Mélange 1/2010: Primo Levi, cambiamento climatico e cultura in Valle d'Aosta.

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Il periodico "Mélange", numero 1 dell'Anno 14 (Aprile 2010) della Biblioteca Comunale di Saint-Pierre, offre un variegato panorama di contenuti che spaziano dalla storia alla cultura locale, dall'ambiente alla società. Un focus centrale è dedicato all'esperienza partigiana di Primo Levi in Valle d'Aosta nel 1943 e alla sua successiva deportazione, analizzando il legame tra montagna e resistenza. Il quadrimestrale affronta anche temi attuali come i programmi europei per i giovani (EURODYSSÉE), il preoccupante ritiro dei ghiacciai dovuto al cambiamento climatico e celebra la tradizione locale con il 50° anniversario della compagnia teatrale Charaban. Completano l'edizione un reportage scolastico sulla falegnameria, interviste intergenerazionali sui valori a Saint-Pierre e gli ultimi arrivi della biblioteca.

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Testo Originale Estratto
Mélange
Quadrimestrale della Biblioteca
Comunale di Saint-Pierre
Anno 14 n° 1
Aprile 2010
Aut. tribunale
di Aosta n° 9/96
Poste Italiane S.p.A.
Spedizione in A.P. -
70% - DCB (Aosta)
1
11010 SAINT-PIERRE
AO
[Immagine di un fiore con gocce d'acqua]


Testo Originale Estratto
2
EDITORIALE
MéLange
direttore responsabile
Christian Chioso
Hanno collaborato a questo numero:
Pietro Capodaglio, Michela
Ceccarelli, Yvette Chentre, Christian
Chioso, Giovanna Grosso, Robert
Joyeusaz, Francesca Zanni, i
bambini delle classi quinte (scuola
elementare Saint Pierre).
Progetto grafico
Arnaldo Tranti
Realizzazione e Stampa
Tipografia La Vallée
Via Tourneuve, 6 - 11100 Aosta
Dopo i rigori dell’inverno, Saint-Pierre abbandona il suo monotono, ma
affascinante manto bianco per rivestirsi dei mille colori della primave-
ra: la natura ritorna alla vita e si risveglia in un’esplosione di colori e di
profumi. Passeggiando per le vie e i prati del paese, è un vero piacere immer-
gersi in lei, nella sua luce più intensa e calda, nella rigogliosità dei
prati verdi e degli alberi in fiore. Abbandonandoci a queste sensazioni, è facile
capire perché la primavera è la stagione della rinascita, dei sogni e dell’imma-
ginazione. “La fantaisie est un perpétuel printemps” diceva Johann Friedrich
von Schiller: sono le illusioni e la fantasia che alimentano le nostre speranze e
danno colore alla nostra realtà. La primavera ci invita dunque a ritrovare, nella
frenesia del quotidiano, un piccolo spazio da dedicare alla creatività, ai desideri
e alle passioni, i maestri supremi dell’arte e della vita dell’uomo.
Buona primavera e buona fantasia a tutti.
MICHELA CECCARELLI
Lo méocllio di Sèn Desandro
Eun soldà valézoun tornôo aouillo de Jèruzalem, yoi l’ayé combattu pe la
libérachon di Sèn Sepèulcro.
L’ii lo Sèn Desandro è l’ii jeusto arèò sui lo bor di Lys can s’entsambotte
sui eun berrio è tsi lo clliotse encomenche de son. Mi fran don le
clliotse encomencheon a son, è le soldà de l’armèe avoui tota la fameuille,
prèye lo bon Djeu de lée fée la grase de possèi euncò veure sa tcra. Dèi
aon, cun totta la valôda di Lys, é mimo pe lo z-alentôo, a la vèille de Poquic
permcttèn i soldà dé deun i euvu. Mi fran don le z-arbre è lo ciel.
Dèi aon, eun totta la valôda di Lys, é mimo pe lo z-alentôo, a la vèille de Poquic
permcttèn i soldà dé deun i euvu. Mi fran don le z-arbre è lo ciel.
Dèi aon, cun totta la valôda di Lys, é mimo pe lo z-alentôo, a la vèille de Poquic
permcttèn i soldà dé deun i euvu. Mi fran don le z-arbre è lo ciel.
La pomme de Poquie
‘abetude de betté coutche pomme su la rama di loury quie veun-pe
gn-ayèn resu di Ramoliva parè quie vegnée de biên lllouèn.
La conta prcòe eun gn-ayèn resu di Ramoliva parè quie vegnée de biên lllouèn.
La conta prcòe eun gn-ayèn resu di Ramoliva parè quie vegnée de biên lllouèn.
(Libramente tradotti da « Il fiore leggendario valdostano » di T. G. Chanu)
GIOVANNA GROSSO
LA MONTAGNA
INCANTATA DI LEVI
“In piedi, vecchi, per
noi non c’è conge-
do. Ritroviamoci,
ritorniamo in montagna
[...] la nostra guerra
non è mai finita (P. Levi,
Partigiana, 1981)
13 dicembre 1943: è all'alba, livi-
da di freddo, ad Amay, nei pressi
del Col de Joux. Il rifugio semi-
sepolto dalla neve, dove bivac-
cano, infreddoliti e affamati,
undici giovani partigiani, viene
accerchiato dalle milizie fasci-
ste. Il rastrellamento è voluta-
mente spettacolare (nell'ope-
razione sono impiegati circa
300 uomini) per rivendicare
la pretesa superiorità del fasci-
smo sul nemico. I prigionieri
vengono portati nella piazza
di Brusson ed esibiti alla folla
come prede di una caccia for-
tunata prima di essere tradotti,
tra canti e fiaschi di vino, alle
carceri di Aosta.
Fra di loro è un giovane chimi-
co torinese, Primo Levi, appena
ventiquattrenne. Dopo l'8 set-
tembre, si è aggregato ad un
gruppo di partigiani che opera
in Valle D'Aosta ed è caduto nel-
la retata. "Eravamo i partigiani
più disarmati del Piemonte, e
probabilmente i più sprovve-
duti": così commenta, forse un
po' impietosamente, la sua bre-
vissima avventura partigiana
in "Oro", uno dei testi più belli
del "Sistema Periodico", dove
si racconta l'arresto, l'incar-
ceramento e il colloquio for-
tuito con un altro prigioniero,
contrabbandiere per necessità
e cercatore d'oro nella buona
stagione, un uomo magro ma
dalle mani eccezionalmente
Alla scoperta di Primo Levi,
giovane studente, appassionato
delle montagne della Valle
d'Aosta, luoghi simbolo di
libertà e di riscatto.
grosse rispetto al corpo, 'no-
vanta' di madreperla, più adatta
a una signora borghese con vo-
leità suicide, che a un "no-
votato alla guerra partigia-
no", simbolo, quindi, di un'in-
quatezza spirituale, prima
fisica, alla lotta armata.
La sua prigione sono le caserma
tine della caserma Testa di Moro
(nell'attuale Piazza del Re-
pubblica, ex Piazza della
Lupa), in regime di isolamento in una
piccola cella "con branc-
glio di paglia, un bugigattolo con un
gigliolo e una finestrella a
di sbarre". Interrogato po-
te, Levi ammette la sua
ebraica. Il 20 gennaio
più di un mese di detenzione,
viene trasferito nel cam-
po di concentramento
di Fossoli di Carpi e di
lì il 22 febbraio ad Au-
schwitz.
Inizia così per Levi la
drammatica esperien-
za dell'internamento
nel lager, la discesa di un eroe
involontario in un Ade mo-
struoso, ben più temibile di
quello immaginato dalle reli-
gioni, perché reale, concepito
e realizzato appositamente per
la demolizione sistematica e
scientifica dell'individuo (con-
dizione umana più misera non
c'è, e non è pensabile. Nulla è
più nostro. Ci hanno tolto gli
abiti, le scarpe, anche i capel-
[...]Ci toglieranno anche il
nome ("Se questo è un uomo"
"Sul fondo").
Sarà tuttavia quella del Lager,
nella sua irredenta tragicità,
l'esperienza fondante della
sua identità di sopravvivisu-
to al Male e di scrittore, che,
nell'esercizio continuo della
testimonianza, sostenuta non
dalla vendetta ma dalla strenua
volontà di capire e conoscere
(per non più ripetere), ravvi-
sa la cifra profonda del proprio
essere uomo.
Ma torniamo indietro nel tem-
po: non è infatti del Levi scrit-
tore e testimone della barbarie
nazista che vogliamo parla-
re, ma di un Levi forse meno
noto, giovane studente torine-
se, appassionato cultore della
montagna, luogo simbolico di
una ribellione ancora inconsia-
pevole all'oppressione fascista.
La montagna come finestrella
di libertà e di riscatto, dirà poi
in un'intervista.
3
LETTERATURA


