Castelli di Cultura: Antologia della rassegna letteraria di Saint-Pierre
castelli di cultura febb. 2009 25 pag.pdfQuesto documento è la pubblicazione 'Castelli di cultura tra lettura e scrittura', edita nel febbraio 2009 dalla Biblioteca Comunale di Saint-Pierre come supplemento della rivista 'Mélange'. Rappresenta la celebrazione e il resoconto della quinta edizione dell'omonima rassegna letteraria e culturale, ospitata principalmente presso il Castello Sarriod de La Tour, con l'obiettivo di promuovere la lettura e valorizzare il patrimonio. La raccolta presenta un'ampia varietà di contributi: poesie di Marco Gal, estratti narrativi e racconti inediti di autori come Federico Gregotti, Filippo Sergi, Claudio Morandini e Andrea De Carlo, e articoli di Luigi Furini ed Elena Accati su temi che spaziano dall'arte, alla storia, alla natura, all'economia e alle complesse dinamiche umane, fornendo un'istantanea delle attività culturali e della produzione letteraria contemporanea del territorio.
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HOTEL RESTAURANT VIN EN GROS CASTELLI DI CULTURA TRA LETTURA E SCRITTURA Saint-Pierre e Sarriod de la Tour BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE Supplemento al N. 1 di "Mélange" - Febbraio 2009 CASTELLI DI CULTURA TRA LETTURA E SCRITTURA Foto di copertina: Fondo privato Impaginazione, fotolito e stampa: Tipografia La Vallée - Aosta Le poesie di Marco Gal sono tratte da: Messaille ed. STYLOS 2002 SAINT PIERRE BIBLIOTECA COMUNALE AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI SAINT-PIERRE
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CASTELLI DI CULTURA Tra lettura e scrittura CASTELLI DI CULTURA TRA LETTURA E SCRITTURA Saint-Pierre e Sarriod de la Tour BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
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Plaisir d'écrire, jouir de lire, désir de dire Castelli di cultura 2008, rassegna letteraria ormai arrivata alla Va edizione, si colloca al centro delle manifestazioni organizzate dall'Amministrazione comunale di Saint-Pierre in collaborazione con la Biblioteca. Come ampiamente dimostrato in occasione del trentennale di attività della Biblioteca, l'Amministrazione comunale è fortemente convinta del valore culturale della lettura, quale elemento di riflessione e crescita personale. Continuando in questa direzione e tenendo conto dell'eredità avuta in questi ultimi anni di rassegna, lo scopo dell'Amministrazione e della Biblioteca rimane quello di portare a tutti la voce dei libri e dei propri autori. Non solo i luoghi tradizionale di “istruzione” ma ogni angolo del paese può diventare luogo di lettura, banco di apprendimento per imparare a leggere e gustare il piacere della lettura. E quale cornice migliore del Castello Sarriod de La Tour per continuare i nostri incontri e fare sì che tutto ciò non serva solamente a promuovere la lettura ma a rafforzare la conoscenza e l'interesse per il patrimonio storico-artistico del nostro paese. LAURA GLAREY Assessore alla Cultura del Comune di Saint-Pierre E' passato un altro anno, è arrivato un altro libro. E' vero che non siamo puntuali, è vero che doveva arrivare per Natale e arriva più o meno per Pasqua, ma almeno siamo “fedeli” e quindi il nostro regalo è pronto per farvi entrare nel suo mondo, fatto di inchiostro su carta, di presenza narrativa, di trame coinvolgenti. Queste poche righe per dire che se di regalo si tratta, è ogni volta possibile perché gli autori Federico Gregotti - Filippo Sergi - Claudio Morandini - Luigi Furini - Elena Accati fanno a loro volta dono, alla biblioteca e ai suoi lettori, di racconti inediti. Gli autori sono gli stessi che partecipano alla rassegna Castelli di Cultura, quelli che danno senso al nostro annuale tentativo di porre il libro al centro delle attività della biblioteca ed è per questo che li ringraziamo, non solo per la loro preziosa presenza nelle serate della manifestazione, ma anche per la loro disponibilità a dialogare con i lettori attraverso le pagine di questo testo. Buona lettura GERMANO DIONISI Presidente della Biblioteca
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Nel novembre 2008 a conclusione del ciclo di incontri Castelli di cultura è stata presentata al Castello Sarriod de la Tour una raccolta di racconti d'arte, pubblicata dall'editore Nino Aragno, intitolata Le Assenze. I due autori, Federico Gregotti e Filippo Sergi, sono amici oltre che colleghi di scuola: dopo essersi a lungo confrontati sulle assenze, reali e immaginarie, della loro vita hanno deciso di scriverne, dando così vita ad una raccolta di racconti che in modo poetico indagano il mistero dell'assenza, muovendosi tra musica, arte e letteratura. FEDERICO GREGOTTI (nom de plume che Federico Zoja ha scelto di portare in ricordo di sua zia Daniela Gregotti) è nato nel 1971 ad Aosta, dove vive con la moglie e la figlia Chiara; è insegnante di Lettere nelle scuole superiori. Per la narrativa ha presentato la favola Inseguendo una farfalla (senza ali) (Aosta, Stylos, 2001) e i racconti apparsi nei volumi Aostamara (Aosta, Stylos, 2001), Patate e champagne e Nera baltea (Gressan, Edizioni Vida, 2004 e 2005). Ha pubblicato, inoltre, due raccolte di poesie: La Luna Daniela (Aosta, Keltia Editrice, 1998) e Daniela senza luna (Aosta, Stylos, 2003). FILIPPO SERGI è nato nel 1958 ad Aosta, dove vive con la moglie e le figlie Francesca e Alma; insegnante di Matematica nelle scuole superiori, ha pubblicato articoli su riviste specialistiche di didattica della Matematica. 7
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura In queste pagine propongono un brano (La lattaia) tratto dal loro secondo lavoro “a quattro mani” –ancora inedito –intitolato Preludi e fughe per tredici tele di Vermeer, una sorta di romanzo d’arte, ambientato nell’Olanda del XVII secolo, che si muove intorno a tredici dipinti di Jan Vermeer: per ognuno di essi i due autori hanno immaginato le vicende che si svolgono immediatamente prima (i preludi) e subito dopo (le fughe) rispetto al momento fissato sulla tela dal celebre pittore di Delft. 9
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ........................................... PRELUDIO Mi sento stanca. Svuotata come un guscio di noce lasciato a seccare al sole. Ma non dimentico di essere una brava ragazza: per questo ho messo la cuffia bianca ben inamidato a coprirmi i capelli perché io i miei capelli non li mostro a tutti, non sono una di quelle donne di malaffare che per denaro rinunciano alla dignità e alla grazia di Dio. Sono cresciuta secondo quei sani principi che la nostra gente si tramanda da sempre: in casa mia si pregava prima di ogni pasto e la sera ringraziavamo il Signore e mai, dico mai, ho sentito mio padre bestemmiare neanche quando c'è stata l'esplosione della polveriera e lui ha perso il lavoro e tutta Delft piangeva e si disperava. In nessuna occasione la nostra fede ha vacillato e quando avevamo fame giocavamo ai nobili signori e immaginavamo di fare feste dove chi mangiava poco mangiava un montone arrosto e dieci chili di patate e dopo c'era un gran ballo e dopo un'altra mangiata e un bacio del principe - ma questo interessava solo me e Marta - e dopo un'altra mangiata ancora, alla fine però Paulus ed Emmanuel piangevano lo stesso perché loro sono piccoli e un gioco non riempie a lungo la pancia di un bambino anche 11
