Castelli di Cultura: Antologia della rassegna letteraria di Saint-Pierre

castelli di cultura febb. 2009 25 pag.pdf

Questo documento è la pubblicazione 'Castelli di cultura tra lettura e scrittura', edita nel febbraio 2009 dalla Biblioteca Comunale di Saint-Pierre come supplemento della rivista 'Mélange'. Rappresenta la celebrazione e il resoconto della quinta edizione dell'omonima rassegna letteraria e culturale, ospitata principalmente presso il Castello Sarriod de La Tour, con l'obiettivo di promuovere la lettura e valorizzare il patrimonio. La raccolta presenta un'ampia varietà di contributi: poesie di Marco Gal, estratti narrativi e racconti inediti di autori come Federico Gregotti, Filippo Sergi, Claudio Morandini e Andrea De Carlo, e articoli di Luigi Furini ed Elena Accati su temi che spaziano dall'arte, alla storia, alla natura, all'economia e alle complesse dinamiche umane, fornendo un'istantanea delle attività culturali e della produzione letteraria contemporanea del territorio.

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Contenuto Fogli


Testo Originale Estratto
HOTEL
RESTAURANT
VIN EN GROS

CASTELLI
DI CULTURA
TRA LETTURA
E SCRITTURA

Saint-Pierre e Sarriod de la Tour

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
Supplemento al N. 1 di "Mélange" - Febbraio 2009

CASTELLI DI CULTURA
TRA LETTURA E SCRITTURA

Foto di copertina:
Fondo privato

Impaginazione, fotolito e stampa:
Tipografia La Vallée - Aosta

Le poesie di Marco Gal sono tratte da:
Messaille ed. STYLOS 2002

SAINT
PIERRE
BIBLIOTECA
COMUNALE

AMMINISTRAZIONE
COMUNALE DI
SAINT-PIERRE


Testo Originale Estratto
CASTELLI DI CULTURA
Tra lettura e scrittura

CASTELLI
DI CULTURA

TRA LETTURA
E SCRITTURA

Saint-Pierre e Sarriod de la Tour

BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE


Testo Originale Estratto
Plaisir d'écrire, jouir de lire, désir de dire
Castelli di cultura 2008, rassegna letteraria ormai arrivata
alla Va edizione, si colloca al centro delle manifestazioni
organizzate dall'Amministrazione comunale di Saint-Pierre
in collaborazione con la Biblioteca.
Come ampiamente dimostrato in occasione del trentennale
di attività della Biblioteca, l'Amministrazione comunale è
fortemente convinta del valore culturale della lettura, quale
elemento di riflessione e crescita personale.
Continuando in questa direzione e tenendo conto
dell'eredità avuta in questi ultimi anni di rassegna, lo scopo
dell'Amministrazione e della Biblioteca rimane quello di
portare a tutti la voce dei libri e dei propri autori.
Non solo i luoghi tradizionale di “istruzione” ma ogni
angolo del paese può diventare luogo di lettura, banco di
apprendimento per imparare a leggere e gustare il piacere
della lettura.
E quale cornice migliore del Castello Sarriod de La Tour
per continuare i nostri incontri e fare sì che tutto ciò non
serva solamente a promuovere la lettura ma a rafforzare la
conoscenza e l'interesse per il patrimonio storico-artistico del
nostro paese.

LAURA GLAREY
Assessore alla Cultura del Comune di Saint-Pierre


E' passato un altro anno, è arrivato un altro libro. E' vero
che non siamo puntuali, è vero che doveva arrivare per
Natale e arriva più o meno per Pasqua, ma almeno siamo
“fedeli” e quindi il nostro regalo è pronto per farvi entrare
nel suo mondo, fatto di inchiostro su carta, di presenza
narrativa, di trame coinvolgenti.
Queste poche righe per dire che se di regalo si tratta, è ogni
volta possibile perché gli autori Federico Gregotti - Filippo
Sergi - Claudio Morandini - Luigi Furini - Elena Accati
fanno a loro volta dono, alla biblioteca e ai suoi lettori, di
racconti inediti.
Gli autori sono gli stessi che partecipano alla rassegna
Castelli di Cultura, quelli che danno senso al nostro annuale
tentativo di porre il libro al centro delle attività della
biblioteca ed è per questo che li ringraziamo, non solo per
la loro preziosa presenza nelle serate della manifestazione,
ma anche per la loro disponibilità a dialogare con i lettori
attraverso le pagine di questo testo.
Buona lettura

GERMANO DIONISI
Presidente della Biblioteca


Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Nel novembre 2008 a conclusione del ciclo di incontri Castelli di cultura
è stata presentata al Castello Sarriod de la Tour una raccolta di racconti
d'arte, pubblicata dall'editore Nino Aragno, intitolata Le Assenze. I
due autori, Federico Gregotti e Filippo Sergi, sono amici oltre che
colleghi di scuola: dopo essersi a lungo confrontati sulle assenze, reali e
immaginarie, della loro vita hanno deciso di scriverne, dando così vita
ad una raccolta di racconti che in modo poetico indagano il mistero
dell'assenza, muovendosi tra musica, arte e letteratura.

FEDERICO GREGOTTI (nom de plume che Federico Zoja
ha scelto di portare in ricordo di sua zia Daniela Gregotti) è nato nel
1971 ad Aosta, dove vive con la moglie e la figlia Chiara; è insegnante
di Lettere nelle scuole superiori.
Per la narrativa ha presentato la favola Inseguendo una farfalla (senza
ali) (Aosta, Stylos, 2001) e i racconti apparsi nei volumi Aostamara
(Aosta, Stylos, 2001), Patate e champagne e Nera baltea (Gressan,
Edizioni Vida, 2004 e 2005).
Ha pubblicato, inoltre, due raccolte di poesie: La Luna Daniela (Aosta,
Keltia Editrice, 1998) e Daniela senza luna (Aosta, Stylos, 2003).

FILIPPO SERGI è nato nel 1958 ad Aosta, dove vive con la
moglie e le figlie Francesca e Alma; insegnante di Matematica nelle
scuole superiori, ha pubblicato articoli su riviste specialistiche di
didattica della Matematica.

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

In queste pagine propongono un brano (La lattaia) tratto dal loro
secondo lavoro “a quattro mani” –ancora inedito –intitolato Preludi e
fughe per tredici tele di Vermeer, una sorta di romanzo d’arte, ambientato
nell’Olanda del XVII secolo, che si muove intorno a tredici dipinti di
Jan Vermeer: per ognuno di essi i due autori hanno immaginato le
vicende che si svolgono immediatamente prima (i preludi) e subito
dopo (le fughe) rispetto al momento fissato sulla tela dal celebre pittore
di Delft.

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
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PRELUDIO

Mi sento stanca. Svuotata come un guscio di noce lasciato a seccare
al sole. Ma non dimentico di essere una brava ragazza: per questo
ho messo la cuffia bianca ben inamidato a coprirmi i capelli perché
io i miei capelli non li mostro a tutti, non sono una di quelle donne
di malaffare che per denaro rinunciano alla dignità e alla grazia di
Dio. Sono cresciuta secondo quei sani principi che la nostra gente si
tramanda da sempre: in casa mia si pregava prima di ogni pasto e la
sera ringraziavamo il Signore e mai, dico mai, ho sentito mio padre
bestemmiare neanche quando c'è stata l'esplosione della polveriera e
lui ha perso il lavoro e tutta Delft piangeva e si disperava. In nessuna
occasione la nostra fede ha vacillato e quando avevamo fame giocavamo
ai nobili signori e immaginavamo di fare feste dove chi mangiava poco
mangiava un montone arrosto e dieci chili di patate e dopo c'era un
gran ballo e dopo un'altra mangiata e un bacio del principe - ma questo
interessava solo me e Marta - e dopo un'altra mangiata ancora, alla
fine però Paulus ed Emmanuel piangevano lo stesso perché loro sono
piccoli e un gioco non riempie a lungo la pancia di un bambino anche

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

se il bambino è buono come il pane e ha la pazienza di un santo e i
bambini tanto santi e tanto pazienti non sono perché è l'età.

