historiques, touristiques et culturelles ; son siège se trouve à Santa Maria Maggiore, au Val Vigezzo. Fidèles à la tradition, depuis 1982, les vieux ramoneurs se rencontrent chaque année la première semaine de septembre : il s'agit d'une assemblée internationale qui réunit de nombreux pays européens (Danemark, Suisse, Hollande, Autriche, Suède, Norvège et, surtout, Allemagne). À côté des anciens, diminuer d'année en année, beaucoup de touristes participent à la fête, attirés par le charme d'un métier disparu à jamais. En 1997, plus de huit cents ramoneurs ont défilé fièrement dans les rues du village du Val Vigezzo, portant leurs uniformes élégants et avec leurs anciens outils de travail, tout et avec leur visage rigoureusement noirci. 9. LE CARNAVAL DE LA COUMBA FREIDA En Vallée d'Aoste, le Carnaval fait partie des us et des coutumes. Autrefois, les raisons de cette fête étaient liées à d'anciens rites pour célébrer la fertilité de la terre, à l'arrivée du printemps, à la joie de d'entamer un nouveau cycle agricole, au besoin enfin d'exorciser la mort ; c'était aussi une occasion pour le peuple, diminuer de se moquer impunément des puissants. Aujourd'hui, le phénomène des rites carnavalesques – qu'ils soient historiques ou traditionnels – a, semble-t-il, abandonné ces anciens motifs. Le carnaval s'est renouvelé pour offrir un moment de cohésion sociale et humaine, toujours de façon allégorique. Les acteurs du Carnaval possèdent une sorte de déontologie professionnelle. Même si les temps ont changé, le Carnaval demeure une manifestation très caractéristique, car il a conservé ses rites et ses traditions. C'est une fête en mesure d'impliquer les gens sur le plan émotif. À Verrès, toute l'administration communale participe à l'organisation du carnaval historique ; le nom de celle qui jouera le rôle de Catherine de Challant doit être à tout prix gardé secret. De même, à Pont-Saint-Martin, ce village considéré comme la Porte de la Vallée, il est impossible de connaître à l'avance les noms de la Nymphe, de saint Martin et du Consul. Une fierté semblable existe dans toutes les autres communes où se déroulent des carnavals qui sont devenus célèbres. Imaginons de survoler la Vallée d'Aoste et de l'observer pendant la période qui précède le Carême. Nous sommes à Courmayeur, où l'on fête Lo Camèntràn (qui entre dans le Carême) : le dernier jour, le mardi gras, est dédié à la seuppa distribuée sur la place après le défilé allégorique traditionnel. Passons quelques vallées pour arriver à la Comba Freida, c'est-à-dire aux Vallées du Grand-Saint-Bernard, appelées ainsi à cause du vent du Nord et des températures souvent basses. Atterrissons à Saint-Rémy-en- Bosses, près du Grand-Saint-Bernard : là, Le carnaval de Bosses remonterait au passage de Napoléon par le col, pendant la campagne d'Italie. En effet, parmi les déguisements de Bosses, l'on retrouve celui de Napoléon sur son cheval blanc, suivi par les landzette (masques, costumes) évoquant les soldats de l'armée française. Les habitants de la zone avaient probablement été impressionnés par ces militaires qui descendaient du col avec leurs uniformes aux couleurs variées. Un autre déguisement présent à Saint-Rémy- en-Bosses est celui de l'ours, en souvenir d'un animal qui a désormais disparu définitivement de ces vallées. Descendons maintenant à Saint-Oyen, pour rencontrer les personnages du célèbre carnaval de la Coumba Freida, où les costumes de velours, la landzette, sont ornés de miroirs, d'épaulettes, de rubans, de grelots, de paillettes, de galons dorés et de franges. Il s'agit d'un moment vécu très intensément par les touristes et par les passionnés de cette fête. Le Carnaval évoque également l'histoire émouvante de deux amoureux, qui souhaitaient se marier. Le jeune prétendant, toutefois, était si pauvre qu'il ne pouvait se permettre des habits de noce. La population se démontra alors généreuse et rassembla tous les restes de tissu qui se trouvaient dans les maisons du village pour confectionner un costume spécial. Le vêtement qui fut réalisé s'avéra un véritable triomphe de couleurs et d'élégance. Le jour du mariage, pour ne pas mettre le jeune marié dans l'embarras, les villageois décorèrent leurs propres vêtements de petites perles, de rubans et de fleurs aux couleurs vives. Dès lors, toute la communauté locale fête les mariages sur un ton carnavalesque. Toujours dans les Vallées du Grand- Saint-Bernard, l'on rencontre le Carnaval d'Étroubles, où les habitants évoquent, eux aussi, le passage des troupes de Napoléon. Le jeudi gras, les masques suivent leur «benda», formée de quelques musiciens, et font le tour des hameaux en dansant. À Gignod, l'on évoque une fois encore le passage de Napoléon, qui se dirigeait vers Marengo, avec les masques appelés landzette. Les costumes sont rouges et ils rappellent toujours Napoléon. À Doues et à Bionaz, les jeunes et les moins jeunes se déguisent avec des landzette très colorées : ce costume typique évoque à nouveau le passage des soldats français et s'accorde, par ailleurs, avec le réveil printanier des villages, après la longue période hivernale. La «benda» (le petit groupe des masques) y défilent dans le village, ainsi qu'à Ollomont, Sarre, Valtournenche et à Roisan. En haut de la Vallée, l'on rencontre à Saint-Christophe le carnaval de Gorrey et à Saint-Christophe. Arrivés au fond de la Vallée, c'est le carnaval de Verrey et Tsezallet, qui est à Corléans, géré par le Comité de Corléans. En descendant vers la Basse Vallée, l'on découvre le carnaval de Quart, avec son défilé de chars et sa distribution traditionnelle de minestrone. Vient ensuite celui de Nus, dont le riche céréal, particulièrement suggestif, se déroule à la Maison communale, en la présence des autorités, des groupes déguisés et de la population ; à cette occasion, le syndic consigne aux «Seigneurs de Nus» la clé, le symbole du pouvoir communal. Puis, on passe à Saint- Vincent et à Issogne, où l'on mange ensemble de la polenta et des haricots, pendant que les chars allégoriques et les masques défilent dans les rues du village pour distribuer du thé et des bugie, une pâtisserie typique du Carnaval. L'on revient enfin à Verrès, où l'on termine avec le célèbre Carnaval de Verrey et Tsezallet, avec ses reconstructions historiques et ses déguisements dignes d'un plateau de cinéma, entrés dans l'imaginaire collectif : le Diable, le Consul romain et la Nymphe du Lys, accompagnés par la fanfare et par de nombreux groupes folkloriques. 10. LA PIERRE OLLAIRE La pierre ollaire est une roche métamorphique connue dès le néolithique tardif. Les hommes l'utilisaient pour fabriquer des pots destinés à la cuisson et à la conservation des aliments. Chez les Romains, ces pots étaient des vases ventrus dans lesquels on conservait les cendres des défunts. En minéralogie, l'adjectif 'ollaire' est employé pour désigner une pierre schisteuse vert foncé, tendre et friable, s'adaptant bien à la réalisation de récipients et d'objets décoratifs. Les pierres ollaires résistent aux écarts de température et, en particulier, elles absorbent la chaleur très lentement, pour la libérer ensuite tout aussi progressivement ; leur caractère réfractaire en fait un matériau idéal pour les poêles destinés à chauffer les maisons. En Vallée d'Aoste, il existe des gisements de pierre ollaire verte à base de Chlorites. Dans l'antiquité, elle est utilisée pour produire des lampes à huile, des poids de métier à tisser, des perles pour faire des colliers et des moules à couler le bronze. Le commerce de ces objets représente une occasion d'échanges culturels et économiques. Cependant, c'est à partir du XVIe siècle que la pierre ollaire a une valeur fondamentale pour les régions alpines, car elle commence à être utilisée pour construire des poêles et pour sculpter ou tourner des éléments architecturaux. À l'Université de Lausanne, il existe un inventaire de tous les gisements connus dans les Alpes. Ils sont au nombre de quatre cents environ ; certains sont minuscules, d'autres plus étendus. Dans notre région, quelques gisements assez importants ont été repérés : à Testa Compagna, au col de la Ranzola et aux Cimes Blanches dans le Val d'Ayas, à Gressoney- la-Trinité, dans la Vallée de Champorcher à Rosier, à Saint-Germain, à Salirod et à Bellecombe. Une autre recherche menée dans la Vallée a mis en évidence d'anciens ateliers où l'on travaillait la pierre ollaire à
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Champoluc, à Valmerianaz, à Champagnod, à Saint-Jacques et au col du Théodule. À ce propos, le professeur Rosanna Mollo Mezzena affirme que « Dans notre région, les témoignages les plus anciens remontent au néolithique et se réfèrent à la production d’ustensiles décoratifs. L’on connaît plusieurs gisements en Vallée d’Aoste et, à côté de ceux-ci, des lieux de production remontant au Moyen Âge ont été trouvés ». Le professeur Mollo n’exclut pas qu’une recherche systématique permettrait de découvrir des ateliers de l’époque romaine. Les produits manufacturés en pierre ollaire sont concentrés dans la Vallée de Gressoney, où l’on construisait des poêles à corps double destinés à deux fonctions. Composés d’un fourneau doté d’une petite porte pour introduire le combustible et d’une seconde partie, reliée à la première, où les fumées chaudes passaient suivant un parcours obligé. Cette deuxième partie du poêle était généralement placée, ou murée, entre la cuisine et la chambre. La première partie servait à la cuisson des aliments, alors que l’autre était utilisée pour chauffer la maison sans avoir de fumée ni de poussière. La pierre ollaire joue un rôle capital dans ce type de poêle : en effet, après avoir été chauffée, elle rend la chaleur lentement, parfois pendant plusieurs jours. Par ailleurs, ce matériau tendre permettait aux artisans habiles de sculpter sur les poêles la date, les initiales de la famille, les figures allégoriques, les fleurs, les rosaces et d’autres symboles traditionnels. Par la suite, d’autres objets