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura se il bambino è buono come il pane e ha la pazienza di un santo e i bambini tanto santi e tanto pazienti non sono perché è l'età. Sono sempre stata retta e ubbidiente anche quando non capivo qualcosa perché la mamma l'ha sempre detto che non bisogna avere grilli per la testa e io cerco di non averli e quando papà è morto d'un colpo lì seduto sulla panca di legno dove tante volte mi aveva tenuto in braccio facendomi cavallino o facendomi il solletico dicendo Geertruyt è una vera monella e io ridevo e dicevo basta e quando lui si fermava io dicevo ancora e quando è morto ho chiesto al reverendo perché? e lui ha detto è la volontà di Dio e io ho ripetuto è la volontà di Dio ma quella sera, solo per quella volta, non sono riuscita a ringraziare il Signore anche se forse aveva solo cercato di aiutarci togliendoci di casa una bocca da sfamare. Il giorno dei miei quindici anni la mamma viene a dirmi che devo prendere servizio in casa del notaio Pleswyck che ormai sono grande e devo aiutare la famiglia e che sono una brava ragazza e una brava cuoca e un giorno avrei cucinato per il notaio che è un nobile e gentile signore e ha una moglie forse un po' burbera ma in fondo al cuore è buona d'animo che anche lei è una creatura di Dio. Fino all'anno scorso nel giorno del mio compleanno papà mi portava a fare una gita con la barca di Hendrick, lui e io soli e io ero felice anche se papà non parlava quasi mai e ultimamente sorrideva poco così mi riesce difficile perdonare a mamma di aver scelto proprio questo giorno per farmi diventare una donna con le sue responsabilità e di mandarmi in casa di questo sconosciuto con la moglie forse un po' burbera dove io non ci volevo andare e che non sapevo quello che sarebbe successo. Però non potevo scegliere. Non ho mai potuto scegliere niente nella mia vita e così ci sono andata e sono sopravvissuta anche se ogni momento Geertruyt portami questo e Geertruyt portami quello e Geertruyt c'è da lavare la roba dei bambini e Geertruyt devi stirare e Geertruyt togli la polvere dalla scrivania del Signore e Geertruyt rimetti i libri al loro posto e Geertruyt lava il pavimento e Geertruyt bontà divina! stai attenta con quei bicchieri e Geertruyt ritorna sulla terra che hai sempre la testa fra le nuvole e Geertruyt abbassa lo sguardo quando la Signora si degna di rivolgerti la parola e Geertruyt prepara la colazione per Sua Signoria e Geertruyt Sua Signoria ti desidera subito nel suo studio. Sua Signoria mi desidera subito nel suo studio. Tante volte mi ha desiderato subito nel suo studio. E mi ha avuto. Non voleva che lo chiamassi Sua Signoria, chiamami Cornelis piccola mia che la vita è breve e tu sei così irresistibile che ti vorrei per sempre ma ora basta parlare vieni qui e stringimi forte che ardo di desiderio per questo giovane frutto acerbo. Ora ce n'è un altro di frutto acerbo, ancora più giovane e cresce nel mio ventre e Sua Signoria Cornelis Pleswyck notaio in Delft ha deciso che non può più tenermi in casa sua perché sarebbe uno scandalo e tutti ne parlerebbero per anni e anni e che perciò me ne debbo andare e che ne sa lui dove? dovevo pensarci prima perché si sa che la carne è debole e l'uomo è per sua natura cacciatore e non posso pensare che uno come lui con una posizione rispettabile e molti amici dotati d'influenza si rovini per una sgualdrinella come me che non ha saputo prendere le sue precauzioni perché le piaceva ec come se le piaceva! e che quindi domattina dopo avergli preparato la colazione sarebbe sparita da quella casa e per sempre! o non si chiama più Cornelis Pleswyck. Mi è sempre piaciuta la cucina e mi piace anche ora immersa com'è in questa quieta luminosità che ne rischiara gli oggetti - il canestro e lo scaldino appesi alla parete - facendoli apparire dorati e mettendo in risalto il giallo della mia bella giubba e l'azzurro del grembiule che indosso. La sola cosa che mi ha sempre turbata qui è quella trappola per topi dinanzi al battiscopa di piastrelle dipinte. Ora però non mi inquieta più. È ad essa che debbo la mia decisione. Ecco allora per te, mio Signore, amato Cornelis, l'ultima colazione. Non mi resta che aggiungere il latte al veleno per topi e mescolare per bene. Buon appetito, Signoria Vostra! 12 13
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura FUGA Sangue e latte, latte e sangue. In terra del pane sbriciolato zuppo di sangue, una brocca di bronzo schizzata di latte, un cesto di vimini a macchie di leopardo rosse e bianche. Anche la giubba gialla e il grembiule blu di Geertruyt sono chiazzati di sangue e latte, di latte e sangue. Anche in punto di morte la mia povera domestica ha dato prova di quanto sia sempre stata goffa e maldestra: prima di accasciarsi sul pavimento della cucina - rischiando di scheggiarmi il battiscopa di maioliche - ha pensato bene di distruggere la trappola per topi - l'avevo appena acquistata al mercato di Delft! - sbattendoci sopra con quel suo enorme testone; la sciagurata, poi, nel tentativo - ahimé vano per lei - di aggrapparsi al tavolo, ha trascinato con sé, nella sua rovinosa caduta quasi l'intera la colazione del povero Cornelis, che, per oggi, dovrà accontentarsi di quel poco latte che, miracolosamente, è rimasto nella brocca. Quando ho sentito quel tonfo, fragoroso e sordo, provenire dal piano terra, per un istante, ho temuto che Geertruyt avesse distrutto - dopo aver mandato in frantumi, nel giro di pochi mesi, due teiere, sette tazzine di porcellana, un'alzata da tavola e non so quanti bicchieri di cristallo - anche lo scaldino che zia Elisabeth mi aveva donato per le nozze. Non avrei potuto sopportarlo. In questo momento mi sento serena, in pace con il mondo come una docile onda che, senza opporre resistenza, si spegne sulla battigia lasciandosi risucchiare dal Mare del Nord. Sono stata educata secondo quegli onesti e nobili principi che nella mia famiglia si tramandano di generazione in generazione; grazie a tali insegnamenti in nessuna occasione della mia vita ho vacillato: non sono, certo, una di quelle donne di malaffare che, accecate dall'ira o dal desiderio di vendetta, rinunciano alla dignità e alla grazia di Dio, rischiando di perdere così i cari affetti e l'ancora più cara rispettabilità sociale. Sono sempre stata determinata e lungimirante fin dal giorno in cui il mio povero padre mi impose di andare in moglie a Sua Signoria 14 Cornelis Pleswyck notaio in Delft, uomo ricco e assai temuto, capace di garantirmi un futuro di agi e ricchezza e ancor più capace di saldare i numerosi debiti che il mio povero padre aveva contratto con lui. Per anni ho accettato di condividere il mio letto - e le mie notti insonni - con un marito che mai riusciva a soddisfarmi, tante energie aveva speso indugiando - ora in cucina, ora in lavanderia - tra le carni giovani di cuoche e cameriere. Ho accettato di baciare quel suo fiato che sapeva di vino e di seni immacolati, sapendo che mai avrei potuto perdere il mio prestigio, il mio onore, e ritornare, così, a essere la povera, bella figliola di quello sventurato padre che per saldare i suoi debiti di gioco aveva finito per gettarmi tra le braccia del più feroce usuraio di tutta la città. Il giorno dei miei quindici anni mia madre, perché mio padre, al pari di tutti gli uomini, era un gran codardo, venne a dirmi che il notaio Pleswyck si era interessato a me e che, nella nostra posizione d'indigenza, non era certo il caso di rinunciare a una simile offerta del destino; aggiunse poi, versando stucchevoli lacrime di coccodrillo, che ormai ero grande e che dovevo, a modo mio, essere responsabile, aiutare la famiglia, visto che ero una così brava e bella figliola. Concluse dicendo che era sicura che sarei stata una buona moglie, forse in principio un po' burbera e altera, ma che sapeva che in fondo al cuore ero anch'io, come lo era lei, una docile creatura del Signore. A quel tempo non potevo scegliere. Ero una giovinetta onesta, timorata di Dio e desiderosa, più di ogni cosa al mondo, di compiacere mio padre. Ero disposta a ogni rinuncia, a ogni compromesso, pur di sentirmi amata da lui. Oggi, invece, che mio padre è morto di polmonite e io sono la moglie del più affermato notaio di Delft, oggi, posso permettermi il lusso scegliere. E ho scelto di non essere onesta e di non curarmi affatto del giudizio di Dio. Ogni pretesto era buono, per mio marito, per attirare quella sciocca di Geertruyt nelle sue stanze, tra le sue fameliche braccia: Geertruyt portami questo e Geertruyt portami quello, Geertruyt togli la polvere dalla scrivania e Geertruyt rimetti i libri al loro posto, Geertruyt lava il 15
