Castelli di Cultura: Antologia e Rassegna di Lettura e Scrittura a Saint-Pierre, 2009.
tra_lettura_e_scrittura_dicembre_2009.pdfIl documento è un supplemento culturale intitolato "Castelli di Cultura tra Lettura e Scrittura", pubblicato dalla Biblioteca Comunale di Saint-Pierre nel dicembre 2009, che funge da antologia e resoconto della rassegna culturale svoltasi principalmente presso il Castello Sarriod de la Tour. La pubblicazione copre un ampio spettro di temi e generi, includendo estratti narrativi di autori partecipanti agli eventi (come Gianni Nuti, Luigi Guicciardi, Gatto Tersilia Chanu e Serge Quadruppani), saggi di storia dell'arte e analisi culturali (Cinzia Joris), e approfondimenti biografici su figure locali di rilievo come la giornalista Joséphine Duc Teppex (Michela Ceccarelli). Il contenuto spazia da racconti noir e storici a folclore e critica sociale, affiancati da annunci di incontri con personalità come il ciclista Davide Cassani e l'autrice Giacinta Baudin, con un focus ricorrente sulle tradizioni e il paesaggio della Valle d'Aosta. L'opera si apre e si chiude con riflessioni sull'importanza della cultura, della lettura e del dialogo interculturale, espresse dagli amministratori locali.
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CASTELLI DI CULTURA TRA LETTURA E SCRITTURA Saint-Pierre e Sarriod de la Tour BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE Supplemento al N. 3 di "Mélange" - Dicembre 2009
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CASTELLI DI CULTURA Tra lettura e scrittura
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CASTELLI DI CULTURA TRA LETTURA E SCRITTURA Saint-Pierre e Sarriod de la Tour BIBLIOTECA COMUNALE DI SAINT-PIERRE
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È passato un altro anno e siamo a rinnovare il nostro incontro attraverso il profumo della carta fresca di stampa che ospita i regali degli autori coinvolti nella rassegna 2009 di Castelli di cultura e due sintesi delle proposte fatte nel corso della settimana della cultura 2009 svoltasi nel mese di aprile: a tutti la nostra più sincera gratitudine. Sulle pagine di Mélange troverete le ipotesi sul futuro della rassegna. Con questa piccola introduzione, invece, vorrei ringraziare quanti hanno permesso a Castelli di cultura di sopravvivere nel tempo con un impegno economico (amministrazione comunale) e personale (commissione di gestione, pro loco...) e concedermi alcune riflessioni, per argomentare e colorare di speranza i miei personali auguri e quelli di tutti i membri della commissione di gestione. Poco tempo fa, nel corso di un seminario di lavoro tenuto a Torino dal titolo Narrazioni multilingui e biblioteche interculturali nelle scuole, il prof. Vinicio Ongini (esperto di intercultura, scrittore e piacevole narratore) raccontava un aneddoto significativo. Ricordando i primi flussi migratori in Italia, provenienti principalmente dall'Albania, descriveva un'iniziativa promossa in una scuola per favorire la lettura di libri in un'ottica interculturale; l'iniziativa era consistita nel preparare una valigia piena di libri sia albanesi sia italiani da far circolare nelle classi con alunni stranieri inseriti. Data la significatività del momento - in quel periodo di avvio della tematica - fu invitato l'ambasciatore albanese, gli chiesero di aprire la valigia insieme ai bambini della scuola e gli proposero di scegliere, tra i libri presenti, quale rappresentasse quello della sua infanzia: scelse Pinocchio. Ora, che Pinocchio sia il libro non religioso più tradotto e stampato nel mondo è risaputo, ma ciò che stupisce di questo aneddoto è come la dimensione culturale non possa che essere interculturale, poiché la conoscenza, la narrazione, i linguaggi, le lingue sono di fatto, e storicamente, interdipendenti e intrecciati. Ciò che vorrei augurare allora - prendendo a prestito le parole di Alex Langer in un suo scritto famoso - attraverso le pagine di questo piccolo tradizionale libro che ogni anno si introduce con molta umiltà nelle vostre case, è che il 2010 si apra verso un futuro amico [che] ha a che fare anch'esso con la conciliazione o con la convivenza; [...] la convivenza tra culture, la convivenza tra diversi noi, cioè tra gruppi di persone che non si identificano, pur vivendo nello stesso territorio. [...] Oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico è proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interculturale o interetnica. Castelli di Cultura 2009, è stata l'occasione di incontri tra autori e lettori, dove il raccontare e l'ascoltare hanno dato vita a momenti di scambio culturale con la consapevolezza che quanto detto sarà prezioso per tutti. Auguri per un lieto Natale e un felice 2010 LAURA GLAREY Assessore alla Cultura del Comune di Saint-Pierre GERMANO DIONISI Presidente della Commissione di gestione della biblioteca
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ................................................................................................................................................................................ C'è una scuola grande come il mondo. Ci insegnano maestri, professori, avvocati, muratori, televisori, giornali, cartelli stradali, il sole, i temporali, le stelle. Ci sono lezioni facili E lezioni difficili, brutte, belle e così così. Ci si impara a parlare, a giocare, a dormire, a svegliarsi, a voler bene e perfino ad arrabbiarsi. Ci sono esami tutti i momenti, ma non ci sono ripetenti: nessuno può fermarsi a dieci anni, a quindici, a venti, e riposare un pochino. Di imparare non si finisce mai, e quel che non si sa è sempre più importante di quel che si sa già. Questa scuola è il mondo intero Quanto è grosso: apri gli occhi e anche tu sarai promosso GIANNI RODARI (Una scuola grande come il mondo, in Il libro degli errori, Einaudi, Torino, 1993) 6
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura GIANNI NUTI 9 maggio 2008 ore 21 Castello Sarriod de La Tour E' nato ad Asti nel 1964 da famiglia lucchese e vive a Sarre (Aosta). Musicista, pedagogista, musicologo, scrittore si occupa di didattica e psicologia della musica, è ricercatore di Didattica Generale presso l'Università della Valle d'Aosta, dove insegna anche Metodologia del gioco di ruolo e tecniche di animazione e Psicologia della Musica. Ha diretto dal 2003 al 2008 la Scuola SFOM, di Formazione e Orientamento Musicale della Fondazione Istituto Musicale della Valle d'Aosta e numerosi progetti di formazione superiore finanziati dal Fondo Sociale Europeo. Attualmente è Presidente della stessa Fondazione e Direttore delle Politiche Sociali nell'Assessorato alla Sanità, Salute e Politiche Sociali della Regione Autonoma Valle d'Aosta. 8 DA QUEL TIEPIDO MATTINO DI MARZO Non c'è più tempo. Devo andare. Il concerto sta per finire ed io, a passo svelto, riesco a raggiungere la sala in meno di dieci minuti. La borsa di plastica l'ho presa, eccola nella tasca dell'impermeabile bianco che è sempre più grande, ed io più magro. La cintura non ha la fibbia da almeno dieci anni: prima o poi ne troverò una adatta. Mentre mi annodo alla meglio sulla vita questa specie di cordone liso e sporco mi guardo allo specchio. Capisco perché la gente mi tiene a distanza: questa carnagione bianca, diafana e le labbra rosso fuoco, sottili e inu- midite, i pochi capelli e le rughe fitte, antiche e fruste. Sembro morto. Eppure l'energia non mi manca, zampetto per Via Aubert curvo come se mi aspettassi una pallottola all'altezza degli occhi, vigile come un cerbiatto braccato. Vedo la gente che mi guarda, non dice il suo disprezzo, ma lo esprime ugualmente ed io ignoro. Da tempo immemorabile, ignoro. Sui vetri di un negozio ormai dismesso, tra le decine di manifestini e annunci appiccicati con mille espedienti, individuo la mia prossima méta: domani inaugurazione di una mostra di autore locale nella saletta d'arte. Non mancherò. Arrivo a destinazione nel tempo prestabilito. Sento il vociare vi- vace della gente, libera dalla prigionia della poltrona vellutata rossa, dal silenzio sussiegoso, dalla finta devozione alla dea musica. Li vedo, sembrano talpe che sboccano da uno spacco a lungo ostruito, ora final- mente aperto. Non ne potevano più, dopo pochi minuti dall'inizio di quella cerimonia senza preti avevano già esaurito tutti i pensieri con i quali riempire l'immobilità, avevano scandagliato ogni convitato cogliendo di ciascuno un difetto, azzardando un'ipotesi sulla sua vita sentimentale, frugando sotto i vestiti con l'immaginazione alla ricerca 9
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura di una forma nuda, da volere o spregiare. Dopo un tale digiuno di spazio vitale e movimento, sono meglio disposti ad accettare intrusi scomodi come me; nel ripristinare un cont- atto con l’umanità tollerano anche i soggetti più disumani. Ed io sono tra loro. Per i tavoli apparecchiati in fila che campeggiano contro la parete rivestita di legno, sembra di essere all’Ultima Cena, ma è troppa la gen- te che si assiepa da un lato e dall’altro del banchetto e scarsi i pensieri sulle cose ultime. Tengo d’occhio la situazione da fuori attraverso le vetrate mentre passeggio in qua e in là come se me ne stessi andando. Ecco, è il momento giusto. La gente si ammasssa già attorno al cibo, ma il saccheggio non è ancora iniziato; nessuno, tranne qualche adulto sfa- cciato insieme a due o tre bimbi, ha osato aprire le danze. Mi intrufolo nel flusso della massa più folta, dove sono tutti intenti con un occhio a intercettare le persone che contano e ipotizzare un aggancio - prima o poi - almeno per un saluto, con l’altro a perlustrare quel ben di dio che sta a bella posta sopra le tovaglie immacolate. In mezzo ci sto io, nessuno si cura di me. Mi avvicino e allungo le mani, inizio dalle tartine salate, tante ne in- gurgito altrettante ne infilo nella busta che tengo stretta nella sinistra. Seguono pizzette, salatini, torte di verdure. Il cameriere più esperto serve con cura una ingombrante signora impellicciata di nero, truc- cata pesantemente, dal viso acido e le labbra ripiegate verso il basso: l’esperienza gli insegna che questa è esigente e pronta a coglierlo in fallo, quindi nessuna distrazione. Io ne approfitto, bevo un bicchiere di rosso velocemente e incamero un bitter e un succo di frutta ancora sigillati, poi mi sposto dalla parte opposta della tavolata. Man mano che la sporta si gonfia sento sempre più sguardi che si soffermano sulle mie mani, risalgono fino al viso, si ritraggono rapidi e disgustati. Sorrido senza ironia e proseguo nell’incetta con la destrezza minuta di uno scoiattolo. Passo ai dolci. I camerieri dimostrano inso- fferenza, è quasi ora di smetterla. Una meringa mi lascia attorno alle labbra un appiccicoso velo di zucchero e albume: mi pare di tornare al tempo in cui mio padre, sebbene di rado, mi concedeva un fuso di zucchero filato alla fiera e chi mi guardava sorrideva, intenerito dalla spropporzione buffa tra il mio piccolo viso tondo e quel grande cipresso bianco e soffice che tenevo in mano per il tronco. Mi