pour la maison et pour les lieux publics ont été créés en pierre ollaire : des encriers, des bénitiers, des bibelots, des grolles et des coupes de l’amitié… Un témoignage précis est fourni à ce sujet par Jules Brocherel dans son livre «Arte popolare valdostana» (éd. O.N.D. 1937, p. 53) : « Généralement, la porte de la maison valdôraine s’ouvre sur la cuisine, d’où l’on passez au péllio, la pièce de la Savoie et du Val d’Aoste que la commune, à savoir la cuisine et la chambre de ménage dans laquelle la famille se réunit habituellement à l’heure des repas, pour s’occuper des petits travaux domestiques, pour dormir, et où les femmes se consacraient à leurs occupations, à la costume, à la broderie, à la dentelle, etc. Le péllio comprenait des meubles de chambre et de salle à manger, fabriqués sur place et décorés de motifs floréaux et géométriques. Le péllio contenant autrefois le lit, était anciennement en forme cubique ou cylindrique, portant sa date de fabrication et quelques décorations sur le devant. Dans la vaste salle contiguë… de la fabrication des vases et des pots de pierre sont distribués sur les grosses planches… » De nos jours, la pierre ollaire a perdu sa fonction d’origine, car elle n’est plus utilisée pour fabriquer des ustensiles domestiques. En revanche, des sculpteurs passionnés créent des bibelots et des objets décoratifs. L’abandon progressif de ce matériau ne dépend pas uniquement de la découverte d’autres matériaux plus faciles à travailler, mais aussi d’un épuisement des filons de ce minéral. Les gisements qui existent encore sont mal connus et souvent situés en des zones souvent inaccessibles, ce qui rend le transport difficile. Seuls quelques sculpteurs enthousiastes travaillent la pierre ollaire et mêmes jusqu’à leur atelier. Le façonnage de ce matériau avec des outils traditionnels requiert une technique et une maîtrise absolues. Si l’habileté manuelle du sculpteur est complétée par un sens artistique aigu, le poêle, lo i’ l’art de libérer de la pierre, alors l’œuvre d’art voit les vrais artistes, des Maîtres. En Vallée d’Aoste, les artisans qui travaillent la pierre ollaire sont assez rares. On en rencontre plusieurs dans la Basse Vallée, à Arpad, à Issogne, à Bard, à Hône et à Pont-Saint-Martin. Gino Daguin, originaire de Hône, né en 1935, est le doyen de cette catégorie. Les autres composent un cercle réduit d’adeptes : Cesare Bottan de Bard ; Rino Collé et son fils Andrea d’Issogne; Renzo Ferrari avec ses fils Claudio et Fabrizio de Donnas ; Marco Joly d’Arnad ; Nilo Pieiller de Fénis ; Silvano Salto de Nus ; Marisa Sanson (la seule femme) de Donnas ; Donato Savin de Cogne (pour la pierre dure) ; Roberto Zavattaro et Ettore Merlot de Hône . 11. MONTAGNES SUPERBES La Vallée d’Aoste est la plus petite des régions italiennes (3.262 km²) et, aussi, la moins peuplée (122.209 habitants, à savoir 37 habitants/km²). Située à l’extrême nord-ouest de la péninsule, dans les Alpes Graies et Pennines, c’est le règne des «quatre reines» : le Mont-Blanc, le Mont-Rose, le Cervin et le Grand Paradis. Il s’agit d’une région destinée à devenir le berceau de l’alpinisme et le symbole de montagnes élevées et superbes. Pourtant, dès l’antiquité, les habitants des vallées considéraient les sommets d’un œil soupçonneux, car ils croient que des êtres «monstrueux» et dangereux y demeurent. Les Romains sont animés par des croyances similaires, même s’ils franchissent les cols alpins à plusieurs reprises avec leurs armées, réalisant ainsi de véritables exploits d’alpinisme avant la lettre. Ce n’est que plus tard que l’on commence réellement à faire de la montagne. Au XIVème siècle, François Pétrarque raconte son ascension au mont Ventoux, mais la véritable naissance de l’alpinisme date du 8 août 1786, jour de la conquête du Mont-Blanc. Jacques Balmat, chercheur de cristaux, et Michel-Gabriel Paccard, médecin à Chamonix, escaladent le sommet le plus haut des Alpes. L’année suivante, Balmat répète cette entreprise en compagnie d’Horace-Bénédict de Saussure, scientifique genevois qui vient de lancer – de façon peut-être involontaire – le défi de l’alpinisme. Dès lors, les conquêtes de sommets inviolés pendant des millions d’années commencent à se succéder. La montagne cesse d’être un lieu mystérieux, habité de spectres, de sorcières, de dragons et d’êtres monstrueux pour devenir une terre à découvrir et à coloniser. C’est également le début de l’antagonisme proverbial entre Chamonix, surnommé la perle des Alpes, et Courmayeur, destiné à être nommé capitale mondiale de l’alpinisme. La première ascension au Mont-Blanc (1786), sur le versant français, fait parler du village de Chamonix dans l’Europe entière. De nombreux voyageurs désirent atteindre le Toit de l’Europe : ainsi, en 1821, les guides français s’unissent et ouvrent le bureau de la Compagnie des Guides, dans le but de réglementer cette nouvelle profession. C’est alors que naissent en Italie les Guides Alpins : leur deuxième siège est ouvert à Courmayeur en 1850. Mais qui est le premier guide de montagne ? Ce n’est pas un français, mais un Valdôtain. En 1774, le Courmayeuren Jean- Laurent Jordaney, surnommé «Patient», accompagne De Saussure jusqu’au sommet du Crammont, un point panoramique idéal pour observer la chaîne du Mont-Blanc, dont la cime sera atteinte peu d’années après. À cette occasion, Jordaney fait preuve d’une telle connaissance de la zone qu’il indique de façon précise et sûre l’itinéraire le plus accessible pour escalader le Mont-Blanc. Cette intuition lui vaut d’être reconnu comme le premier guide de montagne du monde. 94 ans plus tard, en 1868, le guide de Courmayeur Julien Grange découvre le premier parcours pour l’ascension au Dôme de Goûter, par son versant sud. En mai 1863, de la Députation provinciale du Val d’Aoste et du Ministère de l’Intérieur attestent la constitution de la Société des Guides de Courmayeur. Un bureau est alors ouvert : la liste des guides y est affichée et elle distingue les guides à pied (les plus experts, en mesure d’accompagner leurs clients dans la haute montagne, et les guides à mulets (les plus âgés et les nouvelles recrues). À cette date, il n’y a pas encore de voie italienne pour arriver au sommet du Mont-Blanc et les guides de Courmayeur se limitent à accompagner sur des sommets accessibles. Enfin, le 13 août 1863, la Vallée d’Aoste aussi a «voie pour le Mont-Blanc : les guides Julien Grange, surnommé le Berger, Adolphe Orset et Joseph-Marie Perrod partent de Courmayeur et atteignent le sommet avec le Dr Heald. 77 ans ont passé depuis la conquête de Balmat et Paccard sur le versant français. L’histoire de l’alpinisme valdôtain peut maintenant démarrer et se fixer des objectifs ambitieux. L’Union européenne en est l’avenir. Deux ans plus tard, on célèbre d’Aoste le 17 juillet 1865, trois jours après la conquête du Cervin du côté suisse par la cordée de Whymper, Carrel, Bich, Meynet et Gorret (l’abbé Gorret, surnommé «l’Ours de la montagne») atteignent le sommet de cette montagne. 94 ans plus tard, le 14 février 2002, il est déclaré. La «Fondazione Clément Fillietroz», créée le 14 novembre 2002 par la Région Autonome de la Vallée d’Aoste, la Communauté de Montagne Mont-Emilius et la Commune de Nus planifient la fondation d’un Observatoire astronomique, avec l’autorisation de l’«Oakleaf Astronomical Instruments», qui avait terminé son enquête en 1993, en affirmant que «Les données sur le climat et les observations de ces trois derniers mois de 1993 permettent de conclure que ce site est constellée de guides et d’alpinistes célèbres au niveau mondial, l’alpinisme représente de nos jours une offre touristique qui exige un grand esprit professionnel . 12. SAINT-BARTHELEMY ET LES ÉTOILES Si Clément Fillietroz était encore vivant, il serait heureux de retourner à Lignan de Saint-Barthélemy pour y découvrir l’Observatoire astronomique dont il rêvait quand, pendant un quart de siècle, il recueillait et transmettait quotidiennement des données à partir de la Station thermo- pluviométrique, qui est maintenant devenue un Observatoire météorologique. L’idée de créer cet Observatoire - achevé en 2003 - germe en 1957, à 1.600 mètres d’altitude, grâce à quelques pionniers clairvoyants. Le professeur Fracastoro, de l’Observatoire de Pino Torinese, soutient entre autres que les données fournies de façon précise et méthodique par Fillietroz démontrent la position avantageuse de Saint- Barthélemy : 2.150 heures de soleil par an, un nombre de jours clairs exceptionnellement élevé (198, alors qu’il n’y en a que 133 à Syracuse). La situation s’avère donc bien meilleure que celle de Pino Torinese. Fillietroz disparaît en 1981, léguant son héritage moral et scientifique de météorologue à quelques passionnés. La «Fondazione Clément Fillietroz», créée le 14 novembre 2002 par la Région Autonome de la Vallée d’Aoste, la Communauté de Montagne Mont-Emilius et la Commune de Nus planifient la fondation d’un Observatoire astronomique, avec l’autorisation de l’«Oakleaf Astronomical Instruments», qui avait terminé son enquête en 1993, en affirmant que «Les données sur le climat et les observations de ces trois derniers mois de 1993 permettent de conclure que ce site et toutes les frontières ont été franchies. Cette toujours beaucoup de succès, ce n’est pas à la portée de tous. conditions physiques saines, des connaissances sérieuses, de l’enthousiasme et une forte imagination. Ce sport international est une noble initiation à la vie pour les jeunes. En Vallée d’Aoste, où l’histoire locale