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura pavimento e Geertruyt bontà divina! stai attenta con quella lampada a olio, Geertruyt preparami la colazione e Geertruyt vieni subito nel mio studio, Geertruyt togliti la cuffia e Geertruyt lasciami annusare i tuoi capelli. Anche questa mattina Cornelis la desiderava subito nel suo studio. Tante volte io, invece, sono rimasta fuori dalla porta di quello studio. Neppure si preoccupavano, quei due lussuriosi, che qualcuno li potesse sentire tanto erano presi a gemere e ansimare come cani in calore. Non chiamarmi Sua Signoria, piccola mia, chiamami Cornelis, perché la vita è breve e tu sei così irresistibile che ti vorrei per sempre... Ma ora basta parlare, vieni qui, stringimi forte che ardo dal desiderio di fare mio questo giovane frutto acerbo! E non temere per quella creatura che ti cresce in grembo: per qualche tempo dovrai andare via dalla mia casa perché daresti scandalo, ma poi, vedrai, tutto s'aggiusterà, potrai tornare qui e insieme riprenderemo a giocare alla serva col padrone... Sono una signora, io, con una posizione rispettabile e non posso certo permettere che il buon nome della mia famiglia sia minacciato da una sgualdrinella che non ha saputo tenere allacciate le sue vesti e che, scegliendo di peccare, non ha saputo, nemmeno, prendere le adeguate precauzioni... Mi è sempre piaciuta la mia cucina. Mi piace, soprattutto prima del sorgere del sole, quando tutto l'ambiente è immerso in una quieta luminosità che ne rischiara gli oggetti, facendoli apparire dorati: il canestro, lo scaldino e, persino, la trappola per topi dinanzi al battiscopa di piastrelle dipinte. È stata proprio quest'ultima che ha posto fine ai miei dilemmi. È ad essa che debbo la mia ritrovata serenità. Mi è bastato aggiungere il veleno per topi nella scodella del latte della povera Geertruyt e mescolare per bene. Mi sono nascosta in cima alle scale, attendendo in silenzio che la mia ingenua fantesca si recasse in cucina a consumare la sua misera colazione, prima di dedicarsi ai bisogni di Sua Signoria o, come Egli vuol essere chiamato nell'intimità, Cornelis... Buon appetito, ho detto tra me e me, sciocca sgualdrinella! Ho preparato per te la tua ultima colazione. 16
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura SONDZO BLAN Avoue lo désir de ca-esse eun reste comme su le porte di catedrale. Mon pappa l'est étou eun sondzo blan dessu la nèi et dj'i pa eu-nen lot en de m'aperceivre. De feye sotre di gon lo mondo a nou an l'est restou eun sermen eisilou su lo comblo d'eun tet rodzo, avouè la douleur de l'enfance dzalèye comme eun cristal. SOGNO BIANCO Con il desiderio di carezze si resta come sulle porte delle cattedrali. Mio padre è stato un sogno bianco sulla neve e non ebbi il tempo di accorgermene. Di scardinare il mondo a nove anni è rimasto un giuramento esiliato sul colmo di un tetto rosso, con il dolore dell'infanzia gelata come un cristallo. MARCO GAL 19
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura CLAUDIO MORANDINI 7 novembre 2009 ore 21 Castello Sarriod de La Tour Claudio Morandini è nato e vive ad Aosta. Ha scritto commedie per la radio e monologhi per il teatro. Nel 2006 ha pubblicato Nora e le ombre (Palomar), una storia di preghiere, fantasmi e dubbi. 20 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura VERSO IL LAGO (dicembre 2008) Salì a salutare l'anziana madre, prima di partire per la montagna con l'amica. «Mamma». Lei aprì un occhio, a fatica. «Sei tu». «Mamma, io vado». Lei taceva, in attesa. Lasciò partire un sospiro. «Io vado» ripeté il figlio. «In montagna». «Da solo?». «Sì, mamma». Un secondo sospiro – lei avrebbe sospirato comunque, dopo qualunque risposta. «Sempre da solo». «Non è vero, sai». «Non hai amici». «Ho amici, invece». «E nessuna ragazza ti vuole». Qui fu lui a tacere. Frequentava da un paio di settimane una ragazza di un altro quartiere, ma alla madre non osava confidarlo – sentiva che avrebbe reagito in modo infinitamente più negativo che a saperlo solo. «In montagna, poi. E se ti fai male?». «Starò attento». «Dicon tutti così. Poi si vede in televisione, come stanno attenti». «Non andrò in posti pericolosi». Sospiro. Altro sospiro. La madre, immobile nel gran letto matrimoniale, svuotata di carne, prosciugata dalle malattie, sembrava una bambina. Anche la sua voce risuonava acuta e priva di vibrazioni, come il timbro di un piccolo corista prima della pubertà. «Starò attentissimo, promesso» ripeté lui, allungando un sorriso che però la vecchia sembrò non vedere. «Starò in pensiero finché non torni». «Guarda un po' di televisione, piuttosto, ti terrà compagnia». 21
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ........................................................................... A quelle parole, la mano della madre brancicò tra le lenzuola e le trine del copriletto finché non afferrò un telecomando. «Vado, allora». Mentre chiudeva la porta, la sentì mormorare – preghiere, o imprecazioni, poteva trattarsi di qualunque cosa. Più tardi la domestica sarebbe tornata dal giro al mercato, le avrebbe tenuto compagnia, ne avrebbe ascoltato i lamenti. Egli scese le scale, e per misurarsi con il buio chiuse gli occhi e procedette alla cieca. Attraversarono tre o quattro paesi che sembravano sbattuti negli angoli più ombrosi e ingrati della vallata, per lasciare ai campi e ai pascoli delle bestie le zone più aperte e meglio esposte. Eran borghi di case malandate, addossate a caso le une alle altre, con i tetti, molti dei quali sfondati dall'incuria o da qualche ignoto cataclisma, ricoperti di brina anche in quei giorni d'estate. La strada tagliava in due quei cumuli di cubi di pietre e travi, facendosi stretta e corrugata. In uno di quei paesini si fermarono a chiedere indicazioni a un vecchio prete. «Il lago?» ripeté questi, grattandosi il mento incolto. «Il lago di... Sì, il lago» disse lui, che per un lapsus repentino non riusciva a farsene tornare in mente il nome. Il prete restò a pensare a lungo, guardando al di sopra dei tetti, come se il lago potesse trovarsi oltre le case. Poi lo distrasse un ragazzino ch'era sbucato da un tugurio reggendo un sacchetto di plastica. Il ragazzino si avvicinò e gli porse quel sacchetto, dentro cui si agitavano e piangevano diversi animaletti, forse gattini, che il prete afferrò senza dire nulla. «Gattini?» chiese lei, indecisa se sentirsi intenerita o inquieta. «Appena nati» concesse il prete. «Dicevamo, un lago». «Già, ecco, purtroppo ora come ora non ricordo più come...» cominciò a dire lui. Lo interruppe il gesto del prete, che, posato il sacchetto sullo 22 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ........................................................................... scalino dell'ingresso di un abituro, vi si sedette sopra con tutto il peso, assestandosi a balzi sulle natiche. «Un lago...» rimuginava intanto. Lei, ammutolita, sentì le vocine spegnersi, percepì un vago crocchiare d'ossa, o forse se lo immaginò soltanto, e vide abbassarsi il grosso prete sul sacchetto sempre più piatto e largo. «Un lago...» pensava quello a mezza voce. Diede un'ultima battuta di natiche, e si levò. «Probabilmente» esitò poi lui, una volta risaliti in auto a consultare cartine, «probabilmente, e