sbagliavo: nella mia vita non è mai stato quel tempo, posso solo immaginare, oggi, gu- ardando gli altri bambini, come sarebbe stato bello, da piccoli, godere di quei gusti. Uno dei custodi della saletta mi carpisce per un braccio non senza un certo ribrezzo, mi prende da parte e mi invita a togliermi dai piedi senza troppi complimenti. L’avevo previsto. Così, mite, mi allontano dal rinfresco ma non esco: ho bisogno di recuperare una testimonianza scritta del fatto che anch’io, a questo evento, ero presente. Già, pre- sente, non passato né estinto. Vado nella sala grande, e recupero un programma del concerto las- ciato da uno spettatore sulla sedia da lui occupata. Sul palco i musicisti sono ancora intenti a riassettare le loro partiture, chiudere i leggii: chi lo fa con misurata lentezza e uno sguardo disteso e aperto, assaporando il tempo della quiete dopo la fatica, chi nervosamente, per scacciare il pensiero dei gesti imperfetti. Io avverto tutto questo, loro neppure si accorgono di me: sorrido e mi dileguo, stavolta in via definitiva, verso casa. A metà strada scorro nuovamente l’invito all’inaugurazione della mostra di domani per ac- certarmi dell’ora: le 18, sarò presente. Prima di salire al piano, scendo in cantina, dove ripongo le provviste raccolte: ordino sullo scaffale più alto un pasticcino dietro l’altro, secondo colore, fattura e ingrediente base, poi scendo più in basso per il salato seguendo principi analoghi. Una volta terminato il lavoro, salgo verso l’appartamento, apro e im- mediatamente ripongo il programma di sala nell’armadio dell’ingresso insieme agli altri e a tutti i cataloghi d’arte trafugati da tempo imme- morabile. Poi mi siedo sulla poltrona, senza togliere il mio impermeabile bi- anco e respiro a lungo, lentamente. Chiudo gli occhi, come ogni giorno. Nel gennaio del 1709 faceva freddo a St. Nicolas e Margot era scesa 10 11
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura a capofitto fino al castello, dove serviva il Conte Sarriod de la Tour. Questi gli aveva concesso di tornare da sua madre per chiuderle gli occhi: lei, sedicenne dalla pelle pura, lo aveva fatto, poggiando delica- tamente indice e anulare sulle palpebre vizze. Così aveva posto fine a quel suono fisso che le pupille emettevano da ore raccogliendo in una sola voce i mormorii delle pie donne, negando al corpo il giusto riposo. Nella stanza da letto una luce bruna confondeva le vesti della defunta con i pizzi neri e la coperta di panno sdrucita, e insieme mescolava nel- la mente della giovane il dolore, il fastidio per le presenze estranee, la paura dell'incognito che si affacciava nella sua vita e l'odore acre della morte diffuso nell'aria e per lei nuovo, terribile e seducente. Dopo i passi lenti con i quali seguì la sepoltura, Margot chiuse casa: era una di quelle mattine in cui il giorno, limitato da un grigiore avvolgente e di- ffuso, non sembra mai sbocciare. La ragazza si precipitò giù dal monte come se fosse inseguita da un demonio, da una di quelle grottesche che popolavano uno dei soffitti del castello improvvisamente vive. Nella neve alta i piedi affondavano profondamente e si risollevarono con un rimbalzo vigoroso, conservando il corpo in un equilibrio quasi miraco- Joso. Si presentò all'ingresso della servitù che era già buio, trafelata e infreddolita, bellissima, con le gote rosate e una luminosità negli occhi feconda e funebre insieme. La cuoca Matilda, dal cuore almeno grande come il suo imponente didietro, la accolse pietosa, la accompagnò con le braccia verso la cucina, la sedette sulla sedia davanti alla madia del pane e andò a scaldarle dell'acqua per prepararle un infuso di erbe. In quel mentre entrò frettoloso il figlio del Conte alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, vide Margot con i seni che ancora le si gon- fiavano affannosamente per la lunga corsa. La ragazza si alzò di scatto per ossequio, poi si paralizzò di fronte al viso scolpito di lui, elegante, dai tratti vagamente levantini quasi che i viaggi del padre avessero spe- ziato il suo seme con aromi d'Oriente. Muto, le comandò di seguirlo, la condusse al piano superiore e, in un angolo del salone d'onore la possedette, senza violenza, ma neppure amore. La toccò quanto servi- va per tenerla avvinghiata con le sue mani giovani il tempo necessario per consumare il banchetto, la cercò con gli occhi solo quando temeva che un pensiero contrario potesse dissuaderla da assecondare la volontà del suo signore, la abbandonò quando lui era appagato e lei prostrata e sanguinante. Margot alzò gli occhi sulle figure del soffitto che la deri- devano, condannandola senza appello. Il Conte vide i due giovani quando ormai tutto si era consumato. La giovane sedicenne dalla pelle pura, disperata per la vergogna, fu allontanata dal castello quella sera stessa. Vagò per due mesi tra i bos- chi innevati della collina soprastante: appassì lentamente, le guance si scavarono, le si avvizzirono i seni e le screpolature sulle mani e i piedi sanguinarono senza sosta, la sua mente versò il senno giorno dopo giorno sui ceppi dove appoggiava il capo per riposare finché non fu dispersa l'ultima goccia di ragione. Margot morì di fame e di follia in un giorno tiepido di marzo, in tempo per concimare un prato posato sul declivio più dolce proprio sul margine di un ruscello sottile e fragoroso, nei pressi del castello di Sarriod de la Tour. Io morii con lei, quel tiepido mattino di marzo, nel suo ventre e, con la pelle bianca avvizzita come i suoi seni, da allora divoro ogni cibo che la nobiltà di oggi offre su ogni tavola imbandita, partecipo all'agape di diritto dal momento che mi è stata negata la possibilità di nascere. Anche oggi ho mangiato quanto più possibile per rimanere morto, per dare cibo alla mia morte. Per me, che non ho vissuto, posso prendere, non offrire e non co- nosco amore né in entrata né in uscita. Non mi è stato dato il tempo. Compiango la gente che non si accorge di essere morta seppure viva e rimane indifferente o rifugge da chi, come me – vivo, ma morto - da un altro mondo la induce a immaginare e trascendere verso ciò che è allo stesso tempo tragico e desiderabile. Gianni Nuti 12 13
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura LUIGI GUICCIARDI 19 giugno 2009 – ore 21 - Castello Sarriod de La Tour Modenese, insegnante di liceo e critico letterario, Luigi Guicciardi è il creatore del commissario Cataldo, poliziotto al centro di una serie di fortunati mystery: La calda estate del commissario Cataldo (1999; Heyne, München, 2000; Hersilia Press, Oxford, 2010), Filastrocca di sangue per il commissario Cataldo (2000; Heyne, München, 2001) – entrambi finalisti al Premio Scerbanenco – Relazioni pericolose per il commissario Cataldo (2001), Un nido di vipere per il commissario Cataldo (2003), Cadaveri diversi (2004) per Piemme; Occhi nel buio (2006), Dipinto nel sangue (2007), Errore di prospettiva (2008), Sen- za rimorso (2008) e La belva (2009) per Hobby&Work. LA DEPRESSIONE Lo conoscevo bene, ormai. Alto, magro, poco più di quarant'anni; sempre in giacca e cravatta. Usciva di casa alle tre, ogni volta che l'ho visto, fino alla fine dell'estate, prima che cominciasse a piovere: dalla villa di fronte al parco, quella coi pilastri viola e col giardino attorno. Faceva sì e no trenta metri, quasi fosse già stanco, e si metteva a se- dere sempre lì, sulla panchina verde, l'unica di quel colore, vicino alla fontana. Sarebbe bastato un niente per fare conoscenza, e cominciare a parlare; un gesto, un sorriso. Ma non è mai successo. Io apro il giornale, quello scroccato al mio vice, Muliere, e lo guardavo al di sopra dei fogli, prima di mettermi a leggere, come per incoraggiarlo; lui mi fissava a lungo, indeciso, poi guardava altrove, che so, un punto dietro le mie spalle, o per terra davanti a sé, tormentandosi le mani o scuotendo un po' la testa. Non faceva di più. E io pensavo intanto che tutti abbiamo, nascosto dentro, un segreto pudore, che ci mette a disagio agli occhi degli altri. Anche adesso è lì, davanti a me. Ma sotto un acero del suo giardino, con la faccia nell'erba. Lo hanno già coperto con un telo, quelli della scientifica, ma ho fatto in tempo a guardarlo bene. Il maglione ocra e i jeans, una mano sotto il corpo e l'altra contratta, rattrappita; lo sfregio di sangue alla tempia destra, e la pistola. Una Beretta nera, mezzo met- ro più in là, lucidato dalla pioggia. Nelle tasche non ha niente. "Non avrei dovuto lasciarlo solo neanche un momento..." sing- hiozza piano la signora; adagio come la pioggia che scende fine, quasi impalpabile. "Ma non ci credevo, no... Non credevo che la depressio- ne..." Annuisco, comprensivo, mentre lei torna a singhiozzare. "Era depresso, ma sereno, in questi ultimi giorni. Sembrava consen- ziente, o almeno rassegnato, a rientrare in clinica." Si ferma, titubante. "Non potevo immaginare..." E giù di nuovo a piangere. A me vengono in mente le parole di un collega. “Quelli che si am- mazzano lasciano sempre qualcosa. Un biglietto, un messaggio. Di so- lito lo fanno." E allora chiedo, con dolcezza: 14 15
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"Ha trovato una lettera, per caso?" E siccome non parla: "Uno scritto, voglio dire..." "Non lo so, non sono entrata. Ero andata a messa e lui era lì, davan- ti alla tivù. Sono stata fuori poco..." Fa un gesto, a cercare l'orologio; a giustificarsi, quasi: "...e appena tornata l'ho visto..." Deglutisce, pren- de fiato. "Non ci ho neanche pensato, a entrare in casa..." Io guardo il cielo, poi gli alberi del parco, sopra la spalla di lei. E anche la panchina verde. Un paese di campagna, penso. Dove tutti si conoscono. "Allora sono corsa qui vicino, dal signor Tosi. Una... no, due case dopo questa. E' da lì che ho telefonato..." "E' vero." Un uomo con l'ombrello, dal viso rugoso, parla dietro di noi, a confermare. Chissà da quanto ci sta ascoltando. "La signora è venuta da me sconvolta e mi ha detto che il marito si era sparato. Ho chiamato subito la polizia." "Credevo avesse telefonato lei." Accenno alla vedova. Si guardano un attimo, lui e lei. Con imbarazzo, forse. Dopo, l'uomo: "No, no, le assicuro. Ho chiamato io. Lei era troppo sconvolta." Ci fissiamo in silenzio, dietro i nostri fiati; poi alzo gli occhi al globo del sole. Un'arancia immobile, mi sembra, sopra la nebbiolina che ci avvolge. Mi scuoto sentendomi chiamare. "Commissario Cataldo, noi avremmo finito..." Accenno di sì, con la testa, che possono andare. Li vedo infilare il morto nel sacco di tela cerata, chiudere la cerniera e metterlo nel fur- gone. E mentre lo portano via, passando per il parco, davanti alla panc- hina, penso che ne ho visti altri, di morti, alla mia età, ma che mi sento ancora, come la prima volta, un inconscio avvilimento nel cuore. "Diamo un'occhiata in casa" suggerisco. "Chissà che non ci sia qualcosa." La porta è chiusa e lei prende dalla borsetta la chiave. Due mandate, distinte; lo scatto della serratura metallico, stridente. Entriamo solo noi, mentre il vicino resta fuori. Ad aspettare? 