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[...] s'adapte parfaitement à un Observatoire astronomique ». Le 23 mai 2003, l'Observatoire de la Région Autonome Vallée d'Aoste est inauguré et il est aujourd'hui entièrement opérationnel. Le premier été d'ouverture, de nombreux touristes s'y sont rendus pour essayer les instruments et pour percer les secrets des galaxies. La structure contient d'excellents équipements (pour les experts : un réflecteur de 800 mm f/7.5, auquel s'ajoutent deux télescopes auxiliaires de 250 mm – un Cassegrain f/15 et un Maksutov f/3.8 – qui constituent le télescope principal; une terrasse consacrée aux activités didactiques, avec sept télescopes de 250 mm f/10 - configuration Cassegrain; des terrasses dédiées aux astronomes amateurs, avec un réflecteur de 400 mm f/8 R-C, un Maksutov de 250 mm f/3.8 pour l'observation du ciel profond, un Maksutov de 250 mm f/20 pour observer les planètes et un réfracteur achromatique, etc.). L'automne suivant, du 26 au 28 septembre, le Comité de Promotion décide d'y organiser la douzième édition de la Star Party (dans ce genre d'initiatives, c'est celle qui a la plus longue vie en Italie), avec diverses manifestations, des séminaires et des visites à l'Observatoire. Depuis quelques années, Lignan attire un public spécial, composé de passionnés d'étoiles, d'astronomes amateurs. À partir du mois d'août, lorsqu'ils montent à Saint- Barthélemy (1.600 m), ils sont dans leur élément, car ils peuvent utiliser un puissant télescope (800 mm f/7.5); le jeune et valable professeur Stefano Sandrelli de l'Observatoire astronomique de Brera souligne que «...le nouvel Observatoire valdôtain, que l'on peut considérer comme le plus puissant, voire le plus grand d'Italie et même d'Europe, est en mesure d'assurer un excellent parcours didactique aux astronomes passionnés en général et aux amateurs, ainsi qu'aux étudiants ». Arno Marsollier de l'AFA – Association Française d'Astronomie de Paris a, lui aussi, visité récemment l'Observatoire de Lignan : il a fait preuve d'un grand intérêt pour les solutions adoptées et, surtout, il a apprécié le milieu dans lequel la structure s'insère. Le rêve de Clément Filliétroz, repris vers la fin des années quarante-vingts par Augusto Pellegrino, personnage déterminé et volontaire, donne des résultats très positifs et s'avère être un moyen idéal pour soutenir l'économie montagnarde. Il s'agit d'une intervention réussie d'administration publique : l'Observatoire intéresse les jeunes et les incite à un choix qui peut offrir des possibilités d'intérêts socioculturels et d'emplois et d'enraciner les nouvelles générations dans le territoire considéré hospitalier et difficile. Le professeur Emil Sassone Corsi, astronome apprécié et ancien directeur de l'Observatoire, prévoit un bel avenir à Lignan et envisage des programmes toujours plus articulés, afin de satisfaire aux nombreuses requêtes venant du monde scolaire en général. La Fondation Clément Filliétroz appartient à la Région Autonome de la Vallée d'Aoste (51%), à la Communauté de Montagne Mont- Emilius (19%) et à la Commune de Nus (30%), qui se sont chargées des frais de construction (5 milliards de lires environ) et qui gèrent la structure aujourd'hui. Sassone affirme que « La Région Autonome de la Vallée d'Aoste devrait saisir cette occasion unique et se transformer en un territoire exemplaire à l'échelon européen pour définir, par une loi régionale, les limites de la pollution lumineuse, avant que la loi-cadre approuvée au niveau européen ne soit un décret national. Il s'agirait d'un choix plus que judicieux qui imposerait le degré zéro de l'éclairage public, c'est-à-dire l'obligation pour tous les points d'illumination de projeter la lumière vers le bas. Ainsi, la Vallée se proposerait en Europe comme un sujet pilote de référence et comme un exemple à suivre ». Voilà une autre raison pour visiter notre région : depuis quelques années, elle est devenue un lieu d'où scruter la voûte céleste. Depuis 2005, en outre, il y a un petit bout de Vallée d'Aoste dans le cosmos : une petite planète baptisée Cossard par l'International Astronomical Union (IAU) (n°4993/1983 GR), dédiée au professeur Guido Cossard pour sa contribution à l'astronomie . 13. JEUX TRADITIONNELS-LA REBATTA La Vallée d'Aoste est la patrie de nombreux jeux et de nombreux sports populaires, dont beaucoup sont tombés en désuétude. Ils ont, cependant, laissé une trace dans les légendes des villages. C'est le cas, par exemple, de Poguel de Grinda de Châtillon. En 1494, le roi de France Charles VIII séjourne à Issogne. Il est accompagné par les plus vaillants lutteurs et il les exhibe lors des tournois. Il en organise un pour y faire combattre son gigantesque Breton, Jehan Lestournel. Georges de Challant ne veut pas point faire piètre figure : il s'adresse alors à Poguel, un bon lutteur. Les deux adversaires se rencontrent dans un pré à côté du château devant un vaste public. Tard le soir, le combat demeure incertain, mais le Breton finit par s'écrouler. Un Valdôtain inconnu a battu un professionnel. Passons maintenant au «Palet». Ce terme très ancien vient du breton. Les bergers jouaient au palet pendant les longues heures qu'ils passaient au pâturage, quand ils gardaient les troupeaux. Il suffit de deux pierres plates de la grandeur d'une main et d'une troisième petite pierre faisant office de cochonnet. Le terrain peut même être en pente. Le nécessaire pour jouer au palet est donc à portée et, surtout, il ne coûte rien. Aujourd'hui, on n'emploie plus de pierres en guise de palets, mais des disques de fer modelé et trempé. Ce jeu est pratiqué toute l'année dans une trentaine de communes, car il suffit de disposer d'un espace de 16 mètres de long et de 2 mètres de large. Une association s'est constituée pour surveiller les compétitions et elle compte à ce jour un millier d'inscrits. Le gagnant est celui qui approche le plus son palet du cochonnet, après avoir totalisé 16 ou 21 points. Les bergers d'antan pratiquaient également la «Rebatta», qui prend son nom de la petite boule de 3 cm de diamètre avec laquelle on joue. Autrefois, c'était une sphère en bois dur, cloutée et couverte de plomb; aujourd'hui, elle est construite avec d'autres matériaux. L'équipement spartiate pour jouer à la rebatta se compose, en outre, d'une pipe de bois dur (la violetta), qui sert de levier pour projeter la boule en l'air, et d'un bâton, la masetta. Au bout de la masetta, il y a un prisme en bois, «macioca», qui augmente la surface destinée à frapper la rebatta. Le joueur tape sur la pointe de la violetta, la rebatta saute en l'air et il doit la frapper au vol pour la lancer le plus loin possible. Les meilleurs parviennent à l'expédier à 250 mètres. Toutefois, le plus spectaculaire des jeux populaires demeure le «Tsan». Deux équipes s'affrontent. Elles se composent chacune de douze personnes (plus un joueur de réserve). L'un des joueurs fait le service en battant une petite boule de buis posée sur une perche flexible ; il la lance en essayant de l'expédier sur le terrain (en forme de trapèze, situé à 32 mètres). Les adversaires, munis d'une raquette en bois, doivent frapper le tsan avant qu'il ne le touche le sol. S'il est intercepté, le lanceur est remplacé par un autre joueur de la même équipe; par contre, s'il tombe par terre à l'intérieur du terrain de jeu, le lanceur gagne une «bonne», un bonus, et continue à lancer le tsan. Cela continue ainsi jusqu'à ce que tous les lanceurs aient tiré. Ensuite, on passe au «service» pour compléter le match. L'un des adversaires se place à 20 mètres de la perche et lance la petite boule en l'air. Le batteur, à présent muni d'une raquette, doit refrapper la balle pour l'expédier le plus loin possible. Il répète autant de fois qu'il a gagné de «bonnes». Enfin, on somme les distances des tirs respectifs et l'équipe qui obtient le meilleur résultat remporte le match. Les règles du «Fiolet» sont plus simples que celles du «Tsan». La boule en bois de buis, le fiolet, pèse 30 grammes. De forme ovoïdale, on le pose sur un caillou lisse et arrondi. D'un coup, on le projette en l'air et on le lance le plus loin possible sur le terrain de jeu (en trapèze, sous les 15 mètres, on gagne un point). Les équipes comptent 5 joueurs par équipe. Chaque batteur peut effectuer un un de réserve de 30 ou 40 tirs. L'équipe qui totalise le plus de points l'emporte. Aujourd'hui, la Vallée d'Aoste est la seule région d'Italie qui protège les Jeux traditionnels valdôtains appelés «palet», «rebatta» et «tsan» par la loi n. 53 du 11 août 1981, article 2, en coopération avec la Région Vallée d'Aoste et la «Federachon di Esport di Noutra Tera» (Fédération des sports valdôtains). C'est pourquoi elle encourage le développement, en harmonie avec les Associations respectives et selon les modalités prévues par la présente loi. Les jeux traditionnels est contrôlée et dirigée par la «Federachon di Esport di Noutra Tera» (Fédération des sports valdôtains), ainsi que cela est établi par l'article 2 de la loi citée ci- dessus. Parmi les autres jeux traditionnels qui composent le patrimoine culturel valdôtain, il ne faut pas oublier la luge, que les enfants utilisaient autrefois pour aller à l'école, en glissant sur la neige. Jusqu'en 1950 environ, les cartables étaient construits en bois. Ils étaient généralement usés d'un côté, car leurs petits propriétaires s'en servaient en guise de luges. Les chemins muletiers, étroits et glacés, étaient empruntés comme pistes. La luge servait également pour le travail. Quelquefois, de folles compétitions s'organisaient entre les habitants des vallées. Plus tard, ce sport populaire s'est transformé en discipline reconnue au niveau international, dans laquelle les Valdôtains téméraires ont longtemps excellé. Enfin, il existe le jeu de la «rouletta». L'on y joue à Chambave, le lendemain de la fête patronale, le 10 août ; à Lillianes, le jour après Noël ; à Donnas, le jour de l'Épiphanie ; à Arpuilles – un hameau d'Aoste – le jour de la commémoration des Défunts ; à Arnad, le jour de la Saint-Roch, le 16 août. À Chambave, c'est la rue principale du village qui sert de terrain de jeu. Seuls les garçons ont le droit de participer. Chaque joueur a une boule en bois. Pour choisir le premier batteur, on lance le cochonnet, puis chaque participant lance sa boule. Celui dont la boule arrive le plus près du cochonnet est désigné comme premier batteur et il part en criant «Bocin eun avan, Jean apri me» (Cochonnet en avant, Jean derrière moi). Les trois joueurs dont les boules sont les plus éloignées du cochonnet subissent des pénalités. Si un joueur ne crie pas le nom de celui qui doit intervenir après lui ou si le dernier joueur oublie de crier «ramassa», il subit aussi des pénalités. Cependant, l'amusement principal de ce jeu réside ailleurs. Si, avant de lancer le cochonnet et sa boule, le joueur plonge la jambe dans la fontaine, tous les autres doivent l'imiter pour éviter les pénalités. Quand tout le monde atteint l'autre bout du bourg, le jeu se termine. L'arbitre compte les points et personne ne gagne : chaque joueur