da un certo punto di vista, la sua, sua del prete, è una buona azione. Piuttosto che vedere randagi soffrire di fame, per le strade, o lasciare che finiscano sotto le ruote, o che siano attaccati da, che so, dai lupi, meglio così». Ma lei non rispose. E nemmeno lui sembrava persuaso dalla sua stessa giustificazione. Solo dopo un'altra infilzata di tornanti che ingarbugliarono i loro stomaci e tolsero loro ogni colore, «Lupi? Hai detto lupi?» chiese lei. «Vieni, guarda». Le indicava una pozza d'acqua stagnante, che aveva scoperto da bambino, e in cui ogni anno centinaia di rane deponevano le uova. Sapeva che in quella stagione brulicava di girini. Lei si accostò, incuriosita. Guardò dall'alto il ribollire delle code di migliaia di creature che premevano i musi molli contro i bordi di fango. «Sono tanti» disse. «E questo è niente. Quand'ero bambino...». Ma si interruppe. Quell'affaccendarsi insensato dei girini gli pareva troppo violento. Guardò meglio. «Si stanno mangiando» notò lei. Con una certa insospettabile ferocia, girini trafelati strappavano lacerți di pelle e sfilavano sottilissime interiora ad altri girini, penetravano coi musi nei ventri di altri per svuotarli, scuotevano i testoni sferici per asportare via pezzi più consistenti. «Cannibalismo» chiosò lui, scoraggiato. 23
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Avrebbe voluto conquistarla con lo spettacolo della natura, sedurla – sedurne la mente, prima di passare al resto – con l’incanto romantico del perpetuo rigenerarsi della vita, con l’infinita varietà delle forme viventi, con un mondo naturale che risuona di sentimenti, che è l’espansione dei nostri desideri, che rabbrividisce della nostra stessa vita. Avrebbe voluto incantarla con fiori, animaletti multicolori sorpresi fuori dai loro rifugi, bizzarri abitatori dell’ombra, impalpabili presenze benevole nei coni di luce. E ora si trovava a fare i conti con girini nerastri che si contendevano brani gli uni degli altri, in un’orgia scombinata, dentro un’acqua ch’era ormai fango. «È la natura» disse lei, come per consolarlo. «La natura, già. Chi mangia e chi...». Stava appunto osservando un girino che, mentre dilaniava l’addome di un fratello per succhiarne fuori i visceri, era a sua volta dilaniato da un terzo, identico a lui in tutto. Notò con sorpresa, nell’acqua torbida, che le espressioni delle vittime e quelle dei carnefici non erano diverse. Nei musi degli uni non leggeva dolore – e non intravedeva accanimento o ferocia, e nemmeno intenzione, tanto meno piacere, nei musi degli altri. In tutti, vittime o carnefici, mangiati e mangianti, scorgeva un’identica indecifrabile inespressività, che solo per l’agitar di code e l’enfiarsi delle bocche riusciva a interpretare, o al contrario per l’inerzia dei corpi e il progressivo svuotamento degli addomi. «Andiamo, ora» chiese lei, guardandolo negli occhi. Mentre seguivano il sentiero polveroso, lui rimuginava su sua madre. La sognava spesso, nelle notti intrise di nervosismo che precedevano un avvenimento fuori dalla norma, e quella stessa notte l’aveva sognata, più volte, gonfia di grasso, strabordante dal letto. Lo supplicava di dar da bere ad alcuni fiori finti posti su un davanzale che nella realtà non esisteva, gli intimava di stare con la schiena dritta, o di andare a parlare con suo padre di certe faccende misteriose che però nel sogno avevano una ragion d’essere. Lui bagnava i fiori, a lungo, per prendere tempo, e si concentrava su quella semplice operazione come se fosse difficilissima, in modo da evitare di tornare troppo presto da lei. Talvolta notava, 24 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura tra le carni della madre, vasti disegni azzurri di vene, ematomi verdi in estensione o alla deriva. Talvolta sua madre si levava a sedere tra i cuscini, e sembrava guarita di tutti i mali che in quegli anni l’avevano schiacciata a letto, e rideva di sollievo, e allora anche lui rideva, ma in cuor suo soffriva al pensiero che toccasse ricominciare tutto daccapo, dai primi sintomi alle prime crisi, lungo un declino che sarebbe stato ripercorso tappa per tappa. «No, niente». La ragazza gli aveva appena chiesto se qualcosa non andava. Gli si era rannuvolato lo sguardo, a pensare a sua madre. «Dove porta questo sentiero?». «Al lago, appunto. Vedrai che meraviglia». Lei rimase in silenzio. Lui pensò che avrebbe dovuto usare un tono più convinto. «Ci saranno altri girini?». «Non saprei no, non credo». «Meglio così». “Le parlerò della natura” s’era detto, mentre andava a prenderla con l’auto ancora intestata a sua madre. “Della bellezza vertiginosa della natura – della spaventosa complessità del mondo. Ogni creatura è mossa da pulsioni che non ammettono repliche, le dirò. Ogni nostro pensiero è il prodotto di reazioni chimiche. Ovunque ci giriamo, vediamo esseri viventi tesi a unirsi per procreare. Una forza misteriosa li spinge l’uno verso l’altro. Anzi, glielo mostrerò, senza parlargliene – meglio non essere espliciti, si rischia di compromettere l’effetto. Le mostrerò caprioli in amore, distese di uova di pesce e di anfibio, nidi di uccelli, pollini in volo, farfalle, bruchi. Le dirò: questo è ciò che vuole Dio – forse le dirò proprio così, sì”. Mentre aspettava sotto la casa di lei, tamburellando con due dita sul volante, aveva ripassato la scaletta di argomenti con cui conquistarla. Argomenti alti, per lo più, con qualche puntata sul sociale, un paio di ammicchi culturali (un vernissage, una première), rari, misurati riferimenti autobiografici – a meno che lei non cominciasse a far 25
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura domande in proposito. Cauta curiosità su di lei – cauta, però, perché una curiosità eccessiva rischia di urtare. “Il mondo della vita reclama il nostro contributo. La porterò là dove non potrà dire di no” pensava, continuando a tamburellare sul volante. Quando si baciarono, in una radura odorosa di belladonna, e lui la strinse con un empito un po’ forzato tra le braccia, lei ebbe un modo di abbandonarsi che più che alla resa faceva pensare al sollievo. Si baciarono a lungo, molto a lungo, perché a lui era sorto nel frattempo il dubbio di come procedere, e fino a dove spingersi. Forse anche a lei era venuto un dubbio simile. Alla fine si sciolsero dall’abbraccio, e lasciarono che il respiro tornasse normale. Il sentiero conduceva fino a uno stretto lembo di spiaggia erbosa e fradicia presso un lago, perso tra fianchi di monti che digradavano a precipizio. Mano nella mano, si avviarono verso l’acqua scura. Li spingeva un desiderio inquieto e vago, e la superficie calma del lago sembrava suggerire, attraverso una serie di associazioni, un bagno, lo spogliarsi, la nudità, l’eccitazione, l’abbraccio. L’ombra dei monti allungata sulla spiaggetta rendeva gelida quell’erba. Lei sulle gambe sentiva brividi che il sudore della camminata rendeva acuti; lui si scoprì, non senza imbarazzo, le braccia irte di pelle d’oca. Giunti, si baciarono ancora, ostinatamente, trovando qualche conforto nel calore del corpo l’uno dell’altro. «Un bagno?» propose lui, tornando a respirare dopo l’apnea del bacio. La voce gli uscì singolarmente infantile. «Sarà fredda» disse lei. «Lo è senz’altro. Ma non sento il freddo vicino a te». Lei sorrise, compiaciuta. Subito dopo sembrò vergognarsi di quel compiacimento da ragazzina. «Allora io mi spoglierò» disse lui. Anche lei prese a svestirsi. Si era alzata una brezza che odorava di neve, e che increspava il lago, con leggerezza frivola. Il sudore dei loro 26 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura corpi, al contatto con l’aria in movimento, quasi bruciava. «Freschino» disse lei. I capezzoli le si erano induriti fin quasi a farle male. Nudo, lui tentò un altro