Testo Originale Estratto
3
EDITORIALE
Mélange
direttore responsabile
Christian Chioso
Hanno collaborato a questo numero:
Pietro Capodaglio, Michela
Ceccarelli, Yvette Chentre, Christian
Chioso, Giovanna Grosso, Robert
Joyeusaz, Francesca Zanni, i
bambini delle classi quinte (scuola
elementare Saint Pierre).
Progetto grafico
Arnaldo Tranti
Realizzazione e Stampa
Tipografia La Vallée
Via Tourneuve, 6 - 11100 Aosta
LA MONTAGNA
INCANTATA DI LEVI
LETTERATURA
opo i rigori dell'inverno, Saint-Pierre abbandona il suo monotono, ma
affascinante manto bianco per rivestirsi dei mille colori della primave-
ra: la natura ritorna alla vita e si risveglia in un'esplosione di colori e di
profumi. Passeggiando per le vie e i prati del paese, è un vero piacere immerger-
si nella nuova stagione, nella sua luce più intensa e calda, nella rigogliosità dei
prati verdi e degli alberi in fiore. Abbandonandoci a queste sensazioni, è facile
capire perché la primavera è la stagione della rinascita, dei sogni e dell'imma-
ginazione. “La fantasie est un perpétuel printemps" diceva Johann Friedrich
von Schiller: sono le illusioni e la fantasia che alimentano le nostre speranze e
donno colore alla nostra realtà. La primavera ci invita dunque a ritrovare, nella
frenesia del quotidiano, un piccolo spazio da dedicare alla creatività, ai desideri
e alle passioni, i maestri supremi dell'arte e della vita dell'uomo.
Buona primavera e buona fantasia a tutti.
MICHELA CECCARELLI
"I
n piedi, vecchi, per
noi non c'è conge-
do. Ritroviamoci,
ritorniamo in montagna
[...]. la nostra guerra
non è mai finita (P. Levi,
Partigia, 1981)
13 dicembre 1943: è l'alba, livi-
da di freddo, ad Amay, nei pressi
del Col de Joux. Il rifugio semi-
sepolto dalla neve, dove bivac-
cano, infreddoliti e affamati,
undici giovani partigiani, viene
accerchiato dalle milizie fasci-
ste. Il rastrellamento è voluta-
mente spettacolare (nell'ope-
razione sono impiegati circa
300 uomini) per rivendicare
la pretesa superiorità del fasci-
smo sul nemico. I prigionieri
vengono portati nella piazza
di Brusson ed esibiti alla folla
come prede di una caccia for-
tunata prima di essere tradotti
tra canti e fiaschi di vino, alle
carceri di Aosta.
Fra di loro è un giovane chimi-
co torinese, Primo Levi, appena
ventiquattrenne. Dopo l'8 set-
tembre, si è aggregato ad un
gruppo di partigiani che opera
in Valle D'Aosta ed è caduto nel-
la retata. “Eravamo i partigiani
più disarmati del Piemonte, e
probabilmente i più sprovve-
duti": così commenta, forse un
po' impietosamente, la sua bre-
vissima avventura partigiana
in “Oro”, uno dei testi più belli
del “Sistema Periodico”, dove
si racconta l'arresto, l'incar-
ceramento e il colloquio for-
tuito con un altro prigioniero,
contrabbandiere per necessità
e cercatore d'oro nella buona
stagione, un uomo magro ma
dalle mani eccezionalmente
Alla scoperta di Primo Levi,
giovane studente, appassionato
cultore delle montagne della Valle
d'Aosta, luogo simbolico di
libertà e di riscatto.
grosse rispetto al corpo, "ne-
mico, come cotte dal sole e dal
vento "un esemplare di que-
fauna umana istintivamente li-
bera e nemica delle coercizioni
che si ritrova in ogni epoca e ad
ogni latitudine.
Anche nel primo capitolo
Levi all'inesperienza del gru
po "Mancavano i contatti
con gli armi, i quattrini e l'esperien
per procurarseli; mancava
gli uomini capaci, ed eravamo
invece sommersi da un dilu
di gente squalificata, in buo
e in mala fede....".
Prima di essere sorpres
militi, Primo (ancora in o
riesce però a disfarsi della
"improbabile" arma: una
voltaella minuscola inta
di madreperla, più adatta
una signora borghese con vo
leità suicide, che a un "ri
votato alla guerra partigiana,
simbolo, quindi, di un'in
guatezza spirituale, prima
fisica, alla lotta armata,..?
La sua prigione sono le
tine della caserma Testado
(nell'attuale Piazza della
pubblica, ex Piazza della L
in regime di isolamento
piccola cella "con branda,
gliolo e una finestrella mi
di sbarre". Interrogato p
te, Levi ammette la sua c
ebraica. Il 20 gennaio,
più di un mese di deten
viene trasferito nel cam-
po di concentramento
di Fossoli di Carpi e di
lì il 22 febbraio ad Au-
schwitz.
Inizia così per Levi la
drammatica esperien-
del l'internamento
nel lager, la discesa di un eroe
involontario in un Ade mo-
struoso, ben più temibile di
quello immaginato dalle reli-
gioni, perché reale, concepito
e realizzato appositamente per
la demolizione sistematica e
scientifica dell'individuo (con-
dizione umana più misera non
c'è, e non è pensabile. Nulla è
più nostro. Ci hanno tolto gli
biti, le scarpe, anche i capel-
[...]. Ci toglieranno anche il
nome ("Se questo è un uomo"
"Sul fondo").
Sarà tuttavia quella del Lager,
nella sua irredenta tragicità,
l'esperienza fondante della
sua identità di sopravvissu-
to al Male e di scrittore, che,
nell'esercizio continuo della
testimoniaza, sostenuta non
dalla vendetta ma dalla strenua
volontà di capire e conoscere
(per non più ripetere), ravvi-
sa la cifra profonda del proprio
essere uomo.
Ma torniamo indietro nel tem-
po: non è infatti del Levi scrit-
tore e testimone della barbarie
nazista che vogliamo parla-
re, ma di un Levi forse meno
noto, giovane studente torine-
se, appassionato cultore della
montagna, luogo simbolico di
una ribellione ancora inconsa-
pevole all'oppressione fascista.
La montagna come finestrella
di libertà e di riscatto, dirà poi
in un'intervista.
Lo méocllio di Sèn Desandro
un soldà valéz
libérachon di Sèn Sepeulcro.
É l'ii lo Sèn Des
Sèn Desandro è l'ii jeusto arò sui lo bor di Lys can s'entsambotte
sui eun berrio è tsi eun
européen dzeoeillon, avoui le man d'eun l'eueu. Mi fran don le
prière lo bon Djeu de
méme can a soeà, é lo soldà, avoui totta la fouce de sa granta fouè,
an petchouda gnoul
e lê lèi féé la grase de possèi euncò veure sa tèra. E voualà quie
permettèn i soldà de
l'êva bleu passe devan se joué è apri, plan plan s'èn va, eun
Dèi aon, eun touta la
de Jezu Cri de veure le z-arbros è lo siel.
valdda di Lys, è mimo pe le z-alentào, a la veïlle de Poquie
(Libràménte tradui di bon legendarlo valdostano - di T. G. Chanu)
...
La pomme de Poquie
'abetude de beutté coutche pomme su la rama di loury quie veun-pe
bényya la demèn
déndze de la Ramoliva parè quie vegnyée de bièn llouèn,
La conta prèd
dze Jouif Errant, de passadzo pe la nouha valdà, quie,
eun gn-ayèn resu di
man d'an bra-a fenna eun dzèn pan, llu, comme remersi-
mèn l'ayé baillà-lei
e, selon la tradechon, vignon-pe, euncò de no zdoù, beut-
Heutte pomme bén
tête eun caro canquie
e a Poquie. E lo mateun de Poquie totta la fameuille, fèn-
quié le bèchette de m
dzèzòn, a djeun, dèyòn medji eun petchou toquie de pom-
ma bénya : hèn près
me pe tò l'an di mou di cou mi, surtout, présarve d'ihe
mordiu di bouye, qui
le pe le nouhe dzin di cou mi, surtout, présarve d'i
(Libràménte tradui di bon legendarlo valdostano - di T. G. Chanu)
... JOVANNA GROSSO