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verse une somme calculée sur la base des pénalités qu'il a reçues, puis toute l'équipe va dîner ensemble. 14. LA PROCESSION DE SAINT GRAT Eusèbe de Verceil, premier évêque du Piémont, a été le promoteur de la christianisation et de l'annonce de l'Évangile dans le Nord-Ouest de l'Italie et, plus en particulier, dans la zone de Milan et de Verceil. Peu après la fondation d'Augusta Praetoria (25 avant J.C.), son œuvre est facilitée par l'existence de la route romaine qui mène vers la Gaule. Le diocèse d'Aoste voit le jour plus tard, entre le IVème et le Vème siècle; les premiers documents attestant la présence chrétienne dans la Vallée remontent à 451 après J.C., avec les évêques Eustase, Grat (qui va devenir le saint patron du diocèse, dont la fête tombe le 7 septembre) et Jacques. Deux complexes monumentaux d'époque paléochrétienne témoignent de leur présence sur le territoire régional : la Cathédrale primitive et l'Église du cimetière hors les murs. L'organisation du diocèse, avec l'apparition des circonscriptions paroissiales, date du haut Moyen-Age. La fin du VIIème et le début du VIIIème siècle sont marqués par la présence d'Ours, un prêtre qui va donner son nom à la Collégiale et au bourg. Vers la fin du VIIème siècle, le diocèse d'Aoste est englobé dans la Tarentaise et il s'insère ainsi dans la réalité politico-sociale de la Gaule, à laquelle il restera lié pendant plus de mille ans, jusqu'au moment où, en 1862, il deviendra dépendant de l'archevêché métropolitain de Turin, tout en conservant un caractère très transalpin, surtout pour ce qui est du culte des saints. L'art roman influence de nombreuses églises valdôtaines et atteint son plus haut niveau dans la région avec la Cathédrale et avec la Collégiale Saint-Ours, pendant l'épiscopat de l'évêque Anselme (994-1025). Un peu plus tard, saint Bernard (+ 1081) fonde des hospices - devenus célèbres - aux deux cols les plus importants de la vallée et il exerce son apostolat en lançant un message d'accueil. Avec la construction le long des routes de la région de plusieurs «hôpitaux» pour accueillir les pèlerins et les voyageurs, une nouvelle conception d'assistance voit le jour dans les Alpes du nord-ouest de l'Italie : elle se perpétuera pendant tout le Moyen Age et au-delà. Saint Anselme - le désormais très célèbre abbé du Bec et archevêque de Cantorbéry, qui fait une visite à la Cour - est l'un des ... symboliques de cette époque : né à Aoste vers 1003 et décédé en 1109, il est vénéré comme docteur de l'Église. Quelques instituts religieux naissent dans le diocèse, comme les Bénédictins de P... du Grand-Saint-Bernard, la Prévôté de Verrès, les Chanoines réguliers de la Collégiale Saint-Ours, les Franciscains et, seul exemple féminin, le monastère Sainte-Catherine. Les évêques valdôtains et, surtout, le cardinal Marc... lutteront contre les nouveautés luthériennes et calvinistes. C'est au XVIIème siècle, cependant, que la vie religieuse locale atteint son apogée : les nombreuses chapelles rurales édifiées après la grave épidémie de peste... de 1630 en témoignent largement. D'autres... sont fondés, tels que... ou des Sœurs de Lo... des Capucins. Au temps... François de Sales et saint François, les... se multiplient et... s'affirme avec de no... comme les processio... confréries. La spiritu... Sales se répand en... Le diocèse d'Aoste... révolution française. est englobé dans celui d'Ivrea. Plus tard, le clergé valdôtain est mis à rude épreuve par les événements des deux guerres mondiales et par l'après-guerre, période où il doit essayer de résoudre les nombreux conflits qui opposent la société civile et l'esprit de l'Église. Il y a en Vallée d'Aoste 93 paroisses et neuf sanctuaires (Notre-Dame de la Guérison à Courmayeur; Notre-Dame de la Garde à Perloz; Plout à Saint-Marcel; Machaby à Arnat; Miserin à Champorcher; Cuney à Saint-Barthélemy; Immaculée à Aoste; Notre-Dame de Pitié à Pont-Suaz; ermitage Saint-Grat à Charvensod). Sur plus de 90 km, la région est traversée par la Voie Francigène (ou Voie Romée, qui est en réalité beaucoup plus ancienne, puisqu'il s'agit de la Route de la Gaule tracée par les Romains), l'un des itinéraires de pèlerinage les plus connus en Europe, reliant Rome et Cantorbéry en Angleterre. Avec les cols du Grand et du Petit-Saint-Bernard, la Vallée d'Aoste était et demeure un carrefour pour le Nord de l'Europe. La montagne est depuis toujours considérée un endroit sacré, le lieu intermédiaire par excellence avec le transcendant et le «réservoir de vie» pour toute la plaine. Jules Michelet définit les Alpes «le château d'eau de l'Europe». Les rites propitiatoires pour la pluie se déroulent dans les lieux les plus près du Seigneur, c'est-à-dire en montagne. Les processions sont effectuées pendant l'été, là où il y a de l'eau : près des lacs, des glaciers, des sources, où des sanctuaires ont été bâtis et où des croix ont été dressées. Dans notre région, les processions et les pèlerinages sont particulièrement nombreux en juillet-août, pour atteindre la source de l'eau vive, l'arbre de vie de l'existence humaine ; ces rites plongent leurs racines dans un passé lointain et on les retrouve dans toutes les cultures, dans toutes les religions. Les processions les plus célèbres dans la Vallée sont celles dédiées à l'Ermitage Saint-Grat, à 1773 mètres d'altitude (date variable), où coule une source miraculeuse, dans les environs de Pila, au-dessus d'Aoste ; au lac Saint-Grat, dans le Valgrisenche, à 2642 mètres (le 5 août) et à la chapelle Saint-Grat et Sainte-Marguerite sur le t Rutor, à 2484 mètres (le premier dimanche de septembre). Saint Grat, évêque d'Aoste, protège contre les tempêtes, la grêle, les incendies et contre tous les dommages que peuvent subir les récoltes. C'est le «ministre perpétuel» de l'agriculture et on l'invoque pendant les périodes de sécheresses, pour demander la pluie. 15. LES MARRONS DE LA COUMBA FREIDE D'anciens documents attestent que, dès 1273, les habitants de sexe masculin résidant à Étroubles et à Saint-Rhémy obtiennent le privilège pour le marronnage et pour la viérie entre Aoste et le Col du Grand-Saint-Bernard et inversement. Le passage continuel au col se transforme ainsi en une source de revenu remarquable pour les seigneurs qui possédaient ces terres. La Charte des Franchises, dite Viérie, remonte à cette époque. Tous les voyageurs - pèlerins, marchands ou autres - ne pouvaient traverser le Col sans être accompagnés par un Marron d'Étroubles ou de Saint-Rhémy. Le terme Marron, d'origine indo-européenne, indiquait au départ l'étalon à la tête d'une bande de chevaux sauvages. C'est ainsi que sont désignés, par transposition, les premiers guides de montagne, les précurseurs des professionnels d'aujourd'hui. Des documents remontant au Xème et au XIème siècle mentionnent déjà la viérie, une sorte de monopole attribué aux jeunes de l'endroit. À ce propos, l'on peut rappeler la première fois où Étroubles - aujourd'hui l'une des communes les plus importantes de la Vallée du Grand-Saint-Bernard - est mentionné dans une «Chronique» rédigée en 1130 par un moine appelé Rodolphe ; celui-ci y raconte l'histoire d'un groupe de pèlerins qui, après avoir passé Noël à Plaisance, s'en remettent à des guides de l'endroit tentent au col sans y arriver, mêmes emportés par des habitants d'Étroubles, situation privilégiée au pied du du Grand-Saint-Bernard. Le terme... n'est pas loin... Alors que «marroner» signifiait exiger une... pour accompagner un voyageur... Grand-Saint-Bernard, le droit à... représentait le monopole des habitants de la Vallée pour le transport des marchandises. En effet, seuls les chars et les luges des gens du lieu pouvaient circuler dans la zone et passer le Col. Ces privilèges et ces monopoles, que l'on considérait comme des droits, existaient aussi dans d'autres vallées alpines. Dans la région de Cadore, par exemple, il existait le «Rodolo». La «Viérie» est abolie en 1783. En revanche, comme nous l'avons dit, le Marronnage est encore en application pendant la première guerre mondiale. Les «Marroniers», par ailleurs, avaient des obligations : été comme hiver, ils devaient dégager la route du col. Voilà donc pourquoi les habitants de Saint-Rhémy étaient exemptés du service militaire. 16. L'HUILE DE NOIX Il y a quelques décennies seulement, le noyer était une essence d'arbre très répandue en Vallée d'Aoste. Il pousse bien jusqu'à 1000 mètres d'altitude, sur des terrains gras et fort humides, sur un sol neutre ou légèrement acide. Dans certains cas, lorsque l'exposition est favorable, il peut pousser jusqu'à 1200 mètres. Il paraît qu'à Saint-Nicolas, au hameau de Cerlogne, il existait un noyer à 1582 mètres ! Il s'agit d'un arbre qui se développe lentement : on disait autrefois que celui qui plante un noyer peut difficilement récolter ses fruits un jour. Par ailleurs, rien ne pousse à l'ombre de cet arbre, c'est pourquoi on le plantait isolé, afin qu'il ne gêne pas les autres cultures. Dans certains village, il en existaient de véritables vergers, cultivés pour la production d'huile. Cependant, cela est très rare en Vallée d'Aoste, car la tradition locale considérait que le noyer servait uniquement à produire des fruits et à donner un bois prisé, particulièrement solide, idéal pour fabriquer les meubles et les portes, mais aussi les queues de billard et les crosses...