abbraccio, muto, poi. Dopo averle lanciato un breve sguardo disperato, si precipitò nell’acqua, urlando e subito dopo gemendo. Lei rimase sulla terra, accartocciata su se stessa, nuda o quasi, a guardarlo sprofondare ad ogni passo. «Vieni!» gridò lui, accartocciato a sua volta. «Non è niente male!». Ma la voce gli usciva stridula. Lei mise i piedi in acqua, e si sentì mordere da un gelo che prese subito a risalirle le vene fino all’inguine, fino al cuore. Un improvviso impulso a urinare le fece serrare a forbice le gambe. «Vieni!». «È freddissima!». E poi, guardandosi attorno con una certa teatralità: «Fa freddissimo!». Dopo un po’, lui risalì a fatica, paonazzo, tra gli inciampi, e senza trattenere il ruminio di un paio di imprecazioni. Si reggeva i genitali con le mani, per trasmettere un po’ di calore. «I testicoli» mormorava, sgomento. «Per il freddo mi sono rientrati i testicoli». Era pieno di vergogna e di angoscia, e guardava lei con uno sguardo obliquo e torvo, come se la ritenesse la causa dell’inconveniente. Si asciugò in fretta, indossò le maglie, e si accucciò lontano, a tentare di far ridiscendere le gonadi con la pressione delle dita. Lei aveva intravisto di sfuggita un pene minuscolo, annerito dal gelo, inerte come una larva morta – una visione che l’aveva colpita come uno schiaffo. Alla fine, senza accorgersi, lui prese a parlare di sua madre, infrangendo un divieto che s’era imposto. Di più: raccontò proprio quei sogni in cui compariva la madre – un altro divieto, fortissimo, nato dalla constatazione di quanto i sogni altrui gli risultassero noiosi. Lei lo ascoltava, ma forse solo per cortesia. Lui si dilungò a descrivere i sogni in cui la madre ora era minuscola, persa nel letto come una neonata, ora gigantesca; o quelli in cui cantava con voce 27
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura da contralto – ma una volta, si ricorda, una volta le aveva sentito un vocione da baritono, che lo aveva riempito di terrore. Lei quella volta aveva preteso un applauso, e s’era offesa quando lui non era riuscito che a tributarle un battimano tiepido. E una volta aveva sognato suo padre, morto anni prima, e lo aveva sognato vestito proprio come sua madre, con la cuffia e la veste da camera; gli parlava con la stessa voce acuta, faceva gli stessi gesti, come un vecchio travestito che l’età e gli acciacchi abbiano reso bisbetico. «Papà, che fai lì?» aveva chiesto il figlio. «Che ci faccio? Come che ci faccio?». «Non parlare così, papà». «Non sono tuo padre!». «Come no?». «Non vedi?». E il vecchio s’era concesso qualche mossetta ambigua, sbattendo le ciglia. Quel sogno lo aveva inorridito. Si ricordava bene la voce stridula che i farmaci avevano imposto a suo padre prima che morisse. La ragazza ascoltava, con un lieve sorriso, indecisa forse se prendere il tutto sul ridere o assumere un’espressione di partecipazione drammatica. «Stai bene?» le chiese lui ad un tratto. «Sì». Ma quando lui allungò la mano verso di lei, per prendere la sua, lei si discostò di poco, e infilò le mani in tasca, dove scavò a lungo in cerca di un fazzoletto di cui non sembrava avere bisogno. «Saremmo costretti a stringerci forte tutta la notte per sopravvivere al freddo». «Come?». Lui aveva parlato troppo piano. Dovette ripetere quella frase cruciale, ma ormai il tono gli si era fatto forzato. Lei rispose con un sorrisetto. «Siamo fortunati, il sentiero è ben segnato. Vedi? Tracce di vernice gialla ogni dieci metri. Non ci perderemo, sta' tranquillo». Era buio, ormai. 28 29
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura IL VARCO (estate 2008) Mio padre guidava sempre piano, curvo sul volante, senza mai spostarsi dalla corsia a destra, dove le marmitte dei camion e dei furgoni ci riempivano l'abitacolo di nebbia. Eppure mia madre, a intervalli regolari, gli diceva di rallentare; e un santo barbuto eppure effeminato, da un magnete rettangolare sul cruscotto, lo invitava ad andar piano, a pensare alla famiglia. Cioè a noi, che nei sedili posteriori facevamo interminabili gare a chi non sbadigliava, a chi non rideva, a chi non parlava, non respirava, non chiudeva le palpebre. Mia sorella si stancava prima di me, e mi spingeva lontano con uno sbuffo di insofferenza. Aveva un modo tutto suo, piuttosto efficace, di farmi sentire un piccolo idiota. La partenza per le vacanze avveniva in piena notte. Venivamo caricati ancora incoscienti sui plaid che rivestivano i sedili, e lasciati rollare per ore, in un semisonno che si caricava di nausea. All'alba, mi affacciavo stordito a vedere la pianura che ci circondava da ogni lato. Le montagne che mi erano familiari sostituite da un orizzonte nebbioso, bituminoso. La palla rossastra del sole nascente minacciosa come il fondale di un modesto film di fantascienza. L'arrivo al mare, la prima visione dell'acqua mi riempivano di uno sgomento primitivo: ma prima ancora dell'acqua, osservavo stranito gli uomini abbronzati e seminudi, le ragazze in costume, scure e cariche di protervia. Anche mia sorella le fissava, cupa nel suo pallore. Attendevo con preoccupazione il momento della prima passeggiata sul lungomare: mio padre in camicia, con le maniche arrotolate, calzoncini, ginocchia grigie, calzini scuri e scarpe; mia madre lattea, di colpo cascante sotto le braccia, sul collo, le gambe ingrossate e percorse da intrichi di varici azzurre. Camminavamo lenti sull'orlo del mare come su un precipizio, e ci sentivamo addosso gli sguardi di commiserazione di tutti. Mia sorella si rifiutava di seguirci, in quel primo rituale iniziatico da Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura cui tornavamo scottati, affranti. Ci aspettava in albergo, in costume, sul bordo di una piscina minuscola, imbrattata di creme abbronzanti. Gli occhiali scuri le davano un'aria sprezzante e assente, che mi turbava. Li tenva anche la sera, anche nella sala da pranzo, anche in camera. Era un'altra persona, ai miei occhi. Di notte, nel riverbero dei suoni che provenivano dalla strada o dalle altre camere, mentre i miei genitori dormivano russando e gemendo, io mi svegliavo e la vedevo accanto alla finestra, a guardar fuori. Era immobile, ma la sentivo impaziente, d'una impazienza ferina. Le giungevo accanto, e fissavo fuori anch'io la distesa nera del mare, le luci delle navi al largo, e cercavo di distinguere, nel baccano di quelle sere troppo lunghe per noi, il rumore delle onde. La mattina, mi svegliava l'alzabandiera della colonia vicina al nostro albergo. Alle sette, tutti i giorni, un altoparlante amplificava la registrazione gracchiante di una tromba militare. Subito dopo, più fiochi, sentivo iniziare i fischietti, con cui gli inservienti della colonia indirizzavano i ragazzini ospiti, guidandoli in ogni attività della giornata. Era un edificio severo, privo di attrattiva, già cascante in alcune sue parti, eppure esercitava su di me uno strano fascino. Più tardi, in spiaggia, avrei visto i ragazzini magri della colonia spostarsi seguendo qua e là i fischietti della zona recintata riservata alla colonia, in movimenti di cui mi sfuggiva il senso. E avrei assistito alle interminabili preparazioni per la breve immersione nell'acqua. Il recinto delimitava il territorio riservato dal bagnasciuga fino a una lunga teoria di spogliatoi, e soprattutto quassù, lontano dagli occhi delle inservienti, si sfaldava in varchi, si dilaniava in passaggi segreti. Un giorno che ciabattavo da quelle parti, in cerca di qualcosa, e sbirciavo al di là del recinto, mi imbattei in uno di quei ragazzini. Mi fissava, misurandomi con lo sguardo. Ci salutammo con due cenni del capo. Aveva più o meno la mia corporatura, ma qualcosa, nei suoi tratti, mi suggeriva che avesse qualche anno in più. «Come va?» chiese. E subito dopo: «Nessuno ci vedrebbe». Proponeva uno scambio, lo capii al volo. «Un'ora, non di più. Non 30 31