Testo Originale Estratto
4 LETTERATURA
5 SCUOLA
LABORATORIO DI
FALEGNAMERIA

Della sua iniziazione alla mon- bivaccare al freddo, in mezzo a avventure alpine con l’amico
tagna veniamo a sapere da un raffiche di vento impietose, ri- Sandro, temperamento indo-
altro dei capitoli del Sistema schiando il congelamento. Ep- mito e luminoso, tra i primi a
Periodico, Ferro. Un compagno pure aver assaggiato “la carne morire nella Guerra di Libe-
di studi universitari, Sandro dell’orso” è stata per la giovane razione contro il nazifascismo
Delmastro, un ragazzo tanto leva (arrestato, tenterà la fuga (arrestato, tenterà la fuga dalla
forte e solido nella sua concre- dalla libertà) un’inebriante immersione Casa Littoria di Cuneo e sarà
tezza contadina, quanto Primo nella libertà; rimpiangerà ucciso da un milite- bambino,
è idealista e intriso di “astratti da adulto di averne mangiata un giovanissimo repubblichino
furori”, lo introduce alle im- poco, “poiché, di tutto quanto la di appena quindici anni).
prese alpinistiche nelle valli
del Piemonte e della Valle
D’Aosta. Sandro è convinto
che per conoscere la mate-
ria, per dominare la realtà,
non bastino le formule chi-
miche e i calcoli matemati-
ci. Bisogna saper accendere
una stufa, guadare un tor-
rente, affrontare la tormen-
ta in quota. La montagna,
il luogo del selvaggio e del
naturale allo stato puro, la
montagna come palestra di
vita e orizzonte di libertà
e audacia. Primo ha letto e
amato la Montagna Incan-
tata di Thomas Mann (è uno
dei suoi libri culto), ma è di-
giuno di montagna vera. Ecco
allora Sandro e Primo cimen-
tarsi insieme in imprese spesso
arrischiate, d’inverno nella neve
fresca “lontano da ogni trac-
cia umana, seguendo itinerari
che sembrava intuire (Sandro
n.d.r) come un selvaggio”. Una
volta sono sorpresi dal buio
ancora in quota e costretti a
“gustare la carne dell’orso”, a