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de fusils. Après le travail le plus important, les morceaux de bois qui restaient étaient transformés en outils, en sculptures et en produits manufacturés pour la maison. Grâce à sa solidité et à sa dureté, le cœur de la racine, appelé navón, servait à fabriquer des maillets. En revanche, les cendres de bois de noyer étaient utilisées pour les lessives (il n'y avait alors pas de détergents) et les femmes les appréciaient pour leur action blanchissante. En Vallée d'Aoste, le noyer a toujours été considéré comme un arbre bénéfique, mais les personnes âgées évitaient de s'asseoir en dessous, car l'on pensait que son ombre pouvait provoquer des maladies respiratoires (cette croyance existe encore en Piémont, dans le Canton du Valais et dans d'autres régions européennes). Les noix mûrissent en automne ; elles tombent ou doivent être gaulées pour la récolte. Autrefois, on étalait les noix ramassées au fenil ; une fois séchées, on les consommait au petit déjeuner : les mères en distribuaient une poignée à leurs enfants, avec un quignon de pain sec, avant de les envoyer au pâturage. Les noix constituaient aussi les étrennes du nouvel an : on en donnait aux prêtres et aux enfants avec un morceau de pain blanc. Aujourd'hui, la science moderne reconnaît les valeurs diététiques de ce fruit sec, surtout pour prévenir les pathologies cardiovasculaires et les cancers, ainsi que pour faire baisser le cholestérol. Par le passé, les noix étaient également utilisées pour produire une huile possédant toutes les vertus du fruit. Elles étaient décortiquées au long d'une veillée, généralement deux fois par an (en novembre et en mars), car l'huile de noix se conserve moins d'une année. Tous les membres de la famille participaient aux opérations, avec quelques amis : c'était donc une fête. Les cerneaux étaient mis dans des sacs, avant de les broyer avec une machine spéciale pour obtenir une pâte, dans la Haute Vallée). cette pâte était chauffé jusqu'au moment où couleur. On l'enveloppait solide et on la pressait à l'aide d'une grande actionnaient le levier lentement : ainsi, seul dans le récipient colle litres d'huile à partir du produit était le flour d'o de l'huile. Après l'extra L'administration région continue d'encourager la surtout pour rendre les et créer, de cette réable et un équilibre sant en même temps oire. L'huile de noix erte pour célébrer les de nos grands-mères, onomique. restait du pahtón que s forme et la couleur d'un mangeait au petit déjeu deux poires confites, ou à l'école comme goûter beaucoup de troillet, o aux animaux, en particu l'huile de noix servait nombreuses recettes. produit précieux. Aujou très recherchée, parce spécial aux aliments. pétrole des débuts du l'électricité, les proprié également pour entrete Pour conclure, l'arbre, le et l'huile que l'on en t fondamental dans la ph valdôtaine. Et de nos jo 17. LA RÉCOLTE DES POMMES En Vallée d'Aoste, de nombreux villages ont conservé une économie agricole et se sont spécialisés dans le secteur de l'arboriculture fruitière et de la viticulture. Cela est vrai, surtout, dans la Plaine qui borde la Doire Baltée ; la surface plantée d'arbres fruitiers, toutefois, s'élargit de manière importante à l'entrée des vallées latérales. Ces zones sont, en effet, particulièrement favorables à la production de fruits d'excellente qualité, pour ce qui est de la structure et de l'aspect du fruit, ainsi qu'en ce qui concerne ses caractéristiques organoleptiques et sanitaires. De plus, dans la région, le climat sec et aéré permet de limiter les traitements phytosanitaires. Les cultures atteignent 1000 mètres d'altitude, surtout sur les versants de l'adret. Depuis longtemps, ce sont les pommes les plus cultivées dans la région : Reinette du Canada, Golden Delicious, Starking et Jonagold. La qualité de ces fruits est due à la position intramontagne de la région. Pendant la maturation, l'amplitude thermique importante entre la chaleur de la journée et la fraîcheur de la nuit donne des fruits très colorés et au parfum spécial. Dans le domaine de l'alimentation et de la santé, les vertus des pommes sont connues depuis longtemps. Pour mettre en valeur cette production, de nombreuses communautés valdôtaines ont organisé des manifestations liées à la pomme, telles que «la Fêta di Pomme», la fête des pommes, où les fruits de l'année sont exposés et où les cuisiniers et les cuisinières participent à un concours de gâteaux aux pommes. Dans la région, l'arboriculture fruitière – activité agricole visant à la production de fruits pour la famille et pour le commerce – se développe très fort dans la seconde moitié du XIXème siècle, grâce aux soutiens professionnels d'organisations agricoles. Vers les années 1950, la production valdôtaine de fruits, surtout de pommes (il n'y a que 5% de poires), dépasse les besoins des familles et peut ainsi être partiellement commercialisée. Aujourd'hui, la Vallée compte 400 hectares de vergers (90% de prés et 10% de terrains organisés selon des critères spécialisés) et l'on y produit plus de 50.000 quintaux de pommes : Reinette du Canada (60%), Golden Delicious (30%), Jonagold et Red Delicious (10%). Presque tous les fructiculteurs sont associés à la Cofruits, une coopérative qui gère 60% de la production et s'occupe de la récolte, de la conservation et de la commercialisation. Avec la collaboration de l'Institut Agricole Régional, le Service phytosanitaire de l'Assessorat de l'Agriculture et des Ressources naturelles a entrepris, dès 1986, une recherche pour vérifier la quantité de résidus d'antiparasites présents sur les fruits au moment de la récolte. L'utilisation de produits phytosanitaires est réservée aux producteurs et elle est réglementée par des lois sévères, afin de protéger les consommateurs des risques d'intoxication et d'ingestion de résidus toxiques. D'après l'enquête qui a été menée, la Vallée d'Aoste est la seule région où les résidus de produits sont moins élevés que ce qui est imposé par la loi. Cela est dû, surtout, au climat valdôtain, sec et aéré, qui ne favorise pas la tavelure (l'un des pires ennemis du pommier) et qui limite l'action des acariens et des insectes lithophages. Les résultats appréciables obtenus dans le domaine de l'arboriculture fruitière sont également possibles grâce à l'assistance fournie par l'Administration régionale, qui encourage le respect des techniques les plus rationnelles. Les pommes contiennent 80% d'eau, mais elles sont aussi riches en vitamines, en sucres, en enzymes, en acides et en minéraux indispensables à l'organisme de l'homme. Ce dernier peut en consommer autant qu'il le souhaite. En ce qui concerne les poires, par contre, la variété cultivée la plus répandue dans la région est la Martin Sec, connue depuis très longtemps. C'est une variété à la peau verte, rugueuse, riche en vitamines et en sucres, qui à l'avantage d'être tolérée par les diabétiques. Sa pulpe juteuse ne se prête pas à être consommée fraîche ; les ménagères ont donc trouvé d'autres solutions, comme les poires Martin Sec au sirop et à l'alcool comme goûter, ou comme dessert hivernal montagnard. La Cofruits a vu le jour en 1964 ; son siège se trouve à Saint-Pierre et ses points de distribution sont disséminés dans toute la Vallée. Aujourd'hui, la Cofruits compte 330 associés, produit plus de 30.000 quintaux de pommes de terre et légumes d'altitude, qui sont conservés sans traitements, grâce au système de froid contrôlé : elles sont placées dans une cellule où la quantité d'oxygène est réduite, ce qui ralentit leur processus de maturation. Avec la collaboration du Service d'Assistance technique de l'Assessorat de l'Agriculture, la Cofruits effectue des vérifications périodiques dans les vergers, afin de s'assurer que leur état phytosanitaire demeure sous les limites prévues par la loi. Par ailleurs, les agriculteurs peuvent être suivis dans le domaine de l'éclaircissage et de la taille, d'éclaircissage et d'irrigation. Parmi les produits dérivés de l'arboriculture fruitière, l'on peut citer les «Poires Martin Sec» au sirop et au vin rouge AOC Torrette, les pommes Reinette, Golden Delicious et Starking séchées et confectionnées en sachets, le jus de pommes, le cidre, les sauce aux pommes pour accompagner les viandes rouges. tradition métallurgique de la zone semble beaucoup plus ancienne : elle remonterait à 1346, quand un certain magister Hugoninus de Castellione forge de petit canons pour la duchesse de Montferrat et pour le château de Lanzo. Cette tradition continue jusqu'à la fin du XVIIIème siècle, lorsque Pantaleon Bich, propriétaire d'autres hauts-fourneaux dans la Basse Vallée, commence à exporter le fer au Piémont. Par la suite, ce sont les Gervasone qui contribuent à l'essor de l'industrie métallurgique dans toute la Vallée d'Aoste. Mais les nouveautés technologiques 18. LA COULÉE En Vallée d'Aoste, l'industrie lourde est liée à deux grandes entreprises sidérurgiques : la COGNE ACCIAI SPECIALI SpA à Aoste, toujours en activité, et l'ILSSA – VIOLA de Pont-Saint-Martin, à l'arrêt depuis 1981. Dans notre région aussi – grâce à la présence de mines importantes (aujourd'hui complètement fermées), de charbon à la Thuile et de fer à Cogne – l'industrialisation devient très tôt une réalité. Dès le XVIIème siècle, des mines sont creusées à de nombreux endroits et de florissantes industries métallurgiques voient le jour. C'est le cas d'Aymavilles, où les entrepreneurs Mutta, originaires de la zone de Bergame, travaillent le fer extrait à Cogne ; de Champdepraz, où ces mêmes entrepreneurs ouvrent une fonderie pour exploiter le minerai extrait dans les mines du lac Gelé ; de Pont-Saint-Martin, où de nombreuses centrales sont construites pour exploiter l'énergie des torrents et où la société Gastaldi arrive à produire 20.000 quintaux de fonte d'excellente qualité (la moitié de la production régionale) ; de Châtillon, où, plus tôt encore, une forge est créée pour utiliser le fer extrait dans les alentours d'Ussel (c'est encore la famille Mutta qui la reprendra et qui y exploitera aussi le fer de Valmérianaz). Même si, au départ, l'usine de Châtillon fait faillite, la production du noyer, s vie aux terrains incult façon, un paysage agré esthétique, en garantiss la protection du territo pourrait être redécouve traditions culinaires de dans un créneau gastron