16 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura E' una villa grande, a due piani, con quell'unico ingresso. Silen- ziosa, pulita, impersonale. Solo il ticchettio insistente di un pendolo, nell'ingresso, scalfisce l'immobilità di quella quiete. L'aria è fredda e senza odori, a parte il profumo dei fiori. Ce ne sono molti in un vaso, sul tavolo del soggiorno, ma accentuano soltanto l'atmosfera di triste- zza. Di un biglietto, poi, nemmeno l'ombra. “Erano anni che era malato. Malato di nervi, voglio dire. All'inizio si pensava alla stanchezza, al lavoro...” sospira. “Allo stress...” “E invece?” “E invece no. Non era solo logorio, o la tensione di un momento. Ma un esaurimento nervoso dei peggiori...” Adesso mi torna in mente la panchina del parco. Con lui seduto che mi fissa, indeciso, tormentandosi le mani. “Così è cominciata la terapia. Prima dallo psicologo, poi in casa di cura...” “Mai manifestato, come dire...” la interrompo con garbo “...pro- positi di suicidio?” “No. Cioè, una volta o due in tutto. Ma più per avere un conforto, che per un vero desiderio di farla finita.” Alza gli occhi a guardarmi. “Perché parlarmene, se no?” “Oggi però l'ha fatto...” “E' colpa mia. Non dovevo lasciarlo solo. Ma non si può lottare tutta la vita contro l'angoscia della solitudine. C'è sempre un momento di vuoto, dentro...” Ha parlato d'un fiato, così tace di colpo, rossa in viso. “Era sua, la pistola?” “Sì. Da molto tempo.” Mi sento a disagio, adesso, e indiscreto. Ma devo fargliela, questa domanda. “Lo amava ancora?” Mi sembra stonato, il suo sorriso, dopo tutte quelle lacrime. “Dopo tanto tempo, vuole dire? Lei non può capire. Nessuno può capire se non vive con un neuropatico. Non c'è più dialogo, equilib- rio.” Sospira. “E l'amore diventa pietà, compassione. Ma non è più 17
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura amore." Ha ragione. Anni di malattia, fuori e dentro una casa di cura. Anni di depressione, sorda, silenziosa; sempre uguale. E all'improvviso, un mattino, un colpo in testa. Perché, poi? C'è già la vita che ci uccide, giorno per giorno... E' tutto, davvero. Mi avvio per uscire, con lei alle spalle, che tossis- ce. Sulla porta mi fermo, le dita sulla maniglia. Non è chiusa a chiave e si apre senza rumore, alla pressione della mano. "Un'ultima cosa, per favore." La fisso. "Quanto tempo è stata fuori stamattina?" Fuori, l'aria ha l'odore della campagna, e il parco sembra più gran- de, senza il velo della nebbia. Sulla panchina verde c'è un filo di sole. "Non capisco..." "Non ha detto che è uscita stamattina? A messa..." Per la prima volta sembra cercare la voce, e un lampo d'incertezza le passa negli occhi. "Sì, certo... Ma non riesco a ricordare. Esattamente, voglio dire. Un'ora, tutt'al più... Ma non ha importanza, vero?" No che non ha, adesso. Adesso che ho capito. Prima dello stub, del referto autoptico. Una donna piacente, dalla bocca sensuale mortifica- ta dal fazzoletto, quasi a nascondersi. Un marito malato, un rapporto finito; un altro uomo, chissà. "Non mi ascolta, commissario?" Ma io ripenso ancora alla porta chiusa a chiave, e alla chiave che non c'era nelle tasche del morto; e già mi sta prendendo un senso di tristezza. LUIGI GUICCIARDI 18
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura 10 LUGLIO 2009 GATTO TERSILIA CHANU 10 LUGLIO 2009 – ORE 2100 Castello La Tour Tersilla Gatto Chanu, studiosa di storia e tradizioni popolari, è au- trice di saggi, romanzi, sceneggiati radiofonici, poesie e racconti per l'infanzia. Per la Newton & Company ha pubblicato: Leggende e rac- conti popolari del Piemonte, Leggende e racconti della Valle d'Aosta (pre- mio R. Willien 1992), Miti e leggende dell'Amazzonia, I miti dei Greci e dei Romani, Canti popolari del vecchio Piemonte, Miti e leggende della creazione e delle origini, Streghe, Storie e segreti, Saghe e leggende delle Alpi, in collaborazione con A. V. Cerutti – Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Valle d'Aosta e in collaborazio- ne con Alessandro Celi Storia insolita della Valle d'Aosta. 20 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ACCADDE A PONTEY UNA STORIA DI GNOMI Questa, che voglio raccontare, è una storia di tanti anni fa, quando gnomi e folletti la facevano da padroni in tutta la vallata, entrando ed uscendo a piacere dalle abitazioni, attraverso i buchi delle serrature e le più sottili fessure dell'uscio. In qualche villaggio la gente li teneva a bada, mettendo dietro le porte, la sera, scodelle colme di segala e miglio, per impegnarli, in rispetto ad una loro inderogabile legge, a raccogliere fino all'ultimo i semi, se mai, introducendosi in casa, li avessero versati per terra. Ne facevano lo stesso, però, di dispetti! E impertinenti erano! Ma inafferrabili sempre: anche se qualcuno affermava di averne udito le maliziose risate, quando, durante la veglia, rovesciavano il lume, per divertirsi poi a distribuire irriverenti pizzicotti a nubili e maritate e a dare strattoni a più che rispettabili mustacchi. Erano tanti davvero i genietti molesti e persino dannosi. Per for- tuna, capitava anche – sia pur più raramente – di trovarne qua e là di buoni e generosi, che si prestavano ad aiutare i contadini nei lavori dei campi, o si installavano magari in un mulino a macinare e macinare senza posa... e senza alcuna pretesa di compenso per la loro fatica. A Pontey, poi, un'intera schiera di gnomi aveva preso sotto la sua protezione il paese. Gli Tsandzon – così li chiamava la gente del po- sto – si prendevano cura dei campi e dei vigneti, che erano i più belli e rigogliosi della valle: paghi di ricevere dalla popolazione, il giorno della Festa del Vino, dieci coppe di prié, il nuovo vino, che il sindaco versava per loro nelle acque del torrente Moline. Anno dopo anno, da incalcolabile tempo... fino al memorabile gior- no di cui sto per parlare. Era quasi tutto pronto per la Festa. Il palco che doveva servire pri- ma alle autorità per i discorsi, poi a chi amava danzare come pista da ballo, era stato piazzato al centro dell'ampio spiazzo erboso attrezzato 21
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ........................................................................................................................................................................................................................................ allo scopo, delimitato lungo il torrente da massi rocciosi, nei pressi del ponte gettato sul Moline. All’altra estremità dal pianoro era stata costruita una tettoia, per proteggere dal sole e da eventuali intemperie il materiale da utilizzare per l’occasione. Tra quel riparo e il palchetto, ed oltre a quello, fino alle rocce, tavoli e panche di legno sembravano attendere i paesani, che sarebbero giunti tra poco. Dai fili appesi ai pali infissi nel terreno tutt’attorno pendevano lampioncini colorati, festoni di pampini e nastri multicolori. Quattro ragazze, che indossavano il tradizionale costume locale, stavano dando ai preparativi gli ultimi tocchi. Avevano l’aria felice. Chiacchierando e ridendo, disponevano in bell’ordine su un bancone ai piedi del palco le ghirlandette di fiori intrecciate per coronare le giovinctte del paese. Appiattato tra le rocce, con cui si mimetizzava il suo abito verde e marrone, uno Tzandzon con un cappuccio a punta ben calcato sulle orecchie le stava osservando. A un tratto si alzò in piedi. Ritto, non mi- surava più di mezzo metro. Robusto più che pingue, aveva grosse mani e lunghi piedi, infilati in zoccoli di legno, che tuttavia non facevano rumore, mentre con movimenti agili e svelti muoveva qualche passo verso il torrente. Si sporse, levò in alto la destra e si batté più volte l'indice sul naso. Al segnale, ecco sbucare un secondo gnmo, poi altri due, che si rimpiattarono tra i massi, curiosi. Erano in tutto e per tutto uguali al compagno: taglia, corporatura, occhi tondi e vivaci, baffi spioventi sulle labbra spesse, folta barba ros- siccia alla cappuccina, orecchie dai lobi grandi, che spuntavano fuori dal berretto. Di diverso quei quattro avevano solo il naso: affilato, aqui- lino, appallottolato, appuntito. Era quello il carattere distintivo degli Tsandzon. «Siamo a buon punto», sussurrò Naso-a-Patata. «Quanti festoni!», bisbigliò Naso-a-Becco. «E che bei lampioncini colorati! Già li immagino accesi, questa sera!» «Fammi vedere!», intervenne Naso-a-Punta. «Ma è già tutto a po- sto: il palco, i tavoli, le panche...» «E delle reginette della festa che ne pensate?», domandò Naso- Sottile. Avevano tutti la stessa voce, sommessa e gradevolmente roca; e il tono era allegro e compiaciuto. «Una gioia per gli occhi», asserì Naso-a-Becco, tra l’approvazione dei compagni. Rimasero un po’ in silenzio ad osservare. Poi Naso-a-Patata riprese: «Vedete quella bionda con le trecce attorno alla testa, che si sta met- tendo una corona di fiori?». «Bch?», sollecitarono gli altri. «Quella io la conosco bene.» «Davvero?! E come mai?» «Vi dirò: ho avuto modo di starle vicino vicino, qualche giorno fa. Si era addormentata sul muschio, giù alla cascata. Carina, vero?» «Bella davvero», convenne Naso-Sottile. «Anche l'altra, però, la ca- stana ricciuta...» «A me piace la piccoletta, con quell'aria assennata», dichiarò Naso- a-Punta. «Guardate la brunetta», suggerì Naso-a-Becco. «Sembra tutta pepe. Sarà un piacere per gli occhi vederla ballare.» «Ehi, fate posto anche a me!», intervenne un quinto Tsandzon dal naso rincagnato. «Di dove arrivi tu, sempre di corsa?», volle sapere Naso-Sottile. «C'era della legna da accatastare, su, alla cascina. Ho dato una mano, perché finissero in fretta e potessero venire a divertirsi anche loro.» «Beh, che ne dici?» «Ihù uùuh! Che cosa vedono le mie pupille! Grandioso!» «Lo puoi ben dire», approvò Naso-a-Becco. «E... reginette deli- ziose.» «Scommetto il mio cappuccio che state già disputando tra voi per coronare la bella delle belle», rise l'ultimo arrivato. «Ma non è un po’ troppo presto? La Festa non è neppure incominciata.» «Bah!», ribatté Naso-a-Patata. «Conta... e non conta. Per me, ho già scelto.» «Comunque, tra poco, qui sarà un pieno di splendide figliuole. Ihù 22 23