Sono sempre stata retta e ubbidiente anche quando non capivo
qualcosa perché la mamma l'ha sempre detto che non bisogna avere
grilli per la testa e io cerco di non averli e quando papà è morto d'un
colpo lì seduto sulla panca di legno dove tante volte mi aveva tenuto in
braccio facendomi cavallino o facendomi il solletico dicendo Geertruyt
è una vera monella e io ridevo e dicevo basta e quando lui si fermava
io dicevo ancora e quando è morto ho chiesto al reverendo perché?
e lui ha detto è la volontà di Dio e io ho ripetuto è la volontà di Dio
ma quella sera, solo per quella volta, non sono riuscita a ringraziare il
Signore anche se forse aveva solo cercato di aiutarci togliendoci di casa
una bocca da sfamare.

Il giorno dei miei quindici anni la mamma viene a dirmi che devo
prendere servizio in casa del notaio Pleswyck che ormai sono grande
e devo aiutare la famiglia e che sono una brava ragazza e una brava
cuoca e un giorno avrei cucinato per il notaio che è un nobile e gentile
signore e ha una moglie forse un po' burbera ma in fondo al cuore
è buona d'animo che anche lei è una creatura di Dio. Fino all'anno
scorso nel giorno del mio compleanno papà mi portava a fare una gita
con la barca di Hendrick, lui e io soli e io ero felice anche se papà non
parlava quasi mai e ultimamente sorrideva poco così mi riesce difficile
perdonare a mamma di aver scelto proprio questo giorno per farmi
diventare una donna con le sue responsabilità e di mandarmi in casa di
questo sconosciuto con la moglie forse un po' burbera dove io non ci
volevo andare e che non sapevo quello che sarebbe successo.

Però non potevo scegliere. Non ho mai potuto scegliere niente
nella mia vita e così ci sono andata e sono sopravvissuta anche se ogni
momento Geertruyt portami questo e Geertruyt portami quello e
Geertruyt c'è da lavare la roba dei bambini e Geertruyt devi stirare e
Geertruyt togli la polvere dalla scrivania del Signore e Geertruyt rimetti
i libri al loro posto e Geertruyt lava il pavimento e Geertruyt bontà
divina! stai attenta con quei bicchieri e Geertruyt ritorna sulla terra
che hai sempre la testa fra le nuvole e Geertruyt abbassa lo sguardo

quando la Signora si degna di rivolgerti la parola e Geertruyt prepara la
colazione per Sua Signoria e Geertruyt Sua Signoria ti desidera subito
nel suo studio.
Sua Signoria mi desidera subito nel suo studio. Tante volte mi ha
desiderato subito nel suo studio. E mi ha avuto.
Non voleva che lo chiamassi Sua Signoria, chiamami Cornelis
piccola mia che la vita è breve e tu sei così irresistibile che ti vorrei
per sempre ma ora basta parlare vieni qui e stringimi forte che ardo di
desiderio per questo giovane frutto acerbo.

Ora ce n'è un altro di frutto acerbo, ancora più giovane e cresce nel
mio ventre e Sua Signoria Cornelis Pleswyck notaio in Delft ha deciso
che non può più tenermi in casa sua perché sarebbe uno scandalo e tutti
ne parlerebbero per anni e anni e che perciò me ne debbo andare e che
ne sa lui dove? dovevo pensarci prima perché si sa che la carne è debole
e l'uomo è per sua natura cacciatore e non posso pensare che uno come
lui con una posizione rispettabile e molti amici dotati d'influenza si
rovini per una sgualdrinella come me che non ha saputo prendere le
sue precauzioni perché le piaceva ec come se le piaceva! e che quindi
domattina dopo avergli preparato la colazione sarebbe sparita da quella
casa e per sempre! o non si chiama più Cornelis Pleswyck.

Mi è sempre piaciuta la cucina e mi piace anche ora immersa com'è
in questa quieta luminosità che ne rischiara gli oggetti - il canestro e
lo scaldino appesi alla parete - facendoli apparire dorati e mettendo
in risalto il giallo della mia bella giubba e l'azzurro del grembiule che
indosso. La sola cosa che mi ha sempre turbata qui è quella trappola
per topi dinanzi al battiscopa di piastrelle dipinte. Ora però non mi
inquieta più. È ad essa che debbo la mia decisione.
Ecco allora per te, mio Signore, amato Cornelis, l'ultima colazione.
Non mi resta che aggiungere il latte al veleno per topi e mescolare per
bene. Buon appetito, Signoria Vostra!

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
FUGA
Sangue e latte, latte e sangue. In terra del pane sbriciolato zuppo
di sangue, una brocca di bronzo schizzata di latte, un cesto di vimini
a macchie di leopardo rosse e bianche. Anche la giubba gialla e il
grembiule blu di Geertruyt sono chiazzati di sangue e latte, di latte e
sangue.
Anche in punto di morte la mia povera domestica ha dato prova
di quanto sia sempre stata goffa e maldestra: prima di accasciarsi sul
pavimento della cucina - rischiando di scheggiarmi il battiscopa di
maioliche - ha pensato bene di distruggere la trappola per topi - l'avevo
appena acquistata al mercato di Delft! - sbattendoci sopra con quel
suo enorme testone; la sciagurata, poi, nel tentativo - ahimé vano per
lei - di aggrapparsi al tavolo, ha trascinato con sé, nella sua rovinosa
caduta quasi l'intera la colazione del povero Cornelis, che, per oggi,
dovrà accontentarsi di quel poco latte che, miracolosamente, è rimasto
nella brocca.
Quando ho sentito quel tonfo, fragoroso e sordo, provenire dal
piano terra, per un istante, ho temuto che Geertruyt avesse distrutto
- dopo aver mandato in frantumi, nel giro di pochi mesi, due teiere,
sette tazzine di porcellana, un'alzata da tavola e non so quanti bicchieri
di cristallo - anche lo scaldino che zia Elisabeth mi aveva donato per le
nozze. Non avrei potuto sopportarlo.
In questo momento mi sento serena, in pace con il mondo come
una docile onda che, senza opporre resistenza, si spegne sulla battigia
lasciandosi risucchiare dal Mare del Nord. Sono stata educata secondo
quegli onesti e nobili principi che nella mia famiglia si tramandano
di generazione in generazione; grazie a tali insegnamenti in nessuna
occasione della mia vita ho vacillato: non sono, certo, una di quelle
donne di malaffare che, accecate dall'ira o dal desiderio di vendetta,
rinunciano alla dignità e alla grazia di Dio, rischiando di perdere così i
cari affetti e l'ancora più cara rispettabilità sociale.
Sono sempre stata determinata e lungimirante fin dal giorno in cui
il mio povero padre mi impose di andare in moglie a Sua Signoria

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Cornelis Pleswyck notaio in Delft, uomo ricco e assai temuto, capace
di garantirmi un futuro di agi e ricchezza e ancor più capace di saldare i
numerosi debiti che il mio povero padre aveva contratto con lui.

Per anni ho accettato di condividere il mio letto - e le mie notti
insonni - con un marito che mai riusciva a soddisfarmi, tante energie
aveva speso indugiando - ora in cucina, ora in lavanderia - tra le carni
giovani di cuoche e cameriere. Ho accettato di baciare quel suo fiato
che sapeva di vino e di seni immacolati, sapendo che mai avrei potuto
perdere il mio prestigio, il mio onore, e ritornare, così, a essere la
povera, bella figliola di quello sventurato padre che per saldare i suoi
debiti di gioco aveva finito per gettarmi tra le braccia del più feroce
usuraio di tutta la città.

Il giorno dei miei quindici anni mia madre, perché mio padre,
al pari di tutti gli uomini, era un gran codardo, venne a dirmi che il
notaio Pleswyck si era interessato a me e che, nella nostra posizione
d'indigenza, non era certo il caso di rinunciare a una simile offerta
del destino; aggiunse poi, versando stucchevoli lacrime di coccodrillo,
che ormai ero grande e che dovevo, a modo mio, essere responsabile,
aiutare la famiglia, visto che ero una così brava e bella figliola. Concluse
dicendo che era sicura che sarei stata una buona moglie, forse in
principio un po' burbera e altera, ma che sapeva che in fondo al cuore
ero anch'io, come lo era lei, una docile creatura del Signore.

A quel tempo non potevo scegliere. Ero una giovinetta onesta,
timorata di Dio e desiderosa, più di ogni cosa al mondo, di compiacere
mio padre. Ero disposta a ogni rinuncia, a ogni compromesso, pur di
sentirmi amata da lui.

Oggi, invece, che mio padre è morto di polmonite e io sono la
moglie del più affermato notaio di Delft, oggi, posso permettermi il
lusso scegliere. E ho scelto di non essere onesta e di non curarmi affatto
del giudizio di Dio.