“Vedere Sandro in mon-
tagna riconciliava con il
mondo, e faceva dimenti-
care l’incubo che gravava
sull’Europa. Era il suo luo-
go, quello per cui era fatto,
come le marmotte di cui
imitava il fischio e il grifo:
qui in montagna diven-
tava felice, di una felicità silenzio-
sa e contagiosa, come una
luce che si accende. Susci-
tava in me una comunione
nuova con la terra e il cielo,
in cui confluivano il mio
bisogno di libertà, la pie-
nezza delle forze, e la fame

vita mi ha dato di buono, nulla
ha avuto, neppure alla lontana,
il sapore di quella carne, che è
tornare ad essere forti e liberi,
liberi anche di sbagliare, e pa-
droni del proprio destino. Un
tirocinio prezioso di resistenza,
quello consumato sul-
le montagne, utile ad affrontare
l’avvenire di “ferro” che incom-
beva ormai sull’Europa.
Ascoltiamo ancora le parole
con cui Levi rievoca le magiche
di capire le cose che mi aveva-
no spinto alla chimica. Usciva-
mo all’aurora, strofinandoci gli
occhi, dalla portina del bivacco
Martinotti (in alta Valnontey),
ed ecco tutt’intorno, appena
toccate dal sole, le montagne
candide e brune, nuove come
create nella notte appena svani-
ta, e insieme innumereabilmente
antiche, Erano un’isola, un al-
trove”.

FRANCESCA ZANNI

A fine febbraio, per
una settimana cir-
ca, noi alunni delle
classi quinte della scuola
primaria di Saint-Pierre ab-
biamo partecipato al pro-
getto di falegnameria tenu-
to dal Signor Giorgio Chabod. In questi giorni ci
siamo sentiti dei piccoli falegnami, è stato, per
alcuni, un po’ faticoso ma anche entusiasmante
e straordinario!!
Durante l’attività abbiamo collaborato insieme
per realizzare delle piccole “opere” ideate da noi,
abbiamo sviluppato maggiormente la creatività
e la manualità, abbiamo appreso il nome delle
macchine da lavoro e il loro funzionamento,
rigorosamente a manovella, per tutelare la no-
stra sicurezza e, infine, abbiamo imparato in un
contesto diverso dal solito. Il primo impatto, en-
trando nel laboratorio, è stato molto piacevole
perché un profumo di legna e di segatura avvol-
geva tutto l’ambiente.
L’allestimento del laboratorio era allegro per-

I bambini delle classi
quinte della scuola
elementare di Saint-Pierre
raccontano il loro progetto
di falegnameria

ché colorato e particolare
perché i banchetti da lavoro
erano a misura di bambino.
Su ogni tavolo da lavoro, gli
attrezzi erano colorati di
rosso nelle parti pericolose
da maneggiare e di verde
nelle parti da impugnare.
Non dovevamo assolutamente dimenticarci di
indossare i guanti protettivi!!
A fianco dei banchi vi erano dei grossi conteni-
tori sui quali erano appoggiati diversi pezzi di
legno, compensato, bastoncini, pigne....da uti-
lizzare per le nostre creazioni.
Così facendo, con martelli, seghe, chiodi, trapani
a manovella, pinze, morse, tenaglie, carta a vetro,
colla e viti abbiamo realizzato aerei, macchine,
tavole, cornici, cassetti, dadi, cassette, barche,
portama- yo yo e trottole. Il tutto è avvenuto sotto la
supervisione e il super aiuto del maestro Gino.
Se Geppetto fosse stato tra noi si sarebbe stupito
della nostra bravura e, sicuramente, anche lui si
sarebbe tanto divertito!!