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura uuuh! Boccioli di rosa!», esclamò allegramente Naso-da-Cane. Poi, in tono deluso, vedendo le ragazze allontanarsi verso la tettoia: «Ma... Scherziamo? Io arrivo, e quelle se ne vanno?!». «Dovranno pure apparecchiare», replicò Naso-Sottile. Quando le fanciulle incominciarono a disporre sui tavoli canestri colmi di ogni bendidio, fioccarono i commenti. «Vi dirò: quella bella frutta ha un aspetto alquanto familiare... Cre- do proprio di avere contribuito alla raccolta.» «Vi dirò: quelle salsicce le conosco bene: gli ingredienti li ho dosati io.» «Vi dirò: ho visto coi miei occhi quel pane uscir dal forno.» «Vi dirò: l'aroma di quei formaggi non mi è nuovo.» «Vi dirò: credo di aver già sentito, da qualche parte, il profumo di quei fiori.» Risero sommessamente. «Abbiamo messo le mani dappertutto», disse Naso-a-Patata. Le voci si alternarono di nuovo. «Mi fa piacere pensare che oggi gusteranno tutti le mie salsicce.» «Il mio pane.» «La mia frutta.» «Le mie fontine.» «E con i miei fiori», concluse Naso-a-Punta, «le ragazze si faranno belle anche per noi.» «Anche?!», protestarono in coro i compagni. «Soprattutto per noi: è la nostra Festa, e ce la godremo. Ne abbiamo fatto di lavoro, quest'an- no! Senza di noi, chissà come se la sarebbero cavata...» Avevano ragione: gli Tsandzon avevano occhi per tutto: custodi- vano i ponti, irrigavano i vigneti, impedivano al Moline di straripare, aiutavano i contadini in ogni loro attività. Ma, a pensarci bene... «Credete che si rendano conto di tutto quello che facciamo per questa terra? Certe volte, lo sapete bene, si comportano da veri inco- scienti», rifletté Naso-a-Becco. «Non pensano alle conseguenze, non hanno rispetto per la natura.» «Via, non t'inquietare, proprio oggi!», esortò Naso-da-Cane. Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Ma l'altro riprese: «Ah! Guardate come continuano a buttare nel torrente le scorie della miniera! Ogni volta che ci penso...» «E tu non ci pensare!» «Però ha ragione», si intromise Naso-Sottile. «Se non provvedessi- mo noi a ripulire il Moline, il duca avrebbe dovuto rinunciare da un bel pezzo ad estrarre il ferro a Pontey.» «Andiamo!», incitò persuasivo Naso-a-Patata. «Figuriamoci se la gente non capisce che, senza il nostro intervento, il torrente sarebbe stracolmo di detriti! Siamo o non siamo i genietti del paese?» «Lo sanno, oh, se lo sanno che li proteggiamo da calamità d'ogni specie!», lo spalleggiò Naso-a-Punta. «Però non sempre lo danno a vedere; anzi, può capitare perfino che qualcuno dica... che siamo solamente vecchie favole, storie buone per la veillà...», riprese malinconicamente Naso-Sottile. «Però, con la Festa del Vino ci ringraziano ufficialmente», replicò Naso-da-Cane. «Questo è vero», ammise Naso-a-Becco. «Allegri, dunque!», esortò Naso-a-Patata. «Tra poco qui sarà pieno di gente, ci saranno i discorsi, si faranno i brindisi, e poi intoneranno il nostro inno.» Dai tempi dei tempi, con quel canto i paesani riconoscevano gli Tsandzon come protettori del loro territorio, e in particolare degli splendidi vigneti, che davano un prié profumato di sole. Nella vallata invidiavano tutti a Pontey quelle vigne, dove l'uva maturava al bacio. Grazie ai genietti, che ne andavano orgogliosi. In segno di riconoscenza, il sindaco versava per loro nel Moline le prime dieci coppe del nuovo vino: e solo dopo potevano gustarlo i pa- esani, intonando l'inno di ringraziamento agli Tsandzon al levar delle coppe. Poi, prima che avesse inizio il ballo, secondo la tradizione, le ragazze si sarebbero esibite in una gara di canto. Anche Naso-a-Becco e Naso-Sottile si riconfortarono al pensiero. «Qualcuna, forse, intonerà le melodie che le abbiamo sussurrato nelle orecchie, mentre pascolava lungo il Moline o rastrellava il fieno 24 25
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura nei prati in riva alla Dora», disse il primo. E Naso-a-Punta domandò malizioso allo Tsandzon dal naso ap- pallottolato: «Ricorderà la tua biondina quello che hai cantato per lei vicino alla cascata? Lo vorrà dire anche a noi?» «Certo che li ripeteranno i nostri canti, che esaltano l’amore, la bellezza, il lavoro fecondo, il sole che matura le messi e prepara il buon vino!», assicurò convinto Naso-a-Patata, osservando le ragazze che ora portavano sulle tavole i boccali e distribuivano i bicchieri. «Per noi le prime coppe, com’è giusto che sia», ribadì assorto Naso- Sottile. «Versate nel Moline, secondo l’antico rituale. Ihù uuuh! Saremo i primi a gustare il prié, concluse in tono allegro Naso-da-Cane. Avanzando man mano, le fanciulle, dopo aver apparecchiato i tavoli attorno al palco, si apprestavano a disporre vivande e boccali su quelli in riva al torrente, avvicinandosi alle rocce. Gli Tsandzon si zittirono, ma non andarono via: piaceva a tutti ascoltare i discorsi delle ragazze. «Qui manca ancora un bicchiere», osservò la Brunetta. «Qui ne mettiamo un altro», incalzò la Castana. «E questo è l’ultimo: abbiamo finito!», esclamò in tono conclusivo la Bionda. Ma la Piccoletta osservò, levando il capo: «C’è un lampioncino ap- peso male, lassù. Ah, che cosa vuol dire essere alte mezzo soldo di cacio! Niente da fare: non ci arrivo proprio». La Bionda accorse. «Ci penso io: eccolo raddrizzato. C’è altro?» «Mi pare proprio di no. Abbiamo fatto un buon lavoro: il comitato della Festa sarà contento di averci dato fiducia.» Avevano sistemato ogni cosa per il meglio, in modo che tutti po- tessero sedersi o ballare, a piacere. E di cibo e di vino ce n’era in ab- bondanza. «Stanotte qualcuno tornerà a casa misurando quant’è larga la stra- da», disse la Brunetta tutta pepe, sedendosi su una panca, tosto imitata dalle amiche. «E non saprà trovare il chiavistello», soggiunse la Bionda. «O, magari, sbaglierà chiavistello... e camera da letto», ribatté l'altra in tono malizioso. «Vedrò di tener d’occhio il mio ragazzo», rifletté la Castana. «Ha il vino cattivo, e non vorrei che, proprio oggi...» «Ti guastasse la festa?», finì la Piccoletta. «Tranquilla! Non si è mai sentito che sia stato male qualcuno, il giorno degli Tsandzon. Ci pen- sano loro, anche a questo.» «Ma sarà poi vero?», intervenne dubbiosa la Brunetta. «Vero... che cosa?», domandò la Castana. «Tutto quello che raccontano degli Tsandzon. Li ha mai visti qual- cuno?» «Non so se dirvelo», attaccò la Bionda dopo una lieve esitazione. «Io credo di averli sentiti, una volta. Al pascolo, non è neppure tanto tempo fa. Ma forse sognavo», aggiunse ridendo senza troppa convin- zione. «Mi ero sdraiata sul muschio (mai visto un muschio così morbi- do e folto) e mi ero addormentata.» «Allora indovino», disse la Castana. «Eri vicino alla grotta di Val- mériane.» «Proprio là: ci accompagno ogni tanto le capre. Trovano erba tene- ra tra quelle rocce, ci stanno volentieri, senza allontanarsi troppo. E si dorme anche bene, vi assicuro: il rumore della cascata forse concilia il sonno... come una ninnananna.» «Piace anche a me quel posto. Mia nonna, però, mi diceva che lì abitano gli Tsandzon e non bisogna andarli a disturbare.» «Ma lei, la bella dalle trecce d’oro, lei c’è andata», si intromise am- miccando la Brunetta. «Su, racconta!», sollecitò la Castana. «A dire il vero, c’è ben poco da raccontare: è una storia da niente. Anzi, non è neppure una storia. Davvero, non mi è capitato proprio niente.» La Bionda sembrava quasi pentita di aver parlato. Ma le altre pre- sero a stuzzicarla. 26 27
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura «Via, non fare la preziosa!» «Lo sai che siamo curiose, non tenerci sulle spine!» «Vuoi farti pregare?!» «È così, come vi ho detto. Dormivo e... ho avuto l'impressione...» «Quale impressione?», sollecitò la Piccoletta, ammiccando. «Che qualcuno mi si sedesse vicino. Sentivo il suo respiro sulla guancia.» «Ehi, la storia si fa interessante», commentò la Brunetta. La zittirono. E la Bionda ribadì: «È una sciocchezza, ve lo ripeto. Sognavo». «Va bene: sognavi», sollecitò la Castana. «E qualcuno nel so- gno...» «Mi accarezzava i capelli, e poi...» «Ti baciava?», suggerì la Piccoletta, maliziosa. E la Brunetta, categorica: «Sarà stata una capra». «Smettetela!», esortò la Castana. «E... allora?» «Allora niente, mie care. Niente di niente. Quando aprii gli occhi, accanto a me non c'era nessuno.» «Non c'era o non c'era stato?», domandò la Brunetta, assumendo un atteggiamento inquisitore. «Bah! Lo confesso: l'impressione era così viva che osservai il mu- schio tutt'intorno, a palmo a palmo, cercando qualche orma. Ma era segnato soltanto nel punto in cui mi ero sdraiata. Eppure...» «Eppure...?», fecero all'unisono. «Mi sembrò di percepire dei passi leggeri.» «Una capraaaa!», cantilenò la Brunetta. «Nient'altro?», sollecitò ancora la Piccoletta. La Bionda scosse il capo. «Ma sì, qualche fruscio... Magari una lucertola. Ma, quando gridai: “C'è qualcuno?”, mi parve mi giungesse da dietro le rocce come una risatella soffocata.» «Dite un po': ridono le capre?», scherzò la Castana. «Méecee, méecee», fece la Brunetta. E la Castana: «Beh, sapete, ragazze, che vi dico? Capre o non capre, 28 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura voglio andarci anch'io, un giorno o l'altro, a cercare gli Tsandzon alla cascata del Penjou de Fourmion». «Tu non hai trecce d'oro», le ricordò la Piccoletta. E subito ag- giunse: «Però, quando decidi di andare, vengo anch'io con te. Ma, intanto, diamo un'occhiata in giro, per vedere se c'è ancora qualcosa da sistemare. Quelle panche laggiù, che ne direste di spostarle un poco, per lasciare un po' di spazio libero? Se il palchetto sarà troppo affollato, qualcuno forse ballerà sull'erba.» «Vuoi buttarti, eh, stasera?», osservò la Brunetta. «Tu che ne dici?» «Dico che è l'ora che tu lo faccia: è l'occasione per spingere chi so io a dichiararsi. Così, in primavera, avremo un matrimonio.» «Beh, vediamo intanto di darci da fare», sollecitò la Piccoletta, eva- siva. In quel mentre un vocio indistinto annunciò che stava arrivando qualcuno. «Saranno i musicanti», disse la Bionda. «Se sono loro, in un momento lo spiazzo sarà pieno», replicò la Piccoletta. «Andiamo al nostro posto!» Si avviarono verso il bancone, mentre qualcuno, in lontananza, ac- cennava un motivo su un'armonica a bocca. Gli Tsandzon appostati tra le rocce non si erano persa una sola parola. «Qualche battuta della Brunetta non mi è affatto piaciuta. “Ma sarà poi vero?”, “Li ha mai visti qualcuno?” Come si permette...?», sbottò Naso-a-Becco. «Eeeeh! Non prendere tutto sul serio!», esortò Naso-da-Cane. «Scherzava, è chiaro. Non hai sentito le altre?» «Io non mi sono lasciato sfuggire una battuta», intervenne Naso-a- Punta. «Dite un po', amici, ridono le capre?» «Méecee, méecee», fece Naso-da-Cane. «Zitti! Volete farvi sentire?», li rimproverò Naso-Sottile. «Stanno arrivando, è meglio che ci ritiriamo. Gli altri Tsandzon saranno ormai 29
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura tutti in riva al Moline. A quest'ora le bestie sono rientrate nelle stalle, e nessuno più ha bisogno di aiuto in paese.» «Giusto», approvò Naso-a-Patata. «Possiamo essere contenti: ab- biamo avuto un anticipo della Festa.» «Gioia per gli occhi, festa coi fiocchi!», sentenziò Naso-a-Punta, scomparendo con i compagni fra le rocce. Il primo ad arrivare fu uno dei musicanti. Indossava il costume del paese. Avanzò soffiando nel suo frustapot; passò tra i tavoli, accennando qualche passo di danza; si piegò a guardare i cesti colmi di frutta, pane nero, formaggi e salumi. Si sedette su una panca presso il palco, sollevò un boccale... No, non voleva versarsi del vino, ma solo aspirarne il profumo. Soddisfatto, si volse a sollecitare con la mano gli amici, che stavano giungendo. «Ehi, venite! Ci sistemiamo qui. Guardate che abbondanza! E che prié! Peccato che non possiamo schiarirci la gola con un sorso: devono bere prima gli Tsandzon.» GATTO TERSILLA CHANU 30