Ogni pretesto era buono, per mio marito, per attirare quella sciocca
di Geertruyt nelle sue stanze, tra le sue fameliche braccia: Geertruyt
portami questo e Geertruyt portami quello, Geertruyt togli la polvere
dalla scrivania e Geertruyt rimetti i libri al loro posto, Geertruyt lava il

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

pavimento e Geertruyt bontà divina! stai attenta con quella lampada a
olio, Geertruyt preparami la colazione e Geertruyt vieni subito nel mio
studio, Geertruyt togliti la cuffia e Geertruyt lasciami annusare i tuoi
capelli.
Anche questa mattina Cornelis la desiderava subito nel suo studio.
Tante volte io, invece, sono rimasta fuori dalla porta di quello studio.
Neppure si preoccupavano, quei due lussuriosi, che qualcuno li potesse
sentire tanto erano presi a gemere e ansimare come cani in calore.
Non chiamarmi Sua Signoria, piccola mia, chiamami Cornelis,
perché la vita è breve e tu sei così irresistibile che ti vorrei per sempre... Ma
ora basta parlare, vieni qui, stringimi forte che ardo dal desiderio di fare
mio questo giovane frutto acerbo! E non temere per quella creatura che
ti cresce in grembo: per qualche tempo dovrai andare via dalla mia casa
perché daresti scandalo, ma poi, vedrai, tutto s'aggiusterà, potrai tornare
qui e insieme riprenderemo a giocare alla serva col padrone...
Sono una signora, io, con una posizione rispettabile e non posso
certo permettere che il buon nome della mia famiglia sia minacciato da
una sgualdrinella che non ha saputo tenere allacciate le sue vesti e che,
scegliendo di peccare, non ha saputo, nemmeno, prendere le adeguate
precauzioni...
Mi è sempre piaciuta la mia cucina. Mi piace, soprattutto prima
del sorgere del sole, quando tutto l'ambiente è immerso in una quieta
luminosità che ne rischiara gli oggetti, facendoli apparire dorati: il
canestro, lo scaldino e, persino, la trappola per topi dinanzi al battiscopa
di piastrelle dipinte. È stata proprio quest'ultima che ha posto fine ai
miei dilemmi. È ad essa che debbo la mia ritrovata serenità.
Mi è bastato aggiungere il veleno per topi nella scodella del latte
della povera Geertruyt e mescolare per bene. Mi sono nascosta in cima
alle scale, attendendo in silenzio che la mia ingenua fantesca si recasse
in cucina a consumare la sua misera colazione, prima di dedicarsi ai
bisogni di Sua Signoria o, come Egli vuol essere chiamato nell'intimità,
Cornelis...
Buon appetito, ho detto tra me e me, sciocca sgualdrinella!
Ho preparato per te la tua ultima colazione.

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

SONDZO BLAN

Avoue lo désir de ca-esse eun reste
comme su le porte di catedrale.
Mon pappa l'est étou eun sondzo blan
dessu la nèi et dj'i pa eu-nen lot en
de m'aperceivre.

De feye sotre di gon lo mondo
a nou an l'est restou eun sermen
eisilou su lo comblo d'eun tet rodzo,
avouè la douleur de l'enfance
dzalèye comme eun cristal.

SOGNO BIANCO

Con il desiderio di carezze si resta
come sulle porte delle cattedrali.
Mio padre è stato un sogno bianco
sulla neve e non ebbi il tempo di accorgermene.

Di scardinare il mondo
a nove anni è rimasto un giuramento
esiliato sul colmo di un tetto rosso,
con il dolore dell'infanzia
gelata come un cristallo.

MARCO GAL

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

CLAUDIO MORANDINI
7 novembre 2009 ore 21
Castello Sarriod de La Tour

Claudio Morandini è nato e vive ad Aosta. Ha scritto commedie per
la radio e monologhi per il teatro. Nel 2006 ha pubblicato Nora e le
ombre (Palomar), una storia di preghiere, fantasmi e dubbi.

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

VERSO IL LAGO
(dicembre 2008)

Salì a salutare l'anziana madre, prima di partire per la montagna
con l'amica.
«Mamma».
Lei aprì un occhio, a fatica. «Sei tu».
«Mamma, io vado».
Lei taceva, in attesa. Lasciò partire un sospiro.
«Io vado» ripeté il figlio. «In montagna».
«Da solo?».
«Sì, mamma».
Un secondo sospiro – lei avrebbe sospirato comunque, dopo
qualunque risposta. «Sempre da solo».
«Non è vero, sai».
«Non hai amici».
«Ho amici, invece».
«E nessuna ragazza ti vuole».
Qui fu lui a tacere. Frequentava da un paio di settimane una ragazza
di un altro quartiere, ma alla madre non osava confidarlo – sentiva
che avrebbe reagito in modo infinitamente più negativo che a saperlo
solo.
«In montagna, poi. E se ti fai male?».
«Starò attento».
«Dicon tutti così. Poi si vede in televisione, come stanno attenti».
«Non andrò in posti pericolosi».
Sospiro. Altro sospiro. La madre, immobile nel gran letto
matrimoniale, svuotata di carne, prosciugata dalle malattie, sembrava
una bambina. Anche la sua voce risuonava acuta e priva di vibrazioni,
come il timbro di un piccolo corista prima della pubertà.
«Starò attentissimo, promesso» ripeté lui, allungando un sorriso
che però la vecchia sembrò non vedere.
«Starò in pensiero finché non torni».
«Guarda un po' di televisione, piuttosto, ti terrà compagnia».

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
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A quelle parole, la mano della madre brancicò tra le lenzuola e le
trine del copriletto finché non afferrò un telecomando.
«Vado, allora».
Mentre chiudeva la porta, la sentì mormorare – preghiere, o
imprecazioni, poteva trattarsi di qualunque cosa. Più tardi la domestica
sarebbe tornata dal giro al mercato, le avrebbe tenuto compagnia, ne
avrebbe ascoltato i lamenti.

Egli scese le scale, e per misurarsi con il buio chiuse gli occhi e
procedette alla cieca.

Attraversarono tre o quattro paesi che sembravano sbattuti negli
angoli più ombrosi e ingrati della vallata, per lasciare ai campi e ai
pascoli delle bestie le zone più aperte e meglio esposte. Eran borghi
di case malandate, addossate a caso le une alle altre, con i tetti, molti
dei quali sfondati dall'incuria o da qualche ignoto cataclisma, ricoperti
di brina anche in quei giorni d'estate. La strada tagliava in due quei
cumuli di cubi di pietre e travi, facendosi stretta e corrugata.
In uno di quei paesini si fermarono a chiedere indicazioni a un
vecchio prete.
«Il lago?» ripeté questi, grattandosi il mento incolto.
«Il lago di... Sì, il lago» disse lui, che per un lapsus repentino non
riusciva a farsene tornare in mente il nome.
Il prete restò a pensare a lungo, guardando al di sopra dei tetti, come
se il lago potesse trovarsi oltre le case. Poi lo distrasse un ragazzino
ch'era sbucato da un tugurio reggendo un sacchetto di plastica. Il
ragazzino si avvicinò e gli porse quel sacchetto, dentro cui si agitavano
e piangevano diversi animaletti, forse gattini, che il prete afferrò senza
dire nulla.
«Gattini?» chiese lei, indecisa se sentirsi intenerita o inquieta.
«Appena nati» concesse il prete. «Dicevamo, un lago».
«Già, ecco, purtroppo ora come ora non ricordo più come...»
cominciò a dire lui.
Lo interruppe il gesto del prete, che, posato il sacchetto sullo
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
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scalino dell'ingresso di un abituro, vi si sedette sopra con tutto il peso,
assestandosi a balzi sulle natiche. «Un lago...» rimuginava intanto.
Lei, ammutolita, sentì le vocine spegnersi, percepì un vago crocchiare
d'ossa, o forse se lo immaginò soltanto, e vide abbassarsi il grosso prete
sul sacchetto sempre più piatto e largo.
«Un lago...» pensava quello a mezza voce. Diede un'ultima battuta
di natiche, e si levò.

«Probabilmente» esitò poi lui, una volta risaliti in auto a consultare
cartine, «probabilmente, e da un certo punto di vista, la sua, sua del
prete, è una buona azione. Piuttosto che vedere randagi soffrire di
fame, per le strade, o lasciare che finiscano sotto le ruote, o che siano
attaccati da, che so, dai lupi, meglio così».