I BAMBINI DELLE CLASSI QUINTE


Testo Originale Estratto
6 EURODYSSÉE COMMENT PARTIR EN STAGE A L'ETRANGER SANS TROP DE SOUCIS ? A vez-vous jamais entendu parler du program- me Eurodysée? À vrai dire, le nom choisi ne lui rend pas justice. On comprend tout de suite qu'il s'agit de l'« Eu- rope », mais le mot « odyssée » a plutôt une connotation né- gative : il évoque une série d'a- Eurodysée, un intéressant programme d'échange européen qui permet de partir en stage et de faire expérience en différents secteurs d'activités professionnelles. ventures, de péripéties, voire tout à la réalité du programme! Eurodysée est un programme d'échanges qui permet de partir en stage pendant quelques mois dans une autre région d'Europe. Moins connu que le programme Leonardo, Euro- dyssée est bien cadré et présente de nombreux avantages. Simplicité d'accès. Vous n'aurez pas à passer des heures in- terminables sur Internet à la recherche des possibilités pour obtenir un stage. Il suffit de prendre contact avec le bureau Eurodysée de la Région Vallée d'Aoste, qui vous aidera dans la définition du projet de stage et dans toutes les démarches administratives. Les deux régions travaillent pour vous. Une fois décidée la région de destination, le responsable valdôtain transmet vo- tre cv au responsable de la région d'accueil, qui se chargera de contacter l'organisme d'accueil. Détail qui est loin d'être superflu, car ce passage augmente la possibilité pour votre cv d'être pris en considération, ayant un intermédiaire in- stitutionnel. Des offres variées. Il suffit de regarder les offres de stage pour se rendre compte que tous les secteurs d'activités sont con- cernés: commerce, marketing, administration, hôtellerie, œnologie, agro-alimentaire... Un stage adapté. Chaque ré- gion propose de nombreuses offres de stage, mais si jamais aucune ne vous s'adaptait, le programme prévoit que le responsable de la région d'accueil vous aide à trouver un stage, en cherchant d'au- sionnel. Double possibilité de trouver un stage: aussi bien à partir d'offres de stage des entreprises que de vos candida- tures spontanées. Un vrai Accueil. Chaque stagiaire a la possibilité de suivre une formation linguistique et toutes les régions vous aident à trouver un logement. Vous toucherez une bourse de stage tous les mois (qui varie en fonction de la région et du coût de la vie) et vous recevrez 300 € d'argent de poche. De plus, l'administration valdôtaine couvre les frais de voyage vers la région de destination. Et davantage encore. Quand vous serez sur place le respon- sable Eurodysée vous mettra en contact avec d'autres sta- giaires, et sera à votre disposition pour vous donner des conseils pratiques (comment ouvrir un compte bancaire? quels lieux visiter dans les environs?). La plupart des Ré- gions organisent des visites, des excursions ou des manifes- tations permettant aux stagiaires de s'intégrer à la culture de la région d'accueil. Bref, il s'agit d'une occasion à saisir pour enrichir son cv, pour se donner la possibilité de vivre une expérience à l'étranger. Jusqu'à présent, 15 valdôtains sont partis à l'étranger grâce au programme Eurodysée, ne seriez-pas vous le prochain? YVETTE CHENTRE CILIEGI 7 NATURA Informazioni e curiosità sull'albero del ciliegio 'ultimo Samurai' è un film del 2003, con Tom Cruise, che racconta le vicende di un capitano dell'esercito americano che, verso la fine dell'800, roso dai rimorsi per le azioni di guerra fatte contro gli indiani d'America, si fa ingaggiare dall'Imperatore giapponese per insegnare al suo esercito l'uso delle armi da fuoco. Ma un samurai ribelle lo cattura e, con il passare del tempo, il nostro eroe americano si identifica con il suo nemico fino ad arrivare al solito combattimento definitivo. La retorica del film è notevole, soprattutto nella parte finale, ma ciò di cui desidero parlare non c'entra sostanzialmente nulla con la pellicola: in una scena finale, quando il samurai ferito a morte sussurra le sue ultime parole, vi è una bellissima scenografia costituita da ciliegi in fiore che, scossi dal vento, perdono i loro petali, rosa, creando un paesaggio straordinario. I ciliegi, anche i comuni e diffusi selvatici che troviamo abbondanti sulle nostre montagne, sono alberi molto belli, in primavera, per la fioritura bianchissima, in autunno per il rosso brillante delle foglie caduche, ed anche nel fitto di un bosco di latifoglie o conifere emergono con grande forza. I ciliegi del film sono effettivamente originari del Giappone, ma spesso li ritroviamo anche nei nostri giardini: a Saint- Pierre, ad esempio, l'architetto paesaggista che ha progettato i giardini pubblici di Chévreyron ha avuto l'ottimo gusto di inserirne 6 o 7 lungo uno dei vialetti, creando una bellissima variazione sia cromatica che temporale, tra la fioritura dei lillà, ad est, e quella del glicine, sul pergolato. Ma di cosa stiamo parlando: il nome scientifico di queste piante secondo alcuni autori è Prunus lannesiana, per altri Prunus serrulata. Esistono però parecchie varietà intermedie ed è veramente difficile decidere a quale specie appartengano. In Italia troviamo 12 varietà che, a mio parere, sono tra le più belle piante da giardino. Spesso, sui cataloghi dei grandi vivaisti si trovano sotto il nome di Cerasus. Troviamo dunque l'Amanogawa, a forma eretta e compatta, con fiori semidoppi rosa; il Fugenzo, a fiori grandi, doppi, rosa carico, tardivi; il Gioi-Ko, con fiori grandi giallo-verde, semidoppi; Hatakazura, con grandi fiori rosa carne, doppi; Hizakura, più conosciuto come Kanzan, a fiori rosa scuro, doppi; Shirotae, a fiori molto grandi in grappoli penduli, bianchi; Taihaku, a fiori grandissimi, bianchi, doppi; Oku-miyako, con grandi fiori bianchi; Shidare-zakura, con rami penduli e fiori rosa, doppi; Shiro-fugen, a fiori rosa carminio, doppi; Ukon, con fiori verde giallo, semidoppi e foglie, allo stato giovanile rossastre; Yoshino, a fiori grandissimi, bianchi, soffusi di rosa. Tutti hanno portamento eretto, dimensioni piuttosto contenute (5-6 m di altezza), sono perciò adatti a giardini anche di piccole o medie dimensioni. La fioritura avviene nei mesi di aprile-maggio. Hanno poi il vantaggio, non indifferente, di essere molto belli anche in autunno, quando le foglie si accendono di rosso fuoco. La scelta, dunque, è molto ampia e l'inserimento di uno di questi ciliegi in un giardino non può che essere felice, per le poche e semplici esigenze di coltivazione, e per essere un'ottima alternativa a piante più “comuni” e, forse, più anonime. Christian Chioso EURODYSSÉE Basé sur un principe de réciprocité entre les régions partenaires
Il permet à des jeunes demandeurs d'emploi (18-30 ans) de partir en stage pendant 3 à 7 mois.
Les régions qui participent au programme : Belgique Bruxelles-Capitale, Wallonie, Bosnie Repubblicca Srpska, Croatie Istria, Varazdin, Zagrebacka, France Bourgogne, Champagne-Ardenne, Franche-Comté, Ile-de-France, Limousin, Midi-Pyrénées, Picardie, Poitou-Charentes, Rhône-Alpes, Géorgie Adjara, Italie Vallée d'Aoste, Allemagne Baden-Württemberg, Norvège Akershus, Portugal Açores, Madeira, Roumanie Arges, Caras-Severin, Harghita, Hunedoara, Timis, Espagne Castilla y León, Catalunya, Murcia, Valencia, Suisse Jura, Ticino, Valais, Zentral Schweiz.
Contact: Eurodysée en Vallée d'Aoste
Agenzia regionale del lavoro
Via Garin, 1- Aosta
0165-275611
E-mail: eurodyssee@regione.vda.it
Consultez également les offres sur le site HYPERLINK "http://www.regione.vda.it" www.regione.vda.it (page “Lavoro” – “Eurodysée") et dans l'hebdomadaire « Obiettivo Lavoro News ».