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura SERGE QUADRUPPANI 23 luglio 2009 ore 21.00 – Castello Sarriod de La Tour Serge Quadruppani, francese, è nato nel 1952. Vive tra Roma e Parigi. Ha scritto diversi saggi e romanzi, fra cui L’assassina di Bellevil- le, La breve estate dei colchici, La notte di babbo Natale, pubblicati nei Gialli Mondadori. Traduttore dall’americano e dall’italiano, è la voce francese di alcuni dei migliori giallisti del nostro paese. 32 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura IN FONDO AGLI OCCHI DEL GATTO Emile Succede soprattutto rasoterra. Tra due ciuffi di stoppie tagliate rase, la minuscola talpa si è immo- bilizzata. Lo sguardo che la segue anche. Un filo più pallido degli altri, quasi bianco, dondola in primo piano e dal cielo cade tanta luce da rendere quasi trasparente il vegetale che si muove, fantasma d’erba. La talpa gira la testa, il suo muso si curva come una tromba mentre sfiora la terra fino all’entrata del suo rifugio, guarda ancora un istante con gli occhi chiusi in direzione dello sguardo che l’osserva e poi, finalmente, emerge completamente dal suolo. Una zampa schizza dentro il campo visivo, s’abbatte sulla bestiola. Di colpo, lo sguardo si incolla alla talpa che si dimena sotto le grinfie. Cambio di visuale. In contro piano, uno spaniel bretone abbaia, pazzo di furore, strozzandosi col collare del suo guinzaglio. Cambio, ancora. Una mano di uomo si avvicina, occupa tutto il campo visivo, poi sparisce perché lo sguardo si muove, si vedono delle caviglie di donna, si direbbe che lo sguardo vi si infili in mezzo. Un altro cambio. Attraverso un vetro, si scorge una stanza dove un uomo si affaccenda su un banco. Maneggia una leva, apre dei sacchetti, riempie delle cartucce da caccia a grana grossa. Lo sguardo si muove leggermente dall’alto in basso, sale e scende in un movimento niente affatto in accordo con quelli dell’uomo ma che ricorda piuttosto quello di una testa di vecchio che sta per addormentarsi. Poi, bruscamente, lo sguardo vira a destra e s’abbassa di novanta gradi, attaccandosi al mo- vimento di una figura vista dall’alto: alla base di un muro, si trotterella. Un topo. Nuovo cambio. La mia schiena su cui si staglia lo schienale della sedia ergonomica, la mia nuca, il mio collo e le spalle che nascondono in parte lo schermo. Feci ruotare la sedia, mormorai: “Manga.” 33
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Distesa su un ripiano vuoto di legno chiaro, il muso tra le zampe anteriori, gli occhi chiusi, la gatta nera non ebbe neanche un fremito. Dalla stretta fessura degli occhi filtrava il suo sguardo verde. Poi drizzò un orecchio, l'orientò verso sud. Fuori, il campanello del portone suonava. Mi girai verso lo schermo, cliccai sull'icona di una cinepresa in alto a destra, e nel menù verticale che si aprì cliccai su “portone”. Ripreso dall'alto mi apparve un uomo magro, dal busto rigido chino in avanti e il cui berretto nascondeva il viso. Spostai il mouse, provocando il movimento laterale e poi verticale, della cinepresa del portone. Dietro all'uomo, il viale sembrava deserto. Mi alzai. Con un rumore sordo, Manga atterrò e con un movimen- to quasi invisibile si eclissò attraverso la porta socchiusa dello studio. Mi avvicinai a un mobile cinese laccato nero e rosso sangue di bue, sopra il quale era appeso un ingrandimento di una foto che aveva re- centemente conosciuto una diffusione universale. Un uomo in piedi su uno sgabello, il viso mascherato da un cappuccio a punta che ricor- dava tanto il Ku Klus Klan quanto un folletto da leggenda o le vittime dell'Inquisizione promesse al boia. Vestito fino alle ginocchia con una specie di casacca, degli elettrodi alle mani e ai piedi. Le braccia in cro- ce. Da un cassetto, presi la mia Sig Sauer munita di moderatore di suono, la feci scivolare nella cintura, al di sopra della natica destra. Raggiunsi la porta dello studio. A ogni passo, nella tasca inferiore dei pantaloncini di tela pesante, una granata a frammentazione batteva contro la mia coscia. Da un attaccapanni, presi la giacca senza maniche. Den- tro, sotto il cotone, le piastre di kevlar facevano sentire il loro peso. Mentre mi infilavo la giacca antiproiettile, passai senza rumore sot- to una pergola, respirai l'aria calda di settembre. Da lontano, un cane abbaiaya. Forse uno spaniel bretone. Delle vespe si inebriavano nel glicine: Anche per loro, la fine si av- vicinava. Le mie espadrillas non fecero nessun rumore mentre scendevo i gradini, mi avvicinai al vestibolo che due colonne romaniche inquadra- vano. Mi addossai alla più vicina, il profilo sollevato verso la volta, tendendo l'orecchio, la pistola tenuta con due mani, la canna verso il cielo. “Chi è?” gridai. Un doppio battente di legno con chiodi di ferro chiudeva il por- tone fino alla volta. Da dietro, soffocata, mi arrivò la risposta: “Sono Maugier, il suo vicino.” Avevo riconosciuto la sua voce. Sospirai, feci scivolare l'arma nel- la cintura sulal natica destra e nascosi l'impugnatura tirando fuori un lembo di camicia. “Entri allora” dissi con voce amabile piazzandomi davanti al por- tone. “Entri è aperto.” Mentre un battente della porta si apriva sull'uomo col berretto, aggiunsi: “Non c'è bisogno di chiudere, da queste parti, eh? Lascio sempre tutto aperto, io, anche quando scendo in città.” “Oh” fece lui tendendomi la sua grande mano, “ora, anche qui, sa... Ci sono degli stronzetti laggiù nel quartiere dei turchi...Bah” Si riprese, “penserà che sono razzista.” Sorrisi, aprendo le braccia. “Affatto, affatto. Sappiamo bene che la colpa è della società, eh, allora, che possiamo farci...Beve qualcosa?” Con un gesto pensieroso, Maugier sollevò il berretto per pog- giarlo un po' più indietro sul cranio, passò una zampa sugli zigomi magri colonizzati da venuzze violette. “Oh, è un po' presto per l'aperitivo, comunque.” “Una birra? Questo calore secca, no?” “Andiamo, ne divido volentieri una...” “Saliamo, mi racconterà all'ombra cosa la porta qui.” Mi diressi verso la scala che conduce sotto la pergola, ma dopo qualche passo sentii che il mio ospite si fermava e mi girai. Piantato in mezzo al cortile dalle lastre consumate, a braccia conserte, gur- dava con aria grave gli edifici in pietra da taglio: “Davvero bello” 34 35
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura disse infine “quel che ne ha fatto di questa catapecchia. Deve esserle costato un botto...” “Ebbene si” risposi posando il piede sul primo gradino, “gliel’ho già detto, ho investito tutti i soldi realizzati con la liquidazione della mia azienda. Ma se vuole delle cifre, non posso, eh, è un segreto di Stato.” Fece una risata di approvazione. “Ha ragione... Si rende conto che a me, con le mie quattro vacche e il mio pezzo di terra, vogliono farmi pagare le tasse sul patrimonio? E nella nostra frazione non abbiamo neanche la fognatura allacciata, mentre a Le Lardin e a Beauregard, sono anni che ce l'hanno!” Mezz'ora più tardi, dopo aver firmato la petizione per l'allaccio delle fogne, riaccompagnai Maugier al portone. Rimasi in ascolto fino a quando non sentii mettere in moto il fuoristrada che aveva do- vuto parcheggiare prima della curva per non rovinare le sue gomme nuove sul mio vecchio viale di ghiaia. Ritornato davanti allo schermo, cliccai su “word processor”, Manga era saltata sulla scrivania e si era piazzata in uno dei suoi posti preferiti: tra tastiera e schermo, in quel nido di ronzio sottile e d’elet- tricità statica nel quale sonnecchiava per ore. Passai il palmo sulla sua colonna vertebrale, provocando le fusa come se avessi premuto un tasto. Quando le mie dita le scivolarono sotto il mento per grattarle dolcemente la gola, ripensai a un’altra gola che avevo stretto fino a che la morte era sopraggiunta. Era ora di mettermi al lavoro. Distratto dagli sguardi rasoterra, non avevo ancora iniziato il compito che mi ero prefissato per la mattinata: riferire come avevo dovuto sopprimere un gatto e una vita umana. Questo racconto, lo stavo per cominciare con determinazione e concentrazione, come tutto ciò che ho sempre intrapreso. Ma an- che con la nuova sensazione che mi accompagnava da quando avevo liquidato la mia azienda: l'assurdità, a ogni istante, di ciascuno dei miei gesti. Perché quel che mi preparavo a raccontare, e il fatto stesso 36 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura di raccontarlo,, tutto ciò non sarebbe servito che a rimandare quello che doveva succedere, quello che inevitabilmente sarebbe venuto a stanarmi qui, dietro il mio schermo. Si trattava solo di ingannare l'attesa. Continua.... Tratto da: In fondo agli occhi del gatto, Marsilio 2007 37
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura
Municipio di Saint-Pierre
DAVIDE CASSANI
15 ottobre 2009 – ore 21 – Sala del Consiglio
Municipio di Saint-Pierre
Davide Cassani, romagnolo, per quindici anni ciclista profes-
sionista, è un grande esperto di sport. Commenta per la Rai le cor-
se ciclistiche più importanti. Ritiratosi dall’attività agonistica, vie-
ne notato dall’allora direttore di RaiSport che gli affida il ruolo di
commentatore delle gare ciclistiche. Ha uno stile impeccabile, ap-
passionato e nello stesso tempo garbato ed ironico, condito poi da
una grandissima preparazione maturata nel corso della carriera.
Autore di Quelli che pedalano, Almanacco del ciclismo 2008, Pantani.
Un eroe tragico
QUELLI CHE PEDALANO
Perché in bicicletta
Le donne la chiamano “prova costume”, per gli sportivi il concetto
può essere considerato analogo, ma a me piace più pensarlo come uno
“stato d benessere”. L’attività sportiva può portare facilmente a condi-
zioni fisiche eccellenti e una pratica regolare è quanto mai indicata. E
non solo per fare bella figura in spiaggia.
Tante volte, poi, basta guardarli: chi fa sport, al di là del fisico mi-
gliore, è generalmente più sereno. Ha una marcia in più perché lo sport
non fa bene solo al fisico. Rilassa e stimola la mente. Cosa chiedere di
più? E certo non lo scopriamo oggi.
E allora perché non partire subito?
Il problema, spesso, è proprio nel cominciare. O nel ricominciare.
Che siate all’inizio o abbiate già avuto esperienze di un’attività fisica
importante, il problema è proprio nel cominciare a muoversi.
Bisogna mettere in conto un cambio di abitudini che pian piano si
sono radicate. Se avete un passato di atleta poi, per certi versi potrebbe
essere anche più dura. Il rischio è di trovarvi a fare subito confronti
impietosi con lo stato fisico di diversi anni prima e demoralizzarvi. Ma
in questo caso non dovete guardare a comperavate..bensì a quello che
state riuscendo a fare ora, che di mezzo ci sono, magari, anche il lavoro
e la famiglia. Oltre a qualche anno in più.
Ma andare in bicicletta, vedrete, è soprattutto divertimento. Non
importa che incominciate con la vecchia bici trovata in cantina, oppure
con un mezzo più al passo con i tempi (e senz’altro più costoso). La
sensazione di benessere che si ha dal fare attività fisica arriva da subito.
Occorre iniziare bene, certo, ma io vedo che chi sa cosa deve fare, e
anche cosa aspettarsi dal proprio fisico, reagisce bene già dalle prime
uscite. Quelle che, inevitabilmente, sono piuttosto faticose.