Ma lei non rispose. E nemmeno lui sembrava persuaso dalla sua
stessa giustificazione. Solo dopo un'altra infilzata di tornanti che
ingarbugliarono i loro stomaci e tolsero loro ogni colore, «Lupi? Hai
detto lupi?» chiese lei.

«Vieni, guarda».
Le indicava una pozza d'acqua stagnante, che aveva scoperto da
bambino, e in cui ogni anno centinaia di rane deponevano le uova.
Sapeva che in quella stagione brulicava di girini.
Lei si accostò, incuriosita. Guardò dall'alto il ribollire delle code
di migliaia di creature che premevano i musi molli contro i bordi di
fango. «Sono tanti» disse.
«E questo è niente. Quand'ero bambino...».
Ma si interruppe. Quell'affaccendarsi insensato dei girini gli pareva
troppo violento. Guardò meglio.
«Si stanno mangiando» notò lei.
Con una certa insospettabile ferocia, girini trafelati strappavano
lacerți di pelle e sfilavano sottilissime interiora ad altri girini, penetravano
coi musi nei ventri di altri per svuotarli, scuotevano i testoni sferici per
asportare via pezzi più consistenti.
«Cannibalismo» chiosò lui, scoraggiato.

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

Avrebbe voluto conquistarla con lo spettacolo della natura, sedurla –
sedurne la mente, prima di passare al resto – con l’incanto romantico del
perpetuo rigenerarsi della vita, con l’infinita varietà delle forme viventi,
con un mondo naturale che risuona di sentimenti, che è l’espansione
dei nostri desideri, che rabbrividisce della nostra stessa vita. Avrebbe
voluto incantarla con fiori, animaletti multicolori sorpresi fuori dai loro
rifugi, bizzarri abitatori dell’ombra, impalpabili presenze benevole nei
coni di luce. E ora si trovava a fare i conti con girini nerastri che si
contendevano brani gli uni degli altri, in un’orgia scombinata, dentro
un’acqua ch’era ormai fango.
«È la natura» disse lei, come per consolarlo.
«La natura, già. Chi mangia e chi...».
Stava appunto osservando un girino che, mentre dilaniava l’addome
di un fratello per succhiarne fuori i visceri, era a sua volta dilaniato
da un terzo, identico a lui in tutto. Notò con sorpresa, nell’acqua
torbida, che le espressioni delle vittime e quelle dei carnefici non erano
diverse. Nei musi degli uni non leggeva dolore – e non intravedeva
accanimento o ferocia, e nemmeno intenzione, tanto meno piacere,
nei musi degli altri. In tutti, vittime o carnefici, mangiati e mangianti,
scorgeva un’identica indecifrabile inespressività, che solo per l’agitar di
code e l’enfiarsi delle bocche riusciva a interpretare, o al contrario per
l’inerzia dei corpi e il progressivo svuotamento degli addomi.
«Andiamo, ora» chiese lei, guardandolo negli occhi.

Mentre seguivano il sentiero polveroso, lui rimuginava su sua madre.
La sognava spesso, nelle notti intrise di nervosismo che precedevano
un avvenimento fuori dalla norma, e quella stessa notte l’aveva sognata,
più volte, gonfia di grasso, strabordante dal letto. Lo supplicava di dar
da bere ad alcuni fiori finti posti su un davanzale che nella realtà non
esisteva, gli intimava di stare con la schiena dritta, o di andare a parlare
con suo padre di certe faccende misteriose che però nel sogno avevano
una ragion d’essere. Lui bagnava i fiori, a lungo, per prendere tempo, e
si concentrava su quella semplice operazione come se fosse difficilissima,
in modo da evitare di tornare troppo presto da lei. Talvolta notava,

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

tra le carni della madre, vasti disegni azzurri di vene, ematomi verdi
in estensione o alla deriva. Talvolta sua madre si levava a sedere tra i
cuscini, e sembrava guarita di tutti i mali che in quegli anni l’avevano
schiacciata a letto, e rideva di sollievo, e allora anche lui rideva, ma in
cuor suo soffriva al pensiero che toccasse ricominciare tutto daccapo,
dai primi sintomi alle prime crisi, lungo un declino che sarebbe stato
ripercorso tappa per tappa.
«No, niente».
La ragazza gli aveva appena chiesto se qualcosa non andava. Gli si
era rannuvolato lo sguardo, a pensare a sua madre.
«Dove porta questo sentiero?».
«Al lago, appunto. Vedrai che meraviglia».
Lei rimase in silenzio. Lui pensò che avrebbe dovuto usare un tono
più convinto.
«Ci saranno altri girini?».
«Non saprei no, non credo».
«Meglio così».

“Le parlerò della natura” s’era detto, mentre andava a prenderla
con l’auto ancora intestata a sua madre. “Della bellezza vertiginosa
della natura – della spaventosa complessità del mondo. Ogni creatura
è mossa da pulsioni che non ammettono repliche, le dirò. Ogni nostro
pensiero è il prodotto di reazioni chimiche. Ovunque ci giriamo,
vediamo esseri viventi tesi a unirsi per procreare. Una forza misteriosa
li spinge l’uno verso l’altro. Anzi, glielo mostrerò, senza parlargliene
– meglio non essere espliciti, si rischia di compromettere l’effetto. Le
mostrerò caprioli in amore, distese di uova di pesce e di anfibio, nidi di
uccelli, pollini in volo, farfalle, bruchi. Le dirò: questo è ciò che vuole
Dio – forse le dirò proprio così, sì”.
Mentre aspettava sotto la casa di lei, tamburellando con due dita sul
volante, aveva ripassato la scaletta di argomenti con cui conquistarla.
Argomenti alti, per lo più, con qualche puntata sul sociale, un paio
di ammicchi culturali (un vernissage, una première), rari, misurati
riferimenti autobiografici – a meno che lei non cominciasse a far

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

domande in proposito. Cauta curiosità su di lei – cauta, però, perché
una curiosità eccessiva rischia di urtare.
“Il mondo della vita reclama il nostro contributo. La porterò là
dove non potrà dire di no” pensava, continuando a tamburellare sul
volante.

Quando si baciarono, in una radura odorosa di belladonna, e lui la
strinse con un empito un po’ forzato tra le braccia, lei ebbe un modo
di abbandonarsi che più che alla resa faceva pensare al sollievo. Si
baciarono a lungo, molto a lungo, perché a lui era sorto nel frattempo
il dubbio di come procedere, e fino a dove spingersi. Forse anche a
lei era venuto un dubbio simile. Alla fine si sciolsero dall’abbraccio, e
lasciarono che il respiro tornasse normale.

Il sentiero conduceva fino a uno stretto lembo di spiaggia erbosa
e fradicia presso un lago, perso tra fianchi di monti che digradavano
a precipizio. Mano nella mano, si avviarono verso l’acqua scura. Li
spingeva un desiderio inquieto e vago, e la superficie calma del lago
sembrava suggerire, attraverso una serie di associazioni, un bagno, lo
spogliarsi, la nudità, l’eccitazione, l’abbraccio.
L’ombra dei monti allungata sulla spiaggetta rendeva gelida
quell’erba. Lei sulle gambe sentiva brividi che il sudore della camminata
rendeva acuti; lui si scoprì, non senza imbarazzo, le braccia irte di pelle
d’oca. Giunti, si baciarono ancora, ostinatamente, trovando qualche
conforto nel calore del corpo l’uno dell’altro.
«Un bagno?» propose lui, tornando a respirare dopo l’apnea del
bacio. La voce gli uscì singolarmente infantile.
«Sarà fredda» disse lei.
«Lo è senz’altro. Ma non sento il freddo vicino a te».
Lei sorrise, compiaciuta. Subito dopo sembrò vergognarsi di quel
compiacimento da ragazzina.
«Allora io mi spoglierò» disse lui.
Anche lei prese a svestirsi. Si era alzata una brezza che odorava di
neve, e che increspava il lago, con leggerezza frivola. Il sudore dei loro

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

corpi, al contatto con l’aria in movimento, quasi bruciava.
«Freschino» disse lei. I capezzoli le si erano induriti fin quasi a farle
male.
Nudo, lui tentò un altro abbraccio, muto, poi. Dopo averle lanciato
un breve sguardo disperato, si precipitò nell’acqua, urlando e subito
dopo gemendo. Lei rimase sulla terra, accartocciata su se stessa, nuda
o quasi, a guardarlo sprofondare ad ogni passo.
«Vieni!» gridò lui, accartocciato a sua volta. «Non è niente male!».
Ma la voce gli usciva stridula.
Lei mise i piedi in acqua, e si sentì mordere da un gelo che prese
subito a risalirle le vene fino all’inguine, fino al cuore. Un improvviso
impulso a urinare le fece serrare a forbice le gambe.
«Vieni!».
«È freddissima!». E poi, guardandosi attorno con una certa teatralità:
«Fa freddissimo!».
Dopo un po’, lui risalì a fatica, paonazzo, tra gli inciampi, e senza
trattenere il ruminio di un paio di imprecazioni. Si reggeva i genitali
con le mani, per trasmettere un po’ di calore.
«I testicoli» mormorava, sgomento. «Per il freddo mi sono rientrati
i testicoli».
Era pieno di vergogna e di angoscia, e guardava lei con uno sguardo
obliquo e torvo, come se la ritenesse la causa dell’inconveniente. Si
asciugò in fretta, indossò le maglie, e si accucciò lontano, a tentare di
far ridiscendere le gonadi con la pressione delle dita. Lei aveva intravisto
di sfuggita un pene minuscolo, annerito dal gelo, inerte come una larva
morta – una visione che l’aveva colpita come uno schiaffo.