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura se ne accorgerebbe nessuno. Un'ora e mezza al massimo. Che dici?». Annuii. Ci scambiammo veloci gli slip e i cappellini, sotto il sole accecante che costringeva tutti a chiudere gli occhi, a chinare lo sguardo. Era davvero più grande di me, lo capii osservando di sfuggita il suo coso prima che lo ricoprisse con il mio costume. Ci allontanammo dal varco del recinto, lui verso i miei, che gli avevo indicato e sommariamente descritto, io verso un gruppo di collegiali. Qui mi mischiai tra ragazzini che mi parevano tutti uguali, e presi anch'io a fare cose spinto o trascinato dall'autorità dei fischietti. Nessuno mi individuò come estraneo, sotto il cappellino che avevo ben calcato. Dopo un'ora, cominciai a percorrere la spiaggia a volute sempre più larghe, fino ad avvicinarmi al varco. Qui aspettai per qualche minuto il mio complice, coltivando fantasie di sostituzione e abbandono che mi resero piuttosto inquieto. Arrivò, finalmente, e senza dire una parola si sfilò gli slip e mi lanciò il cappellino. «A domani, allora» si congedò. Tornai da mia madre, inerte sulla sdraio, le braccia penzoloni. Non s'era accorta di nulla. Mio padre, come al solito, colto da un'insofferenza muta, stava camminando sul bagnasciuga, da ore, diretto chissà dove, vestito come il primo giorno. Mia sorella, invece, mi fissava. «Chi era quello?» bisbigliò. «Uno». «Lo farete ancora, vero?». «Domani, credo». Non la vedevo sorridere così da molto tempo. Quella notte, mi scosse dal sonno più di una volta, per chiedermi di prestarmi ancora allo scambio. Lo avrei fatto comunque, e cercai di rassicurarla. La mattina dopo, all'alzabandiera, era già in piedi, pervasi da un'allegria febbrile, che nessuno capì. Ci precipitammo in spiaggia subito dopo i compiti, e lì trovai già il ragazzino della colonia, accanto al recinto. «Ce ne hai messo di tempo» mi disse soltanto. «Ho dovuto fare i compiti delle vacanze». «Bravo. Adesso dammi i tuoi slip». E già si calava i suoi. 32 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Corsi ancora dietro ai fischietti, partecipai a strani giochi di cui non capivo nulla, ballai quadriglie, finsi di cantare inni patriottici. Alla fine, assetato, mi avviai al punto di ritrovo, convinto di essere in ritardo; ma qui dovetti aspettare un'altra mezz'ora, nascosto. Finalmente il ragazzino arrivò, ma evitava il mio sguardo, e per spogliarsi pretese che mi voltassi. «Come si chiama tua sorella?» mi chiese. Glielo dissi. «Cercherò di ricordarmelo» borbottò, e raggiunse i suoi compagni. Mia sorella mi aspettava sotto l'ombrellone, accanto a mia madre. Se parli ti uccido, mi disse muovendo solo le labbra. Mi sembrò spiritata, tutta pupille, come se fosse corsa lì dopo aver fatto chissà cosa chissà dove. E mi allungò un pizzicotto feroce, nell'ordinarmi a sillabe di prestarmi l'indomani a un altro scambio. Mia madre invece sorrideva beata. «Che sagoma che sei» mi diceva. «Cos'è che hai detto prima, che mi ha fatto tanto ridere?». 33
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura LUIGI FURINI 30 maggio 2008 ore 21 Castello Sarriod de La Tour Luigi Furini ha lavorato a lungo in giornali locali, dalla catena di "Diario" ai quotidiani del Gruppo Espresso, per il quale lavora anche oggi. Vive a Pavia Mi chiama Germano Dionisi e mi fa: “Te la sentiresti di fare un pezzo per il nostro giornalino”? “Su quale argomento?”, gli chiedo. “Vedi un po' tu. Hai libera scelta”. Ce l'ho proprio l'argomento per voi valdostani che state in una posizione strategica, in una zona turistica, di passaggio, vicino ai confini con altri paesi. Sto proprio finendo di scrivere un libro sulla crisi economica. Sulla gente indebitata che ha fatto rate e mutui per cose importanti e cose stupide. E adesso non ce la fa a pagare. L'altra metà del libro, invece, raccoglie storie di chi i soldi li aveva (è giusto usare l'imperfetto). Li aveva e non li ha più, perché la crisi glieli ha spazzati via. Erano soldi investiti in strumenti più o meno sicuri, fondi di investimento, obbligazioni varie. Insomma, i miei intervistati non amavano il rischio, erano persone abbastanza prudenti e, nonostante questo, via, si sono trovati con un pugno di mosche. E adesso vengo alla domanda per gli amici della Val d'Aosta. Detto che c'è la crisi, detto che siamo in un tunnel che chissà quando finirà, voi da lassù che cosa vedete? Io leggo che in Val d'Aosta, nell'ultimo week end dell'Immacolata 2008 e anche durante le vacanze di Natale, oltre a tanta neve, sono arrivati anche tanti turisti. Che gli alberghi erano pieni (l'ho letto sul Sole 24 Ore) e i ristoranti hanno avuto un aumento dei clienti rispetto all'anno scorso. E allora, amici di Saint-Pierre, voi come la vedete? C'è o no questa crisi? Un amico mi ha detto: “A sciare in Val d'Aosta ci vanno ormai solo i ricchi”. Vi giro la domanda: “E' vero”? Sono soltanto i ricchi a riempire le piste di fondo di Cogne? Oppure le migliaia di piste, facili e meno facili, che la vostra regione offre? E gli hotel pieni? E i ristoranti pieni? Sono tutti ultramilionari i loro clienti? E poi, ditemi, voi che siete attraversati da un'autostrada che porta in Francia. C'è traffico? Vanno su e giù macchine e camion che portano 34 35
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ANDREA DE CARLO 7 giugno 2008 ore 21 Castello Sarriod de La Tour persone e merci di qua e di là? Allora non siamo tutti fermi ad aspettare l'apocalisse. Allora qualcosa si muove? Insomma, la crisi c'è ma (per ora) non è così grave. Però io ho bisogno una risposta. Se la crisi è come la febbre, siamo a 37,2 oppure a 38? Oppure a 39? Che pastiglie dobbiamo prendere? A furia di pensare alla febbre, l'influenza mi è venuta davvero e quando sta poco bene, i sogni sono agitati. Il sogno dell'altra notte è stato questo: tornavo, con un gruppo di amici da una gita sul monte Bianco. Il pullman scendeva verso Aosta. Eravamo allegri e si cantavano cori di montagna. Poi, di soprassalto, ci siamo ammutoliti. Abbiamo scoperto che a guidare il pullman c'era Silvio Berlusconi. Lui veniva giù veloce, anche se il fondo stradale era ghiacciato. Raccontava barzellette anche se nevicava e la guida avrebbe richiesto più attenzione. Toccava il culo alle ragazze e così toglieva le mani dal volante. Poi si è fermato all'autogrill e ha detto: "Entrate e spendete, così risollevate l'Italia”. Qualcuno gli ha dato retta, qualcuno no. Poi mi sono svegliato di colpo e non so come è finita. Ditemi un po' voi, ma quel pullman è arrivato a fondo valle? Ciao e buon 2009 a tutti. Sono nato a Milano, dove sono cresciuto. Mio padre faceva l'architetto, mia madre la traduttrice. Mio nonno paterno era siciliano, mia nonna paterna cilena; dal lato materno invece erano piemontesi. Ho cominciato a scrivere quando ero al liceo, ma la faccenda è diventata più seria quando mia madre per il mio diciottesimo compleanno mi ha regalato una Lettera 22 portatile, rossa. Con quella ho scritto appunti, impressioni, racconti, lettere, due interi romanzi mai pubblicati, e infine i miei primi due romanzi pubblicati. Mi sono laureato in Storia moderna. (La storia, e le infinite storie che contiene, continua a interessarmi molto.) Ho girato un po' il mondo, passando lunghi periodi negli Stati Uniti, in Australia, in Sud America e in diverse città europee. I miei romanzi sono: Treno di panna, Uccelli da gabbia e da voliera, Macno, Yucatan, Due di due, Tecniche di seduzione, Arcodamore, Uno, Di noi tre, Nel momento, Pura vita, I veri nomi, Giro di vento, Mare delle verità, Durante. Sono tradotti in 21 paesi. Partecipo alla campagna di Greenpeace "Scrittori per le foreste", e i miei libri sono stampati su carta riciclata senza uso di cloro o su carta certificata FSC (che unisce fibre riciclate post-consumo e fibre vergini provenienti da buona gestione forestale e da fonti controllate). Per il momento la mia base è sulle colline nell'Italia centrale. Luigi Furini 36 37