La bicicletta, a differenza di altri sport, offre la possibilità di variare
di continuo l’esercizio fisico e l’ambiente circostante. Difficilmente vi
annoi erete. Quando mi trovavo a fare percorsi ripetitivi per seguire una
tabella di allenamento, mi bastava variare qualche strada per trasfor-
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura GIACINTA BAUDIN 23 ottobre 2009 ore 21:00 Sala consigliare municipio di Saint-Pierre e presentazione del libro: Marie-Jeanne END Edizioni Marie-Jeanne può essere considerato a buon diritto un romanzo storico. Le vicende narrate si snodano negli anni dal 1660 al 1680 circa in Valle d'Aosta ed in particolare nella piccola comunità di Cham- porcher. La storia di quei tempi e di quei luoghi è non solo lo sfondo nel quale si muovono i personaggi ma essa stessa tema del racconto. I notai, le decime, i Signori del posto, dal de Bruiset ai Savoia, i com- plotti, le controversie, le rivendicazioni, i privilegi e le miserie sono al centro della narrazione. In questo contesto s'inserisce la storia di una donna, Marie-Jeanne, che dopo aver sposato un valligiano lascia la natia Provenza e va a vivere a Champorcher, un piccolo paese alpino situato in fondo ad una valle dagli orizzonti ristretti e dalle montagne incombenti. Giacinta Baudin è stata insegnante elementare e direttrice didattica. Ha diretto per dieci anni la rivista L'école valdôtaine. Ha pubblicato le raccolte di racconti Venti tetti (1993), Il posto giusto (1996), Giustizia privata (2002). 42 LE BELLE STATUINE Ogni anno, il 30 e il 31 di gennaio si svolge ad Aosta la fiera di Sant'Orso, che si dice millenaria. Probabilmente è una leggenda ma, come tutte le leggende, deve essere nata da un fatto, una consuetudine, una ricorrenza molto signifi- cativi. A metà inverno, esattamente il 31 di gennaio, la vigilia della festa di Sant'Orso, di qui il suo nome, i valligiani scendevano in città, "cun veulla" per vendere i prodotti in legno del loro paziente lavo- ro nei freddi mesi precedenti. Nelle stalle, la sera, mentre le donne filavano la lana e i bambini giocavano con sassolini e muletti di legno prima di crollare nel sonno, gli uomini costruivano gli attrezzi agricoli e poi, per riposo e diletto, intagliavano maschere di corteccia e statue di legno nella loro ingenua e potente arte pastorale. Negli anni, quella vendita era diventata un appuntamento fisso, un momento di scambio irrinunciabile sia per motivi economici che per motivi affettivi. Gli artigiani s'incontravano nelle strade del borgo, esponevano le loro merci, bevevano insieme vino caldo e mangiavano pane nero con lardo e salsicce in una festa che li compensava dei lunghi giorni in solitudine sui loro monti. L'abitudine era diventata tradizione e si rin- novava puntuale. I tempi sono cambiati ma la Fiera dura ancora anzi è diventata un fatto commerciale e turistico di grande richiamo. Anche quest'anno, puntualmente, il 30 e il 31 di gennaio si è ce- lebrata la tradizionale Fiera di Sant'Orso, la novecentonovantasettesima. Un dépliant caduto in terra illustra così l'evento: "Nella Fie- ra sono presenti tutte le attività tradizionali: scultura ed intaglio su legno, lavorazione della pietra ollare, del ferro battuto e del cuoio, tessitura del "drap", stoffa in lana lavorata su antichi telai in legno, e poi merletti, vimini, oggetti per la casa, scale in legno, botti... 43
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura GIACINTA BAUDIN 23 ottobre 2009 ore 21:00 Sala consigliare municipio di Saint-Pierre e presentazione del libro: Marie-Jeanne END Edizioni Marie-Jeanne può essere considerato a buon diritto un romanzo storico. Le vicende narrate si snodano negli anni dal 1660 al 1680 circa in Valle d'Aosta ed in particolare nella piccola comunità di Cham- porcher. La storia di quei tempi e di quei luoghi è non solo lo sfondo nel quale si muovono i personaggi ma essa stessa tema del racconto. I notai, le decime, i Signori del posto, dal de Bruiset ai Savoia, i com- plotti, le controversie, le rivendicazioni, i privilegi e le miserie sono al centro della narrazione. In questo contesto s'inserisce la storia di una donna, Marie-Jeanne, che dopo aver sposato un valligiano lascia la natia Provenza e va a vivere a Champorcher, un piccolo paese alpino situato in fondo ad una valle dagli orizzonti ristretti e dalle montagne incombenti. Giacinta Baudin è stata insegnante elementare e direttrice didattica. Ha diretto per dieci anni la rivista L'école valdôtaine. Ha pubblicato le raccolte di racconti Venti tetti (1993), Il posto giusto (1996), Giustizia privata (2002). LE BELLE STATUINE Ogni anno, il 30 e il 31 di gennaio si svolge ad Aosta la fiera di Sant'Orso, che si dice millenaria. Probabilmente è una leggenda ma, come tutte le leggende, deve essere nata da un fatto, una consuetudine, una ricorrenza molto signifi- cativi. A metà inverno, esattamente il 31 di gennaio, la vigilia della festa di Sant'Orso, di qui il suo nome, i valligiani scendevano in città, “cun veulla” per vendere i prodotti in legno del loro paziente lavo- ro nei freddi mesi precedenti. Nelle stalle, la sera, mentre le donne filavano la lana e i bambini giocavano con sassolini e muletti di legno prima di crollare nel sonno, gli uomini costruivano gli attrezzi agricoli e poi, per riposo e diletto, intagliavano maschere di corteccia e statue di legno nella loro ingenua e potente arte pastorale. Negli anni, quella vendita era diventata un appuntamento fisso, un momento di scambio irrinunciabile sia per motivi economici che per motivi affettivi. Gli artigiani s'incontravano nelle strade del borgo, esponevano le loro merci, bevevano insieme vino caldo e mangiavano pane nero con lardo e salsicce in una festa che li compensava dei lunghi giorni in solitudine sui loro monti. L'abitudine era diventata tradizione e si rin- novava puntuale. I tempi sono cambiati ma la Fiera dura ancora anzi è diventata un fatto commerciale e turistico di grande richiamo. Anche quest'anno, puntualmente, il 30 e il 31 di gennaio si è ce- lebrata la tradizionale Fiera di Sant'Orso, la novecentonovantasettesima. Un dépliant caduto in terra illustra così l'evento:" Nella Fie- ra sono presenti tutte le attività tradizionali: scultura ed intaglio su legno, lavorazione della pietra ollare, del ferro battuto e del cuoio, tessitura del “drap”, stoffa in lana lavorata su antichi telai in legno, e poi merletti, vimini, oggetti per la casa, scale in legno, botti... 42 43
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Nel Medio Evo la Fiera si svolgeva nel Borgo di Aosta, in quell’area circostante la Collegiata che porta il nome di Sant’Orso. Racconti leggendari narrano che tutto ha avuto inizio proprio di fronte alla Chiesa dove il Santo, vissuto anteriormente al IX secolo, era solito di- stribuire ai poveri indumenti e “sabot” le tipiche calzature in legno ancora oggipresentate in Fiera. Adesso è tutto il centro cittadino ad essere coinvol- to nella manifestazione, all’interno e a fianco della cinta muraria romana. La Fiera è anche musica folklore ed occasione di degustazioni gastro- nomiche di vini e di prodotti tipici. E’ un momento di festa che si protrae, tra canti e balli tradizionali, nella lunga “Veillà”, la notte fra il 30 e 31 Gennaio con le vie illuminate e piene di gente. * * * * * * * Il pomeriggio della seconda e ultima giornata della Fiera il flusso dei visitatori è ancora intenso. I banchi degli espositori incominciano ad alleggerirsi. I più bei pezzi di scultura troneggiano sempre più isolati, solitari e invenduti. Chissà che un visitatore dell’ultima ora non diventi un acquirente interessato e facoltoso. Gli artigiani mostrano ormai i segni della stanchezza e del freddo. Sono tutti bene imbacuccati in pe- santi maglioni e giacche a vento a più strati, ma le mani fredde e i nasi rossi accusano l’inclemenza della stagione. Franco, lo scultore superpremiato, si tiene un po’ in disparte. Anco- ra una volta ha avuto molto successo, ma i visitatori erano soprattutto dei curiosi. Alcuni, insopportabilmente pacchiani e incompetenti, sono arrivati a giudicare ad alta voce i suoi prezzi eccessivi, secondo loro, e hanno finito con l’infastidirlo. Quanto più diventa bravo ed apprez- zato, anche nei compensi, tanto meno sopporta obiezioni e critiche. Perciò, a volte, non aveva neanche risposto a domande, che gli erano sembrate petulanti, su come facesse a produrre le sue opere, cosa signi- ficasse quel pezzo e quanto tempo impiegasse a finire un’opera. Quan- to tempo? Un pannello in bassorilievo di 80 per 20, per esempio, pote- va richiedere un mese, anche meno di lavoro materiale, ma chi contava il tempo impiegato per far nascere l'idea, covarla, dedicarvi ogni giorno pensieri quasi amorosi, chi contava, chi pagava quel tempo? Domande oziose di gente ignorante. - Anche quest’anno è andata, pensa e incomincia a riporre alcuni oggetti. Gli sembra che la scatola in cui rimette i pezzi più piccoli mo- stri dei vuoti, degli spazi inabitati. Questi pezzi di pochi centimetri, mai più di dieci, sono nodi e radici di legno duro, noce soprattutto, ma anche faggio e ciliegio, in cui scolpisce con pazienza figure umane o antropomorfiche: folletti, gnomi ma anche piccole portatrici di frutta, seminatori dall’ampio gesto rattenuto nelle dimensioni ridotte, stronellatori festosi, vecchi curvi imprigionati nelle nervature del legno; i suoi piccoli personaggi, questa sera, sembrano sperduti nella scatola, con dei vuoti tra di loro. Infatti: dov’è “la donna nel vento” e “il contadino con la slitta” e “il cane del pastore” e “il cesto di mele e noci”? Guarda sulla bancarella ormai quasi vuota e poi sotto e poi attorno. Scosta altre scatole. Sa benissimo i pezzi che ha venduto e nessuno di quelli che mancano è tra di essi. Volge lo sguardo intorno: che siano scivolati verso le altre bancarelle? E allora si vede come rispecchiato negli altri espositori. I quattro o cinque più vicini stanno facendo esattamente come lui: frugano, cerca- no, sempre più inquieti, tra la loro merce. - Non trovo l’asinello con le ruote colorate. - Dov’è finito quel gallo con la cresta un po’ storta? - E la mia madonnina col bambino, quella piccola come un pugno chiuso? - A me mancano cucchiai e forchette di legno, piccole come gio- cattoli. - E i miei piccoli sabot,¹ quelli che servono da portachiavi? Gli interrogativi si moltiplicano. Molti lamentano la scomparsa di vari oggetti, tre o quattro cia- scuno, tutti di dimensioni minuscole. Devono arrendersi all’evidenza: 1 Zoccoli in legno, tipici della Valle di Ayas 44 45