Alla fine, senza accorgersi, lui prese a parlare di sua madre,
infrangendo un divieto che s’era imposto. Di più: raccontò proprio
quei sogni in cui compariva la madre – un altro divieto, fortissimo,
nato dalla constatazione di quanto i sogni altrui gli risultassero noiosi.
Lei lo ascoltava, ma forse solo per cortesia. Lui si dilungò a
descrivere i sogni in cui la madre ora era minuscola, persa nel letto
come una neonata, ora gigantesca; o quelli in cui cantava con voce

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
da contralto – ma una volta, si ricorda, una volta le aveva sentito un
vocione da baritono, che lo aveva riempito di terrore. Lei quella volta
aveva preteso un applauso, e s’era offesa quando lui non era riuscito
che a tributarle un battimano tiepido.
E una volta aveva sognato suo padre, morto anni prima, e lo aveva
sognato vestito proprio come sua madre, con la cuffia e la veste da
camera; gli parlava con la stessa voce acuta, faceva gli stessi gesti, come
un vecchio travestito che l’età e gli acciacchi abbiano reso bisbetico.
«Papà, che fai lì?» aveva chiesto il figlio.
«Che ci faccio? Come che ci faccio?».
«Non parlare così, papà».
«Non sono tuo padre!».
«Come no?».
«Non vedi?». E il vecchio s’era concesso qualche mossetta ambigua,
sbattendo le ciglia.
Quel sogno lo aveva inorridito. Si ricordava bene la voce stridula
che i farmaci avevano imposto a suo padre prima che morisse.
La ragazza ascoltava, con un lieve sorriso, indecisa forse se prendere
il tutto sul ridere o assumere un’espressione di partecipazione
drammatica.
«Stai bene?» le chiese lui ad un tratto.
«Sì».
Ma quando lui allungò la mano verso di lei, per prendere la sua, lei
si discostò di poco, e infilò le mani in tasca, dove scavò a lungo in cerca
di un fazzoletto di cui non sembrava avere bisogno.

«Saremmo costretti a stringerci forte tutta la notte per sopravvivere
al freddo».
«Come?».
Lui aveva parlato troppo piano. Dovette ripetere quella frase
cruciale, ma ormai il tono gli si era fatto forzato. Lei rispose con un
sorrisetto.
«Siamo fortunati, il sentiero è ben segnato. Vedi? Tracce di vernice
gialla ogni dieci metri. Non ci perderemo, sta' tranquillo».

Era buio, ormai.

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
IL VARCO
(estate 2008)

Mio padre guidava sempre piano, curvo sul volante, senza mai
spostarsi dalla corsia a destra, dove le marmitte dei camion e dei furgoni
ci riempivano l'abitacolo di nebbia. Eppure mia madre, a intervalli
regolari, gli diceva di rallentare; e un santo barbuto eppure effeminato,
da un magnete rettangolare sul cruscotto, lo invitava ad andar piano, a
pensare alla famiglia.
Cioè a noi, che nei sedili posteriori facevamo interminabili gare a
chi non sbadigliava, a chi non rideva, a chi non parlava, non respirava,
non chiudeva le palpebre. Mia sorella si stancava prima di me, e mi
spingeva lontano con uno sbuffo di insofferenza. Aveva un modo tutto
suo, piuttosto efficace, di farmi sentire un piccolo idiota.
La partenza per le vacanze avveniva in piena notte. Venivamo
caricati ancora incoscienti sui plaid che rivestivano i sedili, e lasciati
rollare per ore, in un semisonno che si caricava di nausea. All'alba,
mi affacciavo stordito a vedere la pianura che ci circondava da ogni
lato. Le montagne che mi erano familiari sostituite da un orizzonte
nebbioso, bituminoso. La palla rossastra del sole nascente minacciosa
come il fondale di un modesto film di fantascienza.

L'arrivo al mare, la prima visione dell'acqua mi riempivano di uno
sgomento primitivo: ma prima ancora dell'acqua, osservavo stranito gli
uomini abbronzati e seminudi, le ragazze in costume, scure e cariche di
protervia. Anche mia sorella le fissava, cupa nel suo pallore.
Attendevo con preoccupazione il momento della prima passeggiata
sul lungomare: mio padre in camicia, con le maniche arrotolate,
calzoncini, ginocchia grigie, calzini scuri e scarpe; mia madre lattea,
di colpo cascante sotto le braccia, sul collo, le gambe ingrossate e
percorse da intrichi di varici azzurre. Camminavamo lenti sull'orlo
del mare come su un precipizio, e ci sentivamo addosso gli sguardi di
commiserazione di tutti.
Mia sorella si rifiutava di seguirci, in quel primo rituale iniziatico da

Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

cui tornavamo scottati, affranti. Ci aspettava in albergo, in costume, sul
bordo di una piscina minuscola, imbrattata di creme abbronzanti. Gli
occhiali scuri le davano un'aria sprezzante e assente, che mi turbava. Li
tenva anche la sera, anche nella sala da pranzo, anche in camera. Era
un'altra persona, ai miei occhi.
Di notte, nel riverbero dei suoni che provenivano dalla strada o dalle
altre camere, mentre i miei genitori dormivano russando e gemendo,
io mi svegliavo e la vedevo accanto alla finestra, a guardar fuori. Era
immobile, ma la sentivo impaziente, d'una impazienza ferina. Le
giungevo accanto, e fissavo fuori anch'io la distesa nera del mare, le
luci delle navi al largo, e cercavo di distinguere, nel baccano di quelle
sere troppo lunghe per noi, il rumore delle onde.

La mattina, mi svegliava l'alzabandiera della colonia vicina al
nostro albergo. Alle sette, tutti i giorni, un altoparlante amplificava
la registrazione gracchiante di una tromba militare. Subito dopo, più
fiochi, sentivo iniziare i fischietti, con cui gli inservienti della colonia
indirizzavano i ragazzini ospiti, guidandoli in ogni attività della giornata.
Era un edificio severo, privo di attrattiva, già cascante in alcune sue parti,
eppure esercitava su di me uno strano fascino. Più tardi, in spiaggia,
avrei visto i ragazzini magri della colonia spostarsi seguendo qua e là i
fischietti della zona recintata riservata alla colonia, in movimenti di cui
mi sfuggiva il senso. E avrei assistito alle interminabili preparazioni per
la breve immersione nell'acqua.
Il recinto delimitava il territorio riservato dal bagnasciuga fino a
una lunga teoria di spogliatoi, e soprattutto quassù, lontano dagli occhi
delle inservienti, si sfaldava in varchi, si dilaniava in passaggi segreti. Un
giorno che ciabattavo da quelle parti, in cerca di qualcosa, e sbirciavo
al di là del recinto, mi imbattei in uno di quei ragazzini. Mi fissava,
misurandomi con lo sguardo. Ci salutammo con due cenni del capo.
Aveva più o meno la mia corporatura, ma qualcosa, nei suoi tratti, mi
suggeriva che avesse qualche anno in più.
«Come va?» chiese. E subito dopo: «Nessuno ci vedrebbe».
Proponeva uno scambio, lo capii al volo. «Un'ora, non di più. Non

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
se ne accorgerebbe nessuno. Un'ora e mezza al massimo. Che dici?».
Annuii. Ci scambiammo veloci gli slip e i cappellini, sotto il sole
accecante che costringeva tutti a chiudere gli occhi, a chinare lo sguardo.
Era davvero più grande di me, lo capii osservando di sfuggita il suo coso
prima che lo ricoprisse con il mio costume. Ci allontanammo dal varco
del recinto, lui verso i miei, che gli avevo indicato e sommariamente
descritto, io verso un gruppo di collegiali. Qui mi mischiai tra ragazzini
che mi parevano tutti uguali, e presi anch'io a fare cose spinto o
trascinato dall'autorità dei fischietti. Nessuno mi individuò come
estraneo, sotto il cappellino che avevo ben calcato.