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura DURANTE (...) Durante era fuori con Julian per comprargli delle scarpe, io ero nell'appartamento al quarto piano caldo come un forno in attesa di scoprire se ero davvero convinto di voler rinunciare all'assillo di trovare un compratore per ogni pezzo di stoffa che tessevo. Giovanna è venuta nel piccolo soggiorno dove stavo sfogliando una vecchia edizione di ingiallita di Piotr Kropotkin pescata da uno scaffale, mi ha chiesto se aveva voglia di accompagnarla a fare la spesa. Aveva una borsa di tela rossa con rotelle e manico estensibile, la faceva scorrere avanti e indietro sul pavimento con la sua eleganza da ballerina che mangia normale. Appena ha capito che stavamo per uscire, Oscar ha cominciato a saltare avanti e indietro, spostava lo sguardo ansioso da me a lei. Siamo andati nel caldo fino a un negozio all'angolo della via, ma era chiuso, un cartello sulla saracinesca diceva Si riapre a fine mese. Giovanna ha detto "Ti scoccia camminare ancora un po'?". Le ho spiegato che ero abituato a fare chilometri a piedi insieme a Oscar, in campagna. Lei è ripartita di buon passo. Aveva un paio di vecchi occhiali da sole dal taglio classico, insieme ai sandali di gomma e alla borsa da spesa a rotelle le davano uno strano aspetto bohémien, noncurante, sexy. Abbiamo camminato zitti per un tratto, con la familiarità e l'imbarazzo di due persone che hanno dormito sotto lo stesso tetto e fatto colazione insieme eppure non si conoscono quasi. Cercavo di farmi venire in mente possibili argomenti di conversazione, ma l'unico non generico a cui riuscivo a pensare era Durante, e mi sembrava di essere legato da un patto non scritto di lealtà e riservatezza con lui. Ho detto "Come mai Julian si chiama così?" Lei mi ha guardato, come avrebbe potuto farlo Durante. "E' un ragazzo simpatico" ho detto, per recuperare. "Sensibile". "E' un marziano, adesso" ha detto lei. "Non mi ci sono ancora abituata, fino all'altro ieri era un bambino. Non so se Durante si è reso davvero conto del cambiamento". 38 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura "Si vedono spesso?" ho detto, anche se era proprio il tipo di domanda che non mi sembrava di poter fare. "Lo conosci da così poco?" ha detto lei. "Be'" ho detto. "Forse dall'altro ieri, in realtà." "Quindi non sai quasi niente di lui" ha detto Giovanna, rideva. Aveva una bella voce, leggermente ruvida, calda. "Qualcosa forse sì" ho detto. "Tipo?" ha detto lei. Con gli occhiali scuri che le nascondevano gli occhi era un po' come parlare a una diva del cinema francese anni Sessanta, faticavo a trovare la chiave giusta. "Qualcosa del suo carattere" ho detto. Le ho guardato senza volere il punto dove il vestito di cotone leggero le scopriva l'incavo dell'ascella sinistra: la pelle tenera e quasi bianca sotto quella ambrata dal sole dell'estate. "E com'è" ha detto lei. "Sentiamo". "Un po' marziano anche lui, no?" ho detto, con uno sbalzo di voce. "Ha quel modo di studiarti, da molto vicino e da molto lontano. Di non esserci quasi, e di esserci tantissimo. In tutti e due i casi, più di chiunque io abbia mai incontrato. "Allora è vero che lo conosci un po'?" ha detto Giovanna: divertita, incuriosita, ferita, legata, indipendente, in movimento. "Poi ci sono le sue strane capacità" ho detto. "Di quando ipnotizza gli animali o le persone. O ti legge nel pensiero, non so". Lei guardava avanti, come se preferisse evitare l'argomento. Sono stato per raccontarle dell'episodio di Tom uscito dal coma profondo, chiederle cosa sapeva davvero dei poteri misteriosi del padre di suo figlio, ma non l'ho fatto. "Sono contenta che siate amici" ha detto lei. "Perché?" ho detto; pensavo che solo due giorni prima mi sarebbe sembrato assurdo essere considerato amico di Durante. "Sembri più con i piedi per terra" ha detto lei. "Più ancorato alla realtà". "Lo dice anche Durante, ma non è proprio vero" ho detto. "Forse lo sembra." 39
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura “Lo sei” ha detto Giovanna. “Rispetto a lui, almeno. Con il tuo lavoro così concreto, la tua vita organizzata, insieme alla tua donna.” “Sono cambiate tante cose, negli ultimi tempi” ho detto, senza aggiungere che era stato in buona parte per via di Durante. “Non so neanche se stiamo più insieme.” (...) Lei è scesa dal marciapiede, ha dato uno strattone alla sua borsa con le ruote per farla salire sul marciapiede successivo. Ho cercato di prendere la maniglia per aiutarla. “Lascia” ha detto lei. “Ce la faccio anche senza un cavaliere”: Per l’imbarazzo ho camminato un po’ più discosto. Ho detto “Ma anche quello di Durante è un lavoro concreto, no? Con i cavalli? Più concreto di così”. “Non so se è davvero un lavoro” ha detto lei. “Anche in passato, ogni volta che stava per diventare un impegno permanente, lui scappava. E dire che con i cavalli ci sa fare come pochi, l’avrai visto. Gli sono arrivate tante proposte, anche dalla Spagna, dalla Germania, dagli Stati Uniti. Ma più invitante era l’offerta, più lui si sentiva imprigionato, gli veniva la reazione di andarsene via”. (...) “Il fatto è che non riesce a sopportare nessun tipo di obbligo” ha detto Giovanna. Continuavo a entrare e uscire dal mio patto non scritto di lealtà e riservatezza; ho detto “Ma come fa a vivere?. “L’hai visto, no?” ha detto Giovanna. “L’hai visto come vive”. “E quando stavate insieme” ho detto, cercavo di immaginarmeli. Lei si è fermata nell’ombra di un edificio dalla facciata arancione, ansimava leggermente per il caldo. Ha detto “Ci arrangiavamo. Poi ho io cominciato a insegnare”. “Insegni? Ho detto. “Inglese, alla scuola media” ha detto lei. Ci siamo girati tutti e due a guardare un ragazzo che passava in motorino, come un grosso calabrone estivo. “Ma anche Durante ha sempre lavorato” ha detto Giovanna. “Allevava e addestrava cavalli d’alta scuola e riusciva a venderli anche bene, però ogni volta i soldi gli sparivano tra le mani nel giro di Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura poco.” “Cosa ci faceva?” ho detto, perché la mia curiosità continuava a essere più forte dei miei impegni morali. “Dipende” ha detto lei. “Prestiti ad amici che non avrebbero mai potuto ridarglieli, regali a gente che nemmeno conosceva. E’ fatto così. Se gli capita di avere qualsiasi tipo di bene materiale, non passa molto prima che lo dia via. Non ha il senso della proprietà, non si affeziona alle cose. E’ la sua natura.” (...) “E’ fatto così” ha detto Giovanna, e tra i suoi sentimenti c’era chiaramente almeno una parte di nostalgia. (....)” Perché credi che abbia perso la testa per lui, quando l’ho incontrato?” “Immagino” ho detto, quasi sopraffatto dalla sua sincerità nuda, dalle informazioni su Durante, dal caldo del sole assorbito e rimandato dall’asfalto del marciapiede e dalle facciate delle case. “Sì” ha detto lei. “Solo che quando poi c’è un bambino che deve mangiare tre volte al giorno e avere dei vestiti e un tetto sopra la testa, di colpo tutto diventa meno suggestivo. E ti logora, dopo la magia senza limiti dei primi tempi. Ti logora doverglielo spiegare. Dover ammettere che hai dei bisogni, anche se ridotti al minimo. Vedergli fare quella faccia, come se non capisse. Sai con quella luce negli occhi?”. “So esattamente di quale luce parli” ho detto. “Ecco” ha detto lei. “Poi c’è il suo rapporto con le donne naturalmente”. “Vale a dire?” ho detto, solo per creare un margine di spazio tra i miei pensieri e le sue parole. “Non può fare a meno di conquistare ogni donna che incontra” ha detto lei. “Ma l’avrai visto, no?” “Sì” ho detto. “L’ho visto” Mi sono chiesto se raccontarle quanto da vicino l’avevo visto, ma di nuovo mi è sembrato di avere dei vincoli morali. “E’ più forte di lui” ha detto Giovanna. “Anche se ci ho messo un bel po’ a rendermene conto.” “Non era evidente dall’inizio?” ho detto. 40 41