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura sono stati derubati. L'indignazione è superiore alla rabbia. Già negli anni scorsi durante i giorni caotici della Fiera si erano lamentati furti ma sempre di borse e portafogli dei visitatori. Era addirittura impensabile che si osasse il sacrilegio, perché questa fiera è anche una festa religiosa e loro, gli artigiani, ne sono gli officianti, di attentare ai loro lavori. C'è anche una donna tra i derubati, la Signora Augusta, l'unica scultrice che espone con loro. È una donna sulla cinquantina, dai gran- di occhi chiari e sereni, non si lamenta mai, anzi trova sempre una ragione per scusare qualche ritardo, qualche disguido, per offrirsi di aiutare senza chiedere nulla, con semplicità e gaiezza. Oggi però il suo stupore amareggiato è uguale a quello degli altri. Si chiedono che cosa fare: avvertire i Carabinieri? Ce ne sono alcuni appostati nei vari punti del percorso e altri, in divisa e in borghese, che circolano in continuazione. Proprio al TG della sera del giorno prima era stato intervistato il loro Capitano che aveva vantato gli ottimi esiti dell'opera di prevenzione e controllo: nessuna denuncia. Ciò non si- gnifica, si dissero i derubati, che non ci fossero stati furti, solo che non c'erano state denunce. Anche loro, decidono di non avvertire la forza pubblica ma di agire da soli. Confabulano per un po', chiedono ancora in giro caso mai qualcu- no possa dar loro una spiegazione per quelle sparizioni, poi, lasciati le mogli o i figli a finire di riporre gli oggetti, sparecchiare le bancarelle e preparare i pacchi per il ritiro delle merci, si avviano insieme, conti- nuando a parlare, verso la grande piazza. Il sole già basso, non si è che alla fine di gennaio e le giornate sono ancora corte, illumina di striscio le tende bianche sotto cui sono espo- sti i mobili e i lavori delle scuole di scultura; la gente parla poco ormai stanca di due giorni di kermesse. Al passaggio lanciano qualche breve saluto ai colleghi espositori chiedendo se ci sia nulla di nuovo. Alle risposte negative pensano bene di non divulgare i loro guai. Entrano in un bar e ordinano vino caldo. Sono intanto giunti alla conclusione che deve trattarsi di un unico 46 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura ladro o di un gruppo, una banda, i cui membri cercano tutti lo stesso tipo di merce: oggetti d'artigianato piccoli. Chiedono ancora qua e là, ma non trovano altri che si lamentino di furti. Si lamentano dei compratori tirchi e ignoranti, degli espositori che non sono artisti del legno come loro, della tradizione snaturata, ma non di furti. Sembra che sia stata presa di mira solo la zona tra la Piazza e l'Arco d'Augusto. Tornano indietro e decidono di procedere dividendosi ed esploran- do ognuno una delle viuzze che si diramano dalla centrale via Sant'An- selmo. La signora Augusta avanza lentamente chiedendosi cosa dovrebbe cercare. Prova a mettersi nei panni del ladro o dei ladri. Un collezioni- sta di miniature? Un commerciante venuto da fuori che pensa di riven- dere gli oggetti in un suo negozio chissà dove senza conoscere neanche il valore reale di ogni pezzo? Mentre cammina soprappensiero urta involontariamente una don- na in abiti colorati, gonnelloni sovrapposti, un giustacuore ricamato, lunghe collane di pietre e vetri scintillanti, capelli neri lucidi arruffati, in braccio un bimbo molto piccolo piuttosto sporco e cencioso. La guarda distrattamente, non chiede neanche scusa, non lo si chiede di solito a zingare e mendicanti. Sono loro quelli che chiedono. Infatti anche quella donna allunga prontamente il braccio libero verso di lei: - Qualche lira per mio bimbo, bella Signora. Con i bambini funziona quasi sempre, oscuri sensi di colpa ci smuo- vono dentro una vaga pietà, così Augusta prende una banconota dal suo portafogli e la porge alla donna che le afferra la mano: - Leggere la mano, bella Signora, tu non avere fortuna, io sapere tua vita, futuro, domani... Sorride Augusta e ritrae la mano. La sua fortuna la conosce già: essere sopravvissuta a un tumore al cervello, non chiede altro, ha impa- rato la dura lezione che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo e quindi va goduto tutto subito interamente. No, proprio non la interessa la cartomante. Si allontana. Di solito per fare più facilmente compassione, pensa, si muovono con almeno due bambini, uno attaccato alle gonne, 47
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura l'altro in braccio. Questa, invece, ha solo quello piccolo in braccio. La sente chiamare senza voltarsi “Yan”. Ecco la spiegazione : Yan non c'è. Augusta con- tinua la sua ricerca imprecisa. Guarda negli androni delle case antiche, alcune quasi cadenti, altre elegantemente ristrutturate. All'incrocio con via Sant'Orso s'inoltra verso la chiesa, magari entra un attimo a ringra- ziare per la bella giornata che ancora le è stata concessa. Non è partico- larmente religiosa ma un sentimento di gratitudine indefinita rivolta a “qualcosa” o a “qualcuno”, la spinge a fermarsi, non necessariamente in chiesa, qualsiasi posto va bene, anche la sua casa, una strada, un sen- tiero di montagna, una via cittadina, fermarsi e dire "Grazie". Prima di proseguire sente, di là da un arco aperto su un cortile interno, arrivare una canzoncina, una specie di nenia monocorde resa aggraziata dalla tenera, acuta voce infantile che l'intona e la ripete. Non si vede nessuno. Il cortile sembra inabitato, solo alcuni scatoloni ammucchiati lungo i muri, eppure la voce viene da lì. Ora ha smesso di cantare, parla invece con intonazioni diverse e in una lingua sconosciuta per Augusta. Sembra che faccia a botta e rispo- sta tutto da solo. Augusta s'inoltra nell'androne, si affaccia sul cortile disadorno e vuoto, animato solo da quella voce di bimbo. Va ancora avanti verso il centro dello spiazzo e lo vede. Seduto per terra dietro a due scatoloni ha steso davanti a sé un panno rosso e vi ha disposto in bell'ordine le figure del suo teatrino : la donna nel vento, la madonni- na, il cane del pastore, il fornaio, il contadino con la slitta, anche le pic- cole forchette e l'asinello e il gallo dalla cresta storta. Assorto nel suo gioco, come sanno fare i bambini, non volge il viso verso Augusta. Non l'ha sentita e continua la sua recita; in un'inconsapevole regia muove i piccoli personaggi gli uni verso gli altri, poi li allontana e presta loro la sua voce e dà loro indicazioni ed ordini. La nera testa ricciuta graziosa- mente inclinata in avanti, il busto proteso verso la scena che ha creato e che anima con viva passione. È tale la sua tranquilla gioia che Augusta si ferma: ecco il ladro. Ma la rabbia e l'indignazione di prima si dissol- vono in un niente anzi si trasformano in un impeto di tenerezza. Le viene voglia di sedersi vicino a lui, lì per terra, e di introdursi 48 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura nel suo gioco senza guastarlo. La consapevolezza dell'impossibilità di questo semplice gesto la rende malinconica. - Eccolo: è lui. Guarda, guarda, lo vedi? La voce di Franco, lo scultore famoso e molto apprezzato, una voce forte, indignata e soddisfatta rompe l'incanto. - Ah! l'hai trovato. Brava Augusta. Ehi! tu, cos'hai fatto? Subitamente spaventato il bambino allunga prontamente le braccia verso le sue statuine come a proteggerle e poi cerca di infilarsele in tasca prima di scappare. - Di qui non scappi, brutto zingaro, continua Franco. Gli occhi del bambino corrono da un angolo all'altro del cortile cercando una via di scampo. - Lascialo stare - interviene Augusta, non può infierire, non può as- sociarsi alle invettive e alle minacce di Franco.- Prendiamoci gli oggetti e lasciamo perdere il bambino. Danni, così non ne avremo. Possiamo dire che è scappato... - E no - s'infuria Franco - troppo comodo, così si crescono i delin- quenti! Guarda Augusta quasi accusandola, per la sua debolezza, di tutta la delinquenza minorile di questo mondo. Intanto, mentre parlano, Franco si è avvicinato al bambino lascian- do sguarnita l'entrata del portone. Con uno scarto e un guizzo im- provviso il bimbo è scattato di lato, poi ha preso a zigzagare di corsa verso l'uscita, sgusciando sotto al braccio dell'uomo. Augusta si sposta un poco lasciando libera la via d'uscita. - Vai Yan, gli dice sottovoce, corri. GIACINTA BAUDIN 49
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura SETTIMANA DELLA CULTURA 18-26 APRILE 2009 IN OCCASIONE DELLA XI SETTIMANA DELLA CULTURA 2009 La Biblioteca Comunale di Saint-Pierre INVITA: MARTEDÌ 21 APRILE ORE 21:00 Municipio di Saint-Pierre - Sala consiliare CINZIA JORIS presenta: Oltre l'apparenza: L'utilizzo delle immagini nella storia dell'uomo Joris Cinzia, nata ad Aosta, laureata in Lettere Classiche all'Università degli Studi di Torino, titolare di un Dottorato di Ricerca Preistorica al Muséum d'Histoire Naturelle de Paris e di un master di Didattica Museale all'Università di Roma 3, è libera professionista di didattica e comunicazione nell'ambito di diverse istituzioni pubbliche e private in Piemonte e Valle d'Aosta. GIOVEDÌ 23 APRILE ORE 21:00 Municipio di Saint-Pierre - Sala consiliare MICHELA CECCARELLI presenta: La figura di Joséphine Duc Teppex giornalista e scrittrice valdostana vissuta tra il 1855 e il 1947 Ceccarelli Michela, nata ad Aosta il 28 giugno 1981, e residente a Saint-Pierre (AO), si è laureata con 110 e lode in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi Superiori di Pavia. Per diversi anni è stata tutor di lin- gua francese presso la facoltà di Economia e Commercio dell'ateneo pavese. Dopo aver avuto diverse esperienze nel campo dell'insegnamento come docen- te di lingue straniere, ha conseguito l'abilitazione all'insegnamento secondario a Pavia presso la SILSIS (Scuola Interuniversitaria Lombarda di Specializzazio- ne per l'Insegnamento Secondario). Attualmente insegna lingua e letteratura francese nelle scuole secondarie superiori. Clair de lune Votre âme est un paysage choisi Que vont charmant masques et bergamasques Jouant du luth et dansant et quasi Tristes sous leurs déguisements fantasques. Tout en chantant sur le mode mineur L'amour vainqueur et la vie opportune, Ils n'ont pas l'air de croire à leur bonheur Et leur chanson se mêle au clair de lune, Au calme clair de lune triste et beau, Qui fait rêver les oiseaux dans les arbres Et sangloter d'extase les jets d'eau, Les grands jets d'eau sveltes parmi les marbres. PAUL VERLAINE (Fêtes Galantes) 50 51
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura CINZIA JORIS 21 APRILE 2009 ORE 21.00 MUNICIPIO DI SAINT-PIERRE – SALA CONSIGLIARE 52 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura LE IMMAGINI NELLA STORIA DELL’UOMO Le immagini, dipinte, scolpite, incise hanno costituito durante tutta la storia dell'uomo lo strumento fondamentale della comunicazione, assumendo significati diversi, comprensibili dai contemporanei ma spesso cifrati per il fruitore moderno. Dagli animali fluttuanti nel vuoto, dipinti sulle pareti delle grotte preistoriche, è possibile iniziare un itinerario che percorre le principali civiltà del passato, guardando oltre l'immagine stessa, per raggiunge- re il pensiero che quell'immagine ha ideato ed espresso, alla ricerca di quel sistema di idee, valori e pensieri, che rivela l'uomo. In ogni epoca, ma soprattutto nelle epoche antiche, l'immagine è espressione di singole individualità ma anche e soprattutto di un sistema di valori condivisi e quindi di un particolare contesto storico e culturale. Le sculture greche di V secolo, che rappresentano spesso figure in equilibrio tra due movimenti contrari, esprimono una concezione del mondo nel quale l'uomo si pone al centro del mondo, ergendosi con le proprie forze contro la forza della gravità, componendo in un insieme armonico, attraverso la razionalità, le forze discordanti che caratterizzano la natura umana. Sculture e bassorilievi di epoca romana invece erano ideati come strumenti della propaganda politica dell'impero, dei valori che ne co- stituivano il tessuto, delle operazioni militari e amministrative dei suoi protagonisti. La raffigurazione scarsamente realistica della figura umana tra tarda antichità e Alto Medioevo, nella quale solo erano enfatizzati gli occhi, esprime una concezione dell'essere umano come emanazione di Dio: l'uomo esiste nella sua parte di spirito che lo avvicina alla divinità. Con il Rinascimento viene recuperato l'uomo nella sua umanità: in area fiamminga la pittura ad olio tende a rendere i minimi dettagli della realtà mentre l'area toscana si esprime con la ricerca della prospet- tiva. Nelle opere di Raffaello si coglie una reinterpretazione del ruo- 53