Dopo un'ora, cominciai a percorrere la spiaggia a volute sempre più
larghe, fino ad avvicinarmi al varco. Qui aspettai per qualche minuto il
mio complice, coltivando fantasie di sostituzione e abbandono che mi
resero piuttosto inquieto. Arrivò, finalmente, e senza dire una parola si
sfilò gli slip e mi lanciò il cappellino. «A domani, allora» si congedò.

Tornai da mia madre, inerte sulla sdraio, le braccia penzoloni. Non
s'era accorta di nulla. Mio padre, come al solito, colto da un'insofferenza
muta, stava camminando sul bagnasciuga, da ore, diretto chissà dove,
vestito come il primo giorno.
Mia sorella, invece, mi fissava. «Chi era quello?» bisbigliò.
«Uno».
«Lo farete ancora, vero?».
«Domani, credo».
Non la vedevo sorridere così da molto tempo.
Quella notte, mi scosse dal sonno più di una volta, per chiedermi
di prestarmi ancora allo scambio. Lo avrei fatto comunque, e cercai di
rassicurarla. La mattina dopo, all'alzabandiera, era già in piedi, pervasi
da un'allegria febbrile, che nessuno capì. Ci precipitammo in spiaggia
subito dopo i compiti, e lì trovai già il ragazzino della colonia, accanto
al recinto.

«Ce ne hai messo di tempo» mi disse soltanto.
«Ho dovuto fare i compiti delle vacanze».
«Bravo. Adesso dammi i tuoi slip». E già si calava i suoi.

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

Corsi ancora dietro ai fischietti, partecipai a strani giochi di cui non
capivo nulla, ballai quadriglie, finsi di cantare inni patriottici. Alla fine,
assetato, mi avviai al punto di ritrovo, convinto di essere in ritardo; ma
qui dovetti aspettare un'altra mezz'ora, nascosto.

Finalmente il ragazzino arrivò, ma evitava il mio sguardo, e per
spogliarsi pretese che mi voltassi.

«Come si chiama tua sorella?» mi chiese. Glielo dissi. «Cercherò di
ricordarmelo» borbottò, e raggiunse i suoi compagni.

Mia sorella mi aspettava sotto l'ombrellone, accanto a mia madre. Se
parli ti uccido, mi disse muovendo solo le labbra. Mi sembrò spiritata,
tutta pupille, come se fosse corsa lì dopo aver fatto chissà cosa chissà
dove. E mi allungò un pizzicotto feroce, nell'ordinarmi a sillabe di
prestarmi l'indomani a un altro scambio.

Mia madre invece sorrideva beata. «Che sagoma che sei» mi diceva.
«Cos'è che hai detto prima, che mi ha fatto tanto ridere?».

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
LUIGI FURINI
30 maggio 2008 ore 21
Castello Sarriod de La Tour

Luigi Furini ha lavorato a lungo in giornali locali, dalla catena di
"Diario" ai quotidiani del Gruppo Espresso, per il quale lavora anche
oggi. Vive a Pavia

Mi chiama Germano Dionisi e mi fa: “Te la sentiresti di fare un
pezzo per il nostro giornalino”?
“Su quale argomento?”, gli chiedo.
“Vedi un po' tu. Hai libera scelta”.
Ce l'ho proprio l'argomento per voi valdostani che state in una
posizione strategica, in una zona turistica, di passaggio, vicino ai confini
con altri paesi.
Sto proprio finendo di scrivere un libro sulla crisi economica. Sulla
gente indebitata che ha fatto rate e mutui per cose importanti e cose
stupide. E adesso non ce la fa a pagare. L'altra metà del libro, invece,
raccoglie storie di chi i soldi li aveva (è giusto usare l'imperfetto).
Li aveva e non li ha più, perché la crisi glieli ha spazzati via. Erano
soldi investiti in strumenti più o meno sicuri, fondi di investimento,
obbligazioni varie. Insomma, i miei intervistati non amavano il rischio,
erano persone abbastanza prudenti e, nonostante questo, via, si sono
trovati con un pugno di mosche.

E adesso vengo alla domanda per gli amici della Val d'Aosta. Detto
che c'è la crisi, detto che siamo in un tunnel che chissà quando finirà,
voi da lassù che cosa vedete?
Io leggo che in Val d'Aosta, nell'ultimo week end dell'Immacolata
2008 e anche durante le vacanze di Natale, oltre a tanta neve, sono
arrivati anche tanti turisti. Che gli alberghi erano pieni (l'ho letto
sul Sole 24 Ore) e i ristoranti hanno avuto un aumento dei clienti
rispetto all'anno scorso. E allora, amici di Saint-Pierre, voi come la
vedete? C'è o no questa crisi?

Un amico mi ha detto: “A sciare in Val d'Aosta ci vanno ormai solo
i ricchi”.
Vi giro la domanda: “E' vero”?
Sono soltanto i ricchi a riempire le piste di fondo di Cogne? Oppure
le migliaia di piste, facili e meno facili, che la vostra regione offre? E gli
hotel pieni? E i ristoranti pieni? Sono tutti ultramilionari i loro clienti?
E poi, ditemi, voi che siete attraversati da un'autostrada che porta
in Francia. C'è traffico? Vanno su e giù macchine e camion che portano

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
ANDREA DE CARLO
7 giugno 2008 ore 21
Castello Sarriod de La Tour

persone e merci di qua e di là? Allora non siamo tutti fermi ad aspettare
l'apocalisse. Allora qualcosa si muove?
Insomma, la crisi c'è ma (per ora) non è così grave. Però io ho
bisogno una risposta. Se la crisi è come la febbre, siamo a 37,2 oppure
a 38? Oppure a 39? Che pastiglie dobbiamo prendere?
A furia di pensare alla febbre, l'influenza mi è venuta davvero e
quando sta poco bene, i sogni sono agitati.

Il sogno dell'altra notte è stato questo: tornavo, con un gruppo di
amici da una gita sul monte Bianco. Il pullman scendeva verso Aosta.
Eravamo allegri e si cantavano cori di montagna. Poi, di soprassalto,
ci siamo ammutoliti. Abbiamo scoperto che a guidare il pullman c'era
Silvio Berlusconi. Lui veniva giù veloce, anche se il fondo stradale era
ghiacciato. Raccontava barzellette anche se nevicava e la guida avrebbe
richiesto più attenzione. Toccava il culo alle ragazze e così toglieva le
mani dal volante. Poi si è fermato all'autogrill e ha detto: "Entrate e
spendete, così risollevate l'Italia”.
Qualcuno gli ha dato retta, qualcuno no.

Poi mi sono svegliato di colpo e non so come è finita.
Ditemi un po' voi, ma quel pullman è arrivato a fondo valle?
Ciao e buon 2009 a tutti.

Sono nato a Milano, dove sono cresciuto. Mio padre faceva
l'architetto, mia madre la traduttrice. Mio nonno paterno era siciliano,
mia nonna paterna cilena; dal lato materno invece erano piemontesi.
Ho cominciato a scrivere quando ero al liceo, ma la faccenda è diventata
più seria quando mia madre per il mio diciottesimo compleanno mi ha
regalato una Lettera 22 portatile, rossa. Con quella ho scritto appunti,
impressioni, racconti, lettere, due interi romanzi mai pubblicati,
e infine i miei primi due romanzi pubblicati. Mi sono laureato in
Storia moderna. (La storia, e le infinite storie che contiene, continua
a interessarmi molto.) Ho girato un po' il mondo, passando lunghi
periodi negli Stati Uniti, in Australia, in Sud America e in diverse città
europee.