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et l'arrivée de l'énergie électrique ouvriront la voie à l'installation de grandes usines sidérurgiques à Aoste et à Pont-Saint-Martin. Dans tous ces changements, Aoste bénéficie de grands avantages grâce à un tournant entre les deux guerres mondiales. La société Ansaldo de Gênes achète les mines de Liconi, à Cogne et, à partir de 1910, elle commence à exploiter le minerai extrait là-haut de façon moderne. En 1916, elle s'installe sur la rive gauche de la Doire, au sud de la ville d'Aoste et, l'année suivante, elle entreprend la construction des Aciéries Cogne. Il s'agit d'une structure puissante faisant 330 mètres et bâtie à côté d'autres édifices mineurs. Dans l'après-guerre, la galerie du Drinc est percée : elle mesure sept kilomètres de long et elle résout enfin le problème du transport du minerai provenant de Cogne : la société gênoise peut à présent le travailler à Aoste, où il arrive par téléphérique. Un autre progrès est constitué par le prolongement du chemin de fer d'Aoste à Pré-Saint-Didier : cela permet à l'industrie lourde, en plein essor, d'utiliser aisément l'anthracite de La Thuile et de Morgex, essentiel pour faire fonctionner les hauts-fourneaux. Plus tard, la Société Ansaldo est reprise par un groupe français dirigé par l'ingénieur Paul Girod, fondateur de l'aciérie d'Ugine, en Savoie. Cela ne dure pas longtemps, car - peu après - la Société Anonyme Nationale Cogne est fondée : elle développe fortement la production d'aciers spéciaux destinés à l'industrie automobile, chimique et aéronautique. En 1928, la Cogne compte 2650 salariés. Ces postes contribuent à la croissance démographique d'Aoste, qui passe de 7.008 habitants en 1911, à 13.962 habitants en 1931 et à 25.515 en 1951. Près de la moitié de la population de la ville vit de l'industrie sidérurgique. La fumée dense émise par les cheminées de la Cogne stagne dans le bassin d'Aoste. La vie quotidienne n'est plus rythmée par les cloches, mais par les sirènes de l'aciérie. Le plan d'urbanisme de la ville est révisé et la Cogne doit construire tout un quartier (avant et après la seconde guerre mondiale), à savoir 1000 appartements pour loger la main-d'œuvre, les employés et les dirigeants. La croissance démographique est alors plus forte que jamais depuis le Moyen Âge. Aujourd'hui, cette usine produit des aciers spéciaux pour les exporter dans les pays asiatiques. En parallèle, elle effectue aussi des travaux artistiques. À la fin du XIXème siècle, la crise industrielle touche aussi l'établissement de la Société Gastaldi de Pont-Saint-Martin et elle dure jusqu'à 1931, quand la tradition métallurgique est relancée par une nouvelle entreprise, l'ILSSA-VIOLA, (l'Industria Lamiere Speciali S.p.A), voulue par le commandeur Carlo Viola (médaillé du travail en 1937), très connu dans l'univers des entreprises milanaises. Cette intervention permet à Pont-Saint-Martin de retrouver un rôle de tout premier plan dans ce secteur : l'usine grandit rapidement, arrive à 1350 salariés et est à l'avant-garde dans la production d'aciers inox. Cette installation moderne favorise la croissance de cette partie du territoire, et sur le plan social : les jeunes qui ont fréquenté une formation de trois ans dans l'école de la Vénétie peuvent travailler à Aoste. Ces mesures favorisent l'intégration entre les familles d'origines différentes. Malheureusement, en 1981, une crise imprévue oblige la Société ILSSA-VIOLA à réduire son activité : elle compte alors encore 931 salariés et 87 personnes (employés et ouvriers) au chômage technique. La situation n'est pas dramatique, mais la fin est proche. En 1986, en effet, le cycle productif s'arrête définitivement, 54 ans après l'ouverture des grilles du Gerbido par Carlo Viola. Aujourd'hui, Pont- Saint-Martin évoque avec regret la période fertile de l'ILSSA-VIOLA : chaque année, les ouvriers, les employés et les dirigeants qui ont partagé cette expérience de travail enthousiasmante se retrouvent de façon conviviale pour se souvenir, non sans mélancolie, de la période passée dans cette usine. Il s'agit d'une initiative qui revient au commandeur Adolfo Formento-Dojot. Il y a 40 ans, il avait contribué à fonder l'association Médailles d'Or ex-ILSSA-VIOLA, à laquelle étaient inscrits tous les salariés avec 25 ans d'activité. Le souvenir est destiné à s'éteindre avec la dernière de ces médailles d'or, mais il restera gravé dans la mémoire grâce à un monument érigé dans la zone industrielle de Pont-Saint-Martin. 19. L'ARTISAN GRAVEUR La gravure réalisée "à la pointe de couteau" est l'une des expressions artisanales les plus répandues en Vallée d'Aoste; sur les quelque 1200 exposants de la 1005ème édition de la Foire de Saint-Ours (2006), plus de 200 sont inscrits dans la catégorie des sculpteurs d'"Objets gravés". En outre, les Écoles de sculpture sont au nombre de 43. Cela démontre comme les artisans valdôtains qui se consacrent à l'art de la gravure sont nombreux. Ils sculptent leurs dessins sur le bois ou sur d'autres matériaux (pierre ollaire, autres types de pierre, fer); ils décorent de motifs géométriques la surface des objets destinés à la décoration d'intérieur. La gravure est superficielle, exécutée de façon nette, pour réaliser le sujet dessiné au préalable par l'artiste ou par l'artisan sur la surface à travailler. Les objets qui se prêtent magnifiquement à être gravés sont très nombreux, y compris les outils pour les travaux agricoles ou les ustensiles de ménage. Les sculpteurs privilégient l'ameublement destiné aux habitations, aux institutions ou aux lieux saints. En Vallée d'Aoste, on rencontre donc de précieuses boîtes et de petits coffres finement décorés, comme, par exemple, des boîtes à sel dotées d'un couvercle pivotant, des plumiers et d'autres objets scolaires, des coffrets richement sculptés et décorés où garder les objets précieux et les bijoux. On trouve aussi la grolle mythique, c'est-à-dire le calice pour le vin obtenu d'une pièce de bois de qualité. Réalisée au tour, la grolle est finie et décorée avec des motifs anthropomorphes, sacrés, zoomorphes et géométriques. La coupe de l'amitié est un autre objet typique destiné à être gravé : elle dérive de la grolle, mais elle est plus basse et plus ventrue, dotée de petits becs latéraux pour déguster à la ronde le café à la valdôtaine bien chaud. Après être passé dans les mains d'un artiste-artisan, cet objet a, lui aussi, un aspect noble grâce aux décorations qui le recouvrent. Les quenouilles, qui conservent une valeur sentimentale dans la tradition valdôtaine, sont également sculptées : autrefois, elles étaient finement décorées par le futur époux, qui les offrait à sa promise avant le mariage, en signe d'appréciation pour ses dons dans les travaux domestiques. Les masques constituent un autre objet typique : ils dérivent d'une culture populaire ancienne et le génie de l'artisan les orne de motifs symboliques. Les sabots, chaussures typiques de la société paysanne, essentiellement pratiques, étaient eux aussi enrichis de décorations. En ce qui concerne les outils agricoles et domestiques, l'on peut citer les râteaux, les «fiéyé» (bâtons pour battre le grain), les hottes, les tonneaux, les luges, les barils, le «gorba» pour le transport et la distribution des semailles dans les champs, la corbeille pour transporter les victuailles lorsque l'on travaille la campagne, les «tsavem» pour ramasser les fruits et les légumes. Aujourd'hui, les meubles et les objets de décoration sont souvent gravés : les coffres où l'on conservait les provisionnaux, les coffres pour les légumes ou les fruits, les armoires anciennes n'ont plus de valeur décorative. Le noyer (Juglas regia) est, lui aussi, employé pour les gravures. Son prix élevé force à l'employer de façon avisée, en particulier pour ce qui est des pièces de plus grande valeur. L'érable (Acer pseudoplatanus), fort bon bois à travailler, permet d'obtenir des gravures d'excellente qualité. Le buis (Buxus sempervirens) est utilisé pour graver les motifs minuscules et très raffinés. Le bouleau (Betulla pendula), blanc et souple, sert à construire des tabatières et des masques. Le micocoulier (Celtis australis) est dur, mais facile à travailler; il est employé pour les colliers des chèvres. En revanche, à partir du noisetier sauvage (Corylus avellana), blanc, tendre et souple, l'on obtient des bâtons sculptés, des quenouilles et des seaux. D'autres essences sont encore utilisées dans notre région : le cerisier, le poirier, le pommier, le hêtre, frêne, l'acacia, le sorbier de montagne et le mûrier. les poêles - nature et tout ce qui reste professionnelle plus pannaies et les plus pour décorer les intérieurs. Enfin, il y a fois éducatifs et ludiques, il est le plus important dans la vie. Les plus typiques de minuscules vals à partir de petite la silhouette essentielle de cet animal fondamental dans la Vallée. C'étaient les loisirs eux-mêmes avec beaucoup d'intégration dans le milieu familial et les petits garçons jouaient avec leurs poupées, chats, chiens, en modèle réduit, gravées par d'habile mains adultes. Parmi les 50.000 essences de bois à construire disponibles sur terre, les artistes valdôtains n'en ont guère eu à disposition : le tilleul (Tilia vulgaris et Tilia platyphyllos), blanc ou rosé, au grain fin et compact, qui se prête bien à la gravure au couteau ; le Pin cembro (Pinus cembra), appelé aussi arolle, utilisé pour les sculptures, car il est tendre, compact, docile et léger. Il se prête également bien à la gravure, ainsi qu'à la réalisation de meubles et d'objets d'emploi commun. Lorsqu'on le travaille, il dégage longtemps un parfum caractéristique très agréable. Le noyer (Junglas regia) est, lui aussi, employé pour les gravures. Son prix élevé force à l'employer de façon avisée, en particulier pour ce qui est des pièces de plus grande valeur. L'érable (Acer pseudoplatanus), fort bon bois à travailler, permet d'obtenir des gravures d'excellente qualité. Le buis (Buxus sempervirens) est utilisé pour graver les motifs minuscules et très raffinés. Le bouleau (Betulla pendula), blanc et souple, sert à construire des tabatières et des masques. Le micocoulier (Celtis australis) est dur, mais facile à travailler; il est employé pour les colliers des chèvres. En revanche, à partir du noisetier sauvage (Corylus avellana), blanc, tendre et souple, l'on obtient des bâtons sculptés, des quenouilles et des seaux. D'autres essences sont encore utilisées dans notre région : le cerisier, le poirier, le pommier, le hêtre, frêne, l'acacia, le sorbier de montagne et le mûrier. 20. LES MÉTIERS À TISSER Il n'y a pas très longtemps, il existait à Champorcher encore plus de cent métiers à tisser en activité. Une famille sur deux en possédait un. Ils étaient très utilisés pour réaliser de la toile qui servait ensuite à confectionner des tentures, des nappes, des vêtements, des essuie-mains, etc. Le chanvre arrivait de la plaine (Montjovet, Arnad, Canavais...) pour être ensuite travaillé à Champorcher. Récemment, un musée consacré aux métiers à tisser a été inauguré dans cette commune. Il s'agit d'une initiative locale qui représente le début d'un parcours