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura “All’inizio mi sembrava di essere l’unica donna al mondo, con lui” ha detto. “Desiderata, capita, apprezzata, giustificata, incoraggiata in ogni piccola sfumatura mentale, sessuale, caratteriale, ideale. In ogni mia qualità e anche in ogni mio difetto, in ogni mia debolezza e mancanza. Era inebriante. Non mi era mai capitato che un uomo potesse arrivarmi così vicino da farmi vibrare, in un modo così follemente intenso e sincero, senza limiti. Non riuscivo a crederci, mi sembrava un miracolo.” “E poi?” ho detto. Il caldo saturava lo spazio intorno alle nostre persone, ci faceva traspirare sudore e verità, rallentava sempre più i nostri passi. “Poi ho scoperto che non era un miracolo solo per me” ha detto Giovanna. “Vale a dire?” ho detto. “Che lui voleva o doveva ripeterlo con altre donne” ha detto lei, di strappo. “E che era inevitabile. Anche se mi è costato una fatica terribile ammetterlo.” “Ma perché inevitabile?” ho detto. “Perché Durante pensa che le donne possiedano la chiave dell’universo” ha detto lei. “E le donne questo lo sentono, subito. (Tratto da: Durante di Andrea De Carlo, Bompiani) 42 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ELENA ACCATI 14 maggio 2008, ore 21 Castello Sarriod de la Tour Elena Accati ha conseguito la laurea in agraria presso l’Università degli Studi di Torino; dal 1983 diventa professore ordinario di floricoltura. E’ attualmente responsabile del master in progettazione del paesaggio e delle aree verdi. Al suo attivo ha oltre 200 pubblicazioni ed è autrice da sola o come collaboratrice-coordinatrice di numerosi volumi. 43
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura I GIARDINI DELLA COLLINA TORINESE P. Gullino e E. Accati Il giardino, luogo d'incontro tra arte e natura, rappresenta una pausa nel nostro vivere quotidiano, un momento di divertimento e di riflessione, una scoperta della natura che ci circonda in cui immergerci per assaporare fragranze e colori, lasciando fluire le proprie emozioni. Il giardino è oblio e ricordo, è scuola di vita: ci insegna a diventare pazienti e ad attendere i ritmi della vegetazione nel suo evolversi. Vi sono regioni del nostro Paese a cui la nostra mente si rivolge immediatamente quando si pensa al giardino, ed altre, come il Piemonte, che vengono connotate piuttosto per l'aspetto industriale. Non sapremmo proprio immaginare Torino senza la sua collina, né riusciremmo a pensare a questa bella città separandola dall'elemento più naturale del suo inconfondibile panorama. Torino e la sua collina sono insomma un binomio inscindibile! Le bellezze naturali e paesaggistiche della collina torinese, la straordinaria ricchezza floristica e gli importanti siti architettonici - dalla Basilica di Superga ai cascinali e alle "vigne" sviluppatesi fra XVI e XVII secolo- ne fanno un'area di elevato valore paesaggistico ed ambientale. Stabilire i confini della collina torinese è un'impresa ardua; alcuni studiosi sostengono che essa si prolunghi sino all'Appennino, attraverso il Monferrato e le Langhe, altri che, attraverso le colline di Ivrea e della Serra, si salda alle Alpi. In ogni caso le colline sono emerse circa sei milioni di anni fa dal mare che allora occupava la pianura Padana e quindi sono depositi marini conseguenti ai movimenti orogenetici che originarono le Alpi e gli Appennini. La morfologia di questo sistema collinare è complessa: i versanti con esposizione a settentrione e affacciati sulla pianura del Po sono ripidi, caratterizzati da corsi d'acqua e con una marcata presenza di boschi mentre le pendici poste a sud risultano assolate e caratterizzate Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura da vigneti, giardini, ville e pergolati. La vegetazione della collina riveste un ruolo fondamentale nel creare uno scenario di indicibile bellezza, in grado di suscitare sensazioni di pace e benessere nel viandante. Grazie alla sua posizione strategica, a metà strada tra le Alpi e il mare, la collina torinese possiede una flora molto varia ed interessante ma non è corretto considerare questa vegetazione di tipo spontaneo. Infatti nei vari periodi il quadro vegetazionale si è trasformato sulla base delle differenti esigenze delle attività umane; prima attività di taglio a uso energetico e di disboscamento per fini agricoli poi attività di sostituzione delle specie forestali presenti per attività di costruzione(travi) e per attività agricole con piante permanenti come la vite. Il nuovo modello vegetazionale del bosco della collina, così variato, si mantenne sostanzialmente inalterato fino al 1700 quando Carlo Emanuele III prese la decisione di favorire le importazioni di una specie non autoctona: la Robinia pseudacacia. La pianta fu importata con un duplice fine: sia come pianta ornamentale per la bellezza delle sue infiorescenze a racemo dolcemente profumate, sia come agente limitante del dissesto della collina causato dalle violenti piogge che caratterizzarono in senso meteorologico gli anni metà del secolo innescando un notevole fenomeno erosivo della collina. Purtroppo la Robinia ha però comportato con il passare del tempo una non attesa invasione nel lungo periodo divorando terreno e boschi di castagni. La collina torinese è senza dubbio un luogo assai privilegiato, vicino al centro cittadino, ma nello stesso tempo percettivamente e psicologicamente assai distante grazie al silenzio, alle viste e al rigoglio vegetativo che offre. Numerosi sono i giardini che ospita e che rappresentano lo specchio di una società che sa vivere equamente tra natura e cultura . Cercare di leggere questo rapporto nelle sue componenti culturali significa quindi non solo individuare le forme espressive, stilistiche, peculiari di un periodo storico, ma salvaguardare la nostra identità attraverso la conservazione di un bene che è essenziale per la conoscenza di un territorio. 44 45
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Tuttavia grazie alle piante conservate con cura e attenzione nei giardini e nei parchi privati la vegetazione boschiva della collina continua ad essere viva, ricca ed affascinante. Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura GLICERINE Todzor me fan tendro l'êfourië le glicerine, magna-a perqué ta meìson de leur fragrance l'est inondéye; et t'embrasson comme am bouye de fleur d'euntsarmo et te pènètron avouë la vibrachon de leur parfeun blagueur et fragile comme lo son di pa-olle pa prononchéye. Cenque fan çalle man sensa discour que tsertson de pa se compromettre avouë leur magnèye ? Dèyon se tordre comme l'abro di glicerine ator de la toupie de ton coeur; çalle fleur que tordon finque lo feur, pe todzor euntordon mon coeur. GLICINI Sempre mi fanno tenera la primavera i glicini, forse perché la tua casa della loro fragranza è inondata; e ti abbracciano come un serpente di fiori di seduzione e ti penetrano con l'arpeggio del loro profumo vanitoso e fragile come il suono delle parole non pronunciate. Cosa fanno quelle mani senza discorso che cercano di non compromettersi col loro comportamento? Devono contorcersi come la pianta dei glicini attorno alla pergola del tuo cuore; quei fiori che piegano persino il ferro, per sempre torcono il mio cuore. MARCO GAL 46 47
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Finito di stampare nel mese di marzo 2009 presso la Tipografia La vallée ad Aosta