Testo Originale Estratto
8
TERRITORIO
ALL'OMBRA DEI
GHIACCIAI
Le attività dell'uomo nell'ambiente
alpino sono legate in un delicato
equilibrio ai fattori climatici: i
movimenti e la vita dei ghiacciai
ghiacciai godono di questi tem-
pi (giustamente) di una certa
attenzione mediatica a causa del
loro generale ritiro, testimoniato in
modo inequivocabile dal confronto
empirico tra fotografie attuali con
immagini degli scorsi decenni, oltre
che – a livello più scientifico – dalle serie
storiche di misure di temperatura; se-
condo queste ultime nella regione alpi-
na l’incremento di temperatura nell’ul-
timo secolo è particolarmente marcato
(1,48°C ovvero il doppio rispetto alla
media globale).
Tale fenomeno viene in generale presen-
tato come una prova – se non “la” prova
– del cambiamento climatico (o riscal-
damento globale) in atto; quest’ultimo a
sua volta viene quasi sempre addebitato,
dalla maggior parte degli studiosi del cli-
ma, all’azione dell’uomo.
Cupe prospettive
Né il futuro fa sperare in inversioni di
tendenza: autorevoli studi scientifici de-
lineano previsioni inquietanti per il fu-
turo dei ghiacciai, la cui superficie sareb-
be destinata a diminuire ulteriormente
in modo drastiche; in pratica le Alpi sa-
rebbero destinate ad assumere già nei
prossimi decenni connotati tali da farle
assomigliare agli attuali Pirenei (con po-
chi ghiacciai sopravvissuti alle quote più
alte) o addirittura agli Appennini (quasi
senza ghiacci).
Al di là di trasformazioni paesaggistiche,
la realizzazione di questo scenario com-
porterebbe, alla lunga, seri problemi per
l’approvvigionamento idrico, non solo
alle popolazioni alpine ma a buona par-
te della società europea, visto che il 40%
dell’acqua dolce del continente proviene
dalle Alpi.
Non solo: si avrebbe un aumento dell’in-
stabilità dei versanti rocciosi in quota,
visto che verrebbe a mancare il perma-
frost (terreno permanentemente gelato)
che è un po’ il “collante” degli ambienti
scoscesi e fratturati di alta montagna.
Passati caldi...
Se si realizzasse questa situazione cli-
matica, comunque, non si tratterebbe di
una novità assoluta, se non altro perché
nel corso della storia geologica del pia-
neta si sono sicuramente verificate si-
tuazioni climatiche più volte ve-
cine o più calde dell’attuale.
In periodo storico poi, come noto, le
fonti ci indicano che per un lungo pe-
riodo – all’incirca dalla dominazione
romana sino al 1300 – il clima fosse più
caldo dell’attuale (e non certo per colpa
dell’uomo). In quel caso, tuttavia, il cli-
ma caldo aveva rappresentato un fattore
esclusivamente positivo - anzi probabil-
mente vitale (non a caso è stato defini-
to l’ “optimum” climatico) - per la civiltà
alpina dell’epoca, che ha così avuto la
possibilità di esercitare l’agricoltura ed il
commercio attraverso i colli.
... e passati freddi
Dopo l’ “optimum” climatico medievale
i ghiacciai però – improvvisamente – si
risvegliano, e per alcuni secoli sono tal-
mente “in piena” da minacciare, diretta-
mente o indirettamente, i villaggi alpini
e le vite umane: è la Piccola Età Glaciale,
così denominata per distinguerla dal-
la vera età glaciale vera e propria (terminata
circa 11.000 anni fa), come l’ultima
importante in quanto a più riprese ha
scavato le valli e plasmato il montagne.
Gli esempi a riguardo delle rovine ed
avanzata dei ghiacci sono numerosi
sull’intero arco alpino; nel nostro terri-
torio, uno dei più significativi, e almeno
uno dei meglio descritti nei documenti
storici, è rappresentato dal ghiacciaio del Rutor.
Le rotte glaciali del Rutor
Nel periodo compreso tra il 1594 ed il
1860 – secondo alcuni documenti meno
affidabili anche dalla fine del secolo del
1200 al 1430 – si verificano numerosi episodi (oltre
ai meno rovinosi) di rotte glaciali (ovvero
svuotamenti improvvisi di laghi o serbatoi d’acqua si-
tuati ai margini o entro un ghiacciaio).
Le rotte erano causate dalla tracima-
zione del lago di S. Margherita, situa-
to ai piedi del ghiacciaio del Rutor:
il ramo sinistro del ghiacciaio era
talmente sviluppato (circa 1 km ol-
tre la fronte attuale) da generare uno
sbarramento laterale (quello frontale
era garantito da una barra rocciosa) nei
confronti del suddetto lago; nel periodo
tardo estivo, in corrispondenza cioè della
fusione dei ghiacci, lo sbarramento gla-
ciale poteva fratturarsi e cedere improv-
visamente.
Si stima che il volume d’acqua nell’inva-
so del lago di S. Margherita fosse di circa
5 milioni di metri cubi (l’equivalente di
2.000 piscine olimpioniche), per rendere
l’idea, che in caso di rotta si liberavano
in poche ore causando un aumento re-
pentino della portata del Torrente Rutor.
I documenti (stranamente per i nostri
criteri) non riportano descrizioni par-
ticolarmente accurate dei danni e delle
distruzioni; sappiamo però che l’onda di
piena – come una sorta di periodico Va-
jont – minacciava non solo i villaggi posti
immediatamente a valle del ghiacciaio (in
primis La Thuile) ma tutto il fondoval-
le valdostano: lo svuotamento del 1680
è talmente violento da travolgere i pon-
ti dell’Equilivaz e di Villeneuve, e quel-
lo del 1284 (sul quale però i documenti
non sono affidabili) avrebbe causato la
distruzione della chiesa di Gressan. An-
che il territorio di St. Pierre, quindi, non
era immune dai disastri, perlomeno nelle
parti più basse.
La minaccia glaciale del Rutor, iniziata nel
1594 senza nessun segno premonitore, al-
trettanto misteriosamente finisce nel 1864:
pochi anni dopo – le notizie non erano
ancora “in tempo reale” – il canonico Car-
rel scrive, con uno stupore quasi infantile
(da noi condiviso anche oggi, osservando
i ghiacciai e le loro fluttuazioni): “Ci as-
sicurano che il lago del Rutor è scomparso
completamente (in realtà si era solo rim-
picciolito). Se così è un fatto straordinario
e assolutamente nuovo. Non v’è traccia di
fenomeni simili nei secoli passati”.
PIETRO CAPODAGLIO
ARPA VDA
9
CHARABAN
SOUVENIR DE
NOUTRO CHARABAN
N
el 2008 abbiamo fe-
steggiato i 50 anni
dello Charaban,
infatti il 15 aprile del 1958
quando comparve in scena,
al teatro Giacosa di Aosta,
per presentare il suo primo
spettacolo. Esattamente 50
anni dopo,il 12 aprile 2008,
la nostra compagnia teatrale
in patois si è ripresentata al
suo appassionato pubblico di
amici, al teatro Giacosa, per
festeggiare tutti insieme questo importante evento e
per rivivere le tappe principali del suo percorso. Evi-
dentemente, in questi 50 anni ne sono successe di
cose e non solo di cose: sono passati anche gli anni e,
soprattutto, sono scomparsi certi personaggi che con
la loro dedizione hanno contribuito a far crescere la
nostra compagnia, ricordo René Willien, Pierre Viet-
ti, A. Chenal, Carlo Jordaney, C. Jerusel; altri sono
ancora viventi, come Ennio Di Francesco, ai quali va
il nostro pensiero e tutta la nostra gratitudine per il
loro servizio reso. Malgrado ciò, lo Charaban ha sa-
puto reagire con fermezza e a tutt'oggi può rallegrar-
si di celebrare mezzo secolo di vita durante il quale
ha potuto raccontare la sua storia con discrezione,
divertendo e sorridendo.
Attraverso le sue pièces ha saputo portare sulla
scena non solo le qualità ed i meriti, ma anche i
difetti e le debolezze dei valdostani, le cose ne-
150 ANNI DELLO
CHARABAN
Si è festeggiato il mezzo
secolo del teatro popolare,
che ha saputo portare in
scena, con discrezione e
simpatia, le qualità e i
difetti dei valdostani e della
loro storia.
cessarie non solo per nutrire lo spirito, ma an-
che per meditare in questa società che cambia
continuamente e repentinamente, sviluppando
diversi aspetti della storia locale.
Parlando del nostro Charaban, non si può non
citare un personaggio assai noto della veillà,
Renzo Grange, detto anche Renzino, 53 anni, di
Pré-Saint-Didier, ma con il cuore ancora alle
origini in quel di Saint-Pierre, di professione
sovrintendente capo del Corpo forestale della
Valle d'Aosta, che svolge
la sua attività in qualità di
vice comandante presso la
stazione forestale di Arvier.
Orbene, il nostro Renzi-
no quest'anno, ma già da
quattro anni consecuti-
vi oramai, ha fatto poker,
staccando, come d'abitu-
dine, il primo tagliando
della vendita dei biglietti
dello Charaban. L'attesa è
stata di ben 72 ore ed è iniziata alle 9,30 di sa-
batina 14 novembre. I biglietti erano in
vendita da martedì 17 novembre, alle ore 9.00.
Era sufficiente arrivare al mattino presto
del giorno della vendita dei biglietti, poi è su-
bentata la veillà e, come competizione, è stata
portata avanti dai Cognetn fino al giorno d'oggi
e ci è passata nelle mani di quelli della Valdi-
gne.
Quest'anno al primo classificato lo staff dello
Charaban ha regalato una targa ricordo.
Renzo è un grande appassionato di teatro
popolare, nonché, come fede calcistica, tifoso
del Todzor. Ha partecipato anche a tre concorsi
della bataille des reines e, come dice Renzo, non
è importante la partecipazione alla finale
regionale (ci sono nove eliminatorie), quanto
piuttosto ripetersi con successo l'anno successi-
vo perché ci si ricorda sempre di chi vince e non
di chi arriva secondo.
Da parte mia, auguro allo Charaban di restare
todzor in voyazo perché ha ancora molte cose
da raccontarci e da portare in scena, al fine di
farci conoscere quel bagaglio culturale che ci è
proprio.
ROBERT JOYGUSAZ