I miei romanzi sono: Treno di panna, Uccelli da gabbia e da voliera,
Macno, Yucatan, Due di due, Tecniche di seduzione, Arcodamore,
Uno, Di noi tre, Nel momento, Pura vita, I veri nomi, Giro di vento,
Mare delle verità, Durante. Sono tradotti in 21 paesi. Partecipo alla
campagna di Greenpeace "Scrittori per le foreste", e i miei libri sono
stampati su carta riciclata senza uso di cloro o su carta certificata FSC
(che unisce fibre riciclate post-consumo e fibre vergini provenienti da
buona gestione forestale e da fonti controllate). Per il momento la mia
base è sulle colline nell'Italia centrale.

Luigi Furini

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

DURANTE

(...) Durante era fuori con Julian per comprargli delle scarpe, io
ero nell'appartamento al quarto piano caldo come un forno in attesa di
scoprire se ero davvero convinto di voler rinunciare all'assillo di trovare
un compratore per ogni pezzo di stoffa che tessevo. Giovanna è venuta
nel piccolo soggiorno dove stavo sfogliando una vecchia edizione di
ingiallita di Piotr Kropotkin pescata da uno scaffale, mi ha chiesto se
aveva voglia di accompagnarla a fare la spesa. Aveva una borsa di tela
rossa con rotelle e manico estensibile, la faceva scorrere avanti e indietro
sul pavimento con la sua eleganza da ballerina che mangia normale.
Appena ha capito che stavamo per uscire, Oscar ha cominciato a saltare
avanti e indietro, spostava lo sguardo ansioso da me a lei.

Siamo andati nel caldo fino a un negozio all'angolo della via, ma
era chiuso, un cartello sulla saracinesca diceva Si riapre a fine mese.
Giovanna ha detto "Ti scoccia camminare ancora un po'?".
Le ho spiegato che ero abituato a fare chilometri a piedi insieme a
Oscar, in campagna.

Lei è ripartita di buon passo. Aveva un paio di vecchi occhiali da
sole dal taglio classico, insieme ai sandali di gomma e alla borsa da spesa
a rotelle le davano uno strano aspetto bohémien, noncurante, sexy.
Abbiamo camminato zitti per un tratto, con la familiarità e
l'imbarazzo di due persone che hanno dormito sotto lo stesso tetto
e fatto colazione insieme eppure non si conoscono quasi. Cercavo di
farmi venire in mente possibili argomenti di conversazione, ma l'unico
non generico a cui riuscivo a pensare era Durante, e mi sembrava di
essere legato da un patto non scritto di lealtà e riservatezza con lui. Ho
detto "Come mai Julian si chiama così?"

Lei mi ha guardato, come avrebbe potuto farlo Durante.
"E' un ragazzo simpatico" ho detto, per recuperare.
"Sensibile".
"E' un marziano, adesso" ha detto lei. "Non mi ci sono ancora
abituata, fino all'altro ieri era un bambino. Non so se Durante si è reso
davvero conto del cambiamento".

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

"Si vedono spesso?" ho detto, anche se era proprio il tipo di
domanda che non mi sembrava di poter fare.
"Lo conosci da così poco?" ha detto lei.
"Be'" ho detto. "Forse dall'altro ieri, in realtà."
"Quindi non sai quasi niente di lui" ha detto Giovanna, rideva.
Aveva una bella voce, leggermente ruvida, calda.
"Qualcosa forse sì" ho detto.
"Tipo?" ha detto lei. Con gli occhiali scuri che le nascondevano
gli occhi era un po' come parlare a una diva del cinema francese anni
Sessanta, faticavo a trovare la chiave giusta.
"Qualcosa del suo carattere" ho detto. Le ho guardato senza volere
il punto dove il vestito di cotone leggero le scopriva l'incavo dell'ascella
sinistra: la pelle tenera e quasi bianca sotto quella ambrata dal sole
dell'estate.
"E com'è" ha detto lei. "Sentiamo".
"Un po' marziano anche lui, no?" ho detto, con uno sbalzo di
voce. "Ha quel modo di studiarti, da molto vicino e da molto lontano.
Di non esserci quasi, e di esserci tantissimo. In tutti e due i casi, più di
chiunque io abbia mai incontrato.
"Allora è vero che lo conosci un po'?" ha detto Giovanna: divertita,
incuriosita, ferita, legata, indipendente, in movimento.
"Poi ci sono le sue strane capacità" ho detto. "Di quando ipnotizza
gli animali o le persone. O ti legge nel pensiero, non so".
Lei guardava avanti, come se preferisse evitare l'argomento.
Sono stato per raccontarle dell'episodio di Tom uscito dal coma
profondo, chiederle cosa sapeva davvero dei poteri misteriosi del padre
di suo figlio, ma non l'ho fatto.
"Sono contenta che siate amici" ha detto lei.
"Perché?" ho detto; pensavo che solo due giorni prima mi sarebbe
sembrato assurdo essere considerato amico di Durante.
"Sembri più con i piedi per terra" ha detto lei. "Più ancorato alla
realtà".
"Lo dice anche Durante, ma non è proprio vero" ho detto. "Forse
lo sembra."

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

“Lo sei” ha detto Giovanna. “Rispetto a lui, almeno. Con il tuo
lavoro così concreto, la tua vita organizzata, insieme alla tua donna.”
“Sono cambiate tante cose, negli ultimi tempi” ho detto, senza
aggiungere che era stato in buona parte per via di Durante. “Non so
neanche se stiamo più insieme.”
(...) Lei è scesa dal marciapiede, ha dato uno strattone alla sua borsa
con le ruote per farla salire sul marciapiede successivo.
Ho cercato di prendere la maniglia per aiutarla.
“Lascia” ha detto lei. “Ce la faccio anche senza un cavaliere”:
Per l’imbarazzo ho camminato un po’ più discosto. Ho detto “Ma
anche quello di Durante è un lavoro concreto, no? Con i cavalli? Più
concreto di così”.
“Non so se è davvero un lavoro” ha detto lei. “Anche in passato,
ogni volta che stava per diventare un impegno permanente, lui scappava.
E dire che con i cavalli ci sa fare come pochi, l’avrai visto. Gli sono
arrivate tante proposte, anche dalla Spagna, dalla Germania, dagli Stati
Uniti. Ma più invitante era l’offerta, più lui si sentiva imprigionato, gli
veniva la reazione di andarsene via”.
(...) “Il fatto è che non riesce a sopportare nessun tipo di obbligo”
ha detto Giovanna.
Continuavo a entrare e uscire dal mio patto non scritto di lealtà e
riservatezza; ho detto “Ma come fa a vivere?.
“L’hai visto, no?” ha detto Giovanna. “L’hai visto come vive”.
“E quando stavate insieme” ho detto, cercavo di immaginarmeli.
Lei si è fermata nell’ombra di un edificio dalla facciata arancione,
ansimava leggermente per il caldo. Ha detto “Ci arrangiavamo. Poi ho
io cominciato a insegnare”.
“Insegni? Ho detto.
“Inglese, alla scuola media” ha detto lei.
Ci siamo girati tutti e due a guardare un ragazzo che passava in
motorino, come un grosso calabrone estivo.
“Ma anche Durante ha sempre lavorato” ha detto Giovanna.
“Allevava e addestrava cavalli d’alta scuola e riusciva a venderli
anche bene, però ogni volta i soldi gli sparivano tra le mani nel giro di

Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

poco.”
“Cosa ci faceva?” ho detto, perché la mia curiosità continuava a
essere più forte dei miei impegni morali.
“Dipende” ha detto lei. “Prestiti ad amici che non avrebbero mai
potuto ridarglieli, regali a gente che nemmeno conosceva. E’ fatto così.
Se gli capita di avere qualsiasi tipo di bene materiale, non passa molto
prima che lo dia via. Non ha il senso della proprietà, non si affeziona
alle cose. E’ la sua natura.”
(...) “E’ fatto così” ha detto Giovanna, e tra i suoi sentimenti c’era
chiaramente almeno una parte di nostalgia.
(....)” Perché credi che abbia perso la testa per lui, quando l’ho
incontrato?”
“Immagino” ho detto, quasi sopraffatto dalla sua sincerità nuda,
dalle informazioni su Durante, dal caldo del sole assorbito e rimandato
dall’asfalto del marciapiede e dalle facciate delle case.
“Sì” ha detto lei. “Solo che quando poi c’è un bambino che deve
mangiare tre volte al giorno e avere dei vestiti e un tetto sopra la testa,
di colpo tutto diventa meno suggestivo. E ti logora, dopo la magia
senza limiti dei primi tempi. Ti logora doverglielo spiegare. Dover
ammettere che hai dei bisogni, anche se ridotti al minimo. Vedergli fare
quella faccia, come se non capisse. Sai con quella luce negli occhi?”.
“So esattamente di quale luce parli” ho detto.
“Ecco” ha detto lei. “Poi c’è il suo rapporto con le donne
naturalmente”.
“Vale a dire?” ho detto, solo per creare un margine di spazio tra i
miei pensieri e le sue parole.
“Non può fare a meno di conquistare ogni donna che incontra” ha
detto lei. “Ma l’avrai visto, no?”
“Sì” ho detto. “L’ho visto” Mi sono chiesto se raccontarle quanto
da vicino l’avevo visto, ma di nuovo mi è sembrato di avere dei vincoli
morali.
“E’ più forte di lui” ha detto Giovanna. “Anche se ci ho messo un
bel po’ a rendermene conto.”
“Non era evidente dall’inizio?” ho detto.