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura lo dell'uomo nel mondo e nella storia; l'uomo è rappresentato nella sua interezza, la scena è perfettamente costruita nello spazio, sorge la necessità di rappresentare la realtà nel modo più oggettivo possibile, perché il mondo diventa il vero centro di interesse. Alla fine del 500 la Controriforma trasforma le immagini: Lutero sosteneva che il rapporto tra uomo e Dio poteva avvenire senza inter- mediari e molti lo seguirono, per allontanarsi da una chiesa di pote- re che si esprimeva attraverso immagini difficili, riservate ad una elite colta. Fu necessario allora per la chiesa cattolica inventare un nuovo linguaggio figurativo, che potesse ricondurre le folle, avvicinando la chiesa all'uomo, ridando così importanza al suo ruolo di mediazione: Caravaggio, considerato oggi come il suo primo vero interprete, in- venta figure che esprimono un dramma reale e, traducendo attraverso i colori, dolore, angoscia e sofferenza, assumono la consistenza della vita. Nei secoli successivi l'arte europea continua ad essere strumento privilegiato dell'espressione di un pensiero comune: nella seconda metà dell'Ottocento, il realismo di Courbet traduce un' analisi razionale del mondo che si organizza secondo leggi precise e può essere osservato in tutti i suoi aspetti come un organismo vivente sotto la lente di un microscopio. Alla fine di questo secolo l'immagine tradizionale entra in crisi: la riproduzione della realtà viene affidata alla fotografia e gli artisti explo- rano nuovi percorsi, conferendo alla luce e al colore un nuovo ruolo, indipendente dalla realtà stessa. L'inizio del Novecento si apre con la disintegrazione della realtà interna ed esterna dell'uomo: l'atomo, la relatività, l'inconscio. La realtà apparente non corrisponde più a nulla e l'artista viene chiamato a svolgere una nuova grande missione: esprimere ciò che si trova oltre l'apparenza, conferendo all'immagine il difficile compito di indagare e rappresentare l'invisibile, alla ricerca di ciò che costituisce l'essenza dell'esistente. CINZIA JORIS 54 La neige à travers la brume La neige à travers la brume Tombe et tapisse sans bruit Le chemin creux qui conduit À l'église où l'on allume Pour la messe de minuit. Londres sombre flambe et fume : Ô la chère qui s'y cuit Et la boisson qui s'ensuit ! C'est Christmas et sa coutume De minuit jusqu'à minuit. Sur la plume et le bitume, Paris bruit et jouit. Ripaille et Plaisant Déduit Sur le bitume et la plume S'exaspèrent dès minuit. Le malade en l'amertume De l'hospice où le poursuit Un espoir toujours détruit S'épouvante et se consume Dans le noir d'un long minuit... La cloche au son clair d'enclume Dans la tour fine qui luit, Loin du péché qui nous nuit, Nous appelle en grand costume À la messe de minuit. PAUL VERLAINE (Bonheur) 55
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura MICHELA CECCARELLI 23 APRILE 2009 ORE 21.00 MUNICIPIO DI SAINT-PIERRE – SALA CONSIGLIARE 56 Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Joséphine Teppex Duc è un nome che a molti non è certamente nuovo: Joséphine, infatti, è spesso citata in opere e biografie relative alla cultura e alla storia della Valle d'Aosta. Al di là del nome, tuttavia, pochi sanno che vi è una donna di notevole rilievo per la storia valli- giana. « Adoucir une peine, faire naître une espérance, émousser les rapports trop violents ou trop pénibles entre les individus est un devoir sacré pour toute personne qui comprend sa mission et son but sur la terre. C'est ce que j'essaie de faire chaque fois que j'écris pour mes chers lecteurs du Mont- Blanc » A partire da questa citazione, tratta da uno dei numerosi articoli da lei scritti, possiamo capire lo spessore di questa donna, che ha dedicato una vita intera al giornalismo come mezzo per diffondere messaggi e valori a favore del progresso morale ed economico della Valle d'Aosta. Nata il 27 dicembre 1855, la prima di 13 fratelli, Joséphine, dopo gli studi presso le suore di san Giuseppe e l'abilitazione all'insegnamen- to nella prima e seconda classe elementare, si dedicò intaremente alla carriera giornalistica. Nel 1894 fonda insieme al marito Edouard Duc il noto settimanale "Le Mont-Blanc", che conobbe una straordinaria for- tuna per ben 46 anni, superando perfino la censura fascista del 1926. Come tanti altri giornali dell'epoca, anche "Le Mont-Blanc" era composto di quattro pagine suddivise per la politica e i commenti in prima, le notizie sulla regione e le varie rubriche in seconda e in terza, la pubblicità in quarta. Considerato il primo vero giornale d'opinione in Valle, il foglio pubblicava articoli che spaziavano dall'economia alla politica, dalle tradizioni regionali al progresso, dalla cultura all'agricul- tura, dalla religione all'educazione. La chiave del suo successo è stata la capacità dei coniugi Duc, in particolare di Joséphine, di saper associare e combinare l'importanza delle tradizioni e del passato regionali con l'auspicato progresso e la necessaria apertura della Valle d'Aosta. Tra i numerosi articoli firmati Edelweiss (pseudonimo di Joséphi- ne), ricordiamo quelli inerenti ad alcune tematiche care alla Nostra, come la questione linguistica che ha interessato la Valle d'Aosta a parti- re dalla seconda metà del XIX secolo, in particolare dal 1861, in segui- 57
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Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura to alla proclamazione dell'unità nazionale. Se fino ad allora il francese era stata la lingua ufficiale della regione, a partire da questa data, per motivi politici, economici e culturali l'italiano stava penetrando i con- fini regionali. La preoccupazione dei valdostani nacque in seguito ad alcune minacce come quella avanzata dal parlamentare italiano Veg- gezzi-Ruscalla che, all'indomani della nascita del nuovo stato italiano, propose di cancellare il francese in Valle considerato "macchia [...] anomalia della nazionalità italiana". "Le Mont-Blanc", come anche al- tri giornali dell'epoca, si fece fedele portavoce e sostenitore di questa lotta in difesa dell'idioma francese in Valle, sostenendo l'importanza di salvaguardare la lingua del passato, della tradizione e della cultura dei valdostani. Va notato che queste considerazioni, per quanto forti, non si tradussero mai in scelte di rottura sul piano politico e istituzionale. Infatti non si temeva la presenza di altre lingue sul territorio regionale, anzi Joséphine fu tra le prime a sostenere l'importanza di saper con- ciliare la propria lingua materna con altre lingue moderne straniere, affermando: "il faut apprendre autant de langues étrangères que l'on fréquente de pays différents. [...] Les valdôtains devraient lutter de tou- tes leurs forces pour obtenir l'enseignement des langues vivantes." Altra tematica delicata affrontata da Joséphine sulle pagine di "Le Mont-Blanc", fu la questione religiosa. Tra il 1902 e il 1907, infatti, Joséphine e il marito Edouard abbandonano la fede cattolica e si con- vertono alla fede protestante valdese. Se i motivi di questa conversione non sono ancora oggi del tutto chiariti (si avanza l'ipotesi di scontri personali con il vescovo J.A. Duc) rimane il fatto che per un certo lasso di tempo la veste del foglio si modificò profondamente. A partire dai primi mesi del 1907 i toni della polemica anti clericale si trasformano in veri e propri insulti e invettive che costarono caro al foglio: solo dopo cinque lunghi anni di censura "Le Mont-Blanc" annunciò la sua ritrovata libertà, i tempi bui erano finiti. Anzi, proprio a partire dal decennio successivo il foglio conobbe un periodo fortunatissimo: se l'avvento del fascismo e della censura avevano colpito duramente gli altri giornali, per "Le Mont-Blanc" si apre un periodo giornalistica- mente monotono, ma economicamente molto ricco: rimasto uno dei 58 pochissimi giornali in circolazione, il foglio aumentò vertiginosamente le sue vendite passando da quattro a sei fogli e, grazie all'acquisto di una Linotype, migliorò notevolmente la qualità dell'impaginazione e della resa grafica. Tuttavia il foglio si ridusse, dal punto di vista contenu- tistico, alla comunicazione spesso celebrativa dell'operato del Duce e del fascismo. Celebrazione necessaria per la sopravvivenza del settima- nale e che rinvia a quella dimensione psicologica del conformismo, non condiviso (nelle ultime fasi soprattutto) ma necessario, di chi si piega. Di notevole rilievo poi, risulta essere l'attinenza del pensiero di Jo- séphine al più vasto contesto culturale europeo. Per quanto profonda- mente e intimamente legate alla petite patrie, le sue idee e la sua opera superano i confini regionali e si innestano perfettamente nella corrente di pensiero di altre scrittrici straniere, tra le quali l'autrice francese Mme Jeanne Marie Le Prince de Beaumont. Entrambe, infatti, furono con- vinte giornaliste che approfittarono di questa esperienza per diffondere un tipo di istruzione più moderna che non escludesse le donne e gli umili. Inoltre, Joséphine non si è mai stancata di predicare il control- lo delle nascite, di sostenere l'emancipazione della donna, di esortare a diffondere in modo più capillare l'istruzione, un certo benessere e maggiori diritti tra le classi più povere. Nel marzo del 1940, il foglio cessò improvvisamente le sue pub- blicazioni: cosa aveva ancora da dire di fronte all'ennesima tragedia umana, quale la Seconda Guerra Mondiale? Qualche anno dopo, nel maggio del 1947, muore anche Joséphine all'età di 92 anni. Il suo necrologio così recitava: Après avoir tant aimé sa famille et sa Vallée, auxquelles elle avait consacré son cœur et son intelligence - après avoir voué sa plume à la défense de la cause des opprimés, à la lutte contre les préjugés et toutes les hypocrisies, revendiquant pour chacun la liberté de penser et de vivre dans l'égalité des droits et la dignité du Devoir et du Bien, fondée sur la compréhension de Dieu et du Christianisme. Dalla lettura di "Le Mont-Blanc" scopriamo così il pensiero di una donna notevolmente all'avanguardia per l'epoca considerata, ma al 59
Testo Originale Estratto
Castelli di cultura. Tra lettura e scrittura tempo stesso fortemente radicata nei valori e nella cultura regionali. Sorprende la capacità con cui Joséphine sia stata in grado di conciliare la modernità con la tradizione, senza mai cadere in contraddizione: essa si è rivelata giornalista appassionata che ha diretto per tutta la sua vita il celebre settimanale “Le Mont-Blanc”, che ha tenacemente lot- tato per la salvaguardia della lingua francese in Valle d'Aosta e per il rispetto della cultura e del lavoro locali. Un socialismo umanitario questo che, lungi dall’essere puro idealismo, si traduceva in proposte concrete, avanzate con insistenza negli articoli di Joséphine, che hanno decretato così non solo il successo del foglio, ma anche e soprattutto della sua vera anima, Joséphine Teppex. MICHELA CECCARELLI 60
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Finito di stampare nel mese di dicembre 2009 presso la Tipografia La vallée ad Aosta