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avec lequel l'administration publique souhaite encourager la création d'un musée ethnographique, qui garde la mémoire des traditions de l'endroit pour les générations à venir. L'économie pauvre et modeste de Champorcher s'alliait à une dignité sociale élevée et, avec ténacité et détermination, elle est arrivée à rendre le tissage rentable, offrant ainsi une possibilité de travail aux familles de Champorchereins. Un métier à tisser précieux, témoignage unique d'un passé qu'il ne faut pas oublier, se trouve aujourd'hui dans la Maison De Touma, qui a été restaurée. Cela a été rendu possible grâce à la clairvoyance de l'institutrice Rosa Glarey, écrivain et historienne du lieu, qui avait autrefois acheté ce métier et qui l'a conservé, sans savoir comment l'employer. L'occasion s'est un jour présentée à elle avec un projet Interreg lancé par l'administration communale: elle a alors décidé de donner à la commune son ancien métier à tisser. Une plaque placée à l'entrée du musée rappelle ce geste généreux. Le métier à tisser de l'institutrice Rosa Glarey a environ deux cents ans et c'est le seul exemplaire encore en fonction qui peut tisser des étoffes de 130 cm de large. De plus, la fondation de la Coopérative Lo Dzeut s'est révélée non seulement de grande utilité pour perpétuer des métiers désormais destinés à l'oubli, mais aussi un moteur intéressant pour créer une ressource économique. Le musée présente les différentes étapes (la situation sur carte des terrains de chanvre, la récupération du tissage à la main, les recherches pour localiser une Route du Chanvre) que la Vallée d'Aoste souhaite mettre en valeur pour encourager des projets locaux de développement, qui allient aux activités artisanales un intérêt touristique toujours croissant vis-à-vis de ces thèmes. Ce travail sera complété par la réhabilitation totale des «Miti de sis De l'économie de montagne et pour conserver un savoir-faire artisanal autrement destiné à l'oubli, dans un cadre de réhabilitation de la culture paysanne à insérer dans des parcours touristiques particuliers, où les mots d'ordre sont les suivants: émotions et participation. 21. LA BADOCHE Dans toute communauté, il existe des dynamiques sociales très anciennes, qui définissent des pratiques cérémoniales. Celles-ci permettent souvent de découvrir les jeunes pour la quête, de maison en maison. Tous les participants portent le costume rituel: blouse bleue décorée de broderies aux épaules et aux poignets. Pour affirmer son pouvoir éphémère, le badocher tient à la main un sceptre de sapin ou de laurier, couvert de paillettes et portant quelques pommes. Les pièces de monnaie données pendant la collecte sont enfilées dans ces fruits. La joyeuse bande aime les blagues et les comportements transgressifs. Là où elle passe, elle reçoit toujours à manger et à boire en abondance. À la fin de la soirée, on compte l'argent reçu et on décide comment le dépenser. Le matin suivant, tout le monde est convoqué, comme le veut la tradition, par un coup de fusil. Les jeunes se réunissent au centre du bourg et, précédés par des musiciens (fifre, tambourin, violon, clarinette et trombone), ils vont rendre hommage à ceux qui, le jour avant, leur ont démontré leur sympathie en offrant de l'argent. Ils se dirigent ensuite vers le bois, où les attend un tronc d'arbre abattu la veille. Ils le nettoient, ne lui laissant que quelques branches vertes au sommet. Ce sera le «mai» et les jeunes le transportent jusqu'au village à force de bras, avec le badocher à califourchon. Ils défilent ainsi entre les vieilles maisons, suivis d'une ribambelle d'enfants et d'un groupe de passionnés. Ils atteignent la dance de place, d'honneur, y mette les danses reprennent qui crépitent et illu braises finissent par dans les alentours sur les hauteurs. Les origines de la dans la nuit des te des rites païens te l'Europe du nord o ou des compagni Âge. D'après Jule valdôtaine pour le terme franco-prove abada, qui signifis indiquer l'abandon de la part de l'épo Toutefois, la signification fondamentale le but d'intégrer les jeunes dans la société locale. C'est donc une sorte de rite d'initiation. étapes évolutives des rapports au sein des noyaux de base, en ce qui concerne, surtout, le syncrétisme religieux et les événements historiques. Dans les communes de la Haute Vallée d'Aoste, la fête patronale est liée à une manifestation laïque, la Badoche. Ce sont essentiellement les jeunes qui y prennent part, pour assumer leurs responsabilités sociales vis-à-vis des plus âgés et des communautés. De nos jours encore, l'on rencontre cette tradition archaïque dans les communes du Valdigne. Les dates sont les suivantes: le 26 juillet, fête de sainte Anne à Verrand; le 10 août, fête de saint Laurent à Pré-Saint-Didier; les 13 et 14 août à La Salle, à l'occasion de la Saint- Cassien; les 14 et 15 août à Morgex, pour la première de cette on la célèbre le et elle est suivie qu'il en soit, tous les badochères doivent est celui qui participa plus longtemps. C'est se marier, par cons tête du cortège et rubans colorés. À de la badoche des des différents villag sympathiques, mais la tradition s'est perdue, jour de la fête patronale d'un bal champêtre. Quoi les badochers et toutes les ont être célibataires. Le chef cipe à la badoche depuis le Celui qui est sur le point de ntre, est généralement à la t il porte un bâton garni de Aujourd'hui, tous les rites es différentes communes et ages ont subi des variantes ais cette cérémonie garde 22. 4 JUILLET 1886 - INAUGURATION DU CHEMIN DE FER La ligne de chemin de fer Chivasso-Ivrée est inaugurée en 1858. Dès lors, le projet d'arriver jusqu'à Aoste voit le jour, mais il est ralenti par certains événements historiques: Cavour, partisan depuis toujours du développement du réseau ferroviaire, disparaît en 1861; en 1860, la Savoie est cédée à la France; l'État italien est constitué; la troisième guerre d'indépendance éclate; la capitale est déplacée de Turin à Florence, puis à Rome... Tout cela fait glisser le programme au second plan. Entre temps, la première liaison ferroviaire transfrontalière est ouverte en 1871: elle permet d'aller de Turin à Chambéry en passant par le tunnel du Fréjus. L'année suivante, les travaux du Gothard commencent. Le projet de mettre Turin en communication avec la Savoie par un chemin de fer sous le Mont-Blanc est de moins en moins considéré et les Valdôtains se voient isolés du reste de l'Italie et de l'Europe. En 1879, le gouvernement national décide de réaliser le tronçon Ivrée-Aoste, mais les travaux se déroulent de 1881 à 1885. En 1883, l'on doit choisir l'emplacement de la gare d'Aoste : après de nombreux débats, plusieurs motions, des polémiques et mûre réflexion, elle est construite au sud de la ville, là où elle se trouve actuellement. Les jardins publics et l'avenue Victor-Emmanuel Il (appelée aujourd'hui avenue Conseil des Commis), reliant la gare et la place Charles-Albert, où se trouvait l'Hôtel de Ville, datent de la même période. Le 4 juillet 1886, une grande cérémonie est organisée pour accueillir le train à vapeur parti de Turin, tiré par deux locomotives, qui arrive
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très en retard. C'est un jour inoubliable, marqué également par l'inauguration des jardins publics avec la statue dédiée au «Roi Chasseur», de l'avenue Victor-Emmanuel Il et d'une plaque en l'honneur de l'inventeur du téléphone, Innozenzo Manzetti. C'est est aussi le 4 juillet 1886 que, pour conclure dignement la journée, l'illumination électrique d'Aoste est mise en activité pour la première fois, avant que ce premier train ne reparte pour Turin. Les caractéristiques techniques du nouveau tronçon de chemin de fer sont les suivantes : 66.437 km de long, profil altimétrique avec des pentes entre 0,54 et 11 ‰, avec un pic maximal de 18 ‰ dans les gorges de la Montjovetta. Au départ, 17 arrêts sont prévus, Ivréé exclu. Il s'agit d'un énorme succès pour Aoste et pour la Vallée. Turin se rapproche sensiblement : auparavant, il fallait deux ou trois jours pour y arriver, alors que, grâce au chemin de fer, on peut quitter Aoste le matin et rentrer le soir. Le premier train part à 6 h 13. Il arrive à Chivasso à 9 h 42. Là, les voyageurs ont immédiatement une correspondance et ils arrivent à la gare de Turin-Porta Nuova 45 minutes plus tard, c'est-à-dire vers 10 h 30. Il faut donc à peine plus de quatre heures pour se rendre jusqu'au chef-lieu piémontais par train. Au retour, on quitte Turin à 18 h, on change à Chivasso à 19 h 12 et on rentre à Aoste à 23 h 20. Cela prend plus de temps qu'à l'aller, car le parcours est en montée. Les locomotives roulent, au maximum, à 55 km/h. Les passagers qui doivent continuer leur voyage après Aoste empruntent des diligences pour le Petit et pour le Grand-Saint-Bernard. Le chemin de fer favorise la création d'usines dans la Vallée Centrale, de Pont-Saint-Martin au chef-lieu régional. Aoste devient le cœur commercial de la région, une étape obligée pour les commerçants et pour les voyageurs faisant route vers la France et vers la Suisse. L'importance du nouveau tronçon ferroviaire est démontrée par un trafic de tous les jours qui s'élevait à 50.000. Compte tenu du peu d'habitants, c'est un chiffre considérable. Bientôt, la construction de bâtiments hors les murs commence, tels que la Caserne Beltrico en 1886/87. Le tourisme se développe, en particulier aux bains de Saint-Vincent et de Pré-Saint-Didier. Le roi Humbert 1er et la reine Marguerite se rendent à Aoste à bord de carrosses spéciaux. Plus tard, des trains directs sont programmés ; ils ne s'arrêtent que dans les centres les plus importants. Le train ne quitte alors Turin à 9 h 07 et pour arriver à Aoste à 12 h 30, en trois heures et demie seulement. En 1915, après le début des hostilités, le chemin de fer Chivasso- Aoste est confié au 6ème Régiment du Génie, spécialisé dans le domaine ferroviaire. De ce fait, le chemin de fer sera étroitement lié à la Société Ansaldo, qui entreprend la construction de l'établissement sidérurgique au sud de la gare en 1916. 