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

“All’inizio mi sembrava di essere l’unica donna al mondo, con lui”
ha detto. “Desiderata, capita, apprezzata, giustificata, incoraggiata
in ogni piccola sfumatura mentale, sessuale, caratteriale, ideale. In
ogni mia qualità e anche in ogni mio difetto, in ogni mia debolezza
e mancanza. Era inebriante. Non mi era mai capitato che un uomo
potesse arrivarmi così vicino da farmi vibrare, in un modo così
follemente intenso e sincero, senza limiti. Non riuscivo a crederci, mi
sembrava un miracolo.”
“E poi?” ho detto. Il caldo saturava lo spazio intorno alle nostre
persone, ci faceva traspirare sudore e verità, rallentava sempre più i
nostri passi.
“Poi ho scoperto che non era un miracolo solo per me” ha detto
Giovanna.
“Vale a dire?” ho detto.
“Che lui voleva o doveva ripeterlo con altre donne” ha detto lei,
di strappo. “E che era inevitabile. Anche se mi è costato una fatica
terribile ammetterlo.”
“Ma perché inevitabile?” ho detto.
“Perché Durante pensa che le donne possiedano la chiave
dell’universo” ha detto lei. “E le donne questo lo sentono, subito.

(Tratto da: Durante di Andrea De Carlo, Bompiani)

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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

ELENA ACCATI
14 maggio 2008, ore 21
Castello Sarriod de la Tour

Elena Accati ha conseguito la laurea in agraria presso l’Università
degli Studi di Torino; dal 1983 diventa professore ordinario di
floricoltura. E’ attualmente responsabile del master in progettazione
del paesaggio e delle aree verdi.
Al suo attivo ha oltre 200 pubblicazioni ed è autrice da sola o come
collaboratrice-coordinatrice di numerosi volumi.

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

I GIARDINI DELLA
COLLINA TORINESE
P. Gullino e E. Accati

Il giardino, luogo d'incontro tra arte e natura, rappresenta una
pausa nel nostro vivere quotidiano, un momento di divertimento e di
riflessione, una scoperta della natura che ci circonda in cui immergerci
per assaporare fragranze e colori, lasciando fluire le proprie emozioni.
Il giardino è oblio e ricordo, è scuola di vita: ci insegna a diventare
pazienti e ad attendere i ritmi della vegetazione nel suo evolversi.
Vi sono regioni del nostro Paese a cui la nostra mente si rivolge
immediatamente quando si pensa al giardino, ed altre, come il
Piemonte, che vengono connotate piuttosto per l'aspetto industriale.
Non sapremmo proprio immaginare Torino senza la sua collina, né
riusciremmo a pensare a questa bella città separandola dall'elemento
più naturale del suo inconfondibile panorama. Torino e la sua collina
sono insomma un binomio inscindibile!
Le bellezze naturali e paesaggistiche della collina torinese, la
straordinaria ricchezza floristica e gli importanti siti architettonici
- dalla Basilica di Superga ai cascinali e alle "vigne" sviluppatesi fra
XVI e XVII secolo- ne fanno un'area di elevato valore paesaggistico ed
ambientale.
Stabilire i confini della collina torinese è un'impresa ardua; alcuni
studiosi sostengono che essa si prolunghi sino all'Appennino, attraverso
il Monferrato e le Langhe, altri che, attraverso le colline di Ivrea e della
Serra, si salda alle Alpi. In ogni caso le colline sono emerse circa sei
milioni di anni fa dal mare che allora occupava la pianura Padana e
quindi sono depositi marini conseguenti ai movimenti orogenetici che
originarono le Alpi e gli Appennini.
La morfologia di questo sistema collinare è complessa: i versanti
con esposizione a settentrione e affacciati sulla pianura del Po sono
ripidi, caratterizzati da corsi d'acqua e con una marcata presenza di
boschi mentre le pendici poste a sud risultano assolate e caratterizzate

Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

da vigneti, giardini, ville e pergolati.
La vegetazione della collina riveste un ruolo fondamentale nel creare
uno scenario di indicibile bellezza, in grado di suscitare sensazioni di
pace e benessere nel viandante.
Grazie alla sua posizione strategica, a metà strada tra le Alpi e il
mare, la collina torinese possiede una flora molto varia ed interessante
ma non è corretto considerare questa vegetazione di tipo spontaneo.
Infatti nei vari periodi il quadro vegetazionale si è trasformato sulla
base delle differenti esigenze delle attività umane; prima attività
di taglio a uso energetico e di disboscamento per fini agricoli poi
attività di sostituzione delle specie forestali presenti per attività di
costruzione(travi) e per attività agricole con piante permanenti come
la vite.
Il nuovo modello vegetazionale del bosco della collina, così variato,
si mantenne sostanzialmente inalterato fino al 1700 quando Carlo
Emanuele III prese la decisione di favorire le importazioni di una
specie non autoctona: la Robinia pseudacacia. La pianta fu importata
con un duplice fine: sia come pianta ornamentale per la bellezza delle
sue infiorescenze a racemo dolcemente profumate, sia come agente
limitante del dissesto della collina causato dalle violenti piogge che
caratterizzarono in senso meteorologico gli anni metà del secolo
innescando un notevole fenomeno erosivo della collina. Purtroppo la
Robinia ha però comportato con il passare del tempo una non attesa
invasione nel lungo periodo divorando terreno e boschi di castagni.
La collina torinese è senza dubbio un luogo assai privilegiato,
vicino al centro cittadino, ma nello stesso tempo percettivamente
e psicologicamente assai distante grazie al silenzio, alle viste e al
rigoglio vegetativo che offre. Numerosi sono i giardini che ospita e
che rappresentano lo specchio di una società che sa vivere equamente
tra natura e cultura . Cercare di leggere questo rapporto nelle sue
componenti culturali significa quindi non solo individuare le forme
espressive, stilistiche, peculiari di un periodo storico, ma salvaguardare
la nostra identità attraverso la conservazione di un bene che è essenziale
per la conoscenza di un territorio.

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Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

Tuttavia grazie alle piante conservate con cura e attenzione nei
giardini e nei parchi privati la vegetazione boschiva della collina
continua ad essere viva, ricca ed affascinante.

Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura

GLICERINE
Todzor me fan tendro l'êfourië le glicerine,
magna-a perqué ta meìson de leur fragrance l'est inondéye;
et t'embrasson comme am bouye de fleur d'euntsarmo
et te pènètron avouë la vibrachon de leur parfeun
blagueur et fragile comme lo son di pa-olle pa prononchéye.

Cenque fan çalle man sensa discour que tsertson
de pa se compromettre avouë leur magnèye ?
Dèyon se tordre comme l'abro di glicerine
ator de la toupie de ton coeur; çalle fleur que tordon
finque lo feur, pe todzor euntordon mon coeur.

GLICINI
Sempre mi fanno tenera la primavera i glicini,
forse perché la tua casa della loro fragranza è inondata;
e ti abbracciano come un serpente di fiori di seduzione
e ti penetrano con l'arpeggio del loro profumo
vanitoso e fragile come il suono delle parole non pronunciate.

Cosa fanno quelle mani senza discorso che cercano
di non compromettersi col loro comportamento?
Devono contorcersi come la pianta dei glicini
attorno alla pergola del tuo cuore; quei fiori che piegano
persino il ferro, per sempre torcono il mio cuore.

MARCO GAL

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Testo Originale Estratto
Finito di stampare
nel mese di marzo 2009
presso la Tipografia La vallée
ad Aosta