Testo Originale Estratto
10
INTERVISTA
INTERVISTA TRIPLA
eco come i sempierolen di 3 generazioni (20 anni, 50 anni e 80 anni) hanno risposto alle domande della nostra
intervista tripla.
1. Qual è il ricordo o l’esperienza più bella della vostra vita?
ventenne
“Vista la mia giovane età credo di aver
fatto già diverse esperienze, però non ce
n’è una in particolare che mi abbia se-
gnato.”
cinquantenne
“L’esperienza più bella della mia vita è il
giorno della nascita dei miei figli, il re-
galo più prezioso che ho avuto.”
ottantenne
“Tanti anni fa, quando mia figlia era pic-
cola, avrà avuto 2 anni, l’abbiamo persa.
Era un pomeriggio d’estate. Poco lon-
tano da casa nostra passava un ruscello
che, quel giorno, era carico d’acqua per
bagnare i prati. Con l’aiuto dei vicini
abbiamo cercato la bimba ovunque, ti-
morosi che fosse incastrata tra qualche
sasso nel ruscello. Ad un tratto, come
per miracolo, vidi un esserino in mez-
zo ai prati con un mazzolino di fiori in
mano. Era lei, le andai incontro corren-
do, la presi in braccio e lacrime di gioia
iniziarono a scendermi dagli occhi. Lei
guardandomi mi disse: “Perché piangi?
Non sei contenta? Ho raccolto i fiori per
nonno”. Nonno, poco più lontano, stava
bagnando i prati.”
2. Come vedete o cosa pensate delle altre due generazioni?
ventenne
“Le altre due generazioni hanno molto
da insegnarci, vista la loro esperienza di
vita, nonostante ciò sono troppo legate al
passato e quindi dovrebbero lasciare più
spazio alle novità e ai cambiamenti, che
spesso sono ancora visti con pregiudizi e
critiche.”
cinquantenne
“La generazione degli ottantenni è
composta da persone abituate a darsi la
grinta e forza di volontà, abituate a la-
sciare il denaro e l’interesse privato al primo po-
sto e a dare valore della famiglia. I ventenni
di oggi sono cresciuti nel benessere e
quindi sono poco propensi ad assumer-
si impegni, sono ragazzi desiderosi di fare,
di sognare, come è giusto che sia, tut-
tavia vivono poco la concretezza della
vita. Talvolta vorrebbero ottenere tutto
e subito, tralasciando così alcuni valori
fondamentali.”
ottantenne
“Le altre due generazioni hanno cono-
sciuto un tenore di vita diverso dal no-
stro. Amano la famiglia e il lavoro, ma
anche e soprattutto i divertimenti, i viag-
gi, le cene con gli amici.”
3. Saint-Pierre dal vostro punto di vista.
ventenne
“Saint-Pierre è un paese abbastanza
tranquillo, ideale per viverci. Tuttavia,
è privo di divertimenti e opportunità
per i giovani e di luoghi di ritrovo.”
cinquantenne
“Saint-Pierre è il paese dove sono nata,
cresciuta, dove ho costruito la mia fa-
miglia e dove sono cresciuti i miei figli,
quindi, nonostante alcune mancanze, ci
sono molto affezionata.”
ottantenne
“Avendo poche esigenze, Saint-Pierre a
me va più che bene, qui ho la mia casa e
la mia famiglia.”
4. Classificate i seguenti valori dal più importante al meno importante: denaro, amore, amicizia, successo, famiglia,
onestà, rispetto.
ventenne
1. Amore
2. Onestà
3. Famiglia
4. Rispetto
5. Successo
6. Amicizia
7. Denaro
cinquantenne
1. Famiglia
2. Amore
3. Rispetto
4. Onestà
5. Amicizia
6. Successo
7. Denaro
ottantenne
1. Famiglia
2. Amore
3. Onestà
4. Rispetto
5. Denaro
6. Amicizia
7. Successo
5. Credete in Dio, che rapporto avete con la religione?
ventenne
“No, non credo in Dio e per ora non
mi sono posto tale questione, in futuro
chissà....”
cinquantenne
“Credo in Dio e nella Madonna di
Lourdes. Prego sempre nei momenti e
nei luoghi che ritengo più opportuni.”
ottantenne
“Credo in Dio e nel mio intimo spesso lo
invoco, lo prego e lo ringrazio.”
6. Qual è l’insegnamento che vi ha dato l’altra generazione e che conservate?
ventenne
“Le altre generazioni mi hanno tra-
smesso dei valori sani in cui credere.
Inoltre sono un ottimo esempio del
senso di sacrificio e di dedizione per
realizzarsi nella vita.”
cinquantenne
“L’insegnamento che conservo è quello
dell’amore e dell’aiuto reciproco, l’umiltà,
il rispetto degli altri e l’onestà.”
ottantenne
“La generazione dei ventenni, soprat-
tutto, mi ha insegnato i vantaggi delle
nuove tecnologie come il cellulare e il
computer con Internet. Credo, tutta-
via, che i giovani spesso ne facciano un
uso esagerato, oltre le reali necessità.”
7. Chi è o chi è stato per voi un personaggio importante? Perché?
ventenne
“Ci sono molti personaggi che con il
loro pensiero hanno influenzato la
mia visione del mondo, in particolare
J.S. Mill, che pone la libertà dell’indi-
viduo come valore inalienabile e fon-
damentale.”
cinquantenne
“Ritengo “personaggi” importanti tutti co-
loro che sono impegnati nel campo della
ricerca. Il loro lavoro, spesso poco ricono-
sciuto, è ammirevole e fondamentale.”
ottantenne
“Un personaggio per cui nutro gran-
de ammirazione è il valdostano Emile
Chanoux, che ha gettato le basi dell’av-
venire della nostra Valle con la profon-
dità delle sue idee e dei suoi ideali.”
MICHELA CECCARELLI