23. DENTELLES DE COGNE La Vallée de Cogne est une "Vallée dans la Vallée". Pourquoi ? Parce que les hommes et les femmes qui s'y sont installés ne venaient pas du point du fond de la Vallée - dont la première partie était autrefois jugée infranchissable -, mais du Piémont et de la Savoie, ou de l'ancien duché franco-provençal et du village de Cogne. Ce pays possède un folklore original. Les costumes traditionnels, portés tous les jours, rappellent les costumes valdotains, mais sont composés d'une jupe épaisse, autrefois tissée à la main, gonflée à l'arrière, couverte sur le devant par un tablier bleu foncé, souvent brillant et et ciré qui, replié au-dessus, continue vers la poitrine, un peu comme dans le costume breton. Une coiffe noire complète ce costume sévère, qui contraste avec la chemise blanche élégante, garnie d'un col en dentelles plissé, confectionné aux fuseaux par les jeunes filles de Cogne. Plusieurs rangs de petites perles de verre coloré - qui dessinent des motifs géométriques variés et où pend une croix - ornent le cou des femmes. Le costume masculin, en revanche, se compose d'un tricot blanc ouvert bordé de vert et rouge et de pompons blancs, d'un pantalon et d'un gilet noirs. Les deux costumes typiques mélangent harmonieusement les couleurs suivantes : blanc, noir, vert et rouge. Cet habit sympathique est rehaussé par l'exclusive «Dentelle de Cogne», une dentelle typique réalisée aux fuseaux – en Vallée d'Aoste – dans la Vallée du Grand Paradis. Cette technique aurait été importée au XVIIème siècle par des religieuses françaises de Cluny, d'abord à Saint-Nicolas et puis à Cogne, où elle a évolué de manière très originale, en créant des motifs d'inspiration paysanne, tels que l'«œil de perdrix», «le papillon», «les étoiles», «le soleil». Ces dentelles sont très semblables à celles qui sont réalisées dans l'île de Burano, à Venise. Au début du XXème siècle, absolument toutes les femmes de Cogne confectionnent des dentelles pour décorer leurs vêtements et leur maison. De plus, la dentelle aux fuseaux permet alors d'arrondir les maigres revenus des familles. Lorsque l'habitude de porter ces costumes disparaît peu à peu, cette activité baisse également, à un tel point que la tradition risque de se perdre. Cela est évité grâce à l'Administration régionale, qui intervient de façon ciblée après la seconde guerre mondiale pour sauver des savoirs menacés par l'oubli. Avec le succès de la Foire de Saint-Ours et des nombreuses expositions d'artisanat typique, la valeur artistique du travail des «dentellières» de Cogne est reconnue. Ainsi, au fil du temps, ces femmes ont su consolider leur image. De toute évidence, le public attentif, désireux de redécouvrir une tradition destinée à disparaître, apprécie ces dentelles. Par ailleurs, l'administration publique - en particulier à l'échelon régional - intervient avec des mesures efficaces pour offrir à ce secteur des occasions de refleurir ; cela confirme l'exigence, souvent sous-estimée, de transmettre les traditions du passé aux générations futures, comme opportunité de développement et d'enrichissement spirituel de la société moderne. À Cogne, les visiteurs peuvent admirer ces dentelles réputées dans une salle aménagée à cet effet, située à côté de l'église paroissiale Saint-Ours. Généralement, une femme en costume typique y fait une démonstration. Cette initiative intéressante est complétée par un musée, qui contient de précieuses dentelles anciennes 24. LE DUR TRAVAIL DANS LA MINIERE Dès 1439, certains documents attestent l'extraction du fer dans la zone du haut Val de Cogne. La mine se trouvait sur le versant sud du mont Creja, dans une position difficile, à plus de 2000 mètres d'altitude. Il s'agissait d'un énorme amas de magnétite pure, dont le taux de fer s'élevait à 55%. Certains affirment que cet endroit était déjà exploité par les Salasses et par les Romains, mais il s'agit vraisemblablement de légendes sans fondement. Jusque 1679, la mine demeure de la propriété de l'évêque d'Aoste, ce qui ne ravit point les habitants de Cogne, qui ne manquent pas de le lui faire savoir en lui jouant de mauvais tours ou en déclenchant quelques incendies intimidateurs. Ces relations difficiles poussent l'évêque à vendre la mine à la Commune de Cogne pour 200 «pistoles d'or», la monnaie de l'époque. La Commune gardera ce bien jusqu'en 1867. La gestion communale, cependant, n'est pas positive : exception faite pour une exploitation de type artisanal, l'utilisation de la mine reste toujours maigre et, dans certains cas, elle n'est pas rentable du tout. D'ailleurs, elle est abandonnée pendant 125 ans. En 1803, le docteur César Grappein est élu syndic. Ce personnage clairvoyant fait en sorte que la mine soit exploitée de façon moderne et fructueuse. Il met sur pied une corvée gratuite avec les habitants de l'endroit pour construire un chemin muletier relié Cogne et Vieyes. Le travail dans la mine est organisé avec la main-d'œuvre de tous les citoyens : c'est une sorte de coopérative générale. Pendant la courte saison estivale, les mineurs, tous extraient le minerai à ciel ouvert avec des ouvriers, appelés «luges», le transportent à 2000 mètres de dénivelé sur une aide, à bord de leurs «luges» vers le fond de la vallée. La Commune paie les ouvriers, puis jouit du monopole pour la vente du fer et pour celle des forges. Avec l'épuisement du charbon, cela se déplacent en dehors du territoire communal. Le transport du minerai permet aux familles de gagner un peu d'argent, qui est réparti en parts égales entre tous les habitants, y compris les enfants. Les ressources minerai s'avère bientôt antiéconomique. La crise de la mine se fait sentir et la Commune la vend à une société belge pour la somme de 80.000 lires. De nombreux gérants se succèdent : après la société belge, en 1895 la mine est cédée à Lorier, puis à une autre société belge, appelée TheisLorier. En 1910, elle passe à la société Ansaldo de Gênes, qui entreprend la construction d'un téléphérique pour amener le minerai de Colonna, sous Liconi, dans le fond de la vallée, en optimisant ainsi les frais de production. Les premiers travaux de construction sont exécutés par un ingénieur suédois, Ranjar Nordensten. Ce dernier introduit également la pratique du ski dans le Val de Cogne. Plus tard, pendant la première guerre mondiale, la route carrossable moderne est réalisée avec la main-d'œuvre des prisonniers austro- hongrois. Enfin, avec la percée du tunnel du Drinc, le fer est transporté directement hors du Val de Cogne. La modernisation des structures et le fonctionnement de la mine à plein régime attirent sur place des mineurs de la zone de Bergamé, de Brescia et de la Vénétie. Les célibataires vivent à Colonna, la mine de fer la plus haute d'Europe, à 2400 mètres d'altitude, dans d'énormes bâtiments agrippés aux flancs de la montagne, qui ressemblent – de nos jours encore – à des monastères tibétains. Aujourd'hui, ces constructions sont désertes. Les mines de Colonna et de Costa del Pino demeurent en activité jusqu'aux années 70 du siècle passé ; elles fournissent en magnétite les hauts- fourneaux des établissements sidérurgiques d'Aoste. Le minerai est alors transporté dans des wagonnets par un tunnel reliant Cogne à Pila, au-dessus d'Aoste ; à partir de là, il est descendu plus bas grâce au téléphérique. Par la suite, le tunnel n'est pas utilisé pendant de nombreuses années ; aujourd'hui, il va à nouveau servir, mais pour le transport de passagers dans un but touristique.
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Cette initiative s'inscrit dans un vaste programme régional visant à améliorer l'offre promotionnelle locale: ce petit train sera - pendant l'été - un moyen de locomotion pittoresque et plein de charme et - pendant l'hiver - il pourra être pris par les skieurs qui voudront passer du domaine de Cogne (ski nordique dans le Pré de Saint-Ours) à celui de Pila (station de ski alpin) et inversement. Le passé des mines de Cogne revit actuellement dans le Musée de la Mine, situé au Village des Mineurs, construit après l'abandon du site de Colonna, non loin du point de départ du téléphérique. Des maquettes, des photographies, des cartes et des outils rappellent une époque révolue, que le visiteur peut également découvrir grâce à un film tourné dans les années 1930. Par ailleurs, ce musée consacre beaucoup d'espace aux aspects ethnographiques de la Vallée. 24 - Fatica in miniera (particolare) Bibliografía / Bibliographie - La civilisation du châtaignier, Bibliothèque Communale de Donnas, Bulletin n° 4, 1988; - Paolo Giardelli, Santi e diavoli. Le tradizioni popolari valdostane, Genova, Sagep, 1997; - Benito Mazzi, Fam, Füm, Frecc. Il grande romanzo degli spazzacamini, Ivrea, Priuli & Verlucca, 2000; - Georges Martin, Les ramoneurs de la Vallée de Rhêmes, Quart, Musumeci, 1981; - Institut Agricole Régional, Carta vocazionale della frutticoltura in Valle d'Aosta, Norme tecniche per la frutticoltura razionale in Valle d'Aosta, Région Autonome Vallée d'Aoste; - Decorazioni ad intaglio e ad alto e basso rilievo, dirigé par Gherardo Priuli, Ivrea, Priuli & Verlucca, 1991; - Tatà, pouette, borioule..., catalogue de l'exposition dirigée par Sandra Barberi, Région Autonome Vallée d'Aoste, 2004; - G. Binel et M.L. Pierobon, Manuale d'intaglio, Ivrea, Priuli & Verlucca; - La Valle d'Aosta paese per paese, dirigé par G. Fragiacomo, Firenze, Bonechi, 1997; - Ugo Aluffi, ILSSA-VIOLA. Storia di realtà industriali, Quart, Musumeci, 1997; - Luciano Cajelli, Le Val d'Aoste de A à Z, Quart, Musumeci, 1998; - Rosa Glarey, Il tempo e la pazienza, Aosta, Musumeci & Bini, 1988; - Della navetta, catalogue de l'exposition, Aosta 1997; - Cucina di tradizione della Valle d'Aosta, Aosta, Pheljna, 1990; - Mario Fregoni, Origini della vite e della viticoltura, Quart, Musumeci; - Cosimo Zappelli, Una ragione di vita, Firenze, Giunti Barbèra, 1990; - Aosta. La ferrovia, la stazione e dintorni, dirigé par A. Castellani et C. Castiglion, Consulta Comunale di Aosta; - L'huile de noix : huile de saveur, de lumière et de santé, Aosta, BREL, 2005; - Mariagiovanna Casagrande, Forni da pane, Ivrea, Priuli & Verlucca, 1997; - M. Barsimi et F. Vergnani, La Comunità della Grolla, Aosta, SP.
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Cenni biografici / Notes biographiques Giancarlo Zuppini nasce a Milano il 21 aprile 1930. Negli anni Sessanta frequenta i corsi all'Accademia di Belle Arti di Brera, sotto la guida di Maestri come Ettore Calvelli, Contardo Barbieri e Amalia Panigati; successivamente, con il Gruppo Allievi Artefici di Brera di cui entra a far parte, partecipa a numerose mostre collettive. Nel 1965 presenta, in qualità di unico rappresentante dell'Accademia di Brera, la sua opera "Il Concilio" alla Biennale Nazionale d'Arte Città di Milano, e l'anno seguente diventa membro della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano. Zuppini nutre una grande passione per la montagna, che lo porta a contatto con le Alpi ed in particolar modo con la Valle d'Aosta. Negli anni Settanta decide, insieme alla moglie Carla Maria, di lasciare Milano e di stabilirsi definitivamente a Saint- Pierre. Dal 1973 in poi l'artista è presente in numerose esposizioni personali e collettive in Piemonte, Lombardia e Alta Savoia, oltre che nella nostra regione. Giancarlo Zuppini è scomparso improvvisamente il 10 febbraio scorso, all'età di 75 anni. Giancarlo Zuppini naît à Milan le 21 avril 1930. Dans les années soixante il fréquente les cours d'Ettore Calvelli, Contardo Barbieri et Amalia Panigati à l'Académie des Beaux- Arts de Brera, à Milan; successivement, avec le Groupe Allievi Artefici di Brera, dont il fait partie, il participe à de nombreuses expositions collectives. En 1965 il présente, en qualité de seul représentant de l'Académie de Brera, son œuvre «Le Concile» à la Biennale Nazionale d'Arte Città di Milano, et l'année suivante il devient membre de la Société pour le Belle Arti ed Esposizione Permanente de Milan. Zuppini, qui aime beaucoup la montagne, nourrit une grande passion pour les Alpes et pour la Vallée d'Aoste en particulier. Dans les années soixante-dix il décide, avec son épouse Carla Maria, de quitter Milan et de s'établir définitivement à Saint- Pierre. A partir de 1973, l'artiste participe à plusieurs expositions personnelles et collectives au Piémont, en Lombardie, en Haute-Savoie et dans notre région. Giancarlo Zuppini est décédé subitement à l'âge de 75 ans, le 10 février dernier.
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Finito di stampare nel mese di giugno 2006 presso Musumeci S.p.A. Quart (Valle d'Aosta)