Testo Originale Estratto
12
BIBLIOTECA
LA PAGINA DELLA
BIBLIOTECA
Ultimi arrivi
Narrativa per adulti
Il bambino che corre nel vento di Busfield A.
Bianca come il latte di D'Avenia A.
Non ti voglio vicino di Garlaschelli B.
La fiammiferaia di Kabul di Mohamed D.
Ritorno a Fort Country di Grisham J.
Requiem per una pornostar di Deaver J.
Gli amanti di Connolly J.
Povera ragazza ricca di Lokko L.
Il Bastone dei Miracoli di Niffoi S.
La mamma del sole di Vitale A.
Senza tregua di Koontz D.
Prima della tempesta Lennox J.
Sotto i cieli noncuranti di Cibrario B.
Un libro: MI SONO FATTO UN NOME, ANZI TRE di Gianni Barbieri
La conoscenza del passato permette di fare gli stessi errori, ma molto più velocemente.
Gesualdo Bufalino: “Eppure dev'esserci stato un giorno, in un villaggio sull'Inn, in cui un bambino di nome Adolf si commos-
se fino alle lacrime ascoltando la favola di Cappuccetto Rosso e del lupo” Sì, per l’ingiusta fine del lupo.
Il bilinguismo, questa grande opportunità di tacere in due lingue.
Le statue dei grandi del passato sono lì a ricordarci che quei posti sono già occupati.
Chi semina raccoglie. Chi non semina chiede i contributi.
Avere fame e mangiare, avere sete e bere, avere bisogno di qualcosa e comprarla... Semplice. Peccato che non sempre le due
cose siano fatte dalla stessa persona.
“Però, onorevole, non tutti nel suo partito rubavano.” Cosa vuole, le mele sane ci sono dappertutto”.
Non mi ricordo più se “Pagherete caro, pagherete tutto!” era uno slogan del '68 o se invece è il nuovo motto dell'Associazione
Italiana Medici Dentisti.
Quelli che dicono: “Ai miei tempi... come si stava meglio, allora!”. In genere costoro non hanno capito niente dei propri tempi.
Come spiegare altrimenti che li abbiano lasciati degenerare in questo modo?
Meglio cento giorni da pecora che un giorno da abbacchio.
Si sa finalmente chi ha ucciso l'Uomo Ragno: è stata la Donna Ciabatta.
Molta gente vorrebbe che la Gioconda tornasse in Italia, in un museo italiano. Ottimo sistema per farle perdere quell'enig-
matico sorriso.
“Ray mi piace perché mi accetta così come sono”, disse la sequoia del suo boscaiolo preferito.
(Tratto da: Mi sono fatto un nome, anzi tre di Gianni Barbieri, ed. Stylos)
Ciao Gianni, ci mancherai molto, ci mancherà la tua ironia, il tuo spirito indipendente.